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04 mar 2014  |  26 Commenti

L’ISTAT e le sue metodologie nelle “indagini di genere”

La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.

Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.

Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.

Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:

  1. aggressività e violenza femminile non esistono, oppure
  2. se esistono, sono legittimate, e pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento

L’ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di circa 7.000.000 di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner.

Sono indubbiamente dati allarmanti, che vengono propagandati con continuità. Analizzando con cura il questionario somministrato dall’ISTAT, tuttavia, viene da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale.

Dato che il questionario è stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza, infatti, era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L’impatto sull’opinione pubblica, di fatto, è generato dal dato conclusivo — 7.000.000 di vittime — senza approfondire da cosa scaturisca questo dato. Questo aspetto è importante perché chi opera nel campo delle statistiche sa bene come una scelta mirata di domande può influenzare pesantemente in un verso o nell’altro i risultati.

Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come «violenza alle donne».

Facciamo qualche esempio, tratti proprio dal questionario in oggetto:

  • «La ha mai criticata per il suo aspetto?»
  • «…per come si veste o si pettina?»
  • «…per come cucina?»
  • «…controlla come e quanto spende?»

Ai fini statistici non c’è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio ed un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo. Ad esempio: «Cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa». Oppure: «Con quei capelli sembri una puttana, ti spacco la faccia se non li tagli» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Questo taglio non ti dona, magari fra due giorni mi abituerò, ma ti preferivo con la pettinatura precedente». E ancora: «Non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a fare marchette» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Non ce la facciamo, mettiamo via i soldi per il mutuo, purtroppo questo mese niente palestra per me e parrucchiere per te».

L’intervistata risponde affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce «violenza», senza che l’intervistata lo sappia. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite «aggressività, violenza, umiliazione»; si limita a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l’intervistatrice che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.

L’ISTAT infatti, per giustificare l’equivoco sul quale è costruito il questionario, ammette che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza e, a tale scopo, aggiunge alle note metodologiche questa dicitura:

Le domande tendono a descrivere episodi, esempi, eventi di vittimizzazione in cui l’intervistata si può riconoscere. La scelta metodologica condivisa anche nelle ricerche condotte a livello internazionale è stata dunque quella di non parlare di «violenza fisica» o «violenza sessuale», ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti in modo di rendere più facile alle donne aprirsi. Il dettaglio e la minuziosità con cui si chiede alle donne se hanno subito violenza, presentando loro diverse possibili situazioni, luoghi e autori della violenza, rappresenta una scelta strategica per aiutare le vittime a ricordare eventi subiti anche molto indietro nel tempo e diminuire in tal modo una possibile sottostima del fenomeno. Sottostima che può essere determinata anche dal fatto che a volte le donne non riescono a riconoscersi come vittime e non hanno maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite mentre possono più facilmente riconoscere singoli fatti ed episodi effettivamente accaduti.

Presentando il rapporto, poi, l’ISTAT scrive:

Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le limitazioni economiche subite da parte del partner.

Anche frasi innocue come «la frittata oggi è un po’ sciapa», oppure «ti preferivo senza permanente» vengono quindi classificate come denigrazioni e diventano di conseguenza una forma di violenza alle donne. Ecco come nascono 7.000.000 di vittime.

LA STATISTICA AL SERVIZIO DELL’IDEOLOGIA

L’estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine «Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne» apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l’offesa all’emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un’altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.

Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi. Per esempio le seguenti:

  • «Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente»
  • «– Ha criticato o svalutato ciò che fate?»
  • «– Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?»
  • «– Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?»
  • «– Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?»
  • «– Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?»

Notate l’assoluta etereogenità di contenuti e varietà di pesi delle voci proposte.

Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli «insulti e minacce verbali», al «ricatto affettivo» e, sullo stesso piano delle «aggressioni fisiche» e dello «stupro e altre prestazioni sessuali forzate»!

Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.

È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un’osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?

Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?

Il testo riportato sopra è un estratto da «Fausse Route», 2003, pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo «La strada sbagliata», opera di Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica, non di un misogino integralista talebano.

Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale.

Da noi cosa accade? L’indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante: 31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT:

PRINCIPALI RISULTATI

Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata.

Da notare una curiosa svista dell’ISTAT: le violenze psicologiche, strumento principale per creare stime in grado di gonfiare l’allarme sociale, hanno uno spazio prevalente nel questionario (24 domande), ma si evita accuratamente di nominarle al momento di pubblicare i risultati. Il dato del 31,9%, infatti, viene citato come percentuale di vittime di violenza fisica o sessuale. Ci asteniamo dal fare ulteriori commenti, lasciamo a chi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.

Tuttavia, a prescindere da ogni considerazione, vogliamo fare una feroce autocritica. Sconfessiamo la Badinter; ammettiamo che la lettura della sua analisi abbia insinuato cattivi e ingiustificati pensieri sull’ISTAT e soprattutto sul committente, il Ministero per le Pari Opportunità, che — al contrario di quanto «Fausse Route» ci aveva indotto a supporre — assumiamo non abbia chiesto un’indagine dalla quale dovessero obbligatoriamente emergere dati roboanti, così come non lo aveva chiesto a Parigi la Segreteria dei Diritti delle Donne.

