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20 mag 2012  |  128 Commenti

La QM non può essere di Destra

Da almeno un paio di decenni si è andata diffondendo la tesi secondo la quale le partizioni idealpolitiche classiche Dx e Sx sarebbero superate e andrebbero perciò abbandonate.  Ciò sulla base di un gran numero di considerazioni, molte delle quali non del tutto infondate, avanzate anche da un certo numero di noti intellettuali. Vi è però ancora chi, da entrambi i versanti, considera quella contrapposizione sempre valida e dirimente.

Tra coloro poi che hanno preso coscienza della Questione Maschile (QM) un gran numero afferma, esplicitamente o meno, che questa non è né analizzabile né  risolvibile se non da una prospettiva di Destra.

Tesi sostenuta da molti ed espressa sinteticamente da un analista ormai storico della QM  in questi termini: “…la QM  come questione politica non può e non potrà mai essere, per definizione, una questione di sinistra”(*) affermazione che intende cementare una verità inoppugnabile. Insomma, hic Rhodus, hic saltus.

L’ETERNO RITORNO

Muovo da essa per le considerazioni che seguono, anticipando la conclusione e affermando subito che la QM in quanto questione politica non può e non potrà mai essere, per definizione, una questione di Destra.

La ragione è semplice ed elegante: perché si tratta di una questione di giustizia. Termine usato e abusato per secoli in tutti i contesti e le occasioni e divenuto quasi inservibile.  Anacronistico. Riesumarlo è penoso, evocarlo è patetico.

Ma bisogna rassegnarsi. Si tratta proprio di quella che a suo tempo portava quel nome. La ragione che fonda la QM potrà allora non essere elegante (è ormai demodé) ma è sicuramente semplice. La parola è quella e non è una parola di Destra.

Si tratta infatti della questione posta da una massa di sottomessi, di espropriati,  insomma, di Vinti,  i quali, lo sappiano o meno, lo riconoscano o no, escono allo scoperto e agiscono (o  ancora si macerano in un silenzio angosciato) in quanto le loro vite sono confiscate, la loro bocca murata, il loro futuro sequestrato. Le loro aspettative bruciate, i loro sentimenti derisi, il loro valore azzerato, la loro volontà negletta. Le loro sofferenze schernite, il loro racconto censurato. Perché sono sfruttati e umiliati. Lapidati.

Da questa realtà, che è carne e sangue, sentimento e percezione, coscienza e vita, nasce la QM. Non invenzione di trionfatori, epopea di vincenti, ma esperienza, pensiero, azione, filosofia, parola di una massa perdente che reagisce alla compressione delle potenzialità, al furto delle fatiche, alla rimozione della memoria, alla confisca dei sentimenti, alla distruzione della dignità. Alla condanna morale, alla manipolazione psicologica, alla cattura dell’interiorità. Ed anche alla rovina materiale.

E’ la vitalità (forse residua) di una parte dell’umanità che non vuole soccombere e che avvia la lotta per vivere secondo le proprie determinazioni, per riacquistare il diritto di stare al mondo senza chiederne il permesso. Niente di diverso, allora, da quel che gruppi e minoranze, maggioranze e popoli, etnie e civiltà, classi e ceti, compressi, invasi, umiliati, espropriati hanno fatto – quando lo hanno fatto – da che il mondo esiste.

E’ l’eterno ritorno della rivolta, della ribellione che mira a farsi rivoluzione, e la rivolta contro l’ingiustizia non è – per definizione – cosa di Destra. Sofferenze, sfruttamenti, ingiustizie, diritti compulsati: non sono parole del suo vocabolario. Sotto la sua bandiera nessuna rivendicazione è ammessa, nessuna sollevazione è pensabile. Che gli sconfitti subiscano e tacciano: questo è il suo proclama, la definizione della sua stessa essenza.

E invece perché, amici, ci siamo messi in azione? Perché in diversa misura, sentiamo di appartenere sin d’ora o temiamo di scivolare in quella partizione del mondo che porta il nome dei Vinti. E nonostante ciò, anzi proprio per questo, siamo scesi nell’arena: in opposizione a quel proclama e violando quell’ordine, compiendo con ciò quello che, per essa è l’unico vero delitto: la sollevazione dei Vinti.

I Vincitori e le Vincitrici esistono e come tali dovranno pur difendere la loro posizione, avere un riferimento politico, una sponda, un approdo. Quello che da un paio di secoli porta il nome di Destra. Potrà cambiare nome, colore e racconto, ma non può non esistere.  Vincitori e Vincitrici devono stare da qualche parte: staranno dalla loro parte. I Vinti dall’altra.

IL PARADISO IN TERRA

Ad indicare la giusta via agli insoddisfatti, ai marginali, agli esclusi, ai c.d. “meno fortunati” (o per dirla con Nicce, ai “malriusciti”) a istradarli sul sentiero della rassegnazione, si usa spesso ricordare che su questa Terra il paradiso è impossibile, saldando il senso comune a considerazioni filosofiche. E’ assurdo pretendere di creare il paradiso in Terra.

Saggia osservazione, da sottoscrivere – d’acchito – a occhi chiusi. Solo un pazzo potrebbe sognare e prefigurare tanto. Nessun paradiso è possibile quaggiù: su questo si potrebbe giurare se non fosse per un fatto sconcertante, impensabile, dirompente: quel paradiso esiste.  Il paradiso in Terra non solo è possibile: è reale, è fattuale. Esiste da millenni: per una minoranza dell’umanità.

Stiamo parlando (ça va sans dire) di un paradiso materiale, costituito dal possesso di beni e dalla fruizione di servizi ottenuti con poco o nessun rischio e fatica.  Stiamo parlando della condizione di sicurezza massima che ogni diverso luogo-tempo può fornire e di potere, di prestigio, di protezione e tutele sociali. Del pane garantito, del domani senza preoccupazioni.

