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05 giu 2014  |  15 Commenti

Vita, DNA, ricerca scientifica e dignità dell’uomo

Sommario

Il turbocapitalismo all’assalto dell’essenza della vita e dell’umanità

Le sfide aperte del concetto di vita

La coscienza e la vita

L’ingegneria genetica e la vita artificiale

Conclusioni

Cenni bibliografici

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Il turbocapitalismo all’assalto dell’essenza della vita e dell’umanità

E’ una opinione che si sta consolidando, e che trova riscontro anche nei dati di mercato, che il capitalismo finanziario, in uscita dalla crisi, cerchi nuovi sbocchi di mercato ancora intonsi, sui quali ritagliarsi nuovi spazi. Ora, il mercato immobiliare, quello delle carte di credito e quello della spesa pubblica, sui quali questa sovrastruttura parassitaria ha fatto crescere, rispettivamente, la bolla del mattone, quella del debito privato e quella del debito pubblico, appaiono oramai non più sfruttabili. La speculazione borsistica, con la sua appendice riferita alla borsa tecnologica del Nasdaq, è oramai rischiosa, e largamente limitata dalle varie Autorità nazionali di Vigilanza. Così come quella sui tassi di cambio.

Quali spazi nuovi trovare, quali terre vergini aggredire per piazzare un cronico eccesso di offerta di capitali, che nel solo comparto degli investimenti di portafoglio, al netto delle riserve, raggiunge 1.174 miliardi di dollari nel solo anno 2007[1], e che non può trovare sfogo soltanto sui mercati Otc dei derivati? Un campo ancora libero, dopo aver sfruttato merci e servizi? Quello dell’uomo in sé stesso, del suo corpo, della sua personalità, della sua umanità. Il mercato del corpo umano trova sfogo in un immenso giro d’affari che coinvolge l’industria cosmetica, quella dello sport e del fitness, e la chirurgia estetica e plastica. La sola chirurgia plastica ha un giro d’affari che oscilla, di anno in anno, fra i 12 ed i 20 miliardi di dollari[2] .

Ma l’ambizione è molto più ampia. Si tratta di reingegnerizzare completamente l’uomo, fin nei suoi più reconditi spazi di umanità, ed in questo viene in soccorso, strombazzando, l’industria privata della genomica. La posta in gioco è sintetizzata da Steven Pinker, che, baldanzoso, annuncia che “il 2008 ha visto l’introduzione di una genomica diretta al consumatore”. Ecco: non vi piacete più? Siete poco assertivi, timidi, oppure avete il naso troppo lungo? Una risistemata al vostro DNA e vi rifacciamo nuovi! Eccheggiano le parole tetre di Francis Fukuyama, il genio che ha previsto la “fine della storia”: secondo lui, i tentativi di realizzare una razza umana “nuova e perfetta” (sulla base di quali parametri etici, psicologici, culturali non è dato sapere) saranno finalmente realizzati dalla genetica. Sullo sfondo, si intravede il mondo da incubo di Aldous Huxley, in cui una élite irraggiungibile, invisibile e chiusa di coordinatori, unici depositari della memoria storica e del progetto sociale complessivo, realizza, con gli strumenti dell’eugenetica (Huxley scrive prima della scoperta del DNA, avvenuta definitivamente solo nel 1953) un mondo in cui ogni singolo essere umano, sin dalla nascita, è programmato in vista di un inserimento predeterminato nella società. Dove il libero arbitrio, persino il concetto di destino individuale, vengono completamente svuotati di senso, da una ingegneria genetica che diviene ingegneria sociale.

La posta in gioco è enorme. Nel 2012, le compagnie biotech mondiali hanno fatturato 89,8 miliardi di dollari, in crescita, nonostante la crisi, dell’11,4% rispetto all’anno precedente. Il segmento delle biotecnologie rosse, quelle destinate cioè all’uomo in via diretta, e che includono la ricerca farmacologica ma anche l’ingegneria genetica (che inizia negli anni Settanta, con alcune fondamentali scoperte, come la prima molecola di DNA ricombinante – che non è ovviamente un organismo vivente ma una semplice molecola – ottenuta mischiando frammenti di DNA di organismi diversi, creata nel 1972 dall’americano Paul Berg, o il primo Ogm, realizzato nel 1973 da Boyer e Cohen, ricercatori dell’Università della California, clonando, cioè copiando un forma identica, un gene di una rana tramite un batterio-veicolo) cresce più rapidamente, in termini commerciali, degli altri segmenti (ivi comprese le famigerate biotecnologie verdi, ovvero gli Ogm). Secondo il finanziere Francesco Micheli, il futuro della finanza ruota attorno alle biotecnologie. Il motivo è semplice: la ricerca biotecnologica costa moltissimo, e soprattutto ha un time-to-market, ed un punto di ritorno degli investimenti (un break even point) molto spostato in là negli anni. Dalle prime sperimentazioni all’immissione sul mercato di un farmaco biotecnologico, ci possono volere dai 10 ai 20 anni. Secondo uno studio, già datato poiché riferito al 2003, condotto dalla Bain & Co., il costo di R&S e commercializzazione di un farmaco biotecnologico è dell’ordine degli 1,7 miliardi di dollari. In tutto il lasso di tempo che va dall’idea di ricerca fino al break even point dell’investimento, l’azienda biotecnologica ha bisogno di enormi anticipazioni di risorse, che mettono in moto in modo rilevante la finanza, a fronte di guadagni futuri molto ingenti, come dimostra il rapido sviluppo del fatturato del settore.

Uno schema che mostra l’industria biotech e le sue ramificazioni applicative

Il tutto è ottenuto tramite una vera e propria mercificazione del concetto di vita umana. Riporto testualmente un passaggio del “Dossier Ogm” (A. Gallippi, Aracne Editrice, 2009): “la possibilità di considerare la vita come servizio e bene commerciabile ha ampliato notevolmente le prospettive della biotecnologia“. Il tutto ovviamente grazie ad una ossequiosa obbedienza della politica. Nel 1980 il governo degli Stati Uniti approva il Bayh-Dole Act, che incoraggia esplicitamente le università a brevettare e privatizzare i risultati delle ricerche nel campo biotecnologico. Il 16 giugno dello stesso anno, la Corte Suprema degli Stati Uniti emette un’importante sentenza, che decreta la possibilità di brevettare un organismo vivente ottenuto con le tecnologie del DNA ricombinante, cioè le tecnologie che danno luogo agli Ogm. Il 12 maggio 1998, Parlamento e Consiglio Europeo hanno approvato la direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, anche se il mercato agricolo europeo è ancora (penso molto temporaneamente) al riparo dall’invasione degli Ogm (ricordo che uno dei punti principali del negoziato attuale del Transatlantic Trade And Investment Partnership è la richiesta statunitense di aprire il mercato agricolo ed alimentare europeo alle sementi Ogm prodotte negli USA).

Questa mercificazione porta ad un concetto riduzionista, anzi, direi volgarizzante, della vita umana, e che è ben rappresentato da quel vero e proprio pioniere della vita artificiale per conto del profitto privato che è Craig Venter. Il reduce di guerra del Vietnam, oggi fondatore e capo di Celera, una bio-tech acquisita dalla multinazionale Quest Diagnostics nel 2011, ci dice che “è ora di cambiare non solo il modo in cui concepiamo la vita, ma la vita stessa”. Gli fa eco il filosofo Dan Dennett: “quando non ci sarà più bisogno di mangiare per restare vivi o di procreare per avere figli, o di mezzi di locomozione per avere una vita piena di avventure, quando gli istinti residui di queste attività potranno essere disattivati con semplici ritocchi genetici, forse non esisterà più una natura umana immodificabile”. Non sembrano esserci limiti: secondo l’ardito Marine Venter, si potrà creare ex novo batteri che non esistono in natura, e che potranno, ad esempio, divorare il petrolio sversato in mare da una petroliera, produrre energie alternative, disinquinare l’aria, ma anche inventare speciali stampanti del DNA, sulle quali stampare il patrimonio genetico di batteri responsabili di un’infezione, e progettare in tempo reale il DNA di un organismo batteriofago in grado di mangiarli, o addirittura inviare e stampare il DNA di un organismo alieno scoperto in un altro pianeta, e riprodurre tale organismo in laboratorio, sulla Terra.

