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24 Mar 2026  |  0 Commenti

Oltre il pregiudizio: una critica alle interpretazioni su Weininger e il cristianesimo

In un articolo pubblicato il  due dicembre sul Manifesto e condiviso di recente, Lea Melandri si inserisce nella querelle sulla proposta di modifica dell’articolo del codice penale che punisce la violenza sessuale, mettendo insieme pseudo fatti di cronaca (creati e gonfiati ad arte dai media) e affermando che, in Italia in particolare e nella civiltà Occidentale in generale, la violenza sessuale sarebbe un comportamento moralmente e giuridicamente accettato e che ciò avverrebbe in ragione di profonde e radicate concezioni filosofiche, valoriali e teologiche.

Premessa: il dibattito sugli episodi di violenza sessuale richiederebbe un’analisi rigorosa e lontana da semplificazioni ideologiche. Tuttavia nell’articolo di Lea Melandri avviene esattamente il contrario: nel suddetto articolo viene posta in essere una tale forzatura di concetti filosofici e teologici (citando l’opera di Otto Weininger e la dottrina cristiana) da rendere a nostro avviso necessaria una replica.

L’anomalia di Weininger, non la regola

Un errore metodologico della Melandri è quello di eleggere il giovane filosofo viennese Otto Weininger, autore di Sesso e carattere nel 1903, a portavoce universale della cultura occidentale. Il testo in questione sostiene che attraverso Weininger parli «tutta la cultura greco romana cristiana», identificando in lui il fondamento di una visione che considera la donna una «maledizione» legata alle pulsioni e al corpo.
Questa è una forzatura storica. Il pensiero di Weininger – che postulava l’identità del maschio e della femmina come un «fatto metafisico proiettivo» e affermava che il bisogno della donna fosse quello di «venire desiderata quale corpo e venire posseduta» – rappresenta un’anomalia, l’apice di una istanza metafisica e di angoscia tipicamente fin de siècle. Weininger non esprimeva il canone della civiltà europea, ma il suo personale e tragico tormento, culminato nel suicidio a soli 23 anni. Sostenere che la sua idea per cui la donna possa restituire l’uomo al suo «Io migliore» solo rinunciando alle intenzioni immorali sia lo specchio fedele dell’intera tradizione classica o cristiana, significa ignorare la complessità della storia della filosofia. Senza contare che in realtà Weininger non sosteneva esattamente questo, ma attribuiva al maschile la responsabilità della sessualizzazione del corpo femminile, rimettendo agli uomini la “missione della castità”.
Curioso poi che le tesi delle femministe radicali, identiche a queste di Weininger, non abbiano mai agitato gli umori della Melandri né tantomeno siano state dalla stessa messe in discussione (come vedremo è accaduto l’esatto opposto, la Melandri e le sue accolite le hanno sempre celebrate, ma su questo torneremo a breve).

Il Cristianesimo e il corpo: smontare il falso mito

Ancora più problematica è la rilettura del Cristianesimo. La Melandri si chiede come l’uomo possa assumersi la responsabilità del proprio desiderio a prescindere dal Cristianesimo, accusato di aver visto nella sessualità «il peccato originale» dell’umanità e il precipitare dello spirito nella materia.

Il peccato originale non è sessuale: La teologia cristiana tradizionale (basti pensare ad Agostino o Tommaso d’Aquino) non ha mai identificato il peccato originale con l’atto sessuale, ma con la superbia e la disobbedienza. La sessualità e la procreazione erano presenti nel progetto divino ben prima della “caduta”.
La sacralità del consenso: L’idea che il Cristianesimo celebri o giustifichi implicitamente la violenza o l’annullamento della donna (vista come «la sessualità dell’uomo oggettivata») è smentita dai fondamenti stessi della fede. L’intero impianto dell’Incarnazione si basa sul consenso libero e assoluto di una donna (Maria).
Il corpo non è una prigione: A differenza delle eresie gnostiche e manichee, che disprezzavano la materia, il Cristianesimo ortodosso è una religione profondamente materiale, che culmina nella risurrezione dei corpi e nell’elevazione del matrimonio a Sacramento.
La tesi della Melandri consta di un sillogismo debole che trasforma alcune frasi decontestualizzate di un filosofo viennese o la caricatura di una religione millenaria nell’origine di tutti i mali e così nel pretesto per affermare non solo che in Italia vi sia una quantità abnorme di violenze sessuali commesse quotidianamente da uomini italiani, ma che addirittura ciò sarebbe possibile in ragione di un vuoto legislativo, per affermare che la violenza sessuale sarebbe impunita o al massimo punita poco e male e infine per affermare che sarebbe possibile ad oggi consumare rapporti sessuali contro la volontà della controparte femminile (leggendo queste affermazioni della Melandri viene da chiedersi se la stessa assumerebbe l’impegno di esporre questa sua tesi ad una donna violentata da un extracomunitario, dicendole esattamente: “ti ha violentato perché ha letto Weininger ed è cristiano, e per lo stesso motivo in Italia la violenza sessuale non è un reato previsto dal nostro codice!“).