Ammettiamo quindi che il questionario sia perfetto così com’è, rispondendo a criteri rigidamente scientifici, imparziali, oggettivi. Resta il fatto della curiosa nota iniziale: non esistono in Italia studi ufficiali sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o partners, ex mariti o ex partners.

Forse allora la violenza è a senso unico e, quindi, quella femminile non esiste. Ma come mai nessuna fonte ufficiale ha mai sentito l’esigenza di verificare?

Allora il passo è consequenziale: visto che ISTAT e Ministeri non hanno interesse a investire fondi per l’elaborazione di dati ufficiali, necessita almeno un’indagine ufficiosa. Ufficiosa, sì, ma attraverso uno strumento istituzionale, conformato ai criteri di imparzialità e rigidità scientifica propri dell’ISTAT: è necessario utilizzare il prezioso know-how dell’Istituto di Statistica, proponendo l’identico questionario a soggetti di genere maschile.

Se il questionario venisse utilizzato a ruoli invertiti, somministrandolo a uomini sposati, single e separati, cosa potrebbe uscirne? Al pari della critica per la pettinatura femminile, la critica al marito per la cravatta sbagliata può essere classificata come violenza? Se basta una percezione di disagio, mortificazione o imbarazzo per configurare il comportamento violento, cosa dire degli uomini criticati dalle proprie compagne perché incapaci di risolvere i problemi domestici di idraulica e falegnameria? Degli uomini paragonati impietosamente al marito della vicina, magari più sportivo e giovanile? Dei mariti criticati per un impiego non troppo remunerato? Apostrofati con toni irridenti, in pubblico e in privato, per non aver fatto carriera? Derisi per aver perso i capelli? Per non saper abbinare i colori? La lista è infinita…

Ma il filone prevalente, nella sfera delle violenze psicologiche contro il genere maschile, è sicuramente la limitazione del ruolo genitoriale. In caso di rottura della coppia, infatti, la frase in assoluto più frequente che deve subire un padre è: «I tuoi figli te li puoi scordare!». Una violenza devastante, questa sì, in quanto con l’attuale orientamento giurisprudenziale e in barba a una legge certo migliorabile ma che anche nella forma attuale non trova spesso attuazione, i padri hanno la netta percezione di una minaccia tanto terribile quanto perfettamente attuabile.

Fonte: Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice


26 Commenti

cesare 1:18 pm - 5th marzo:

Denunciamo la violenza .
Ma lo si fa davvero se manca una indagine ISTAT sulla violenza maschile? costruita sulla medesima griglia? e ben inteso, da essere effettuata, perchè sia comparabile a quella femminile, dopo qualche anno finalizzato a costruire una cultura dell’attenzione e denuncia del fenomeno della violenza femminile anche per la coscienza maschile. Per i maschi infatti da sempre non solo è psicologicamente (soggettivamente) inconcepibile denunciare le violenze femminili, ma è addirittura socialmente vietato perchè fare un outing del genere è più che vietato: ha sempre significato (oggettivamente) la morte sociale. Qualunque maschio si vergogna e teme persino di ammettere a se stesso di averla subita. Se fosse altrimenti, come risulta dalle poche ricerche, avremmo da tempo un quadro assolutamente drammatico della violenza femminile. E questo è uno di tabù che non si possono violare.
Dunque la denuncia ISTAT sconta due limiti assoluti: 1) non esiste, 2) se esistesse mancherebbe della consapevolezza maschile. Come si può definire obiettiva?
Inoltre: la violenza si dà esclusivamente dentro la relazione tra maschio e femmina ed è pertanto una dinamica esclusivamente comprensibile nella dimensione relazionale. Ignorando uno dei due termini i dati che ne conseguono non hanno alcun senso. Non si può delineare il fenomeno nè comprenderlo. La considerazione di buon senso è che ad ogni violenza subita e denunciata da una donna non può non corrispondere una violenza subita da un maschio. A meno che non si voglia far credere che la violenza nasce dal nulla, non abbia alcuna causa. Fosse così, mancando ogni causa, non ci sarebbe nulla da fare. Può aver significato l’elenco di offese di una parte senza ipotizzare ed elencare un simmetrico elenco di offese subite dall’altra parte? Ovvero può aver senso una ricerca della violenza trai generi che esclude per definizione l’esistenza della violenza di uno dei due generi? Evidentemente no.
Pertanto la ricerca ISTAT non solo non è obiettiva ma non dà alcun dato significativo per comprendere il fenomeno.
Che resta dunque di questa ricerca? resta il suo carattere di documento di propaganda costruito su un’accusa unilaterale contro il genere maaschile; propaganda di cui, mancando ogni effettiva finalità conoscitiva, si ignora lo scopo, aprendo la strada a tutte le supposizioni più preoccupanti e negative.
Fin da subito si può affermare, proprio utilizzando i parametri utlizzati dalla ricerca ISTAT per definire che cosa si intende per violenza, che questa ricerca in quanto sistematica azione di denigrazione, sotto le mentite soglie di una ricerfca scientifica, è una gravissima azione di violenza, di estensione planetaria, contro ogni maschio.
La vera informazione che questa ricerca dà è in realtà una domanda: quale finalità si persegue con questa azione di distruzione dell’immagine maschile pianificata con l’impiego di enormi risorse dai governi?

