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01 Ott 2026  |  0 Commenti

L’Ombra del femminile e l’attrazione per il baratro. Anatomia di una fallacia ideologica (parte seconda)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Questa seconda parte del saggio esplora le manifestazioni più complesse della proiezione dell’Ombra femminile, analizzando il senso evolutivo dell’attrazione per il lato oscuro e la necessità di un drastico cambio di paradigma culturale.

Tipologia 2: l’ “emancipata” arrogante, le fantasie oscure e il fascino per il violento

Esiste un secondo caso, altrettanto frequente e indicativo dei danni della narrazione odierna, che smonta il mito della donna fragile e sottomessa: la donna che non è per niente dolce.

Parliamo di una donna che spesso appartiene alla borghesia medio-alta, è economicamente indipendente, socialmente emancipata e che sposa appieno la tesi della lotta al patriarcato. Ha un atteggiamento cinico, distaccato, a volte sprezzante e arrogante. Eppure, inspiegabilmente, questa stessa donna si ritrova attratta da uomini palesemente violenti, da “bruti”, da criminali o picchiatori di strada. È un fenomeno che la cronaca ha evidenziato in casi tragici come l’omicidio di Willy Monteiro Duarte a Colleferro: i responsabili, noti per la loro brutalità, non erano emarginati, ma godevano di un enorme successo e fascino, circondati da ragazze di “buona famiglia” attratte dalla cruda esibizione di violenza.

Come si spiega questo paradosso attraverso la psicologia del profondo? Marie-Louise von Franz ci insegna che quando una donna si identifica troppo con il proprio Animus (diventando dura, sprezzante e tagliata fuori dalla sua natura femminile e dal vero sentimento, l’Eros), la sua coscienza diventa sterile e arrogante. Ma la psiche richiede una compensazione. Poiché la sua vita cosciente è artificiale e priva di vero istinto, il suo inconscio inizia a bramare la forma più grezza, primitiva e animalesca della mascolinità. Perché proprio quel tipo di mascolinità?  Perché è con essa che la narrazione femminista ha identificato il maschile tout court. Essa infatti ha sistematicamente smantellato e deriso la “mascolinità positiva” (il Logos solare, l’assunzione di responsabilità paterna), etichettandola come “paternalismo tossico”. Avendo distrutto l’archetipo dell’Eroe positivo, cosa rimane a disposizione nell’inconscio della donna “emancipata”? Rimane solo l’energia allo stato brado, l’incarnazione di un Animus ctonio e primitivo nella sua forma più brutale: il mostro, la belva, il picchiatore. La donna altoborghese, posseduta da un Animus freddo e sprezzante, proietta la sua ombra primitiva e il suo bisogno di essere “scossa” su questi uomini violenti. Cerca il bruto perché la narrazione che ha interiorizzato ha ucciso l’uomo sano, lasciandole solo il demone della forza fisica[1].

E del resto, questo bisogno di essere dominate da una forza implacabile, si riflette plasticamente nei consumi culturali femminili. I personaggi maschili di fiction più apprezzati dalle donne – nei romanzi rosa dark, nei thriller romantici o nelle serie TV – non sono impiegati sensibili o partner paritari, ma mafiosi, vampiri spietati, signori della guerra o miliardari manipolatori. Più la vita cosciente della donna è sterilizzata dalle norme del politicamente corretto, più la sua fantasia primaria richiede un archetipo oscuro, incontrollabile e pericoloso che sappia violare la morale che lei stessa dichiara di praticare.

La necessità dell’individuazione e il mancato risveglio

Per quanto questa dinamica, riscontrabile sia nella donna “dolce” che in quella “arrogante”, possa apparire come una “perversione” o un effetto puramente negativo, essa nasconde in realtà un profondo senso evolutivo. L’inconscio non innesca simili situazioni per puro gusto della distruzione, bensì come un disperato tentativo di rottura.

Quando la psiche femminile permane in uno stato di inerzia o resta prigioniera di un intellettualismo freddo, ha estremo bisogno di un evento traumatico per destarsi. Sperimentare il maschile come un’entità soverchiante, misteriosa e spaventosa attraverso l’irruzione dell’Animus ctonio (sotterraneo) serve proprio a provocare uno shock vitale.

La sensazione di essere schiacciate da una potenza estranea e la conseguente angoscia mortale si traducono in uno scontro simbolico con il “drago” o con il “cavaliere rosso”. L’obiettivo di tale urto è costringere il femminile a svegliarsi, a ribellarsi e a prendere in mano la propria vita, sollevando la lampada della coscienza per illuminare le tenebre e sviluppare un’identità autonoma. Questo risveglio coincide con la capacità di smettere di proiettare la propria forza e la propria Ombra all’esterno, rendendo finalmente possibile un vero incontro con il maschile, poiché il dolore e lo shock agiscono come la levatrice dell’individuazione.

La cecità indotta e la trappola delle proiezioni

Affinché la sperimentazione dello shock si trasformi in evoluzione, la donna deve assumersi la responsabilità del proprio destino. Deve guardare in faccia il “mostro”, riconoscere la propria Ombra (il motivo per cui ne è stata attratta) e ritirare le proiezioni.

