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22 Nov 2025  |  0 Commenti

Donne, classe e potere: oltre la narrazione di una subordinazione universale

La storiografia e l’antropologia del Novecento hanno spesso trattato la condizione femminile in termini di oppressione universale, costruendo il paradigma della “subordinazione delle donne agli uomini” come fatto costante e pressoché immutabile nella storia. Tuttavia, malgrado gli studi di impronta femminista abbiano continuamente spinto verso una visione monocorde di un uomo dominante e di una donna dominata, ad altri autori non influenzati dalla cultura femminista ciò è sembrato troppo schematico, incapace di cogliere le profonde differenze che attraversano epoche, società e soprattutto classi sociali, e lontano dalla realtà concreta dei rapporti di potere fra uomo e donna, ben distante dalla mitologia di una donna schiavizzata e di un uomo schiavizzante.

Nella nostra società, dove l’ideologia femminista sembra arrivata a penetrazioni impensabili solo pochi decenni fa, il compito di uno studioso è dimostrare che la subordinazione femminile non appare come un destino universale e indifferenziato. Piuttosto, applicando il materialismo storico, si scopre che quella che viene definita dominazione maschile è un processo storicamente situato nelle diverse epoche, variabile e intrecciato con le dinamiche di classe, di proprietà e di istituzioni.

Gli studi antropologici hanno costituito uno dei primi fronti di critica all’idea di un patriarcato onnipresente e invariabile. Eleanor Burke Leacock (1981) ha mostrato, attraverso l’analisi di società come i Montagnais-Naskapi, che la subordinazione femminile si intensifica con la penetrazione dei rapporti coloniali e capitalistici, cioè con la trasformazione dei rapporti di proprietà e produzione. In origine, le donne disponevano di un’autonomia economica sostanziale, che fu erosa da processi storici specifici. È cosa banale a dirsi che, il più delle volte, le donne si sono trovate in posizioni impari, talvolta dominanti, talvolta dominate. Interessante, in questo senso, è lo studio di Sven Beckert, L’impero del cotone. Una storia globale (Einaudi, 2022): l’autore ripercorre la storia del cotone e dimostra come, nella produzione di questo importante manufatto umano, le donne – sia nelle società precolombiane sia in quelle ottocentesche occidentali – fossero impegnate a vari livelli nella produzione, ricoprendo ruoli che andavano dalle produttrici alle cosiddette donne-manager, operando così all’interno di quello che Marx definiva lo sfruttamento del lavoro salariato. Anzi, Beckert ci informa che nella società americana una donna che avviava una piccola impresa cotoniera poteva mantenere la famiglia e consentire ai suoi cari di vivere in campagna, cosa che non sarebbe stata possibile se la fonte di sostentamento fosse stata solo agricola. Questa storia del cotone non ci parla mai di donne semplicemente sfruttate, ma di donne che, a seconda delle condizioni di partenza, assumevano funzioni manageriali o direttive, oppure ruoli proletari al pari degli uomini.

Analogamente, nelle società primitive, Annette Weiner (1976) ha dimostrato come, nelle isole Trobriand, le donne detenessero un capitale rituale e materiale fondamentale, che conferiva loro prestigio e potere. Peggy Sanday (1981; 2002) ha portato ulteriori esempi, come il caso dei Minangkabau, società matrilineare in cui il potere femminile era al centro dell’organizzazione sociale, in una dialettica fra struttura e sovrastruttura, che non vede mai le donne oppresse per il solo fatto del loro sesso.

Infine, Jack Goody (1976) ha mostrato come la trasmissione dei beni, sotto forma di eredità, dote o diverging devolution, determini gradi differenti di autonomia e potere per le donne, distinguendo nettamente le esperienze di ceto e di classe.

Nell’antichità classica si trovano donne d’élite e donne subalterne. Il mondo greco offre un terreno esemplare. Sarah Pomeroy (1975; 2002) ha mostrato come le donne spartane, appartenenti a famiglie aristocratiche, avessero un’ampia autonomia patrimoniale, una certa mobilità pubblica e un ruolo attivo nell’educazione, a differenza delle ateniesi, soggette a rigidi vincoli domestici. Anche Eva Cantarella (2020) ha insistito sulle differenze tra città e tra classi sociali: non esiste una “condizione femminile greca” unica, come spesso le femministe vogliono far credere. Lo studioso si trova piuttosto davanti a un mosaico di possibilità che una donna ha, e che dipendono dalla sua nascita e dalla sua capacità di mettere a frutto i beni ottenuti, ma mai a una donna greca che sia monocordemente e in modo uniforme sottomessa all’uomo.

Il contributo di Monique Saliou (1986) è cruciale: nel suo saggio sui processi di subordinazione femminile nella Grecia arcaica, incluso in Women’s Work, Men’s Property, ella dimostra come tali dinamiche non derivassero da una “legge naturale”, bensì da processi storici legati alla ridefinizione della proprietà e delle strutture economiche. In altre parole, le differenze di classe determinano i modi e le realtà in cui uomini e donne si trovano, non in base al solo sesso, ma alla classe sociale di appartenenza.