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Luigi Corvaglia 2:19 pm - 5th marzo:

cesare,
Sono d’accordo con te. Però quello che mi interessava sopra ogni cosa con questo post è disvelare, rendere evidente il background certo, ma soprattutto come questo si è articolato e concretizzato nelle istituzioni (conferenze internazionali, consigli euopei, Onu e quant’altro) internazionali.
Istituzioni per lo più autorefenziali, che quasi mai devono rendere conto del loro operato a chi, nonostante tutto ne subisce le conseguenze.
E come poi questi atti e queste decisioni si riversino a livello nazionale in un documento come quello del post.
Quella ricerca, al pari di tante altre, non si appoggia sul nulla ma si fa forte di concetti ed enunciazioni sottoscritte e ratificate dal nostro paese.
A me sembra molto importante che il movimento maschile, anche se in nessun paese ha forza per influire su quel livello, almeno ne prenda coscienza. Se non altro per inquadrare il problema nella maniera più corretta possibile.
A proposito, colgo l’occasione per segnalare questo sondaggio europeo. E del quale, anche senza rintracciarne l’abstract, son sicuro che faccia riferimento alle stesse fonti della ricerca istat.
Dove però, nonostante tutto: Violenza sulle donne in Europa, Paesi scandinavi in cima alla classifica. Italia al diciottesimo posto
E adesso chi lo dice alle nostre?

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cesare 3:37 pm - 5th marzo:

E’ vero, i maschi contemporanei la pensano come i tacchini in USA: più tempo passa e più si avvicina il giorno della festa del Ringraziamento, in cui finiranno in pentola, e più il tempo passa senza che succeda niente più si sentono sicuri.

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Mauro Recher 6:15 pm - 5th marzo:

Luigi Corvaglia:
cesare,
Sono d’accordo con te. Però quello che mi interessava sopra ogni cosa con questo post è disvelare, rendere evidente il background certo, ma soprattutto come questo si è articolato e concretizzato nelle istituzioni (conferenze internazionali, consigli euopei, Onu e quant’altro) internazionali.
Istituzioni per lo più autorefenziali, che quasi mai devono rendere conto del loro operato a chi, nonostante tutto ne subisce le conseguenze.
E come poi questi atti e queste decisioni si riversino a livello nazionale in un documento come quello del post.
Quella ricerca, al pari di tante altre, non si appoggia sul nulla ma si fa forte di concetti ed enunciazioni sottoscritte e ratificate dal nostro paese.
A me sembra molto importante che il movimento maschile, anche se in nessun paese ha forza per influire su quel livello, almeno ne prenda coscienza. Se non altro per inquadrare il problema nella maniera più corretta possibile.
A proposito, colgo l’occasione per segnalare questo sondaggio europeo. E del quale, anche senza rintracciarne l’abstract, son sicuro che faccia riferimento alle stesse fonti della ricerca istat.
Dove però, nonostante tutto: Violenza sulle donne in Europa, Paesi scandinavi in cima alla classifica. Italia al diciottesimo posto
E adesso chi lo dice alle nostre?

Che vuoi farci Luigi , potremmo anche dirlo ,ma non cambierebbe nulla ,visto che sono convinte di vivere nel paese di maschilista d’ Europa ,magari per qualche fischio di troppo a loro rivolte (in generale rivolte alle donne)..non per niente ho appena letto questo commento ..”Vivo in Germania e se uno ti fissa o ,peggio (pericolosissimo,questo l’ho aggiungo io) suona il clacson ,o è italiano o turco (la rappresentativa turca in Germania è molto diffusa).. Non so te , ma tra uno che suona il clacson e una violenza ,preferisco sicuramente il primo

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Andrea 12:46 am - 6th marzo:

Ma secondo quest’indagine,se commentare l’acconciatura, criticare il risottino,chiedere conto di una spesa fatta,ecc. ecc, costituisce violenza (e le critiche che ricevevo io su come mi vestivo, sul fatto che ero sempre stanco,-e non proseguo per carità di patria-dove sono censite?),su che piano dovrebbe svolgersi la dialettica domestica? Con quali strumenti dovremmo confrontarci con le nostre,sigh,COMPAGNE? Di che cazzo dovremmo parlare? Come conoscersi? Quali differenze accettare?Che diversità caratteriali dovrebbero (sarebbero permesse)distinguerci? Mi sa che questi non si rendano conto che stanno proponendo dei modelli comportamentali appiattiti,clonati. Ma se è così,in base a quali criteri e differenze dovremmo,alla fine,sceglierci?

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Luigi Corvaglia 8:46 am - 6th marzo:

Mauro Recher: Che vuoi farci Luigi, …..

……
Contro i muli …. pardon i muri, c’è poco da fare. Lo so.
Il nostro compito però è quello di svelare la falsa coscienza. Instillare il dubbio in chi non ha portato il proprio cervello all’ammasso. Non stiamo combattendo una battaglia di prevaricazione, ma di equità. E il tempo ci darà ragione.
Comunque, su quel documento europeo il paradosso (per come ce la raccontano in Italia) è evidente.
Stilato anch’esso partendo dalla stessa definizione di violenza sulle donne come sottoscritta nella Conferenza mondiale delle Nazioni Unite (Vienna, 1993), dovrebbe darci risultati in linea con l’indagine dell’Istat. E invece no.
Ripeto. Due indagini che hanno dietro lo stesso backgound e finalità dovrebbero dare risultati assonanti.
Chi sbaglia?

