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La rivoluzione contraccettiva del Novecento ha rappresentato uno spartiacque epocale. C’è stato un prima e un dopo, e ciò che è stato prima non sarà mai più.
L’avvento della pillola anticoncezionale non ha solo modificato la biologia della riproduzione, ma ha inciso in profondità nella cultura, nella percezione del corpo e nelle dinamiche di potere tra uomini e donne. La pillola è stata celebrata come strumento di emancipazione femminile, ed effettivamente appare così, ma ha anche determinato nuove responsabilità, soprattutto psicologiche. Questo scritto mira a dimostrare che la pillola abbia contribuito, in modo indiretto, alla nascita di un femminismo più aggressivo nei confronti dell’uomo, deviandone la traiettoria che aveva preso agli inizi del Novecento.
Quando fu introdotta nel 1960 e si radicò nella società occidentale, non comportò soltanto la liberazione della donna dalle maternità indesiderate, ma sviluppò anche una percezione disturbata ed erronea di perdita di potere da parte delle donne, che fino ad allora potevano addossare all’uomo la responsabilità di averle ingravidate.
Prima della pillola, la gravidanza era percepita come colpa maschile, l’uomo assumeva su di sé tutte le responsabilità sociali e la donna poteva sostenere il proprio ruolo minoritario nel rapporto a due. Prima della diffusione della contraccezione farmacologica, la gravidanza indesiderata era infatti interpretata, sul piano simbolico e sociale, come il risultato di un’azione maschile. La donna poteva sentirsi vittima di un atto non sempre controllato, potendo dunque attribuire al partner la responsabilità primaria di una gravidanza imposta.
Con la pillola, questa narrazione si ribalta: la responsabilità del concepimento si sposta quasi interamente sulla donna. È lei a decidere se assumere il farmaco, a monitorarne l’efficacia, a gestirne le conseguenze. Questa nuova centralità, pur garantendo una libertà inedita, ha comportato un carico di responsabilità che può generare ansia e risentimento.
Molte donne hanno cominciato a vivere, e vivono tuttora, questa responsabilità come un fardello. La pillola, lungi dal liberarle pienamente, è divenuta simbolo di un controllo costante e capillare, di un obbligo di vigilanza che grava solo su di loro. Le più consapevoli hanno compreso che, in questo modo, l’uomo resta biologicamente “libero”, mentre la donna, per mantenere la propria libertà, deve assumersi l’onere della contraccezione. E se non lo facesse, difficilmente potrebbe reclamare la propria innocenza come facevano le sue antenate nei secoli scorsi e come mai più potranno fare in futuro tutte le donne. Questa condizione ha effetti psicologici complessi: da un lato offre potere e autonomia, dall’altro priva la donna della possibilità di addossare all’uomo la completa responsabilità della gravidanza. Molte hanno percepito ciò come una perdita di potere, più che come un guadagno. L’addio alla possibilità di stabilire chi fosse il padre e quando fosse stato concepito il feto ha creato una scossa profonda nei rapporti uomo-donna. L’introduzione dei test di paternità – prima quelli basati sul gruppo sanguigno e poi la prova del DNA – si è sommata all’avvento della pillola, riducendo ulteriormente il potere femminile. Ma di questo, e delle conseguenze biopolitiche di cui ha parlato Foucault, ci occuperemo in un prossimo scritto. Anticipo il concetto di falsificazione della paternità citando una famosissima commedia di Edoardo De Filippo dal titolo Filomena Marturano. Nella commedia la protagonista impone al suo partner la paternità di due figli non generati da lui, nega al compagno la conoscenza di chi è il suo vero figlio. Vedremo in un altro scritto cosa questo ha comportato.
Per ora ci concentriamo sugli effetti dell’introduzione della pillola. Da questa nuova realtà nacque un disagio latente che si tradusse in diffidenza verso l’uomo. Nell’inconscio femminile, ogni maschio divenne un potenziale “ingravidatore”, costringendo le donne a forme di difesa psicologica.
Il femminismo radicale degli anni Settanta, spesso interpretato come liberazione collettiva, può anche essere letto come una reazione di autodifesa a questo nuovo scenario. Le femministe elaborarono rapidamente una visione oggettiva in cui l’uomo diventava il bersaglio simbolico di un’aggressività che non nasceva soltanto dalla lotta contro le strutture patriarcali – spesso evocate fuori contesto – ma dal timore legato a una responsabilità nuova e non sempre accettata. Le leader del movimento femminista scalavano rapidamente il potere perché offrivano a tutte le donne, anche le più semplici, una giustificazione teorica al comportamento anti maschile.