L’attuale ideologia blocca chirurgicamente questo processo. Dominando l’etosfera, interviene nel momento dello shock fornendo un alibi deresponsabilizzante: Tu non c’entri nulla. È colpa del patriarcato. L’uomo è un oppressore sistemico.

Fornendo questa spiegazione preconfezionata, l’ideologia impedisce alla donna di compiere il lavoro dell’introspezione e le vieta di riconoscere il suo “gancio” proiettivo. Le vieta di ammettere che l’uomo violento da cui è attratta è lo specchio della sua aggressività rimossa (nel caso della donna sottomessa) o della sua aridità emotiva (nel caso dell’emancipata altoborghese). Un esempio mitologico di questo fallimento si trova nella fiaba eschimese della ragazza che sposa lo Spirito della Luna. Per sfuggire a una realtà intollerabile, sale al cielo vivendo un’esperienza numinosa. Ma quando deve tornare sulla Terra – il momento in cui l’esperienza inconscia deve farsi realtà concreta – le viene detto di aprire gli occhi non appena toccherà il suolo. Impreparata, non apre gli occhi in tempo e viene trasformata in un ragno, condannata a tessere all’infinito la sua tela, cieca e alienata.

La narrazione vittimistica mantiene le donne prigioniere in questa cecità psichica, condannandole a ripetere le stesse dinamiche in modo circolare. Senza l’integrazione dell’Ombra (ovvero del proprio lato oscuro), il potenziale dell’Animus ctonio rimane intatto nell’inconscio, pronto ad attrarre inesorabilmente il prossimo partner violento.

Rieducare il femminile: l’orso e il nano

Alla luce di questi meccanismi archetipici, appare evidente l’errore strategico e filosofico delle attuali politiche culturali (“rieducare il maschile”). L’assunto secondo cui per fermare la violenza si debba diffondere un clima di sospetto verso gli uomini, dipingendoli come “oppressori da rieducare” fin dall’infanzia, è controproducente. Rieducare l’uomo per estirpare la sua “tossicità” maschile significa agire su un sintomo, trascurando la dinamica sotterranea che quel sintomo lo ha evocato.

Ciò che invece sarebbe necessario fare è favorire una profonda maturazione psicologica del femminile. Questo percorso non significa affatto colpevolizzare la donna per la violenza fisica che subisce, bensì richiamarla alla più alta e faticosa delle responsabilità umane: l’autocoscienza. Significa insegnare alle donne (sia a quelle che si atteggiano a vittime sacrificali, sia a quelle che si trincerano dietro un cinismo altoborghese) a integrare la propria Ombra, la propria aggressività, il proprio istinto di potere e il proprio Animus affinché non debba più delegarli a partner psicopatici: se una donna non prende coscienza della propria natura distruttiva e della propria spinta al potere, continuerà a delegare all’uomo il compito di incarnare il “mostro”.

La fiaba dei Grimm Biancaneve e Rosarossa fornisce il paradigma di questa guarigione. Le due ragazze, mosse da una pietà materna e fuori luogo, salvano continuamente un nano malvagio, ingrato e distruttivo, simbolo dell’Animus negativo. Questa situazione tossica si sblocca solo con l’intervento dell’orso, principio maschile sano e vitale che, animato da una giusta collera, annienta il nano con una sola zampata. La donna rieducata è colei che non rifugge da questa forza ferma e assertiva (l’orso interiore), ma la integra per stroncare senza pietà le dinamiche distruttive (il nano) prima di esserne divorata.

Finché la società continuerà a coccolare il femminile nella culla della passività vittimistica o della finta emancipazione anti-maschile, il drago non verrà mai sconfitto. Solo quando la donna si riapproprierà della propria Ombra e svilupperà un Io cosciente e forte, il fascino per il “bruto” perderà la sua ragion d’essere. In quel momento, il partner cesserà di essere lo schermo su cui proiettare i propri dèmoni irrisolti, diventando un individuo da incontrare in una relazione finalmente libera dall’attrazione per il baratro.


[1] In questo secondo profilo, il fallimento nell’integrazione delle forze inconsce avviene attraverso una strategia difensiva opposta (la possessione da parte dell’Animus), ma conduce al medesimo risultato: l’attrazione per il baratro. L’ideale di donna “forte e razionale” è qui malsano poiché tradisce la natura femminile attraverso un’identificazione totale con l’Animus negativo. Per proteggersi dalla vulnerabilità e dal sentimento (l’Eros), la donna costruisce un’armatura di cinismo, spietatezza e volontà di potere, sostituendo la propria natura con uno razionalismo sterile. Marie-Louise von Franz e la psicologia junghiana insegnano che l’inconscio agisce sempre per compensazione: più la coscienza è rigida, astratta e iper-civilizzata, più l’inconscio diventerà barbaro, primitivo e caotico. Saturata da un Logos freddo e snob, la vita cosciente della donna altoborghese entra in uno stato di profonda deprivazione istintuale. Per scuotere questo “castello di ghiaccio”, la sua psiche smette di desiderare un uomo civilizzato o alla pari (che percepirebbe come noioso o debole) e inizia a bramare l’opposto assoluto del suo intelletto: la forza bruta. La donna “arrogante” cerca il bruto perché la sua mente è diventata così arida e distaccata dall’Eros che solo un urto fisico, primitivo e spaventoso riesce a farla sentire viva, evocando il “mostro” per tentare disperatamente di risvegliarsi.


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