Ma stiamo parlando pure (in psiche humanitas) di quella condizione nella quale gli altri stanno a noi come i sacconi da bag-training al pugile. Quello stato nel quale i nostri rapporti col prossimo sono improntati all’espansione anziché segnati dalla compressione, in cui gli altri subiscono la nostra volontà, anziché noi la loro, insomma in cui dipendono da noi (e dai nostri capricci) e non viceversa. In cui i nostri desideri, le nostre ambizioni, la nostra vanità, i nostri istinti siano appagati e gratificati, e ciò, pur se non in modo assoluto (sarebbe il …Paradiso), quantomeno – e pur sempre – più di quanto accada agli altri. Quella condizione principesca nella quale, a suggello della mia sovranità, io stesso ho inventato il delitto di Lesa Maestà. Questo paradiso, che è materiale e immateriale (psicologico) al tempo stesso, esiste da sempre: per una parte dell’umanità.

Posto dunque che quel paradiso esiste, che significato attribuire a quel “saggio”richiamo?

Occultando il fatto che i privilegiati, i Beati e le Beate della Terra, esistono davvero, maschera la realtà storica – negando l’innegabile – e veicola così il solo messaggio che lo renda sensato: quella condizione beata non è possibile per tutti ed è perciò necessario che gli esclusi abbandonino i sogni e le speranze.  Il paradiso terrestre ha i posti numerati e chi è senza biglietto ne sta fuori.  Non c’è posto per tutti …quaggiù. “A chi la tocca, la tocca…!”. Questo il messaggio.

Ma, alla luce del fatto che tale annuncio ha una provenienza sociale palese e quella finalità evidente, il suo significato si trasforma e diventa indistinguibile da un avvertimento: “Che i perdenti si rassegnino al purgatorio, perché non è escluso che possa diventare un inferno…”. Così, quella che sembrava una saggia considerazione, assume infine l’aria di una minaccia: “…guai ai Vinti!”.

COMPLESSITA’ e  SEMPLICITA’

Queste osservazioni danno la stura ad una ricca cascata di considerazioni, non poche  delle quali già tematizzate da molti di noi in questi anni e rinvenibili, di qua e di là, sotto il titolo “Destra, Sinistra e Questione Maschile” o sotto altre  insegne, nel web e sulla carta. Ma siamo lontani dall’averne esaurito la portata.

Quanto a me, la gelida innegabilità delle affermazioni esposte non m’impedisce di vedere l’estrema complessità dei fenomeni sociali, gli intrecci delle ragioni (e dei torti), l’onnipresenza delle contraddizioni. So bene che gli effetti differiscono dalle intenzioni, che l’azione tradisce il progetto, la tattica assorbe la strategia, i mezzi divorano i fini. Riconosco le turbolenze della storia, i suoi paradossi e le sue inaspettate invenzioni. So che il bene confina col male (e spesso vi sconfina) che gli scopi possono elidersi e poi tradirsi nell’eterogenesi dei fini. So che la realtà è complessa e contraddittoria, ingannevole e persino subdola.

Qualche esempio.

Mi è chiaro che non mancano ragioni ben fondate per le quali la Destra politica può, in questa stagione, ritenersi ed essere ritenuta sponda quasi naturale della QM, e so pure che oggi, la QM coinvolge tutti gli uomini d’Occidente, benché non tutti nello stesso modo. Su questa verità (peraltro sterile) fondai un movimento.

Quanto al paradiso terrestre, è vero che è sempre esistito ma anche che è uno spazio a geometria variabile, a seconda dei luoghi, dei tempi e delle angolature da cui lo si guarda. La sua componente materiale è quasi sempre associata a quella psicologica, ma le due  possono anche disgiungersi. Si può essere benestanti e al tempo stesso manipolati e subalterni. Anzi, questa distinzione è di capitale importanza per capire il presente e soprattutto il futuro. Specie quello della condizione maschile. Appunto.

E’ ovvio poi che vanno indagati con scrupolo i motivi per cui il Genere femminile possa essere definito Beato o in corso di …beatificazione. Per quali aspetti e su quali versanti della vita sociale e dei rapporti di Genere ciò sia vero e se lo sia per una minoranza, la maggioranza o la totalità di esso, e se sì, riguardo a quali parametri ed entro quali limiti per ciascuno dei tre casi, non confondendo poi l’Occidente con l’Altrove, il presente con il futuro e così via.  E cento e mille altre considerazioni.

Tuttavia per quanto si perlustrino le costellazioni della complessità, nulla può mutare il fatto che il paradiso terrestre è una realtà tangibile, limitata però ad una parte dell’umanità e che del purgatorio – non meno reale, se ne converrà – la Destra (approdo dei Beati) non si occupa. Semplicemente non può.

Rino D.V.

(*) dal blog Ragioni Maschili

http://ragionimaschili.blogspot.com/p/la-questione-maschile.html

 


128 Commenti

Silent Hill 11:05 pm - 2nd maggio:

Fabrizio, nessuna diatriba,anche io ho più volte detto che comportamenti speculari a quello delle femministe sono di danno per la QM,in questo senso ho bacchettato più di qualcuno allorchè ho visto toni troppo accesi e generalizzanti verso l’altro sesso, su questo sono d’accordo, ho solo fatto una pacata rimostranza per un intervento, quello di Mauro Recher, che non mi è parso una semplice opinione, bensì un attacco ingiusto e gratuito ad Antifeminist e Icarus, in quanto il forum da loro gestito è stato paragonato al blog della Zanardo, come suo speculare. Questo è inaccettabile, soprattutto è inaccettabile che questi due personaggi così prestigiosi e benemeriti in ambito QM che tanto hanno fatto e dato alla causa(di sicuro molto più di tantissimi altri) vengano così oltraggiati su un sito, questo, per cui tra l’altro collaborano anche, soprattutto quest’ ultimo avrà scritto almeno un migliaio di post per difendere la linea di questo sito. Ecco a cosa intendevo quando ho parlati di “difesa” nei loro confronti. Venendo al merito, ribadisco la mia contrarietà al post di Mauro il quale contesta la giusta e sacrosanta affermazione di Antifeminist e Icarus secondo cui la misoginia colpisce casi singoli e quindi non è certo un fenomeno generalizzato. Affermare il contrario, come fa Mauro, vuol dire dar ragione al Femminismo. Il problema di questa società non è certo quindi la misogina ma la Misandria in quanto è un fenomeno generalizzato e avallato culturalmente, mentre la misoginia è isolata e soprattutto è condannata da questa società.