Con l’età moderna e l’industrializzazione, le differenze di classe diventano ancora più evidenti. Louise Tilly e Joan Scott (1978/1987) hanno ricostruito come, in Francia e in Inghilterra, le donne borghesi siano progressivamente escluse dal lavoro produttivo e confinate alla sfera domestica. Ma questo non le rende semplicemente sottomesse: anzi, offre loro opportunità di intraprendere attività prima precluse. Le donne dell’alta società – si pensi a Mary Shelley – possono abbandonare la sola maternità e diventare artiste senza che la società vittoriana le costringa a un ritorno al passato. Sono invece le donne popolari a restare parte attiva dell’economia familiare e cittadina, subendo l’estrazione del plusvalore dal loro lavoro. Olwen Hufton (1995) ha fornito un quadro complessivo della condizione femminile in Europa fra il 1500 e il 1800, mostrando come le esperienze variassero “dal palazzo nobiliare alla poorhouse”. Fino a quando fare il cocchiere ha rappresentato un lavoro faticosissimo, nessuna donna ha mai chiesto di svolgerlo; e fino a quando gli autocarri pesanti non hanno avuto l’idroguida, nessuna donna ha chiesto di fare la camionista. Questo è un fatto così acclarato che spesso viene occultato. Analogamente, Leonore Davidoff e Catherine Hall (1987) hanno messo in luce come la borghesia ottocentesca inglese abbia costruito ruoli di genere specifici, rafforzando la dipendenza economica delle donne borghesi ma, al tempo stesso, fornendo loro spazi di potere culturale, associativo e simbolico.

La riflessione teorica degli ultimi decenni ha ulteriormente messo in discussione la visione di un patriarcato monolitico. Angela Davis (1981), nel suo Women, Race and Class, ha mostrato come le donne nere e proletarie vivano forme di oppressione radicalmente diverse da quelle delle donne bianche borghesi, perché i rapporti di classe e di razza si intrecciano con il genere. Deniz Kandiyoti (1988) ha proposto la categoria di bargaining with patriarchy, evidenziando come le donne negozino ruoli e spazi di potere diversi a seconda dei contesti e delle appartenenze di classe. Più recentemente, Saba Mahmood (2005) e Lila Abu-Lughod (2013) hanno criticato l’idea che l’agire femminile coincida solo con la resistenza: anche all’interno di contesti religiosi e politici apparentemente oppressivi, le donne possono costruire forme di potere e di influenza situate, spesso legate al ceto, all’istruzione e alle risorse disponibili.

L’idea di un’oppressione femminile universale, indifferenziata e totale non regge alla prova delle ricerche storiche e antropologiche. Le donne non sono mai state un “soggetto unico” completamente sottomesso: la loro condizione è sempre stata stratificata, variabile e intrecciata a rapporti di classe, proprietà e istituzioni. Le donne aristocratiche di Sparta, le borghesi dell’Ottocento, le contadine europee o le donne trobriandesi non hanno condiviso la stessa esperienza. Parlare di “patriarcato” come realtà astorica e uniforme significa dimostrare scarsa capacità di comprendere la realtà sociale. Ci sono state varie forme di patriarcato, specifiche delle epoche storiche e dei contesti sociali in cui si sono formate. Il patriarcato è una realtà storica varia, e ogni patriarcato è finito storicamente. In Occidente almeno dalla Rivoluzione francese. Non accettare questo significa rischiare di ricadere in narrazioni semplicistiche, ideologiche e forse anche in malafede.

Bibliografia

    • Abu-Lughod, L. (2013). Do Muslim Women NeedSaving? Cambridge, MA: Harvard University Press.
    • Cantarella, E. (2020). Sparta e Atene. Torino: Einaudi.
    • Davis, A. Y. (1981). Women, Race & Class. New York: Random House.
    • Davidoff, L., & Hall, C. (1987). Family Fortunes. London: Hutchinson.
    • Goody, J. (1976). Production and Reproduction. Cambridge: CUP.
    • Hufton, O. (1995). The ProspectBeforeHer. London: HarperCollins.
    • Kandiyoti, D. (1988). “Bargaining with Patriarchy”, Gender & Society, 2(3).
    • Leacock, E. (1981). Myths of Male Dominance. New York: Monthly Review Press.
    • Mahmood, S. (2005). Politics of Piety. Princeton: Princeton University Press.
    • Pomeroy, S. (1975). Goddesses, Whores, Wives, and Slaves. New York: Schocken.
    • Saliou, M. (1986). “The Processes of Women’sSubordination in Primitive and ArchaicGreece”. In Coontz, S., & Henderson, P. (a cura di), Women’s Work, Men’sProperty. London: Verso.
    • Sanday, P. (1981). Female Power and Male Dominance. Cambridge: CUP.
    • Tilly, L. A., & Scott, J. W. (1978/1987). Women, Work, and Family. New York: Holt, Rinehart and Winston.
    • Weiner, A. (1976). Women of Value, Men of Renown. Austin: University of Texas Press.

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