Torniamo con i piedi… per terra. E scansiamo subito un equivoco. Questo articolo non è affatto contrario alla ricerca scientifica e biotecnologica. Non adotta logiche decresciste o reazionarie. Un utilizzo mirato e sapiente delle biotecnologie in ambito medico, industriale, ambientale ed energetico può avere grandissimi impatti positivi nel curare malattie oggi incurabili, eliminare la sofferenza legata alle malattie genetiche, migliorare la qualità della nostra vita, contribuire positivamente all’ambiente. Quello che intendo affermare è che non è ammissibile una ricerca scientifica slegata da considerazioni etiche, nel senso proprio del termine “etico”, ovvero “costume”, “consuetudine sociale”, “comportamento”. Non è cioè ammissibile una ricerca scientifica che sia slegata da un’idea generale di società, di collettività, di bene comune. E’ dentro tali categorie che si deve scegliere, ad esempio, se sia lecito sperimentare ed utilizzare sementi transgeniche che vanno ad introdursi dentro la catena biologica ed alimentare. E se l’etica, in senso kantiano, non è teleologica, non è cioè legata alle conseguenze finali dell’azione, ma è a-priori ed assoluta, essa allora dovrà discendere da idee generali su che cosa sia la vita e che cosa sia l’uomo. Parafrasando Levi, verrebbe da chiedersi “se è questo un uomo”, considerato alla stregua di un insieme di pezzi genetici combinabili o sostituibili, e se la sua natura, e quindi più in generale la natura della vita, sia semplicemente un insieme di led, attivabili o disattivabili a piacere, ristrutturabili a piacere. Come dice Monsignor Carlo Rocchetta, “Brevettare le sequenze geniche significa brevettare organismi viventi, e brevettare organismi viventi è brevettare la vita, con il rischio di ridurla alla fine ad un manufatto, a un qualcosa che è prodotto dall’uomo, e perciò commerciabile come ogni altro oggetto di consumo. È legittimo tutto questo?” Questo è il punto sul quale dobbiamo ripiegarci.

Le sfide aperte del concetto di vita.

Quali sfide, allo scienziato, vengono poste dal confrontarsi con il concetto di vita? La definizione scientifica della vita organica c’è già, ed è pienamente soddisfacente per finalità di ricerca scientifica. Deriva, in larga misura dalle speculazioni del grande fisico Erwin Schroedinger.

Un sistema vivente, in base a questa definizione, che risale al 1944, è quel sistema che mantiene un “disequilibrio statico” rispetto alla seconda legge della termodinamica che, come è noto, implica che un sistema isolato accresca la sua entropia in funzione del passare del tempo. Un sistema vivente, invece, non accresce la sua entropia, rimanendo, fino alla sua morte, in disequilibrio stazionario, perché sostituisce l’energia che perde alimentandosi con energia esterna (“entropia negativa”, secondo la definizione di Schroedinger). Questo “steady state” presuppone un ordine interno di carattere informativo, perché è questo ordine informativo che contrasta la crescita dell’entropia, che per definizione è disordine. Ecco spiegato perché la vita organica (cioè basata su una qualche associazione interna di carbonio a livello molecolare) ha bisogno di un codice genetico, cioè, in ultima analisi, di un codice informativo ordinato. Tale ordine informativo interno deve potersi, parzialmente, trasmettere da un sistema vivente ad un altro, in parte modificandosi per via dell’evoluzione, perché costituisce la parte immanente allo stesso concetto di vita. Quindi il sistema vivente deve sapersi riprodurre, in modo da trasmettere ad un nuovo esemplare il suo patrimonio informativo. Ecco perché un virus non è una forma di vita, perché, seppur dotato di un codice genetico a DNA o a RNA, e seppur in grado di riprodursi, ma non autonomamente rispetto all’organismo ospite, non assimila energia esterna, se non tramite l’organismo ospite (gli stessi mimivirus, che forse potrebbero rappresentare l’anello di congiunzione con i procarioti, non riescono a fare autonomamente la sintesi proteica e i processi energetici).

Da un punto di vista biologico, fisico, chimico, tale definizione di vita è pienamente soddisfacente. Ma lo è dal punto di vista di una disamina completa del concetto di vita? Lo stesso Schroedinger è costretto ad abbandonare il piano meramente materiale, quando afferma che “la mia vita cosciente è connessa alla natura e al funzionamento del mio organismo (soma), e in particolare al sistema nervoso centrale; questi sono d’altronde in diretta relazione causale e genetica con la natura e il funzionamento d’altri organismi precedentemente esistiti (…). Proprio la conformazione di quello che io chiamo il mio Io cosciente è nella sua essenza frutto diretto di avvenimenti ancestrali, ma non esclusivamente e non principalmente dei miei concreti predecessori” (La Mia Visione del Mondo, 1960). Risuona chiaramente il concetto filosofico dell’Unus Mundus, una realtà unificante, che prescinde e supera il singolo, e la sua coscienza individuale, e che tutto avvolge, tanto che, affermerà l’alchimista cinquecentesco Gerhard Dorn, è Dio ad aver bisogno di redenzione, non l’uomo che, di per sé, non esiste se non dentro una realtà unificante di ordine superiore. Possiamo accedere a questa teoria, che di fatto unifica il corpo e lo spirito? Jung, che in definitiva parifica l’anima universale all’idea di una psiche presente ovunque nel mondo, come un pneuma vitale che lo permea, afferma che “la psiche non può essere totalmente altro dalla materia; altrimenti come potrebbe muoverla? E la materia non può essere totalmente estranea alla psiche; come potrebbe altrimenti produrla? Il mondo di psiche e materia è il medesimo e l’una partecipa dell’altra, altrimenti l’interazione sarebbe impossibile.” (Aion, 1950). La fisica ci dice che, in definitiva, alla radice della materia vi è l’energia. Due formule semplicissime bastano a tal fine: la prima è la notissima formula di base della relatività, per la quale e = mc2. Di fatto significa che, al netto del fattore costante di conversione (c2, il quadrato della velocità della luce) materia ed energia sono la stessa cosa, e che la materia rappresenta una quantità di energia immensamente superiore alla sua massa. La seconda formula è la definizione termodinamica dell’entropia, per cui dS = d Qrev/T, ovvero la variazione di entropia S è pari al rapporto fra la variazione di calore ceduta in un dato passaggio di stato di un sistema (Qrev) e la temperatura T in cui avviene questo passaggio di stato. Ciò significa che in un passaggio di un corpo da unostato all’altro, l’energia di questo corpo non si distrugge, ma una parte di questa energia si disperde, per cui in un sistema la quantità totale di energia (quindi la materia) cambia, in parte diventa qualcosa di non riutilizzabile fisicamente (va in entropia) ma non si distrugge mai, quando passa da uno stato all’altro. Quindi la materia non è altro che energia molto concentrata, e l’energia non si distrugge mai, quando subisce un cambiamento di stato.

Se si supera la divaricazione fra materia ed energia, fra corpo ed anima, che in fondo è il portato dell’educazione cattolica, si supera anche un riduzionismo materialistico della concezione di vita, che ci aiuta, e molto, a respingere la commercializzazione della stessa, che Venter e i suoi colleghi ci vogliono propinare. Forse il miglior interprete di un riduzionismo intelligente è il neurobiologo francese Jean-Pierre Changeux. I suoi esperimenti hanno contribuito in modo enorme ad un progresso complessivo del funzionamento del cervello, aiutandoci a localizzare l’area, quindi la base biochimica, dei ricordi e della coscienza, riducendola in termini di epifenomeno neurobiochimico.

Nel modello completo di funzionamento cerebrale che Changeux ricostruisce in modo chiarissimo, anche per un profano, il neurone, grazie alla separazione della sua membrana, scambia atomi di sodio e di potassio, generando elettricità, tramite un enzima-pompa, l’ATP. Il neurone agisce da pila elettrica e da oscillatore, emanando ondate di impulsi elettrici tramite i nervi e le connessioni cerebrali, attivando i processi mentali coscienti, ed anche quelli inconsci (quando dormiamo e sogniamo, l’attività elettrica cerebrale è molto intensa).

Sappiamo perfettamente che la coscienza ed il comportamento sono gravemente modificati da danni cerebrali. In particolare, la ricerca criminologica ci spiega che lesioni al lobo frontale stimolano l’aggressività e l’incapacità di formulare pensieri logici di fronte a stimoli ambientali, lesioni al lobo temporale pregiudicano memoria ed affettività, lesioni all’amigdala provocano difficoltà a gestire la paura e distorcono le emozioni. Numerosi serial killer psicopatici presentano lesioni cerebrali, o hanno una storia di ferite o malfunzionamenti dell’apparato neuropsichico.