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Leonardo 11:25 am - 3rd maggio:

Stavo pensando che le donne sono misandriche e gli uomini misogini. Più che altro pensavo a quella corrente di pensiero che è il relativismo, cioè non esiste un unica verità assoluta, ma è realativa e parziale…

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Andrea 12:35 pm - 3rd maggio:

Non so voi, ma io mi sono proprio stufato del fatto che Silent Hill continui a fare l’avvocato difensore di altri uomini, che potrebbero benissimo difendersi da soli.

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Fabrizio Marchi 1:01 pm - 3rd maggio:

Andrea, anche a me sembra del tutto inopportuna da parte di Silent Hill l’assunzione di questa sorta di difesa d’ufficio (personalmente non capisco poi perché e da chi dovrebbe difendersi, per lo meno su questo sito) di Raffaele, però se questa è la sua volontà noi la dobbiamo rispettare. E’nel suo pieno diritto farlo, anche se non ne comprendo le ragioni. Se Silent Hill sceglie di farsi sostenitore aperto e attivo delle posizioni di Raffaele, come è evidente, è una sua libera scelta.
Comunque, chiunque non entri in palese conflitto con i valori e la Carta dei Principi del sito, non offenda e non insulti nessuno, ha diritto di esprimere la sua opinione in libertà.
Direi di continuare con il lavoro che è la cosa più importante e di non disperdere energie preziose in questioni del tutto secondarie.
Fabrizio

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mauro recher 5:03 pm - 3rd maggio:

sono d’accordo con Fabrizio ,ma visto che sono stato chiamato in causa vorrei almeno precisare ….

che antifeminist e icarus stiano facendo un lavoro importantissimo per la questione maschile credo che sia un dato di fatto ,e mai mi permetterei ,da novello praticamente o uno degli ultimi arrivati di sindacare un lavoro fatto con tanta passione ed energia ,senza contare che ,alcuni articoli , come la mercificazione delle donne e il bel video ,seppur divertente su youtube,sono delle cose che in 10 anni di web credo di aver apprezzato di più, però a me non piace essere ipocrita e su questo argomento si sono proprio comportati come il blog della Zanardo , ovviamente con le posizioni rovesciate …
che la misandria sia in gran scala in questo paese non è una constatazione ma un dato di fatto ,una su tutte la manifestazione del 13 febbraio , dove Berlusconi era il pretesto ma la vera causa era di andare addosso agli uomini. Tanto per gradire il discorso della Bocchetti è stato il più applaudito in piazza , ma io ritengo la misoginia come un fungo velenoso che, in mezzo a dei funghi commestibili ,rovina il piatto. Se la sappiamo riconoscere credo che la QM ne tragga giovamento.
Ovviamente questo è il mio pensiero e forse mi sono espresso male sul forum ,oppure ho preso una direzione non consona ,se fosse cosi mi scuso …
Detto questo ,su questo argomento non ci vorrei ritornare più .e continuare a parlare di QM

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claudio 9:01 pm - 11th dicembre:

Cosa volete che gliene freghi a questi stronzi del femminismo, della misandria, del male bashing e dei maschi beta?
Le loro tasche sono molto più importanti.
Mi chiedo come possano alcuni sostenere che la questione maschile non può essere di sinistra… mah…
>>>

http://www.ilgiornale.it/interni/in_parlamento_stipendi_14mila_euroe_pd_sereni_faccio_spesa_coop/indennita-stipendi-tagli-polemica-casta-parlamento/11-12-2011/articolo-id=561748-page=0-comments=1
Proprio quanto il premier Mario Monti chiede sacrifici a tutti, proprio quando le Camere si apprestano a varare una manovra economica fatta per lo più di nuove tasse e di tagli, proprio quando la crisi finanziaria si tramuta in un preoccupante aumento della disoccupazione, i parlamentari si fanno scudo di un escamotage per evitare il codicillo del decreto “salva Italia” che avrebbe equiparato per legge gli stipendi dei politici italiani a quelli dei colleghi europei dimezzandone, così, l’importo.

Una limatura di oltre 5mila euro al mese. E’ bastato un cavillo costituzionale al presidente della Camera Gianfranco Fini per rimandare tutto. Un cavillo che mette nelle mani delle Camere di competenza di decidere la paga dei politici e che fa scoppiare la polemica in tutto il Paese. Tanto che i presidenti delle Camere Fini e Schifani intervengono per assicurare che il taglio si farà.

C’è chi invita a distinguere tra “casta” e “politica”. C’è chi attacca a testa bassa “i gazzettieri” e propone senza mezzi termini: “Tagliateci direttamente la testa, fate prima”. Poi c’è ch accusa i giornalisti di preparare il clima per l’omicidio di un politico, come dice Guido Crosetto avvertendo che i media cercano di “far uccidere moralmente e fisicamente, perché questo è il punto cui arriveremo tra poco, altri cittadini come loro che nulla hanno fatto di male se non essere eletti”. Insomma, il dibattito sui tagli degli stipendi dei parlamentari continua salire di tono. Ma quanto davvero guadagna un politico? A sentir parlare certi avventori dei Palazzi romani viene quasi da credere che i nostri parlamentari prendono meno di un operaio. In una intervista al Corriere della Sera, la vicepresidente del Pd Marina Sereni non ci sta a finire nel tritacarne mediatico e prende subito le distanze: “Chi ha detto che noi prendiamo un’indennità netta di 11 mila euro? Può arrivare a 5mila euro, questo sì. Ma io faccio una vita normale, faccio la spesa alla Coop, quelli che mi conoscono lo possono testimoniare”. Il fatto è che, all’indomani dello scandalo sul rinvio (a data da destinarsi) del taglio, c’è stata una levata di scudi bipartisan. Tutti si dicono favorevoli alla limatura delle indennità, ma nessuno dice quando il provvedimento sarà preso. Crosetto parla appunto di “polemica eccessiva”, mentre il leader Udc Pier Ferdinando Casini assicura che sarà presa una norma “nei tempi indicati dal governo”. “Non si sollevi un polverone che fa soltanto male alle istituzioni e a chi fa politica seriamente e cerca di rappresentare i propri elettori e, in questi momenti di crisi drammatica, gli italiani tutti”, ha avvertito Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del Pd. Tutti d’accordo, appunto.

