- Views 0
- Likes 0
La cecità dell’egualitarismo a senso unico
Di recente, nel dibattito sulle dinamiche di genere, è emersa una discussione sollevata dalla pagina Facebook “Parità di Cenere”. In un recente post e nei successivi commenti, l’autore della pagina ha espresso una posizione netta, affermando che non esiste alcuna differenza di valore tra la sessualità femminile e quella maschile nel mercato relazionale. Ancora più incisiva è stata la sua seconda affermazione: anche qualora questa asimmetria esistesse, questa tematica andrebbe tenuta separata dalle battaglie per i diritti maschili (MRA) e non avrebbe nulla a che vedere con la critica al femminismo; anzi, poiché parlarne presterebbe il fianco alle accuse di misoginia da parte dei mass media, a maggior ragione bisognerebbe evitare categoricamente di trattare o considerare questo argomento.
A nostro avviso, dietro la motivazione di facciata della preoccupazione per la comunicazione e per l’immagine del movimento maschile, si cela la mancata conoscenza delle basi stesse della sociologia, della psicologia evoluzionistica e della letteratura fondamentale sui diritti maschili. E ancora di più, negare che la sessualità sia una risorsa tipicamente femminile o derubricarla a questione marginale, significa non comprendere l’architettura stessa del potere tra i sessi.
Questo articolo si propone quindi di dimostrare due punti fondamentali: in primo luogo, che la sessualità è oggettivamente e strutturalmente un capitale in mano femminile; in secondo luogo, che questo elemento non è un dettaglio trascurabile, ma è il perno centrale per smantellare la narrativa femminista dell’oppressione patriarcale.
La sessualità come risorsa e “premio” femminile
Per comprendere perché la sessualità abbia un valore asimmetrico, citeremo due autori assai noti tra gli esponenti della Questione Maschile: Esther Vilar e Warren Farrell. Anche se più di 55 anni ci separano ormai dalla pubblicazione del testo della Vilar e quindi alcune sue tesi hanno come oggetto una realtà sociale molto diversa da quella attuale (e in questo andrebbero modificate in alcuni punti), esse ci consentono parimenti di comprendere il tema di cui sopra, ovvero quello della differenza di valore tra sessualità femminile e maschile. La scelta di citare due autori “storici”, di cui uno in particolare risalente nel tempo, è legata alla necessità di dimostrare che certe dinamiche sono talmente evidenti che non sarebbe neanche necessario scomodare più recenti studi sulle dinamiche relazionali, che pure esistono (sebbene messi in ombra dalla narrazione dominante). E, ancora di più, dimostrare che queste tematiche sono da sempre al centro degli autori critici nei riguardi del femminismo (in risposta quindi all’affermazione di Pagina di Cenere, secondo cui, critica al femminismo e riflessioni sulle dinamiche relazioni e sessuali siano delle tematiche divergenti).
Esther Vilar nel suo saggio L’uomo addestrato rileva che l’economia dei rapporti tra i sessi si basa su un preciso scambio in cui il sesso funge da “premio”. La sua tesi è la seguente: gli uomini hanno un bisogno impellente e continuo di contatto fisico con le donne, un bisogno così forte da essere il motivo principale della loro sottomissione al lavoro e alle richieste femminili. Le donne invece, trovandosi nella posizione di poter soddisfare in maniera immediata quel bisogno, assumono la parte di chi “sfrutta” attivamente questo enorme vantaggio relazionale: essere di sesso femminile, in questo contesto, significa detenere il potere di usare la sessualità come merce di scambio. Potendo soddisfare i propri desideri con estrema facilità e in qualsiasi momento, le donne hanno il privilegio di potersi permettere di subordinare e condizionare la propria disponibilità in base all’interesse e a quanto ne potranno ricavare, sapendo che gli uomini, mantenuti in uno stato di continua eccitazione, non avranno altro pensiero che guadagnare abbastanza per “comprarsi questa merce così allettante”. Questa, in soldoni, la tesi di Esther Vilar.
Questo concetto è ampiamente analizzato anche dal Warren Farrell in Perché gli uomini sono come sono. Farrell spiega che fin dalla pubertà l’uomo interiorizza un messaggio devastante: “devo pagare per la sessualità femminile”. Mentre un ragazzo impara che le ragazze più attraenti (le “celebrità genetiche”) posseggono un potere intrinseco derivato dalla loro sola bellezza, egli si rende conto di dover fornire delle prestazioni (successo, denaro, status) per potersi mettere al loro livello e non essere rifiutato.
L’autore rileva che la fantasia primaria dell’uomo è l’accesso all’intimità e alla sessualità femminile senza il timore del rifiuto, mentre la fantasia primaria della donna è la sicurezza economica, la casa e la famiglia (ricordiamoci che il testo di Warrell che stiamo citando è degli anni 80 ed ha come riferimento la realtà sociale dell’America di quaranta anni fa e oltre: questo non significa che l’espressione concreta di questo paradigma sia radicalmente mutata, ma che il suo rilevamento potrebbe apparire più ineffabile). Poiché le donne controllano l’accesso al sesso, esse esigono che l’uomo dimostri il suo valore attraverso il successo: l’uomo impara che deve guadagnarsi la sua indipendenza finanziaria o diventare un eroe per mettersi all’altezza della risorsa naturale della donna, ovvero la sua sessualità. In questo sistema, l’uomo paga per la compagnia e per il sesso, sia letteralmente (pagando cene e uscite) sia metaforicamente, incanalando tutta la sua energia vitale nel lavoro e nel successo per diventare “appetibile”.