Quindi la base organica della coscienza è un dato scientificamente inoppugnabile, così come lo è la sua natura di epifenomeno di processi biochimici e bioelettrici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso. Il che, però, è del tutto coerente con il concetto di fondo dell’Unus Mundus, di una identità di fondo fra energia, materia e spirito, in manifestazioni esterne evidentemente diverse, ma non intrinsecamente separate.

La coscienza e la vita

D’altra parte, lo stesso riduzionismo di Changeux dice cose molto interessanti. Ad esempio, conversando con il filosofo Paul Ricoeur nel bellissimo libro “What makes us think?”, sostiene la tesi, tipica degli empiriocriticisti, secondo la quale il cervello è un sistema proiettivo, che proietta continuamente le sue ipotesi sul mondo esterno, dando un significato a ciò che i sensi percepiscono, arrivando persino, a volte, a dare significato anche a ciò che non ha significato, come nel caso di superstizioni magiche o religiose. In altri termini, sembrano esservi delle rappresentazioni cerebrali “precedenti” all’esperienza diretta del mondo, che vengono messe dialetticamente in confronto con quest’ultima, dandole un significato, in realtà già presente a monte nelle rappresentazioni intrapsichiche, e che forse potrebbero, con qualche forzatura, assimilarsi agli archetipi dell’inconscio collettivo della teoria junghiana.

Questo modello inficia alla base la possibilità che il cervello umano funzioni come l’intelligenza artificiale, che invece è basata su un più semplice modello di tipo input-output, nel quale non vi è una sedimentazione di significati “innati”. Ed è una conclusione estremamente importante, perché significa che l’intelligenza artificiale non potrà mai replicare quella umana, che c’è un “quid”, che rende umana la coscienza, che l’intelligenza sintetica non può possedere. D’altra parte, è possibile obiettare a tale considerazione che le intelligenze artificiali potranno, in futuro, incorporare funzioni di auto-apprendimento, con software auto-didattici in grado di incorporare nella memoria sintetica ogni nuova esperienza, non prevista ex ante dai programmatori, ed in base ad algoritmi interni, in grado anche di fornire delle regole di comportamento nuove, da adottare a fronte di tali eventi, quando si dovessero ripetere. In questo modo, l’intelligenza artificiale arriverebbe, progressivamente, ad incorporare un set di significati preesistenti, come quelli del cervello umano. Interviene però un teorema fondamentale della logica matematica, ovvero il primo teorema di Godel (1931). Detto teorema, in parole semplici ma chiare, afferma che in ogni sistema matematico formalmente coerente (cioè dotato della proprietà secondo cui i teoremi possono essere sviluppati a partire dall’insieme degli assiomi alla base del sistema stesso) ci sarà sempre almeno una proposizione sintatticamente corretta che non potrà essere né dimostrata né confutata all’interno del sistema stesso. Il corollario è che solo i sistemi inconsistenti (cioè i sistemi affetti da assiomi iniziali in contraddizione l’uno con l’altro) possono dimostrare qualsiasi affermazione. Il teorema di Godel ci fornisce il limite estremo insuperabile dell’intelligenza artificiale. Il sistema informatico o la rete neuronale che rappresentano la base dell’intelligenza artificiale funzionano sulla base di algoritmi, sono cioè sistemi matematici coerenti, costruiti a partire da un set di assiomi, che sviluppano da questi assiomi regole logicamente coerenti. Tali sistemi sono quindi intrinsecamente limitati dal fatto che incontreranno sempre proposizioni che non saranno in grado di elaborare, e che non potranno quindi incorporare nella loro base cognitiva e comportamentale. Ciò infatti esclude a priori la possibilità che le macchine possano un giorno acquisire la coscienza del proprio Io, ovvero la consapevolezza della propria esistenza e quindi del proprio libero arbitrio. Poiché la macchina opera con un sistema di regole, cioè con un sistema formale coerente e consistente, essa non è in grado di dimostrare la veridicità dell’affermazione “siccome opero, allora esisto, e quindi sono libera di fare della mia esistenza ciò che voglio”, perché il suo sistema coerente impedisce di formulare un algoritmo che neghi alcune delle regole di funzionamento della macchina. Noi umani, ad esempio, possiamo sempre essere liberi di negare la validità di un comportamento derivante da un apprendimento impartitoci durante la nostra infanzia. La macchina non può negare la validità di una delle sue regole comportamentali inserite nel suo software o nella sua rete neuronale, perché ciò equivarrebbe a privare di coerenza (e quindi di validità funzionale) il suo sistema formale di intelligenza.

La coscienza potrebbe quindi avere qualcosa di sfuggente, di “umano”, non replicabile, non costruibile a priori in forma sintetica? E ammesso che ci sia, lo possiamo chiamare anima personale? Si. La possiamo chiamare coscienza individuale? Anche. Qualcosa che si esprime su una base organica di meccanismi biochimici, che ha quindi base materiale, e dunque energetica (perché fra le due non vi è differenza, se non esteriore) e che quindi può cambiare stato, ma non disperdersi insieme alla disgregazione dell’ordine dell’organismo vivente dopo la sua morte, che forse, per via della sua conseguente caduta in entropia, può perdere i suoi legami interni di percezione, analisi, attribuzione di significato e determinazione di una risposta ai vari livelli (fisico, emotivo, intellettuale, ecc.)? E che quindi, forse, spingendoci un po’ più in là con l’immaginazione, diventi una sorta di coscienza a circuito chiuso, autoriflettente ed eternamente ripiegata a rimuginare sui significati preconsci acquisiti in vita (dall’osservazione dei suoi sogni e di una sua esperienza pre­morte, Jung ipotizzò che la vita serva ad assimilare esperienze, nozioni e significati, cioè il substrato di rappresentazioni a-priori, poiché l’anima dopo la morte non apprende più niente, ed in qualche modo si limita a riflettere eternamente su tali rappresentazioni)? Sono tutte domande ovviamente a cui nessuno ha una risposta, perché travalicano il campo della scienza, e finiscono nella fede. Ma, sulla base degli studi di Changeux, possiamo dire che la coscienza umana non adotta il metodo input/output dell’intelligenza informatica e cibernetica. E possiamo ritenere che la vita e la coscienza non si riducano unicamente ad un patchwork di sequenze di DNA liberamente ricombinabili in modo da fornire ad un frustrato cliente il carattere che vuole, assortito da un catalogo (della serie: “vuoi il carattere coraggioso di Arnold Schwarzenegger? Oppure il carattere sognante ed introverso di un grande poeta romantico? Oppure potresti gradire la personalità di Rodolfo Valentino”).

Persino le lesioni a determinate parti del cervello possono portare ad esiti diversi, cioè ad avere individui più aggressivi, oppure no, in funzione di elementi psicologici, educativi e di ambiente sociale in cui i diversi individui sono immersi. Persino lo studio psichiatrico delle schizofrenie suggerisce, stante l’enorme variabilità delle combinazioni sintomatologiche, che si sia in presenza di una famiglia di psicosi, e non di una malattia specifica. E sebbene la radice genetica della schizofrenia sia stata molto studiata, anche per il tramite di fattori ereditari, oltre che di correlazioni statisticamente significative, ad esempio con fenomeni di delezione del cromosoma 22, così come sia ben documentata la sua radice organica (si riscontrano in almeno la metà dei casi differenze organiche nel cervello dei pazienti, così come determinate patologie subite allo stato fetale favoriscono l’insorgenza della malattia) essa si sviluppa, generalmente, in un ben preciso “set” di fattori sociali ed ambientali. Una ricerca del 2006 ha stabilito che circa due terzi dei pazienti con schizofrenia avevano sperimentato eventi di violenza fisica e/o sessuale durante la loro infanzia[3]. Altre ricerche hanno evidenziato robuste correlazioni con fattori come l’isolamento sociale e le avversità sociali dovute all’immigrazione, la discriminazione razziale, problematiche familiari, la disoccupazione e condizioni abitative precarie (Picchioni, Murray, 2007; Selten, Cantor-Graae, Kahn, 2007).