Come spiega bene il Tgcom, l’indennità dei parlamentari varia da 4.755,73 euro e 5.246,97 euro netti al mese (a seconda di diversi contributi). A queste cifre già di per sé esorbitanti si aggiungono che fanno lievitare lo stipendio fino a 14mila euro netti al mese: la base di partenza di ciascun deputato è di oltre 5.240 euro netti al mese che, però, scendono a circa 5mila per chi ha anche altre attività. Più o meno la stessa cifra che percepiscono quei deputati che, invece, pagano la quota di reversibilità dell’assegno vitalizio per far avere la pensione al coniuge. A tutto questo vanno poi ad aggiungersi i rimborsi. Dalle autostrade (gratis) alle ferrovie (gratis), fino ai voli nazionali (gratis). Per le spese telefoniche vengono versati quasi 260 euro. L’assistenza sanitaria a familiari è gratuita. E la liquidazione? Un assegno da 9.600 euro annui. E in totale si sfiorano i 14mila euro netti al mese. “Le indennità e i rimborsi degli inquilini di Palazzo Madama – spiega il Tgcom – sono addirittura migliori dei colleghi della Camera tanto che è molto più facile, con queste voci di stipendio, superare i 14mila euro netti al mese”.

Insomma, mentre i parlamentari italiani guadagnano in media 11.700 euro netti al mese, gli stipendi dei colleghi negli altri Paesi dell’Eurozona si attestano attorno ai 5.300 euro: i tedeschi prendono 7.009 euro, i francesi 6.892 euro, gli austriaci 8.882 euro, gli olandesi 7.177 euro.

Mentre c’è chi come i dipietristi cavalcano la polemica a meri fini elettorali, c’è anche chi lavora seriamente al taglio degli stipendi. Bisognerà aspettare ancora qualche mese, ma sia Fini sia il presidente del Senato Renato Schifani smentiscono “la presunta volontà del parlamento di non assumere comportamenti in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti”.

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claudio 8:08 am - 12th dicembre:

Qualcuno di voi potrebbe segnalarmi quello studio della Bocconi, dal quale risulterebbe che il differenziale fra uomo e donna, per quanto riguarda le retribuzioni, è del 2% e non del 20-30% ?

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Fabrizio Marchi 9:22 am - 12th dicembre:

Lo abbiamo anche noi da qualche parte nel sito, è stato postato come commento…comunque lo ha sicuramente Armando, forse sul sito dei Maschi Selvatici, se non erro.
Armando, per favore, potresti postarlo nuovamente anche qui? Potremmo anche pubblicarlo come un vero e proprio articolo.
Grazie.
Fabrizio

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giovanni 10:14 am - 12th dicembre:

leggete qui che commenti allucinanti folli malati deliranti idioti demenziali scrivono una certa lucyfreud, allessandra e paolo 1984(pure un uomo, sigh!)
http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/12/11/il-divorzio-secondo-listat/

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cesare 12:03 pm - 12th dicembre:

L’ISTAT, come tutti gli enti governativi, preposti a dare statistiche, “attacca l’asino dove vuole il padrone” ed è diventato in questi anni la sezione propaganda del partito femdominista. Basta a tale proposito vedere le domande a base della sua indagine sulla violenza subita dalle donne (http://maschiselvatici.blogsome.com/)
La statistica è uno degli agomenti principe della propaganda di ogni regime o potere. Insomma, quando è utile, con la statistica raccontano quello che vogliono e anche a casaccio. Quello che esiste sono i padri separati dai figli alle mense della Caritas, a decine di migliaia, e l’esercito di quelli che, si dice sottovoce da più parti, sono innocenti in galera, sull’onda di una giurisprudenza che ha rovesciato l’onere della prova a sfavore del maschio. La statistica serve a nasconderli.

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claudio 1:45 pm - 12th dicembre:

Per Rita
Non riesco a leggere l’articolo; mi appare la seguente scritta:
“404 – Impossibile trovare il file o la directory.
È possibile che la risorsa desiderata sia stata rimossa, che sia temporaneamente non disponibile o che il relativo nome sia stato modificato”.

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Rita 2:21 pm - 12th dicembre:

@Claudio, prova con questo

http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/06/Donne_parita_negli_stipendi_non_co_8_110706048.shtml

secondo me, comunque è impossibile fare statistiche “serie” su un tema del genere. Non so se in questo articolo o in altri comparsi quando era uscita la ricerca Bocconi, si parlava di una “novità” e cioè della comparazione anche delle diversi posizioni o del diverso tempo impegnato nel lavoro. Ora, a parte il fatto che questo criterio mi sarebbe sembrato il minimo sindacale per fare una ricerca statistica con un minimo di serietà, c’è da dire che immagino che comunque non sia così semplice nemmeno così. Come si fa a stabilire nel settore privato, il merito, l’utilità, la minor o maggiore sostituitibilità di un o di una dipendente per “statistica”? Come si fa ad aggregare dati per una categoria come “impiegato” o “operaio”?

Ma se nell’ambito di uno stesso contratto collettivo o di uno stesso settore, si hanno molte volte difficoltà a stabilire le mansioni di competenza di quel livello e di conseguenza merito, utilità, minor o maggior sostituitibilità, responsabilità, insomma tutte quelle caratteristiche che contribuiscono a far alzare lo stipendio soprattutto in ambienti piccoli. E va bè… smile

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Marco 7:36 pm - 12th dicembre:

@ Fabrizio -
Lo abbiamo anche noi da qualche parte nel sito, è stato postato come commento…comunque lo ha sicuramente Armando, forse sul sito dei Maschi Selvatici, se non erro.
Armando, per favore, potresti postarlo nuovamente anche qui? Potremmo anche pubblicarlo come un vero e proprio articolo.
Grazie.
Fabrizio
@@@@@@

Secondo me sarebbe una buona idea quella di pubblicarlo come un vero e proprio articolo.

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Sandro2 9:52 pm - 12th dicembre:

http://questionemaschile.forumfree.it/?t=2080662
La Disparità negli Stipendi Riflette le Priorità delle Donne
Mercoledì, 22 Settembre 2004
Di Wendy McElroy
>
Un rapporto dall’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti del 26 Agosto ha affermato che lo stipendio medio a tempo pieno femminile per le donne era di 75,5 centesimi per ogni dollaro guadagnato similmente dall’uomo;
Valore che è inferiore dello 0,6 percento dal dato del 2002.