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cesare 9:37 pm - 6th marzo:

Il quotidiano Il Secolo XIX di Genova riporta oggi la seguente notizia: un extracomunitario, titolare di una piccola impresa edile, è oggetto di un’accusa di stupro falsa e chiede alla sua accusatrice un milione di euro di risarcimento per i danni alla propria dignità e alla propria immagine.
I dati ISTAT, non obiettivi e senza senso, sono strumentalizzati per campagne di denigrazione del genere maschile, campagne false come le accuse di quella donna. A difendere la dignità di maschi, contestando i dati ISTAT ci sono pochissimi Italiani. Tutti gli altri subiscono questa straordinaria violenza senza un gesto di ribellione.
La dignità e la schiena dritta, la consapevolezza del valore della propria immagine, e il coraggio di difendersi da false accuse, sono per la maggior parte diventate virtù da stranieri?

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Marco Pensante 10:54 pm - 8th marzo:

«Violenza sulle donne in Europa, Paesi scandinavi in cima alla classifica. Italia al diciottesimo posto»
E adesso chi lo dice alle nostre?

Caro Mauro, sei il solito ingenuo. Cosa credi, che il ProgressoRosa® si lasci fermare dai numeri e dalle statistiche, quelle cose aride e impersonali da maschilisti patriarcali che non tengono conto degli InfinitiGeneri® e delle InfiniteIndignazioni®? La risposta a quell’articolo c’è già, grazie alla mente più illuminata e lungimirante dei maschiliplurali:

Lorenzo Gasparrini: Non trovo questi risultati controintuitivi. Che in Italia la violenza domestica sia un tabù è un dato di fatto. Figuriamoci chi e come ha voglia di parlarne in un sondaggio, in un paese dove le vittime arrivano a negare l’evidenza, a non denunciare attentati alla loro vita, a opporsi anche quando intervengono le forze dell’ordine. Mi sembra ovvio che in un sondaggio pubblico l’Italia arrivi in fondo: il problema (tra gli altri) è anche che la violenza domestica non è percepita come un problema pubblico.
L’Italia è il paese più violento del mondo, solo che le vittime stanno tutte zitte.
Capito, porci misogini?
HEIL VAGINA!

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Mauro Recher 11:43 am - 9th marzo:

Marco Pensante,

Non sapevo dell’ intervento del buon Lorenzo Gasparrini …c’è da notare comunque che ,quando le statistiche vanno contro ai loro pensieri ,allora le suddette statistiche non vano più bene ,anzi c’è un sommerso da fare paura (solo in Italia, negli altri paesi tuti denunciano ) e che renderebbe l’italia quel paese invivibile (solo per le donne , gli uomini tutti in lamborghini) …. ma ,d’altronde non può fare altrimenti , noi sappiamo che questa cultura patriarcale è una grossa menzogna forse ,lo sa pure lui , ma che venga fuori questa balla colossale e dopo lui ,di cosa campa? Se vogliamo far eun paragone è come quando i giornalisti sportivi ,stipendiati dalle società (penso al romanista ,vedo in casa mia anche perchè i giornalisti laziali ,sono al pascolo con le pecore smile ) non possono certo scrivere che la società ha sbagliato campagna acquisti e che i nostri “eroi” sono delle pippe ,allora si deve parlare del palazzo ,degli errori arbitrali ,che si ci sono, ma fanno sicuramente più odiens , lo stesso discorso vale per la violenza sulle donne ,proprio ieri si è consumato un delitto in stile femminicidio però a parti inverse ,nessun risalto anzi è passato sotto voce (d’altronde ieri era la giornata della donne , sarebbe come festeggiare il natale e dire che Dio non esiste ) come spiega questo video di Filippo di stop moralismo TV

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cesare 7:08 pm - 9th marzo:

Lettera all’ISTAT.
Una delle importanti e ulteriori prove e ragioni per cui si pensa legittimamente che i criteri della ricerca ISTAT sulla violenza subita dalle donne non hanno alcun valore scientifico è il fatto che l’ISTAT si guarda bene dal fare un’indagine analoga sulla violenza subita dagli uomini usando i medesimi criteri.
Domanda: quali obiezioni al farla? Forse la paura per i dati a sorpresa che potrebbero saltar fuori? Magari, chissà, una rivoluzione copernicana.
Il che poi è tanto più strano considerando che se ISTAT credesse ai dati della propria indagine sulla violenza subita dalle donne dovrebbe essere certa che gli “oppressori violenti”, alle medesime domande, risponderebbero di godere di uno status privilegiato per la totale accoglienza non violenta e rispettosa da parte delle donne. Dubbi al proposito non ce ne dovrebbero essere. E ISTAT vincerebbe, come si dice, “facile”.
Dunque signori e signore dell’ISTAT per cortesia fate questa indagine: si tratta di una controprova da cui non dovreste temere di perdere nulla se non questi seri dubbi che la vostra indagine suscita (gli altri, di dubbi, appartengono ad un altro capitolo).
Il che sarebbe una auspicabile conclusione Altrimenti infatti è davvero difficile avere argomenti per evitare di giudicare ISTAT, nel merito di questa indagine, altro che un’agenzia di propaganda profeminist le cui ricerche valgono come uno spot pubblicitario.
Questa malaugurata conclusione, con tutti i soldi che ricevete dallo Stato (scusate la volgare considerazione) e che come contribuenti vi diamo, maschi compresi, anzi soprattutto maschi, un certo sconcerto lo crea.