Diventa allora molto difficilmente argomentabile, di fronte a tali evidenze, che la coscienza umana non abbia una componente individuale immutabile, non ricostruibile/modificabile a piacere in laboratorio, su una base puramente materiale. Anche supponendo di aver perfettamente delimitato la base genetica ed organica della schizofrenia, o di qualsiasi altro disturbo psicotico, così come anche dei comportamenti umani “normali”, rimarrebbe da spiegare il grande mistero sul “come” l’ambiente familiare e sociale, l’educazione, il vissuto personale, inibiscano o incentivino, a parità di condizioni genetiche ed organiche, lo sviluppo di una determinata personalità, sia essa psicotica o clinicamente sana.

Qual è la fonte, l’origine del déclic che porta ad uno sviluppo della personalità di un certo tipo? Solo la metà dei casi di schizofrenia presentano modifiche organiche al cervello. Le recentissime scoperte di alcuni “geni della schizofrenia”, cioè di alcuni elementi del genoma che ,se alterati, favoriscono statisticamente l’insorgere della malattia, al netto dei fattori sociali ed ambientali, lascia intatti molti interrogativi. Fargnoli et al. (2011) evidenziano come “l’ipotesi dell’origine genetica della schizofrenia non trova conferme definitive né negli studi epidemiologici condotti su popolazioni di gemelli e figli adottivi, né negli studi di biologia molecolare. Anche dagli studi di Genome wide association, a tutt’oggi la metodica più promettente, è emerso che benché siano numerosi i geni candidati a determinare una suscettibilità genetica alla schizofrenia, nessuno di questi ha mostrato fattori predittivi elevati e anche volendo trascurare questo dato epidemiologico è emerso che la maggior parte dei genotipi mutati non è in grado di fornire un contributo preponderante nella patogenesi della malattia. Si tratta infatti di geni cosiddetti “a piccolo effetto” codificanti cioè per molecole il cui ruolo è sottoposto a meccanismi regolatori estremamente complessi. L’individuazione della relazione fra alterazione molecolare e malattia risulta pertanto macchinosa e troppo spesso del tutto aspecifica essendo tali mutazioni riscontrate anche nel contesto di malattie neurologiche. I punti deboli di tali ricerche riguardano non solo gli aspetti più strettamente metodologici delle indagini statistiche, ma soprattutto i criteri diagnostici in base ai quali le popolazioni indagate sono selezionate. La diagnosi di schizofrenia effettuata con i criteri diagnostici del DSM-IV è stata ripetutamente criticata perché ad essa manca un fondamento psicopatologico, un criterio che consenta di individuare il cosiddetto nucleo generatore della psicosi“.

Inoltre, uomini geniali come Martin Heidegger o il matematico John Nash, vincitore del Premio Nobel per l’Economia del 1984 per le sue ricerche sulla teoria dei giochi, erano o sono affetti da schizofrenia diagnosticata. Nonostante ciò, la psicosi non ha impedito loro di effettuare ricerche molto importanti e complesse, o di arrivare a realizzazioni creative molto elevate. E ciò sembra destituire di fondamento l’ipotesi di un “deficit cognitivo” associato a determinate aberrazioni, malfunzionamenti o lesioni neurocerebrali. Vi è di più: il nostro John Nash guarisce dalla sua schizofrenia da solo, dopo il 1970, smettendo di ingerire i farmaci psicotropi prescrittigli, semplicemente, come dirà sua moglie, grazie al fatto di poter “vivere una vita tranquilla”, e di essere accettato dentro una comunità terapeutica in cui la sua malattia non era considerata una stranezza inquietante, degna di isolamento, ma un fatto normale ed accettato. La storia dell’infanzia del nostro genio della teoria dei giochi è invece una storia di solitudine, isolamento dagli altri.

L’ingegneria genetica e la vita artificiale

Allora, è possibile accettare la tesi riduzionista dei due fondatori della genetica, ovvero Watson e Crick, secondo cui “la caratterizzazione chimico-fisica di un sistema biologico è sufficiente a spiegarne le proprietà ed il comportamento, ovvero che i livelli di organizzazione al disopra di quello molecolare diventano irrilevanti o ridondanti”?

Questo paradigma riduzionistico, nato con la nascita stessa della genetica, che ne ha condizionato tutta la storia, fino a pervenire alle tesi di Craig Venter, secondo le quali è possibile manipolare la coscienza arrangiando un po’ il genoma, per cui non esiste una “umanità per sé”, è la base sulla quale gli stessi Watson e Crick hanno costruito la cosiddetta “legge aurea” della genetica. Secondo tale legge, semplice e lineare, i geni contenuti nel DNA trascrivono l’informazione in una molecola più semplice, di RNA, che la trasporta fin ad una struttura della cellula che è responsabile della produzione di un determinato enzima, e che si chiama ribosoma. Gli enzimi prodotti sulla base di questa sollecitazione assemblano una sequenza di aminoacidi, che sono il “mattone” costitutivo delle proteine. Queste ultime, una volta prodotte, vanno a costituire il tratto biologico ed il comportamento caratteristico di ciascuno di noi.

In realtà, questa legge aurea, che per di più è considerata, inizialmente, a direzione unica (si va dal DNA all’RNA, agli enzimi, agli aminoacidi, alle proteine, ed infine alle caratteristiche fisiche e comportamentali), è clamorosamente smentita dalle scoperte successive, che ad esempio isolano i retrovirus, dei virus a filamento di RNA, che sono caratterizzati dalla trascrittasi inversa, cioè da un flusso di informazioni che non codifica l’RNA dal DNA, ma fa il percorso inverso. Più in generale, come sottolinea il biologo statunitense Richard Strohman, “l’illegittima estensione di un paradigma genetico dal livello relativamente semplice della codificazione e decodificazione genetica a quello complesso del funzionamento cellulare rappresenta un errore epistemologico di prima grandezza”. In altri termini, la genetica tradizionale, e qui vi è il suo grande, enorme limite, non tiene conto della complessità. Come ci dice F. Capra, negli organismi eucarioti la semplice corrispondenza “un gene, una proteina”, tipica della legge aurea, non esiste più. Negli organismi superiori ai semplici batteri, infatti, i geni che codificano le proteine non sono più in sequenza continua, ma frammentati, inframmezzati da lunghe ripetitive sequenze che non codificano niente, e la cui funzione ci è oscura. Le sequenze codificanti possono dunque essere ricombinate in modi diversi, e dare luogo ad una pluralità di proteine diverse, ed inoltre, tramite una molteplicità di meccanismi, la cellula può modificare la proteina prodotta, per renderla funzionale ad uno scopo preciso piuttosto che ad un altro. Inoltre, pur essendo il genoma complessivo identico per tutte le cellule, esse sono altamente differenziate: abbiamo cellule muscolari, epatiche, nervose, ematiche, ecc. Quindi, pur avendo lo stesso genoma, le diverse categorie di cellule lo attivano con schemi diversi, che lo differenziano. Tra l’altro, pur avendo un patrimonio genetico molto simile, per non dire quasi identico, l’uomo, lo scimpanzé, il topo ed il maiale sono animali molto diversi fra loro.

Il colmo è che il meccanismo di attivazione del genoma che specializza le cellule e differenzia moltissimo animali con un patrimonio genetico di base quasi identico, non è nemmeno di tipo genetico, ma risiede nella rete epigenetica della molecola, nella quale sono coinvolte numerose strutture della cellula, ma anche ormoni, reti di enzimi e molecole complesse, formate da una pluralità di proteine semplici, come la cromatina. Tutte queste componenti strutturali della cellula influenzano l’attivazione ed il funzionamento dei geni con azioni non lineari, dove il feed-back è la regola e non l’eccezione.

Come quindi ci avvertono i genetisti più preparati, la questione non può risolversi nei termini semplicistici con i quali la pone Venter: “datemi la sequenza genetica di un batterio o di un virus responsabili di una malattia, ed io realizzerò un controvirus che li distrugga”, oppure “datemi la sequenza genetica di una cellula cancerogena, ed io la modificherò, in modo da evitare che si duplichi”. Nel caso di malattie alle coronarie, ad esempio, sono stati identificati più di 100 geni che a qualche titolo hanno una responsabilità, e che agiscono dentro una complessa rete epigenetica cellulare, piena di retroazioni ed effetti non lineari. Lo stesso vale per molte malattie genetiche (nella distrofia muscolare, agisce un solo gene, che però codifica una proteina molto complessa, costituita da 1.500 aminoacidi, e tale gene può mutare in circa 400 forme diverse, in base ai meccanismi di attivazione della rete cellulare, e una sola di queste mutazioni è responsabile della malattia). Lo stesso vale per la schizofrenia, malattia in cui i geni responsabili vengono attivati in forme molto complesse dalla rete cellulare, forme che sfuggono al campo di conoscenza della genetica in senso stretto, e che hanno a che vedere con complessi fenomeni chimici e biologici intracellulari, ed intercellulari.