Le femministe di genere (“gender-feminist” nel testo N.d.T.) hanno immediatamente gridato: “la discriminazione sta aumentando!”
Questo atto d’accusa è veritiero?
In che modo viene utilizzato?

L’Istituto di Ricerca per la Politica delle Donne ha immediatamente pubblicato un comunicato stampa che ha usato il dato dei 75,5 centesimi per richiedere un aumento nello stipendio minimo ed un maggiore rafforzamento nell’applicazione delle leggi per le pari-opportunità.

Ma potrebbe non esserci alcun problema da risolvere.

Per prima cosa, lo 0,6 percento potrebbe essere una variazione statistica insignificante, poiché particolarmente gli stipendi delle donne sono aumentati costantemente durante l’ultima decade.
Inoltre un’indagine non è uno studio scientifico; indica soltanto che qualcosa può meritare più attenzione. Non spiega perché vi è un divario di stipendio.
Nel 2003, L’Ufficio Generale di Contabilità degli Stati Uniti (GAO) ha osservato: “dei molti fattori che concorrono nel determinare le differenze nei guadagni fra gli uomini e le donne, il nostro modello ha indicato che la tipologia di lavoro è un elemento chiave”.
Specificamente, le donne hanno in media meno anni di esperienza di lavoro, lavorano meno ore all’anno, è meno probabile che lavorino con orario a tempo pieno e lasciano il lavoro per periodi di tempo più lunghi rispetto agli uomini.”
Il GAO ha affermato di non essere in grado di “determinare se questa residua differenza sia dovuta a discriminazione o ad altri fattori.”
Per esempio, alcuni esperti hanno detto che alcune donne rinunciano ad avanzamenti di carriera e più alti guadagni a favore di un lavoro che offra flessibilità per poter gestire le responsabilità della famiglia e del lavoro.
In breve, più donne che uomini è probabile che cerchino dei lavori a basso-stipendio ma con orari flessibili per passare più tempo con le loro famiglie.
Se è così, quando prendete due liste di dati, una relativa agli impieghi delle donne ed una relativa agli impieghi a tempo pieno degli uomini ed andate alla metà esatta di ciascuna, ovvero la media, gli stipendi delle donne saranno naturalmente inferiori a quelli degli uomini.

Ma che dire a proposito di lavori a tempo pieno paragonabili?
Che cosa può causare una disparità di stipendio in quel caso?

Consideriamo soltanto due possibilità.
In primo luogo, la definizione di “occupazione a tempo pieno”:
La maggior parte delle indagini la definisce come un impiego di 35-o più o 40 ore alla settimana.
Ma esiste una differenza enorme fra un impiegato che cronometra 40 ore ed uno che ne lavora 60.
Per gli stessi motivi per i quali le donne cercano orari flessibili, è anche probabile che lavorino meno ore in un lavoro a tempo pieno.
Aumenti, indennità e promozioni si indirizzano più naturalmente verso gli impiegati che lavorano con orari più lunghi.
Effettivamente, quando si eliminano alcune variabili come il fatto di avere bambini, il divario di stipendio virtualmente sparisce.
Nel loro libro “Woman’s Figures” (1999), l’economista Diana Furchtgott-Roth e Christine Stolba hanno meticolosamente confrontato i dati sui guadagni degli uomini e delle donne senza figli dai 27 ai 33 anni. Hanno trovato che la disparità di stipendio è limitata a 98 centesimi.

Un secondo motivo possibile per la disparità di stipendio:
Le indagini non tengono conto solitamente di fattori quali i premi di spostamento.
Cioè spostamenti pericolosi o comunque indesiderabili sono più altamente pagati ed è più probabile che siano fatti dall’uomo.
Lavorare nel turno di giorno come tassista non è realmente la stessa cosa che lavorare nel più pericoloso turno di notte, ma è usualmente considerato in tal modo dalle indagini.

La disparità risultante negli stipendi non ha niente a che fare con la discriminazione contro le donne. Riflette le preferenze delle stesse donne.
Se questo è vero, quindi la disparità di stipendio non è un problema da risolvere.
È soltanto una statistica interessante che indica che uomini e donne, una volta offerto loro un campo da gioco livellato, tenderanno ad esprimere differenti priorità e, così, finiranno ad occupare posti differenti. (questa è una generalizzazione grezza, naturalmente, e non dice niente di diversi uomini e di diverse donne).

Persone, come me, che sostengono che la disparità di stipendio è principalmente un riflesso delle preferenze delle donne, sono spesso accusate di non preoccuparsi per niente di uguaglianza o giustizia.
Una affermazione più esatta è che è differente la visione di “uguaglianza” e di “giustizia”.
Da decenni, le due visioni sono in competizione l’una con l’altra nel dibattito a proposito del divario negli stipendi.

La prima visione — quella presentata qui — sostiene l’uguaglianza di opportunità (il termine in americano non ha niente a che vedere ovviamente col concetto italiano distorto di “pari-opportunità” – N.d.T.).
Cioè dovrebbe essere protetta ugualmente dalla legge la capacità di ogni individuo di esercitare i suoi diversi diritti nei confronti della persona e della proprietà, con nessun vantaggio assegnato ad alcuno.
Una tale uguaglianza di opportunità renderebbe inevitabilmente i risultati disuguali negli stipendi, per esempio — perché i risultati dipendono da molti altri fattori, compresa l’abilità, il lavoro duro, il carattere e la fortuna.
La disuguaglianza dei risultati non è un’indicazione di ingiustizia, perché la giustizia risiede nel fatto di ricevere ciò che ogni individuo (sia esso un lui o una lei) merita.
Gli impiegati che competono con uguaglianza di opportunità si meritano tutto ciò che sono in grado di negoziare con un datore di lavoro sulla base dei loro meriti e delle sue necessità.
Questa è giustizia.

Una visione alternativa definisce l’uguaglianza come il fatto la gente sia politicamente, economicamente e socialmente “uguale”.
La giustizia è misurata da quanto ugualmente tutte le persone condividono i profitti.
Questa visione è spesso denominata egualitarismo.
Winston Churchill ha fotografato la differenza che intercorre tra le due diverse visioni di giustizia con l’affermazione: Nessuna politica che sia priva di totalitarismo può assicurare il secondo principio.