Dunque, secondo Warrell, per comprendere come la società intera sia costruita sul presupposto che gli uomini debbano produrre, rischiare ed eccellere per ottenere ciò che le donne possiedono per natura è fondamentale riconoscere l’esistenza della differenza di valore tra le due sessualità: negarla è esattamente ciò che conduce alla sacrificabilità maschile.
Perché la sessualità femminile è centrale nella critica al femminismo
La pagina “Parità di Cenere” sostiene che potremmo criticare il femminismo e difendere gli uomini (MRA) ignorando allegramente il tema del potere sessuale femminile. Questo è un errore strategico e teorico fatale. Il femminismo fonda la sua intera esistenza su un assioma: storicamente, gli uomini hanno detenuto tutto il potere (il “patriarcato”) e le donne sono state una classe oppressa, trattate come proprietà.
Se non si comprende il valore del capitale sessuale femminile, non si può confutare questo assioma. Farrell, ne Il mito del potere maschile, decostruisce questa narrazione spiegando che ciò che chiamiamo “dominio maschile” era in realtà una forma di sacrificio e disponibilità a perdere la vita (in guerra o in lavori pericolosi) per proteggere e provvedere alle donne. Le donne non erano schiave, ma detenevano il “potere della bellezza” e il “potere sessuale”, forze così immense da spingere gli uomini a farsi uccidere pur di guadagnare la loro approvazione e il loro amore. La bellezza femminile e la promessa della sessualità sono sempre state la “droga” con cui la società ha convinto gli uomini a sacrificare la propria vita nelle miniere, nei cantieri e sui campi di battaglia.
Esther Vilar è ancora più tranciante nello smontare il mito della donna oppressa: la donna non è mai stata costretta a sottomettersi al volere dell’uomo, ma ha scelto liberamente un’esistenza parassitaria perché ha capito che, offrendo a intervalli regolari la propria sessualità, poteva far sì che l’uomo lavorasse per lei per tutta la vita. Le donne, secondo Vilar, scelgono di non sviluppare il proprio intelletto e di non faticare perché semplicemente non ne hanno bisogno per stare al mondo: sfruttano abilmente la dipendenza sessuale dell’uomo per incatenarlo.
Ignorare l’economia sessuale significa permettere al femminismo di mantenere intatta la sua più grande ipocrisia: l’espansione dei diritti femminili senza l’assunzione delle corrispondenti responsabilità maschili. Come nota Farrell, le donne oggi vogliono e ottengono l’accesso al potere economico (carriera, indipendenza) mantenendo però intatte le loro prerogative relazionali e psico-sociali (la pretesa che l’uomo debba comunque guadagnare più di loro, proteggerle e corteggiarle). Il femminismo ha insegnato alle donne a denunciare l’oggettificazione sessuale, ma al contempo le donne continuano a usare il loro fascino, la loro sessualità (e tutto ciò che esalta quest’ultima) per far leva sugli uomini e ottenere vantaggi.
Se il movimento MRA rinuncia a denunciare l’asimmetria del potere sessuale per paura di essere etichettato come “incel”, rinuncia a spiegare perché gli uomini sono stati storicamente disposti a subire la coscrizione obbligatoria, a fare i lavori più umilianti e pericolosi, e a vedersi portar via figli e case nei tribunali civili. Tutte queste ingiustizie (di cui “Parità di Cenere” giustamente si preoccupa) derivano dal fatto che l’uomo è stato educato a considerarsi un essere “sacrificabile” (<<disposable>>) il cui unico scopo è produrre risorse per avere accesso alla sacralità della sessualità e della riproduzione femminile.
La “comunicazione” non può dettare l’agenda della verità (come sostenuto da Parità di Cenere): affermare che l’uomo e la donna abbiano lo stesso potere sessuale è una falsità empirica. L’uomo deve costruire il proprio valore; la donna lo possiede intrinsecamente e lo scambia nel mercato relazionale; questa purtroppo è realtà empiricamente osservabile.
La critica al femminismo non può limitarsi a chiedere riforme sui tribunali di famiglia o sulle morti bianche chiudendo gli occhi davanti al motore psicologico e biologico che ha generato queste asimmetrie: la sproporzione del bisogno sessuale e relazionale. Come dimostrano Vilar e Farrell, la presunta “debolezza” femminile è sempre stata una facciata dietro cui si nascondeva il potere immenso di chi controlla l’accesso al sesso e alla discendenza.
Voler difendere i diritti maschili omettendo il tema del valore della sessualità femminile è come voler spiegare le dinamiche del capitalismo omettendo l’esistenza del denaro. Si può fare, forse, per risultare più “digeribili” al mainstream, ma si finisce per combattere una battaglia di retroguardia, priva degli strumenti teorici necessari per smascherare la vera radice della condizione maschile.


Comunisti contro il femminismo misandrico
L'Interferenza
UB su Twitter










Commenti recenti