Questa complessità, ancora molto poco esplorata, potrebbe forse essere, almeno in parte, individualizzata, cioè assume forme diverse da individuo ad individuo, anche all’interno di una specifica specie, e può, in termini scientifici, rappresentare gran parte della diversità biologica e comportamentale che osserviamo da uomo ad uomo. Cioè quell’umanità che ci è propria, e che sfugge ad un semplice esame del DNA individuale, che anch’esso presenta differenze distintive, minime ma misurabili, da uomo ad uomo.

In sintesi, dunque, ecco le sfide principali che il concetto di vita pone allo scienziato:

  • Potrebbe non esservi soluzione di discontinuità fra materia ed energia, e potremmo immaginare che l’energia si conservi, sia pur in forme diverse ed entropiche, quindi non ordinate, dopo un passaggio di stato fondamentale;
  • La vita, in un certo senso, per preservare il suo disequilibrio stazionario, viola il secondo principio della termodinamica, per cui è dotata di funzioni omeostatiche che contraddicono il principio secondo il quale il funzionamento di un sistema accresce la sua entropia nel tempo. Non esiste alcuna macchina che possa violare il secondo principio della termodinamica, in quanto tale principio è generale, ed è matematicamente dimostrabile;
  • Quanto sopra impedisce di poter considerare la vita come una “macchina anatomica”, fabbricabile in laboratorio. Qualsiasi macchina, infatti, produrrebbe nel tempo un aumento dell’entropia, esattamente ciò che la vita non fa;
  • La vita funziona in base ad un proprio codice informativo, costituito dal DNA, ma nelle forme di vita più complesse del regno degli eucarioti, cui apparteniamo anche noi uomini, sembra impossibile stabilire una relazione diretta fra codice genetico e tratto biologico e comportamentale, in quanto il funzionamento del patrimonio genetico è intermediato da una rete molto complessa di azioni e reazioni a livello cellulare, rispetto alle quali abbiamo ancora una conoscenza molto precaria e modesta; ciò vale a relativizzare moltissimo anche la possibilità di curare le malattie genetiche e le altre malattie, del corpo e della mente, soltanto mediante interventi di ingegneria genetica, che non tengano conto della complessità della rete epigenetica cellulare;
  • Analizzando le forme di vita complesse e dotate di coscienza, ed in particolare il funzionamento psichico dell’uomo, esso non sembra essere meramente proiettivo, ma sembra invece procedere da significati preesistenti alla percezione, acquisiti ereditariamente, che in gergo junghiano potremmo identificare con gli archetipi dell’inconscio collettivo, e che di fatto rendono impossibile costruire, con gli strumenti “input-output” tipici dell’intelligenza informatica, forme di coscienza sintetica analoghe a quelle umane;
  • Peraltro, il primo teorema di Goedel impedisce all’intelligenza artificiale, anche quando dotata di strumenti di auto-apprendimento, di andare oltre un funzionamento meramente algoritmico, come è invece quello della mente umana;
  • Non appare possibile, alla luce dell’esperienza psichiatrica e psicoanalitica, spiegare il comportamento e la personalità umana, sia nell’ambito della normalità che della psicosi, senza passare per fattori sociali, ambientali e culturali, che possono, forse, lasciare un segno organico nel sistema nervoso e nel cervello, ma che, ovviamente, nella loro molteplice diversità ed individualità non sono replicabili in laboratorio. Poiché una parte fondamentale della coscienza è determinata da fattori ambientali, e tali fattori non sono interamente riproducibili in laboratorio, non è possibile costruire in laboratorio una coscienza umana.

Quelle sopra sintetizzate sono le sfide cui dovrebbe rispondere un programma di ricerca volto a creare la vita ex nihilo. Non ho l’intenzione di minimizzare gli straordinari progressi scientifici che i prodotti della ricerca di Venter hanno messo in campo, e tantomeno le grandi prospettive che si schiudono tramite tali risultati. Però chiederei molta più cautela nell’affermare, come fa lui, che “la vita alla fine è abitata da macchine biologiche guidate dal DNA. Tutte le cellule viventi girano con questo ‘sistema operativo ‘ che dirige centinaia di migliaia di robot chiamati proteine. Disegneremo e ridisegneremo gli organismi”: oppure che “dato il carattere digitale dell’informazione, saremo in grado di ‘teletrasportare ‘ questi dati ovunque in tempo reale, per assemblare a distanza proteine, virus, cellule viventi”.

Mettiamo un po’ di ordine. Cosa ha fatto Venter, con la sua società, nel 2010? Ce lo racconta il suo ricercatore-capo, Hamilton Smith: “abbiamo sequenziato in maniera accurata il genoma del Mycoplasma mycoides (un batterio che vive nei polmoni di alcuni ruminanti, causando malattie polmonari, Nda), che consiste di un po’ più di un milione di coppie di basi, e l’ abbiamo messo in una banca dati. Abbiamo poi ridisegnato al computer il genoma, cancellando alcuni geni, aggiungendone altri, e inserendo delle watermarks, “filigrane”. Questo per far sì che la cellula sintetica non fosse esattamente uguale a quella originaria (le filigrane, che non fanno parte del genoma del batterio, sono triplette di nucleotidi, dette codoni, riordinate nel DNA batterico in un ordine tale da rappresentare una frase o un messaggio, e rappresentano il “trademark”, la “firma d’autore”, che Venter ha voluto metter per far riconoscere il DNA così rielaborato come frutto della sua società, Nda). A questo punto abbiamo chiesto alla Blue Heron Biotechnology di sintetizzare il nostro genoma. E loro ce l’hanno restituito suddiviso in 1078pezzi, ciascuno dei quali era lungo un migliaio di basi e si sovrapponeva al successivo o al precedente per 80 basi. Abbiamo dovuto assemblarlo in un’ unica catena. Ci siamo accorti che, mettendo i vari pezzi dentro una cellula di lievito, l’assemblaggio avveniva automaticamente. In altre parole, non l’abbiamo dovuto fare noi, e ce lo siamo fatti fare dal lievito. Abbiamo impiantato questo DNA, originario del Mycoplasma Mycoides, in un Mycoplasma Capricolum (cioè un altro batterio, appartenente alla stessa specie, quindi caratterizzato dal più stretto livello biologico di parentela esistente, tanto da poter ottenere una prole feconda in caso di incrocio, un po’ come l’Homo Sapiens e l’Uomo di Neanderthal, NdA). Abbiamo così ottenuto due genomi, quello originale e quello impiantato, che vengono segregati nella divisione cellulare, ed eliminato le cellule col genoma originale mediante un antibiotico. Le cellule col genoma originale sono eliminate dall’ antibiotico, e quelle col genoma sintetico sopravvivono. Alla fine, rimangono solo quelle. Come verifica finale, abbiamo sequenziato il loro genoma, e controllato che fosse effettivamente quello che ci avevamo messo noi. Aveva tutti i cambiamenti che avevamo fatto noi, comprese le filigrane. Ma c’ erano state delle mutazioni. Una era stata prodotta dal lievito, nel processo di incollamento dei pezzi. Altre otto erano avvenute nel processo di copiatura, ovviamente nessuna letale”.

  Il Mycoplasma mycoides di partenza

 

 

 

 

 

Il Mycoplasma Capricolum usato come veicolo

L’ibrido che ne è risultato

Sostanzialmente, quindi, un DNA di un organismo, riprodotto al computer, e modificato aggiungendovi e togliendovi geni “non essenziali”, cioè geni che non influiscono sul processo vitale (un po’ come i geni inutili del genoma umano, di cui ho parlato prima) e aggiungendovi basi di DNA di riconoscimento (le filigrane), è stato inserito in un organismo biologicamente e zoologicamente molto simile a quello di partenza, ottenendo un organismo ibrido, in grado di vivere e di riprodursi.