La disparità di stipendio, infatti, ci dice qualcosa che merita attenzione circa la preferenza dell’essere umano e della società.
Gli egualitaristi dovrebbero ascoltare con più attenzione ciò che viene detto.
>
Wendy McElroy è redattrice di ifeminists.com e ricercatrice per l’Istituto Indipendente di Oakland, California.
È autrice e redattrice di molti libri ed articoli, compreso il nuovo libro, “la libertà per le donne: Libertà e Femminismo nel ventunesimo secolo “(Ivan R. Dee/Independent Institute, 2002).
Vive con il marito in Canada.

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armando 12:27 am - 13th dicembre:

L’artcolo richiesto è questo:
March 11, 2010
La differenza retributiva fra uomini e donne è una balla.
Filed under: La condizione maschile – Administrator @ 10:51 pm
di Armando Ermini

In passato ci siamo già occupati della leggenda metropolitana secondo la quale le retribuzioni femminili sarebbero inferiori a quelle maschili (leggi qui l’articolo: salario uguale per lavoro disuguale), leggenda periodicamente riproposta da giornali e TV che si divertono a sparare numeri a caso, diversi l’uno dall’altro, ma tutti accomunati dal fatto di non citare i criteri con cui quei numeri sono elaborati.
Su La7, ci venne addirittura detto che le donne guadagnerebbero il 50% in meno degli uomini.
Finalmente Il Corriere della sera dell’ 8 marzo inizia a fare giustizia delle bugie citando lo studio dell’”Osservatorio sulla gestione della diversità” dell’Università Bocconi, secondo il quale le differenze retributive fra uomini e donne sarebbero nell’ordine del 2% (quindi praticamente nulle), a parità di qualifica, mansioni, inquadramento e anzianità.
La differenza rispetto ad altre ricerche è notevole. L’Istat aveva stimato, nel 2007, la differenza al 7%, Unioncamere, nel 2008, al 17%, mentre per Eurispes, nel 2009, il differenziale avrebbe toccato il 16%. Il “segreto” della nuova verità si alligna proprio nei criteri della ricerca, che, differentemente da altri studi, non si limita a mettere a confronto il monte salari di uomini e donnne deducendo la discriminazione dal diverso ammontare. “La novità- dice la coordinatrice dell’Osservatorio Simona Cuomo- è che non ci siamo fermati a valutare la differenza tra lo stipendio medio delle donne e degli uomini ma siamo andati a vedere quanto guadagnano esattamente un uomo e una donna a parità di qualifica, mansione, inquadramento, anzianità di servizio”.

Il risultato è quello sopra ricordato, e non potrebbe essere diversamente dal momento che le retribuzioni nel nostro paese sono regolate in massima parte dai contratti collettivi di lavoro (nazionali e integrativi aziendali) che, ovviamente, non fanno discriminazioni per sesso. Non le fanno e nemmeno le potrebbero fare perchè, semplicemente, urterebbero contro un principio cardine della Costituzione.

Solo la malafede o una patente imbecillità scientifica (e dica il lettore cosa è peggio) hanno potuto far scrivere e dire le falsità che abbiamo letto e ascoltato. Rimane un piccolo margine, quel 2% che l’articolo non spiega, ma che potrebbe agevolmente essere fatto risalire o al maggior numero di ore di straordinari che gli uomini si sobbarcano rispetto alle donne oppure a qualche forma di retribuzione “ad personam” che le aziende possono concedere al lavoratore in funzione dei meriti personali acquisiti. Quisquilie, comunque, e giustificate!

Nello stesso articolo si parla anche, però, del fatto che via via che i livelli di qualifica aumentano, il numero di donne diminuisce. Non c’è motivo di disconoscerlo, ma è evidente che si tratta di un problema del tutto diverso dalla inesistente discriminazione retributiva. Nè dalla differenza di qualifiche professionali può essere automaticamente dedotta una forma di discriminazione. Qualsiasi datore di lavoro che non sia folle o autolesionista, con la parziale eccezione degli enti pubblici in cui valgono ancora, si spera per poco, logiche clientelari piuttosto che meritocratiche, ha tutto l’interesse a incentivare anche con avanzamenti di carriera i lavoratori che concorrono al buon andamento dell’azienda, ovvero alla produzione di utili. Il contrario sarebbe in contraddizione col principio del profitto che sovraintende all’economia di mercato. Ed il profitto, lo si sa, non tollera discriminazioni che potrebbero incidere in negativo sulla sua crescita. Questo dicono logica e buon senso. Fattori questi che non sono mai presi in considerazioni da tesi che si fondano sul dogma ideologico secondo il quale uomini e donne, se lasciati liberi di scegliere, avrebbero gli stessi interessi, gli stessi gusti, le stesse passioni, le stesse inclinazioni, gli stessi desideri, e si porrebbero gli stessi obbiettivi . E’ solo partendo da questo dogma indimostrato e indimostrabile che si può desumere una discriminazione sessista dal minor numero di personale femminile nei ruoli più alti. Ed è sempre per questo dogma che si invocano le quote rosa nei consigli d’amministrazione aziendali (in Norvegia è già così), o si pretende che la promozione di un uomo debba essere giustificata e se del caso rifiutata in favore di quella di una donna senza altri motivi che non siano il sesso della promuovenda. E’ già realtà nel pubblico impiego, ma ci si avvia nella stessa direzione anche nel privato.
Se la differenza di genere fosse davvero solo un “costrutto culturale” in sè discriminatorio, logica vorrebbe che i sostenitori di questa teoria richiedessero misure simili dappertutto, anche, ad esempio, per i lavori pericolosi, notoriamente appannaggio quasi esclusivo degli uomini (e sia chiaro che non me ne lamento). Ma chiedere coerenza a costoro è chiedere troppo. In ogni caso non sono neanche sfiorati dal sospetto che, senza che siano in discussione intelligenza e capacità, una donna possa preferire un lavoro meno impegnativo che le lasci tempo per i figli e per la cura della casa e della famiglia, o che un lavoro part-time possa bene attagliarsi ai suoi desideri o alle sue necessità. E quando il dogma è contraddetto dalle parole delle stesse donne, allora i loro “difensori” le accusano di sottomissione psicologica al potere patriarcale.
In un articolo di Neil Lyndon, (4 Giugno 2009, The Daily Mail), dal titolo “Avete avuto quello che volevate, ragazze, smettetela di frignare: Ha il femminismo reso le donne infelici ?” troviamo una significativa conferma. Vi si legge infatti che “un sondaggio pubblicato questa settimana ci dice che le donne oggi sono ben lontane dell’essere felici e desiderano di poter vivere come facevano le loro madri e nonne – non essere costrette a lavorare così tanto e poter spendere più tempo con i loro figli.”