La prima cosa da demolire era la libertà che gli uomini, nei rapporti con le donne, avevano sempre avuto nelle forme tipiche di un corteggiamento insistente. Ogni comportamento maschile in ambito sessuale, da quel momento in poi, venne filtrato attraverso una lente di sospetto: ciò fu ritenuto necessario per ridurre l’uomo ad una sorta di essere brutale o addirittura inferiore. Gesti un tempo percepiti come naturali o romantici furono reinterpretati come minacce, pressioni o violenze. Non significa che la violenza reale non esistesse, ma che la percezione ne risultò amplificata e moltiplicata.
Oggi, a più di sessant’anni dalla diffusione della pillola, questo meccanismo ha raggiunto vette impensabili. Poiché molte donne vivono con difficoltà la responsabilità esclusiva della contraccezione, il femminismo più estremista ha preso il potere, consegnando loro la possibilità di discriminare anche atti affettuosi, sulla base della percezione soggettiva successiva. L’ambivalenza femminile nell’accettazione o nel rifiuto delle profferte amorose recupera quel potere che la pillola aveva tolto. Ma ciò ha reso i rapporti spesso conflittuali, con l’uomo percepito come potenziale aggressore o colpevole “preventivo”.
Il risultato è una cultura diffusa in cui le donne faticano ad accettare serenamente la loro responsabilità sul concepimento. Questo alimenta una narrativa vittimistica che rafforza forme di femminismo aggressivo. Il paradosso è che la pillola, simbolo della libertà femminile, viene interpretata da alcune come causa di una perdita di potere.
Da qui deriva un femminismo che non nasce dalla forza, ma dalla paura di non poter più esercitare un potere simbolico sull’uomo. La paura di dover riconoscere fino in fondo la propria autonomia ha spinto molte donne a preferire un uomo sottomesso, gestibile, su cui ribaltare – se non sul piano scientifico, almeno su quello politico – la responsabilità.
Negli ultimi decenni, il femminismo radicale ha assunto un ruolo sempre più rilevante nello spazio pubblico. Negli anni Settanta era un movimento militante e di nicchia; oggi molti dei suoi presupposti sono penetrati nella legislazione, nelle università, nei media e nella cultura di massa. Questa istituzionalizzazione ha avuto un effetto ambivalente: da un lato ha dato visibilità alle rivendicazioni, dall’altro ha irrigidito il discorso. Come tutti i movimenti ideologici giunti al potere, nel timore di perderlo è divenuto sempre più dogmatico e intransigente.
L’evoluzione più recente del femminismo aggressivo è caratterizzata da una logica di inversione: non più paritaria, ma ribaltamento dei rapporti. Il maschio non deve essere un soggetto con cui dialogare, ma un essere da ridurre alla disponibilità totale. Non più partner, ma seme da usare o gigolò a buon mercato. Qualsiasi comportamento maschile, anche il più neutro, deve essere interpretato come violenza, microviolenza o sopraffazione.
Il femminismo è riuscito in un’opera mai vista: consegnare a ogni donna il potere di stabilire cosa sia violenza e cosa no. Questa sensibilità, spesso morbosa, trasforma l’uomo in un colpevole permanente, un soggetto da educare, correggere e sottomettere. L’uomo non è più partner, ma colpevole a priori, definito negativamente come pericolo da neutralizzare. Un patriarca da abbattere.
Da qui nasce la spinta femminista a un controllo totale, che si traduce nella richiesta di sottomissione del maschio a un nuovo ordine simbolico, in cui il suo ruolo è ridotto a quello di individuo docile e sempre disponibile. Se la pillola ha trasferito alle donne la responsabilità del concepimento, contribuendo a generare un femminismo aggressivo come reazione a una perdita di potere, oggi quell’aggressività si è trasformata in progetto di dominio. Non più soltanto paura o diffidenza, ma vera e propria volontà di sottomissione per il maschile.
Se vogliamo sperare in un cambiamento, occorre perseguire una vera emancipazione femminile, che non consista nello scaricare la responsabilità del concepimento su un presunto nemico esterno, ma nell’accettare che ogni autonomia ha senso solo se accompagnata da responsabilità. Solo così i rapporti tra uomini e donne potranno uscire dalla spirale di sospetto e aggressività e trasformarsi in una relazione di libertà condivisa.
C’è però da temere che le élite femministe che oggi dominano il discorso pubblico non molleranno questo potere senza prima provare a distruggere i rapporti uomo-donna. È mia speranza che ciò avvenga con la minore violenza possibile, da parte delle donne sugli uomini e viceversa.
Sitografia
-https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/family-planning-contraception
– https://www.britannica.com/topic/birth-control/The-pill
– https://www.unwomen.org/
– https://www.genderstudies.ox.ac.uk/

Comunisti contro il femminismo misandrico
L'Interferenza
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