Naturalmente non è stata creata la vita ex nihilo. Il termine di “vita sintetica” attribuito a tale esperimento è fuorviante. E’ stato preso un organismo vivente già esistente in natura, il suo patrimonio informativo è stato modificato, limitandosi però soltanto a toccare geni inattivi e privi di una funzione vitale, o a riordinare in un ordine diverso altri geni (per costruire la filigrana), ed è stato inserito dentro un altro organismo vivente, creando un ibrido. Non c’è assolutamente niente di sconvolgente, ma in fondo una evoluzione, in ambiente controllato ed in laboratorio, di fenomeni che si verificano anche in natura. In natura un processo simile dà luogo all’evoluzione dei batteri. Poiché i batteri non si riproducono per via sessuale, ma per divisione, la loro evoluzione è garantita da due meccanismi principali: quello delle mutazioni e quello delle ricombinazioni. In particolare, nel meccanismo della ricombinazione, un batterio donatore trasferisce delle sequenze nucleotidiche al batterio ricevente, che le integra nel proprio genoma. Tutto ciò porta all’acquisizione di nuovi caratteri, come la capsula, la capacità di produrre particolari tossine, fattori di resistenza agli antibiotici ecc. Cioè da luogo ad un nuovo batterio.

Tra l’altro, tutto l’esperimento ha avuto luogo partendo da due organismi viventi preesistenti, e non da materiale non vivente, elaborato in modo tale da dar luogo alla vita. Quindi non si è creata ex nihilo la vita. Come spiega onestamente lo stesso Smith, con onestà intellettuale “abbiamo dovuto accontentarci di usare il repertorio della natura. Ci vorrà molto tempo, prima che si riesca a fare un gene veramente artificiale. Non siamo ancora così intelligenti da progettare una proteina da soli. Per ora solo la natura e l’evoluzione lo sanno fare”.

Di conseguenza, va molto qualificata, per poterla considerare corretta, l’affermazione di Venter, a commento del suo esperimento, per cui “è abbastanza sorprendente vedere, quando sostituisci il “software” Dna nella cellula, come questa immediatamente inizi a leggere il nuovo software, e inizi a produrre un nuovo set di proteine; in breve tempo tutte le caratteristiche della prima specie scompaiono e iniziano a emergere le peculiarità della nuova cellula batterica. Quando guardiamo alle forme di vita, tendiamo a vederle come entità fisse. Ma questa ricerca mostra come in realtà siano dinamiche, come cambino da un istante all’altro. La vita è principalmente il risultato di un software, di un processo informatico”. Innanzitutto parliamo di vita batterica, che ha, ovviamente, una coscienza, in quanto essa è coessenziale alla vita (come dirò meglio tra breve), molto diversa da quella umana. Non avendo cervello e sistema nervoso, i batteri hanno una coscienza che muove da linee evolutive ed ereditarie, e che appare ampiamente “collettivizzata”, condivisa cioè all’interno dell’intera colonia batterica, e non individuale, come nel caso degli animali superiori. Inoltre, l’esperimento di Venter ha riguardato due batteri biologicamente molto simili tra loro (cfr. anche per un confronto visivo, le due immagini sopra riportate delle due sottospecie di mycoplasma utilizzate), appartenenti ad una medesima specie, con materiale genetico e biologico pressoché identico, quindi in larga misura “compatibile”. In questo contesto, ed esclusivamente in questo contesto, si può affermare, con una certa approssimazione al vero, che il DNA funziona come un software, che modifica il funzionamento del batterio. Peraltro un software non del tutto funzionante secondo i desiderata di chi lo programma, atteso che genera, sin da questo stadio così elementare e controllabile, mutazioni del tutto impreviste.

Ma in generale, ancora una volta, non c’è niente di sconvolgente: già in natura i batteri mutano, evolvono, cambiano, per processi già analizzati di mutazione e ricombinazione, che fanno cambiare il funzionamento delle nuove generazioni rispetto alle precedenti (ad es. si creano nuovi ceppi che iniziano a produrre sostanze chimiche, che li rendono immuni agli antibiotici). Questa forma non è altro che la forma con cui si sviluppa la coscienza di quelle forme di vita. E Venter non ha fatto altro che riprodurre questo sviluppo naturale in laboratorio. Il cambiamento della vita che Venter osserva non è altro che il frutto dell’evoluzione, che possiamo copiare, riprodurre ed in parte modificare (fino ad un certo punto: anche l’ibrido prodotto in laboratorio da Venter, ove rilasciato in natura, dovrebbe seguire le leggi naturali dell’evoluzione e della selezione della specie). Le forme di vita più complesse, cui apparteniamo come uomini, possiedono, lo abbiamo già discusso lungamente, reti epigenetiche di funzionamento che di fatto costruiscono una coscienza che supera il semplice meccanismo di azione/reazione ad apprendimento ereditario, e l’aspetto meramente collettivo e non individuale, tipico della coscienza batterica. Per stadi superiori di complessità della vita, mi dispiace, la metafora del software genetico non funziona. Non è semplicemente vera.

Conclusioni

Il mistero della vita, il mistero profondo di essa, dunque, non è stato toccato in nessun modo. Gli esperimenti che tentano di riprodurre in laboratorio la vita, dalle sue condizioni iniziali, a partire dal pionieristico lavoro di Miller ed Urey del 1953, sinora non hanno condotto a nient’altro che alla produzione delle molecole, inanimate, che sono alla base della vita, ma che di per sé non sono vive: monomeri di aminoacidi, di adenina (un composto presente dentro gli acidi nucleici), membrane chiuse che ricordano quelle delle cellule. Il problema è che nessuno è in grado di aggregare questi elementi, di passare da monomeri ai polimeri, fino a strutture più complesse come la cellula. Ci manca cioè completamente la capacità di passare da molecole semplici e inanimate a cellule complesse e viventi. Non abbiamo la capacità di ricostruire la complessità e l’ordine interno, che differenzia un organismo vivente da qualsiasi altro sistema che, funzionando, produce entropia crescente. Dobbiamo convenire con ciò che Teilhard De Chardin chiama la legge di complessità e coscienza, ovvero, nelle sue parole, l’osservazione secondo cui “più un essere è complesso, in base alla nostra Scala di Complessità, più esso è centrato su se stesso e per questo diventa più consapevole. In altre parole, più elevato è il grado di complessità in un essere vivente, maggiore è la sua coscienza; e viceversa”. In altre parole, la complessità della vita, che alla scienza sfugge ancora, è legata in modo crescente allo sviluppo della coscienza, in modo tale per cui, per dirla con Bergson, la coscienza diviene coestensiva alla vita stessa.

Per terminare questa lunga riflessione, possiamo dunque dire che la vita è coscienza, nelle sue varie scale di complessità, da quella rudimentale di una colonia batterica a quella evoluta dell’uomo. E la coscienza non può essere costruita a partire dalla materia, perché, come ci avverte sempre Bergson, “la vita porta con sé qualcosa che ci allontana dalla materia bruta. In condizioni determinate, la materia si comporta in un modo determinato, niente di ciò che essa fa è imprevedibile (…) La materia è inerzia, geometria, necessità. Ma con la vita è apparso il movimento imprevedibile e libero. L’essere vivente sceglie o tende a scegliere”. Noi oggi sappiamo che persino i batteri più primordiali, simili alle primissime forme di vita sul nostro pianeta, pur essendo privi di cervello e sistema nervoso, hanno, entro certi limiti, la capacità di adattare le loro strategie di sopravvivenza, e mutare, in funzione dei parametri dell’ambiente in cui si trovano. Recenti scoperte hanno addirittura messo in evidenza sistemi chimici di comunicazione fra i batteri appartenenti a colonie. E ricordiamolo, a costo di essere ripetitivi: l’esperimento di Venter sui mycoplasma ha prodotto mutazioni impreviste, non controllabili dagli sperimentatori. Cioè ha creato un microrganismo ibrido le cui caratteristiche genetiche e biologiche non sono determinabili a priori al 100%, perché c’è quel quid di imprevedibilità che la vita stessa produce.

Se la vita è coscienza, che evolve con l’evolvere della complessità, e segna un momento radicale di discontinuità dalla pura materia, allora possiamo avere una ragionevole certezza, e direi anche una speranza, che non si potrà mai costruire la vita in laboratorio, e che non si potrà mai determinare sperimentalmente una coscienza. E che questo è il vero tesoro che ci separa da un monomero di aminoacidi o da una pietra. Qualcosa che va al di là della materia inerte, e che vola, potremmo dire, con le ali dell’anima.