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stefano bortelli 2:05 pm - 27th aprile:

L’ISTAT DEGRADA I PROFESSIONISTI LAUREATI AL RUOLO DI TECNICI CONTRO OGNI LOGICA E NORMA NAZIONALE O INTERNAZIONALE

L’ISTAT si sta trasformando in uno strumento di propaganda (o forse lo e’ sempre stato) che sotto la facciata di obiettivita’ scientifica nasconde interessi di categoria. I laureati italiani, oltre che succubi e umiliati da una realta’ economica che non riesce a valorizzarli, vengono addirittura screditati dall’ISTAT in modo assolutamente illegittimo. Mi riferisco alla pubbilcazione istat “La classificazione delle professioni 2011″ .Ebbene in questo documento come e’ facilmente verificabile a pag 16 e pag 17 , si parla di competenze e professionalita’ che vengono risconosciute al crescere del livello d’istruzione. Secondo i criteri di classificazione ISTAT (distorti e non in linea con quanto espresso da documenti internazionali di riferimento come isco08) la laurea italiana non consente di accedere normalmente a professioni di tipo scientifico, intellettuale. Per L’iSTAT la classificazione piu’ corretta per i laureati e’ quella delle professioni tecniche a cui si accede con un semplice diploma tecnico. QUESTO SIGNIFICA DISTORCERE COMPLETAMENTE LA REALTA’ INFISCHIANDOSENE NON SOLO DEGLI STANDARD INTERNAZIONI DI RIFERIMENTO PER QUANTO RIGUARDA LA CLASSIFICAZIONE DELLE PROFESSIONI (ISCO08 ed equ) MA
ANCHE DI QUANTO SI PUO’ CONSTATARE NELLA REALTA’ PROFESSIONALE DI TUTTI I GIORNI.

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cesare 10:27 am - 6th luglio:

Confronto il metodo ISTAT, circa la ricerca commissionata da organizzazioni femministe sulle violenze che le donne avrebbero subito e le risposte ottenute (ovvero il dato di sei milioni di donne italiane che avrebbero subito violenza nella loro vita), alle rilevazioni registrate dalle associazioni ufologiche in USA circa i rapimenti alieni. I dati di queste ultime sono molto più seriamente raccolti di quanto ha fatto ISTAT, tramite questionari scritti e incontri di persona, e non solo telefonici, e la conclusione è che il 4% della popolazione americana testimonia di essere stata rapita dagli alieni e presenta le prove.
Ne vien fuori che milioni di cittadini USA sarebbero stati rapiti e portati dentro un’astronave dove avrebbero subito violenze fisiche inenarrabili.
Sono i maschi italiani come gli alieni? Ovvero: feroci come gli alieni o fantasticati come gli alieni?
Quando i numeri sono cosi fuoriscala, si è chiaramente fuori della realtà (senza che con questo si vada a negare il fenomeno della violenza tra i generi, sia chiaro non di genere! O eventuale vita intelligente extraterrestre ) e ci si trova di fronte ad una realtà di altro tipo: basta chiedersi quante persone di ogni censo, cultura e posizione sociale, credono ancora oggi alle “fatture” di male operate da maghi o streghe contemporanee. Anche qualche secolo fa si trattava di maghi, streghe, folletti e fate. Oggi sono sulla scena mediatica altri esseri malefici secondo la seguente graduatoria: primi fra tutti i maschi, il genere maschile, poi gli extraterrestri, cioè gli alieni, e poi i vecchi cari maghi e le vecchie care streghe (i media a questi ultimi ad oggi non prestano molta attenzione).
Conclusione: in ogni epoca l’inconscio individuale e collettivo sotto la pressione delle umane eterne angosce e in dipendenza della chiave di lettura delle medesime imposta dalla cultura egemone, elabora un sistema di difesa che consiste nell’obiettivare le proprie angosce in qualcuno o qualcosa di esterno a sè e creato dalla fantasia propria o collettiva, cosi da poterselo rappresentare e in tal modo rassicurarsi di poterlo controllare. Organizzazioni femministe ed ufologiche condividono il medesimo alieno declinato secondo il sistema ideologico di riferimento.