Il dogma dell’ uguaglianza assoluta fra i generi, dunque della loro surrogabilità, nasce con l’industrialismo, e origina da una concezione del mondo che subordina tutti gli aspetti della vita alla produzione ed al consumo di merci, assunti a valore assoluto e fine ultimo dell’esistenza. Concezione questa che ha già prodotto guai immensi negli uomini, i quali sono stati indotti a scambiare il giusto, direi anzi innato desiderio di provvedere al benessere della compagna e dei figli, per il maggior guadagno e il maggior successo possibili. Anche a causa di questo errore, i maschi hanno finito per delegare alla moglie funzioni un tempo di loro competenza, ad esempio l’educazione dei figli, coi guasti di cui più volte abbiamo detto. Si sono illusi che per guadagnare prestigio in famiglia bastasse trasformarsi in bancomat, ma non è così. Moglie e figli hanno bisogno della presenza maschile in casa, e non tanto per cambiare pannolini come vorrebbe far credere un’altra vulgata politicamente corretta, ma perché senza un marito/padre che occupi il posto che gli è proprio, neanche gli altri membri del nucleo familiare sanno trovare il loro.
E’ questo ciò che occorrerebbe far comprendere meglio a tutti, piuttosto che spingere le donne a ripercorrere la stessa strada degli uomini.
E’ paradossale, infatti, che gli uomini che dedicano troppo tempo al lavoro siano accusati di essere padri assenti da chi anela di prendere il loro posto, il che la dice lunga sulla strumentalità dell’accusa e sul suo vero scopo, che esula del tutto dal benessere dei figli e della famiglia. E il femminismo che grida con forza contro il maschilismo di questa società, in realtà si subordina ad una concezione del mondo che non è né maschile né femminile, ma semplicemente antiumana.

Segnalo anche quest’altro articolo sul tema:
http://maschiselvatici.blogsome.com/2008/03/28/salario-uguale-per-lavoro-disuguale/

Armando

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Sandro2 1:48 pm - 13th dicembre:

Armando:
“Questo dicono logica e buon senso. Fattori questi che non sono mai presi in considerazioni da tesi che si fondano sul dogma ideologico secondo il quale uomini e donne, se lasciati liberi di scegliere, avrebbero gli stessi interessi, gli stessi gusti, le stesse passioni, le stesse inclinazioni, gli stessi desideri, e si porrebbero gli stessi obbiettivi .”
__________________________

Già…
Al riguardo scrissi quanto segue:
>>

Nel 2001 una riunione dei rettori di nove università americane d’élite chiese “cambiamenti significativi”, come destinare sovvenzioni e borse al personale docente femminile, riservare ad esso i parcheggi migliori nel campus e garantire che la percentuale di donne nel corpo docente corrisponda a quella delle studentesse.
Ma in queste storie di messaggi negativi, barriere invisibili e pregiudizi sessuali c’è qualcosa di strano. Il metodo scientifico consiste nell’avanzare ogni ipotesi che possa rendere conto di un fenomeno ed escluderle una dopo l’altra conservando soltanto quella giusta. Gli scienziati apprezzano chi è capace di elaborare spiegazioni alternative e da chi sostiene un’ ipotesi ci si aspetta che confuti le altre, anche le più improbabili. Eppure, nei dibattiti in ambito scientifico è raro persino che si menzioni un’alternativa alla teoria delle barriere e dei pregiudizi. Una delle eccezioni è una scheda che accompagnava nel 2000 un servizio di “Science”, in cui veniva citata una relazione presentata alla National Academy of Engineering da Patti Hausman, studiosa di scienze sociali:

La domanda sul perché le carriere nel campo dell’ingegneria non vengano scelte da un maggior numero di donne ha una risposta piuttosto ovvia: perché a loro non piacciono. Ovunque si guardi, si troveranno molte meno donne che uomini affascinate da ohm, carburatori e quark. Rifare i programmi di studi non mi renderà più interessata a imparare come funziona la mia lavapiatti.

Una eminente ingegnere, seduta fra il pubblico, denunciò immediatamente quest’analisi come “pseudoscientifica”. Ma Linda Gottfredson, esperta di letteratura sulle preferenze vocazionali, fece notare che Hausman aveva i dati dalla sua parte:”In media, le donne sono più interessate a trattare con le persone e gli uomini con le cose”.
I test vocazionali indicano anche che i ragazzi sono più interessati a occupazioni “realistiche”, “teoriche” e “investigative”; le ragazze a occupazioni “artistiche” e “sociali”.
Quelle di Hausman e Gottfredson, però, sono voci isolate. Il gap fra i sessi è quasi sempre analizzato nel modo seguente: ogni squilibrio fra uomini e donne in materia di occupazioni e retribuzioni è prova diretta di pregiudizi sessuali, se non nella forma di aperte discriminazioni, in quella di messaggi scoraggianti e barriere invisibili. La possibilità che fra uomini e donne vi possano essere differenze che influiscono sui lavori che svolgono e su quanto guadagnano non può essere menzionata in pubblico, perché danneggerebbe la causa della parità sul lavoro e gli interessi delle donne.
E’ questa convinzione che ha fatto sostenere a Friedan e Clinton, per esempio, che non avremo raggiunto la parità fra i sessi finché donne e uomini non saranno ugualmente rappresentati e pagati in “tutte le attività professionali” (quindi anche in miniera…).
Nel 1998 Gloria Steinem e Bella Abzug, membro del Congresso, in un’ intervista televisiva definirono l’idea stessa di differenze fra i sessi una “scemenza”, una “sciocchezza antiamericana” e quando ad Abzug fu chiesto se parità fra i sessi significasse numeri uguali in ogni campo (quindi anche in fonderia e nei cantieri…), la sua risposta fu:”Cinquanta e cinquanta, assolutamente”.