Il paradosso del femminismo radicale: uno specchio di Weininger?
C’è un’ulteriore e profonda contraddizione nell’analisi proposta da pensatrici come Lea Melandri, che sfugge a una prima lettura ma che emerge prepotentemente se si analizza la struttura del pensiero femminista radicale. Si utilizza Otto Weininger come il bersaglio polemico per eccellenza, l’incarnazione suprema del patriarcato e della misoginia, senza rendersi conto che certe correnti del femminismo radicale e separatista finiscono per condividere le medesime premesse filosofiche del filosofo viennese.
L’impianto argomentativo del suo articolo denuncia l’idea weiningeriana secondo cui la donna sarebbe ridotta a “sessualità oggettivata” dalla lussuria maschile. Eppure, se guardiamo agli assunti di base del femminismo radicale e del separatismo (di cui la stessa Melandri si è fatta spesso portavoce o esegeta), troviamo una simmetria concettuale a dir poco imbarazzante:

1. Il desiderio maschile come forza corruttrice
Per Weininger, l’uomo, attraverso il suo insopprimibile desiderio sessuale, condanna la donna a rimanere pura “materia”, impedendole di elevarsi spiritualmente. Sorprendentemente, il femminismo radicale postula un principio quasi identico, seppur rovesciato nella sua connotazione morale: la sessualità maschile viene essenzializzata e descritta come ontologicamente prevaricatrice, violenta e corruttrice. In questa visione, l’eros eterosessuale non è mai un incontro paritario, ma sempre una dinamica di potere in cui l’uomo degrada, oggettifica e “corrompe” l’integrità e la natura femminile. Tanto Weininger quanto le femministe radicali concordano su un punto fondamentale: il desiderio maschile è intrinsecamente tossico per la donna.

2. La patologizzazione dell’incontro tra i sessi
Weininger considerava l’attrazione sessuale un male da sradicare. La sua soluzione era l’ascetismo assoluto: l’uomo doveva smettere di desiderare la donna per salvarla. Allo stesso modo, il femminismo separatista teorizza che la liberazione femminile possa avvenire solo recidendo i legami affettivi, sessuali e sociali con il genere maschile. L’idea del separatismo non è altro che la versione femminista dell’ascetismo weiningeriano: in entrambi i paradigmi, la relazione tra uomo e donna è giudicata irreformabile, irrimediabilmente guasta alla radice. La “salvezza” (che si chiami redenzione morale o emancipazione politica) si ottiene solo attraverso la separazione e la negazione dell’incontro biologico e relazionale.

3. L’essenzialismo mascherato
L’articolo critica ferocemente il determinismo biologico e la cultura patriarcale, ma ricade nello stesso identico errore: attribuisce alla “sessualità maschile” un’essenza monolitica, violenta e immutabile (esemplificata dal continuo richiamo al possesso e alla sopraffazione). Dipingendo l’uomo esclusivamente come un predatore incapace di vivere l’erotismo senza violenza, il femminismo radicale fa esattamente ciò che rimprovera alla misoginia storica: riduce un intero sesso a una caricatura deterministica.

In sintesi, l’interpretazione che la Melandri e il femminismo radicale danno delle dinamiche tra i sessi si morde la coda. Nel tentativo di decostruire Weininger, finiscono per resuscitarne il fantasma. Assolutizzando la sessualità maschile come un “modello unico e dominante” fondato sulla sopraffazione, e vagheggiando una purezza femminile da difendere attraverso la separazione e la diffidenza sistematica, queste teorie dimostrano di non aver superato il dualismo tragico del filosofo austriaco, ma di averlo semplicemente adottato come manifesto politico.


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