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Luigi Corvaglia 8:40 pm - 2nd ottobre:

Intenzionato a rispondere con argomentazioni e link sull’odierna definizione di violenza contro le donne mi reco in questo post e clicco su “La Conferenza mondiale delle Nazioni Unite (Vienna, 1993)“.
Mi accorgo allora che il link non funziona più, il gestore di quello spazio lo ha sospeso perchè c’è stata una segnalazione secondo la quale il documento violerebbe dei copyright.
Mah …. un documento ufficiale e finale delle Nazioni Unite coperto da copyright….
Per il momento l’ho ricaricato altrove ed il link è di nuovo perfettamente funzionante. Se poi persisteranno, approfondirò la questione.
Devo dire però che la cosa mi fa perversamente piacere. E del tutto evidente, e quest’azione lo conferma, che quanto scritto da fastidio. E lo fa egregiamente: con un post certamente non facile e discorsivo siamo oltre le 4.000 visualizzazioni. E nessuna contestazione nel merito.
Comunque per abbondare inserisco il documento anche nel commento. *thank_you*

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Luigi Corvaglia 10:30 am - 7th gennaio:

Non ho tempo di leggerlo ora.
Però sembra meritare e ve lo segnalo.

Manipolazioni statistiche sulla violenza di genere

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Luigi Corvaglia 6:14 am - 6th giugno:

E’ uscito il nuovo studio Istat-Sabbadini: La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia .
Ho letto solo l’abstract del link e ci ritornerò sopra dopo aver visto lo studio completo.
Al volo, noto solo la stranezza della diminuzione di alcune percentuali e il contestuale aumento dei numeri.
Esempio.
– ORA –
negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%
6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale
– NELLO STUDIO DEL 2006 –
6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita
…………
ps. Inoltre, non ho letto e quindi il condizionale è d’obbligo, penso che anche tale numero sia condizionato dalla tara denunciata nel post.

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Rino DV 1:14 pm - 6th giugno:

E’ violenza maschile: “… *qualsiasi atto di violenza di genere che comporta, o è probabile che comporti*, **una sofferenza fisica, sessuale o psicologica** o una qualsiasi forma di sofferenza alla donna…”
.
… una qualsiasi forma di sofferenza alla donna,
.
Il dato Istat è errato per difetto e ciò con lo scopo di renderlo credibile. Infatti tutte le DD che hanno avuto o hanno relazioni e/o rapporti con gli UU ( e cioè tutte) ne hanno ricavato delle sofferenze. Questo è assolutamente certo, perché la semplice esistenza dell’Altro ( di qualsiasi Altro) rappresenta una limitazione alla mia esistenza, al mio valore, alla mia volontà. Tutte le DD hanno sofferto e soffrono a motivo delle loro relazioni (volute o meno) con gli UU.
Questa è una certezza assoluta perché data dalle leggi stesse dell’esistenza.
Ma poiché questa verità sarebbe davvero non creduta, se ne limitano i confini a 7.000.000.
Ciò implica cmq, en passant, che ci dovrebbero essere 7.000.000 di UU in prigione. Invece ce ne sono tra le sbarre per reati antifem ben meno della millesima parte.
.
“Si è mai sentita…” tutte le FF italiane e del mondo si “sono sentite…” a causa di un uomo. Tutte. Se lo negano mentono.
.
Tutte queste sono considerazioni razionalistiche.
.
Passiamo ora a quelle intuitive, relative cioè alla relazione tra cause ed effetti. Da dove viene questa statistica? Non è difficile intuirlo.
In questo Paese UU sono stati condannati (prima del 2003!) per la violenza esercitata contro le moglie attraverso le “insistenti richieste ” di sesso.
Lo strisciare del bisognoso implorante era già per sé qualificato come violenza e come tale punito ben prima di Vienna 03.
E che ogni coito sia uno stupro non è uno slogan inventato dai porci-maschi-sciovinisti.
.
Qual è dunque la causa di quell’effetto?
.
Quale la causa?
.
PS: si noti la diabolica subdoleria della “definizione” di
violenza (maschile): ” …è violenza …ogni atto di violenza…” dove si usa ciò che deve ancora essere definito come elemento centrale della definizione.
Per noi però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
…certo, solo per noi, microscopica minoranza schierata contro un’intera civiltà criminale.

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armando 2:18 pm - 6th giugno:

Luigi Corvaglia,

niente di nuovo sul fronte occidentale, Luigi. Quelle statistiche, che non si dice mai come sono ottenute e le si considera vere ed esaustive a priori, riemergono periodicamente nell’informazione. Hai visto mai che qualcuno potesse dimenticarsene, magari perchè si guarda intorno e non si accorge di vivere in un lager per donne?

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Luigi Corvaglia 8:23 pm - 6th giugno:

armando,
….
Niente di nuovo, d’accordo. Con ogni probabilità è una ribollita dello studio del 2006.
Però è uscito ieri. Dovrò per forza leggermelo, sigh …. http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cry.gif

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Alberto Capece 8:56 am - 27th giugno:

Rimango sorpreso dall’incipit del post dal quale si trae l’impressione che l’adeguarsi dell’Istat a standard e concezioni internazionali, giunga come una sorpresa. Ma in realtà l’istituto agisce sempre in base a criteri stabiliti in sede internazionale (o diciamo meglio occidentale) sia per quanto riguarda l’occupazione, che l’inflazione e via dicendo, apportando solo lievi modifiche a seconda delle caratteristiche tipiche o delle volontà politiche del momento.si tratta perciò sempre di numeri ideologicamente orientati.