Quest’analisi del gap fra i sessi è diventata anche la posizione ufficiale delle università. Che i rettori degli atenei d’élite degli Stati Uniti siano pronti ad accusare i colleghi di odiosi pregiudizi senza nemmeno prendere in considerazione spiegazioni alternative (per accettarle o rifiutarle, non importa), dimostra quanto il tabù sia profondamente radicato.
Il problema di quest’analisi è che l’ineguaglianza negli esiti non può essere portata come prova di un’ineguaglianza di opportunità, a meno che i gruppi comparati non siano identici in ogni tratto psicologico, cosa che potrebbe avvenire solo se fossimo tabulae rasae (non lo siamo).
Ma accennare alla possibilità che il gap fra i sessi sia dovuto, almeno in parte, a differenze fra i sessi rischia di far scoppiare la guerra, specie se a dirlo è un uomo bianco occidentale.
Chi osa farlo deve aspettarsi di venir accusato di “volere tenere le donne al loro posto” o di “giustificare lo status quo”. Il che non è meno insensato che accusare uno scienziato che studi i motivi per cui le donne vivono mediamente più a lungo (salvo in Paesi come il Nepal, lo Zimbabwe e pochissimi altri) di “volere che i vecchi di sesso maschile muoiano”. Lungi dall’essere una manovra architettata dagli uomini per difendere i loro interessi, le analisi che mettono in luce le pecche della teoria della barriera invisibile vengono in larga misura da donne, come Hausman, Gottfredson, Judith Kleinfeld, Karen Lehrman, Cathy Young e Camille Benbow, le economiste Jennifer Roback, Felice Schwartz, Diana Furchtgott-Roth e Christine Stolba, la studiosa di diritto Jennifer Braceras e, con maggiori riserve, l’economista Claud

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sergio 8:21 pm - 13th dicembre:

Cosa volete che gliene freghi a questi stronzi del femminismo, della misandria, del male bashing e dei maschi beta?
Le loro tasche sono molto più importanti. (claudio)
>>>>>>>>>>
Alcide De Gasperi, spessissimo indicato insieme ad Enrico Berlinguer come esempio da seguire, insegnava che avere incarichi politici non significa avere il diritto di menar vanto di privilegi rispetto ad altri.
Mai insegnamento fu più disatteso.

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armando 4:57 pm - 14th dicembre:

Sandro 2: in sintesi, da quelle teorie del 50/50 si ricava una cosa. Che non deve esistere la libertà dell’individuo di fare ciò che gli piace. Se non si adegua alle aspettative di chi ha il potere di decidere cosa è giusto o sbagliato, diventa immediatamente un succube della cultura sessista, uno o una da rieducare , con le buone se femmina, anche con le cattive se maschio, al verbo della parità decisa a tavolino. Questo è totalitarismo culturale della peggior specie perchè dissimulato sotto la maschera della parità e della democrazia. Almeno gli altri totalitarismi che hanni funestato il 900 si presentavano per quello che erano, e le persone potevano vedere e giudicare con miglior chiarezza di ora.
armando

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Marco 7:39 am - 24th gennaio:

Lo smantellamento dello stato sociale prosegue a ritmi serrati.
http://www.reggionline.com/it/2012/01/23/lavoro-il-governo-cassa-integrazione-quasi-abolita-10463

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Fabrizio Marchi 9:30 am - 11th agosto:

Grazie della segnalazione, Rita.
Sì, ho letto il post di FikaSikula, e per la verità non risponde neanche ad una che è una delle nostre osservazioni ma la cosa diventa, a questo punto, secondaria.
Ciò che è importante, e che accolgo senz’altro con soddisfazione, è che una donna, femminista, abbia avviato un processo di riflessione anche molto critico, per lo meno nei confronti di un determinato femminismo (che poi è quello dominante), e soprattutto abbia manifestato una sincera volontà di dialogo e di confronto nei bostri confronti.
Non saremo di certo noi a sottrarci. Le risponderò prossimamente e naturalmente può farlo autonomamente anche chi lo ritiene opportuno.

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antifeminist 12:49 pm - 11th agosto:

Mi soffermo su questa subdola uscita di Fika Sicula:

“Se sembrano utili soluzioni che assistenzialistiche o autoritarie o se non sembra opportuno rivedere in prospettiva l’intero progetto di welfare.”(FikaSicula)

Ebbene, in modo subdolo,si sta riferendo alla situazione dei padri separati. Queste signore femministe confuse come sono hanno una concezione alquanto distorta del concetto di “autoritatismo”, perchè dovete sapere che mentre definiscono “autoritarie” cose e concetti che non hanno nulla a che vedere con l’autorità e la repressione(affidamento condiviso, prevenzione dell’alienazione genitoriale, etc), poi invocano leggi penali e galere per “violenza sessuale”, “molestie”, “stalking”(pseudo reato inventato di sana pianta dall’ FBI e dallo Scorland Yard ed importato anche in Italia dalla velina Michelle Huziknker, come diavolo si chiama), arrivando finanche a protestare quando nel 2010 la Corte Costituzionale bocciò una parte(sull’ obbligo della carcerazione preventiva per gli indagati di reati sessualii) del “decreto antistupri” fatto proprio da quella parte politica repressiva, PDL e Lega, che loro tanto avversano. Andate a leggere sul loro blog, provare per credere! E inoltre hanno ingaggiato una crociata contro i “pedofili”, definendoli “mostri criminali” e non invece semplicemente malati(la pedofilia è una parafilila, quindi il carcere è fuori luogo, perchè non si può condannare persone malate come i pedofili), di fatto quindi accreditando ogni concezione repressiva.

Più autoritatismo e repressione di questo non si può, eppure queste nonostante sostengono e chiedono la galera e leggi sulla violenza sessuale, hanno la faccia da bronzo di autoproclamrsi “antiautoritarie” e di parlare a sproposito di “autoritatismo” su cose che non sono autoritarie in quanto non hanno nulla a che vedere con le polizie, galere e altre restrizoni della libertà.

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Renzoni 12:53 pm - 15th aprile:

Mah!on riec a capacitarmi sull’esistenza della dicotomia destra-sinistra.
Per me è come cercare di credere nell’esistenza degli yeti.
Forse,il cancro che sta affogando questa società si chiama Novecento 2.0,cioè una visione del mondo rimasta indietro di parecchi decenni che impedisce qualsiasi rincipio di evoluzione della nostra società.

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