E se così è, allora troviamo anche un limite a ciò che può fare il capitalismo nella sua evoluzione verso la conquista della biologia e della vita: può costruire sementi geneticamente modificate partendo da materiale genetico preesistente, con effetti potenzialmente disastrosi sull’ambiente e la vita umana; può, manipolando tale materiale, produrre nuovi principi attivi a fronte di nuove malattie, spesso indotte dal progresso; può modificare un genoma; potrà influenzare la coscienza degli uomini riprogettando gli elementi ambientali e culturali entro i quali essi vivono e crescono; ma non potrà mai creare ex nihilo una coscienza in provetta, in tutto e per tutto controllabile e parametrizzabile, non potrà mai creare, come nel racconto di Huxley, uomini programmati a priori per diventare piloti, piuttosto che funzionari di banca. In breve, non potrà mai riprodurre la vita, che resterà sempre un passo avanti ogni possibile programmazione, ogni possibile determinazione sperimentale, ogni possibile teoria che la spieghi.

E se così è, allora non possiamo più permetterci la privatizzazione della ricerca in ambiti così fondamentali come la genetica. Non possiamo pensare di brevettare la vita. Né di affidare la ricerca sulla vita a considerazioni meramente basate sul profitto. Se solo pensiamo che, per un soffio, non vi è stata l’appropriazione privatistica della sequenza dell’intero genoma umano, e le conseguenze che una simile privatizzazione avrebbe avuto sulla medicina, la farmaceutica, la salute umana, allora dobbiamo prendere pubblicamente e chiaramente posizione in difesa della ricerca pubblica, in questo campo.

[1] World Bank

[2] W. Saletan, Nbs, Aprile 2008

[1] Hammersley-Read (2006), ” Are child abuse and schizophrenia linked?”, in Newscientist, nr. 2556.

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Cenni bibliografici

Bauman Z. (2010), Vite che non possiamo permetterci, Laterza, Bari, 2010

Schrodinger E., La mia visione del mondo, a cura di B. Bertotti, Garzanti, Milano 1987

Jung C.G. (1950), Aion – Ricerche sul simbolismo del Se, in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino 1982

Changeux J.P. (1983), L’Uomo Neuronale, Feltrinelli 1993

Changeux J.P., Ricoeur P. (2002) What Makes Us Think? A Neuroscientist and a Philosopher Argue about Ethics, Human Nature, and the Brain, Princeton University Press

Hammersley, Read (2006), ” Are childabuse andschizophrenia linked?”, in Newscientist, nr. 2556 Picchioni M., Murray R. (2007) “Schizophrenia”, in BMJ

Selten J.P., Cantor-Graae E., Kahn R.S. (2007), “Migration and schizophrenia”, in Current Opinion in Psychiatry (marzo 2007)

Fargnoli F., Belli S., Zanobini V., Bisconti P., Fargnoli D. (2011) “La schizofrenia è una malattia genetica? Considerazioni a margine di una lettera alla rivista Nature”, in http://domenicofargnoli.com/2012/11/23/la-schizofrenia-e-una-malattia-genetica-considerazioni-a- margine-di-una-lettera-alla-rivista-nature/

Capra F. (2002), Tra scienza e vita, BUR, 2009

Henri Bergson (1896), Materia e memoria, Laterza, Bari-Rona 1996

Ricci L. “L’era della vita artificiale ha avuto inizio?”, in Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2010


15 Commenti

Fabrizio Marchi 9:13 am - 6th giugno:

Mi rendo conto che questo articolo-saggio è molto lungo e anche di difficile comprensione per chi (in primis il sottoscritto) è a digiuno di certe materie. Tuttavia è un o sforzo che a mio parere va fatto.
E’ già stato pubblicato sull’Interferenza http://www.linterferenza.info/contributi/vita-dna-ricerca-scientifica-e-dignita-delluomo/ ed è stato scritto dal nostro nuovo amico Riccardo Achilli.
Riccardo è un economista, è un uomo di formazione marxista (e tuttora si considera tale), libertario, non ortodosso che, come noi, ha scoperto da tempo quei territori che anche noi stiamo esplorando. E come vedete lo fa con grande cognizione di causa. A differenza del sottoscritto che ha mollato gli ormeggi da quel porto, continua a militare politicamente nell’area di SEL, consapevole ovviamente dei limiti strutturali di quell’area politica (gli stessi per i quali il sottoscritto l’ha abbandonata), perché sostiene che ”per lo meno sui temi di politica economica e del lavoro, una parvenza di qualcosa di diverso la dicano”.
Io non sono affatto d’accordo, o meglio, ritengo che sia solo uno specchietto per allodole, ma questo è un altro discorso (e capisco anche la sua posizione, pur non condividendola). Resta il fatto di fondamentale importanza che sono sempre relativamente più numerosi gli amici e i compagni (in questo caso si può dire senza che si offendano…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_yahoo.gif) che provengono da una certa area della sinistra che hanno cominciato ad individuare e anzi hanno individuato da tempo nel mainstreaming politicamente corretto (e derivati…) la nuova ideologia del capitale.
In queste settimane ho scoperto con grande piacere che c’è una sostanziale condivisione anche dei temi di cui ci occupiamo su UB da anni, con tutti i nuovi amici e collaboratori dell’Interferenza che si sono spontaneamente avvicinati al nuovo giornale e che stanno dando il loro prezioso contributo (Riccardo è di questi). La cosa ovviamente mi fa molto piacere e all’inizio mi ha anche sorpreso. Poi ho pensato che non fosse poi così casuale http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gif

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armando 2:37 pm - 6th giugno:

La cosa ovviamente mi fa molto piacere e all’inizio mi ha anche sorpreso. Poi ho pensato che non fosse poi così casuale http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gif

Non è casuale perchè quando si rompe un tabù le energie fluiscono. Non sono un nemico assoluto dei tabù, perchè ritengo che ne esistano anche di necessari. Questo, però, era assolutamente da rompere.
armando
armando

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Tarallo 3:32 pm - 6th giugno:

Aò Fabbrì, dicci a questo tuo dotto amico che vuole impressionarci a colpi di termodinamica e biologia(ci mancava solo che applicasse anche la meccanica quantistica), che se mi ci metto io a spiegare il capitalismo o la QM con con argomenti da me studiati all’ università come i Campi Elettromagnetici, Trasmissioni numeriche e l’ Elaborazione dei Segnali, e loro relativi metodi fisico-matematici quali equazioni integrali di Fredholm, equazioni differenziali di Helmotz per guide d’ onda, funzioni di Green, funzioni di Bessel, teoria geometrica della diffrazione,teoria dell’ ottica geometrica, trasformate di Fourier e di Laplace, Wawelets e compagnia bella….succede un macello http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_good.gif

Comunque a parte gli scherzi, questo trattato dovrebbe essere messo su un ebook in pdf. Perchè non è un articolo.

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cesare 6:06 pm - 6th giugno:

Si Tarallo ha ragione: è un testo che merita lo status di saggio da pubblicare con l’evidenza e la permanenza in rete che ne consegue e soprattutto da scaricare liberamente. Ripropongo qui l’idea di Fabrizio di raccogliere in un libro gli interventi su UBeta.