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Luigi Corvaglia 4:22 pm - 27th giugno:

Alberto Capece,
.
Ciao Alberto, Innanzitutto benvenuto.
Si, lo so benissimo che l’Istat si muove adottando criteri internazionali.
Di fatto la mia intenzione era proprio quella: porre in chiaro criteri e concetti a monte delle indagini di questo tipo.
Perchè?
Perchè a meno che non si lavori in quell’ambito (studi femministi e simili) la filiera di cui sopra di non è affatto conosciuta.
A me questo premeva: farla conoscere.
E lo stupore, la sorpresa che tu individui nel post, è un modo come un altro per tenere viva l’attenzione del lettore fino alla fine. Visto l’argomento, certamente poco digeribile, non potevo certo impostarlo come un report tecnico.

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romano 6:58 pm - 1st aprile:

L’Istat solleva dall’incarico la pioniera delle statistiche di genere. Rivolta sui social

http://m.repubblica.it/mobile/r/sezioni/economia/2016/04/01/news/istat_sabbadini-136710284/?refresh_ce&abtest=b

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Luigi Corvaglia 8:28 am - 2nd aprile:

romano,

Da un punto di vista sostanziale (e non avendo nessuna notizia approfondita sulla questione) penso che questa “rimozione” cambierà ben poco circa l’impostazione dell’Istat nelle questioni “di genere”.
Intanto perchè la Sabbadini è da una vita nell’Istituto e l’impronta “di genere” – di per sè affatto malvagia se non fosse in realtà “di un genere” e solo di quello (e per di più sotto una lente ideologica deformante) – in queste ricerche l’aveva data prima ancora di arrivare alla direzione del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali.
Ragion per cui credo che continuerà a darla, direttamente o indirettamente.

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vincenzo mastriani 7:40 pm - 4th aprile:

Un grande ringraziamento all’amico Fabio Nestola che, primo e “solingo”, si dedicò ad analizzare la famigerata indagine ISTAT, scoprendone (e rendendone pubblica) la totale falsità delle conclusioni e l’assurdità della metodologia seguita.

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romano 5:30 pm - 5th aprile:
Rita 11:59 am - 8th aprile:

http://ricerca.usb.it/index.php?id=20&tx_ttnews%5Btt_news%5D=87929&cHash=fd01f15428&MP=63-806

I riflettori sono puntati sull’Istat: articoli su tutti i principali quotidiani nazionali, social network scatenati, prese di posizione bipartisan da ogni punto dello spettro politico-sindacal-intellettuale, petizioni addirittura. Un’ improvvisa esplosione di interesse per le sorti della statistica pubblica in Italia? Un dibattito generale, a partire dalla riorganizzazione dell’ente, sul senso e sulle prospettive della “misurazione” della realtà del nostro paese in cui siamo ogni giorno impegnati? Niente di tutto questo, a vederci bene.

Ci saremmo volentieri risparmiati di intervenire in un “dibattito” che ha assunto dimensione e toni francamente grotteschi, se non fosse per la spiacevole sensazione che gli unici assenti, gli unici invisibili, sono proprio i lavoratori dell’Istat. Ci prendiamo perciò la briga di fornire alcuni elementi utili alla riflessione.

I fatti. Una storica dirigente dell’Istat, la dott.ssa Linda Laura Sabbadini, a seguito dell’ennesima ristrutturazione dell’Istat, perde la poltrona che deteneva da quasi 20 anni: prima direttrice, promossa a capo-dipartimento nella grande festa dirigenziale organizzata da Enrico Giovannini, protagonista appena 5 anni fa di un altro riordino che moltiplicava poltrone e retribuzioni per il management Istat.

Apriti cielo. L’intensa e interessata attività di stampa già avviata nelle scorse settimane e tesa a evitare lo spiacevole evento, si è trasformata in una ben organizzata esplosione di indignazione, che testimonia se non dello spessore scientifico (su cui tutti sono comunque pronti a giurare) quantomeno dello spessore dell’agendina telefonica della dirigente in questione, costruita in anni di intensa attività di relazioni di potere. Pioniera delle statistiche di genere, impegnata a rendere visibili gli invisibili, esempio positivo di potere femminile. Vittima perciò di normalizzazione maschilista, o addirittura del “nuovismo renziano” come leggiamo sul “Manifesto” e su siti di movimento, in spregio del ridicolo.

Pioniera delle statistiche di genere come anche delle esternalizzazioni che hanno inaugurato lo smantellamento delle indagini sociali (nonché dei diritti e delle condizioni di vita di tanti lavoratori impegnati nella loro realizzazione) su cui oggi si versano interessate lacrime di coccodrillo.

Da direttore ha condiviso, accompagnato e realizzato l’esternalizzazione della rete di rilevazione dell’indagine sulle Forze di Lavoro (la principale e più longeva indagine campionaria condotta dall’Istat) decisa da Biggeri e ultimata da Giovannini, quest’ultimo premiato per questo ed altri disastri realizzati in Istat con la poltrona di Ministro del Lavoro (dopo essere stato uno dei saggi di Napolitano).

http://sbilanciamoci.info/le-forze-di-lavoro-restano-senza-forze-2593/

A questa prima pionieristica esternalizzazione sono seguite le esternalizzazioni di tutte le altre indagini principali demo-sociali, sui consumi delle famiglie e sui redditi e condizioni di vita delle famiglie, in omaggio al principio liberista “markets do it better”. Le conseguenze sulla qualità delle indagini sono sotto agli occhi di chiunque abbia cognizione di causa, l’efficienza del mercato nel fornire questi servizi anche. Le impellenti necessità di risparmio imposte dalla crisi in questi casi sono state ipocritamente aggirate. Siamo disposti ad un confronto pubblico sul tema, ovunque e con chiunque.
http://www.ilfoglietto.it/enti/istat/3345-istat-a-indagini-statistiche-il-ministro-madia-risponde-alla-seconda-e-alla-terza-interrogazione-del-m5s-ma-non-alla-prima.html

Sulle caratteristiche manageriali e sullo stile di direzione pure ci sarebbe molto da dire. Una combinazione di informalità, familismo e autoritarismo, con la costruzione di una rete personale di yes woman e yes man in cui alla richiesta di “fedeltà” e disponibilità incondizionata si collegavano la distribuzione di ruoli, carriere e visibilità. Una versione rosa del potere, un modello da difendere? Al di là delle retoriche o ipocrite esaltazioni della differenza di genere, nessuna differenza nell’essenza profonda dei rapporti di potere.

Si chieda alle decine di lavoratori del dipartimento diretto da LLS che nell’aprile scorso firmarono un documento di sdegno e condanna per la gestione autoritaria delle giornate di lotta dei tecnici e degli amministrativi (i cui salari sono bloccati da anni, a differenza delle retribuzioni dirigenziali); quelle giornate si conclusero con la “precettazione” di alcuni di loro ed il trasferimento “consigliato” nelle stanze presidenziali per concludere il lavoro che si intendeva ritardare. O si chieda a qualche lavoratrice precaria (queste sì invisibili), che l’ha incrociata in tribunale cercando il riconoscimento di un lavoro ingiustamente precarizzato (da co.co.co.) all’interno del suo dipartimento. Diciamo quantomeno che l’immagine pubblica che si cerca di veicolare a colpi di tweet non corrisponde alla nostra esperienza diretta e quotidiana di lavoratori Istat.

(In coda, tra le notizie correlate, il nostro comunicato del 28/04/2015 “Dirigenza coatta”).

L’Istat, e la statistica pubblica, sono in grande difficoltà. Quasi un quinto dei dipendenti sono lavoratori precari, impegnati in una dura battaglia per la stabilizzazione e i cui contratti scadranno tra poco più di un anno. Da un anno va avanti la mobilitazione dei tecnici e degli amministrativi, che hanno perso il 10% del proprio potere d’acquisto in 6 anni di blocco di salari e progressioni. La tenuta della produzione statistica è oggi garantita solo dal lavoro di ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi, a volte in condizione di semi-autogestione. L’amministrazione Alleva, in perfetta continuità con quelle che l’hanno preceduta, non ha risposte. La ristrutturazione dell’Istituto assomiglia molto ad una vera e propria aziendalizzazione, con l’introduzione dei contratti di servizio a regolare i rapporti tra settori “di produzione” e strutture trasversali “di servizio”, informatiche, metodologiche e organizzative. Senza tacere che la distribuzione delle nuove poltrone segue pedissequamente la stessa logica da cordata di potere, esattamente come le precedenti.

Difendere la statistica pubblica vuol dire, banalmente, difendere il carattere pubblico della statistica. Vuol dire investire risorse per difendere e ampliare il patrimonio storico di capacità e conoscenze dell’Istituto, re-internalizzando le parti del processo di produzione fatte uscire dal perimetro dell’Istituto. Vuol dire investire nel capitale sociale della comunità lavorativa dell’Istat. Vuol dire chiudere una volta per tutte la lunghissima stagione della precarietà, stabilizzando i precari e rigettando nuove e subdole forme di precarizzazione come gli assegni e le borse di ricerca. Vuol dire eliminare tutte le rendite di posizione e di privilegio. Vuol dire riconoscere e valorizzare economicamente il lavoro della grande maggioranza di chi fa andare avanti l’Istat tutti i giorni, e non gli interessi di un pugno di dirigenti che il nostro lavoro stanno continuamente depauperando nella lotta per sopravanzare la cordata avversaria.

L’Istat non può continuare ad essere un palcoscenico per i narcisismi e le ambizioni personali di qualcuno per potente che sia, né un terreno di scontro o di conquista per lobby politiche, sindacali o giornalistiche.

Le vostre guerre di potere non le fate in nostro nome.

P.S. In ultimo, un breve inciso per il ruolo che associazioni o singoli esponenti della “sinistra”, o sedicente tale, hanno avuto nella mobilitazione per questa dirigente. Esclusi i casi in cui ci sia interesse o vincolo personale, il clamoroso abbaglio preso da questi improvvisati paladini della statistica sociale fa capire di quale malattia è morta o sta morendo questa sinistra, che si compiace di patine tenui e clichès inconsistenti senza la minima capacità di guardare dentro alla realtà. Come attivisti e militanti sindacali impegnati nella battaglie (vere e senza molti tweet) sul nostro posto di lavoro e non solo, ci pare il caso di segnalarlo.

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