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Fabrizio Marchi 7:20 pm - 6th giugno:

Tarallo,

Non solo nulla e nessuno ti impediscono di farlo, caro Tarallo, ma sarebbe un lavoro prezioso che apprezzeremmo tutti moltissimo…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gif
Sì, certo, non so prevedere i tempi, ma sicuramente pubblicheremo questo libro.
Come ormai alcuni di voi avranno capito, il sottoscritto viaggia tendenzialmente con un motore a tre cilindri, però alla fine arriva…Insomma sono un diesel ma inesorabilmente arrivo a destinazione…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_yes.gif
Direi, tutto sommato che potrebbe essere strutturato per articoli con i relativi commenti. Penso che sia la cosa migliore alla fin fine, perchè pubblicarlo per autore potrebbe creare più confusione, invece strutturandolo per articoli manterrebbe una maggior coerenza.
Comunque si farà, su questo non c’è alcun dubbio e direi di pubblicarlo noi come Uomini Beta, senza rivolgerci alle case editrici. Intanto perchè se ci rivolgiamo a una casa editrice siamo destinati ad aspettare un paio d’anni, e popi perchè lo Statuto della nostra associazione prevede la possibilità di editare libri, riviste, giornali e quant’altro. E quindi perchè no?…

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armando 9:17 pm - 6th giugno:

“In breve, non potrà mai riprodurre la vita, che resterà sempre un passo avanti ogni possibile programmazione, ogni possibile determinazione sperimentale, ogni possibile teoria che la spieghi.”
Lo spero ardentemente, anzi ne sono certo perchè credo che la vita non sia solo un fenomeno organico.
Però può produrre danni forse irreversibili (almeno nel tempo che ci è dato vivere), ossia mutare nel profondo la concezione che l’uomo ha di sè, il senso del suo vivere. E non è poco, purtroppo.
armando

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Tarallo 2:38 pm - 9th giugno:

Fino ad ora la la QM è stata perseguita in modo incompleto,corretto ma incompleto, cioè sganciandola dalla questione umana. Eppure la QM è la questione umana(QU) per eccellenza. Una QM che non consideri il lato umano,interiore e psicologico del maschile in relazione ai suoi rapporti con l’altro sesso, è come un corpo senza sangue. “Indipendenza emotiva” o “distacco” nei confronti delle donne,questa è da sempre la ricetta che viene proposta in ambito QM(me compreso), ma questa è solo retorica, che cozza con l’aspetto biologico e ormonale. Il fatto è che l’ uomo, per natura, non può sottrarsi alla forte dipendenza verso il femminile(solo l’ uomo gay è libero da questa dipendenza). Dipendenza che a parti invertite è meno forte(ma pur sempre presenta, ovvio). Questa asimmetria rispecchia la natura: è il maschio che corteggia, che cerca la femmina, è la femmina che seleziona il maschio migliore(secondo i suoi parametri) .Risulta logico quindi che il maschio si senta molto più dipendente nei confronti della femmina che non viceversa. Un uomo se in relazione con l’altro sesso non riesce ad avere una vita sessuale, affettiva e sentimentale appagante vive male. E’ un dato di fatto. Piuttosto quindi di negare questa naturale ed inevitabile dipendenza maschile verso il femminile sarebbe il caso quindi di valutare quale sia la migliore soluzione volta a ridurre lo squilibrio che questa asimmetria e dipendenza prima descritte creano,

Tutta la QM fino ad ora è stata ricondotta solo all’ aspetto giuridico/giudiziario(discriminazioni contro gli uomini) e simbolico(pestaggio antimaschile), cioè al lato meramente materiale e mai a quello umano. Se ci pensate bene questa è la classica visione neoliberista del mondo: cioè l’ unico aspetto che rende realizzato un essere umano è solo quello materiale(lavoro, soldi, posizione sociale, ecc) e non anche e soprattutto il suo stato interiore/esistenziale. Solo per fare un esempio fra gli innumerevoli che si potrebbero fare: tutti parliamo dei padri separati a cui i le mogli e giudici hanno tolto casa figli e soldi, ma di nessuno di noi ha mai considerato il loro stato d’animo nell’ essere stati abbandonati da quelle persone che gli avevano promesso amore e fedeltà eterna, come se il lato psicologico/ esistenziale di una persona fosse un aspetto secondario(e invece è primario), ininfluente e addirittura segno di “schiavitù maschile verso le donne”. Quindi fino ad ora si è preferito nascondere sotto il tappeto questa problematica, Amici, con questo approccio non si andrà da nessuna parte, perchè esso non intercetta i bisogni interiori maschili.
Mostrare i muscoli non serve a nulla, anzi vuol dire intrappolare senza scampo gli uomini in quella ragnatela sociale che vuole l’ uomo come un essere continuamente forte e senza sentimenti e come tale quindi non avente diritto di ricevere affetto, premura, amore, fedeltà(dalla moglie). Bisogna sfatare il mito della Forza intesa come “valore” e della Debolezza come disonore.. Da questo mito scaturito il nazismo. E il femminismo infatti ricalca esattamente questa linea natural-nazista, cioè la linea del Meritocrazia:secondo il femminismo non vi è diritto al sesso, all’amore e a non essere abbandonati, ma tutto è incentrato e dipendente sul volere e sul desiderio femminile che sceglie chi è “meritevole” di queste cose e chi no. Certo il femminismo riconosce questo concetto anche a parti invertite. Ma qui vi è l’ inganno, perchè è la donna che detiene il potere sentimentale e sessuale, cioè è lei che nella maggior parte dei casi seleziona(cioè è l’ uomo a corteggiare, lei sceglie il corteggiatore “migliore”) e ed è lei che nella maggior parte chiude(rompe) una storia sentimentale di coppia. Pertanto questa Libertà seppure sia riconosciuta ad entrambi(donne e uomini) in pratica vale quasi solo esclusivamente per le donne(e per i “maschi alpha”). E questo, ripeto, non perchè il femminismo sia ipocrita(lo è, ma non in questo caso che sto descrivendo) ma perchè è la Natura che è così: il maschio corteggia, la femmina seleziona il corteggiatore “. Quindi è il maschio a ritrovarsi nella situazione svantaggiosa di chiedere sesso e amore, di passare attraverso la selezione, di subire l’amarezza del rifiuto e l’ atroce dolore di essere abbandonato. Pertanto in riferimento ai rapporti con l’altro sesso l’ uomo medio è molto più debole debole, oggettivamente più debole,rispetto alla donna. E’ Natura. La Natura è discriminatoria. Fino ad ora in ambito QM si è sempre teso a nascondere questa verità(debolezza maschile), per una questione di falso orgoglio. Si è quindi sempre preferito seguire la linea del primato della Libertà(“ognuno può fare ciò che vuole”), della Forza e della Meritocrazia. Ecco perchè bisogna rivalorizzare il concetto di Etica: l’ Etica, come la Cultura, è imprescindibile dalla natura umana, pertanto sganciarla dalla natura umana comporta la cruda e terribile legge naturale primordiale: il più meritevole che va avanti,il non meritevole che soccombe. L’ Etica invece limitando la libertà naturale fa sì che i rapporti inter-umani, inter-sessuali, inter-sociali, ecc, si riequilibrino, diminuendo quindi le forti differenze e squilibri tra essi, e creando maggiore reciprocità tra essi. Con il primato dell’ Etica in poche parole non ci saranno più coloro(pochi) che hanno quasi tutto e coloro(molti) che non hanno quasi nulla.
Se notate c’è una profonda analogia tra Libero Capitalismo e Libero Sesso Femminista(cioè privo di “spontaneità e reciprocità”). Entrambi si fondono sul principio della libertà naturale(quindi sganciata da ogni principio etico):ognuno può fare tutto ciò che vuole, e usufruire di un bene(amore, sesso, nel caso del femminismo) non è un diritto ma qualcosa che si deve meritare, pertanto solo il più “forte” riesce ad usufruire a piene mani. Ecco quindi smascherata la logica conservatrice e reazionaria del Femminismo.
La QM potrà essere affrontata e risolta solo quindi sganciandosi da questa logica Liberale, anteponendo quindi l’ Etica e la Pietas Umana alla Meritocrazia e alla Libertà Naturale.
Inevitabilmente questo comporterà anche l’ esigenza di dover ridefinire alla luce delle dinamiche della QM il tradizionale concetto delle classi sociali e di tutti gli altri schemi socio-politici. Risulta chiaro quindi di dover estendere il concetto di classe da quello tradizionale a quello in una dimensione più ampia che comprenda anche la sfera interiore/esistenziale dell’ individuo(bisogno del sesso, bisogno dell’ amore, bisogno a non essere abbandonato dalla persona che si ama, ecc) e quindi non solo la componente socio-materiale, pertanto deve essere sottratta alla classica e tradizionale visione individualista e materialista sulla quale da sempre sono basate tutte le ideologie e analisi politiche e social, da quando è inziiato il mondo.
Si capisce quindi perchè i tre principali e vecchi schemi di approccio politico. e cioè Progressismo, Conservatorismo e Tradizionalismo, risultano inadeguati e dannosi per poter affrontare la QM.
Sia chiaro,il classico dualismo SX/DX ovviamente non dovrà essere soppresso, come oggi va molto di moda chiedere,ma semplicemente inquadrato nell’ ottica della prima descritta ridefinizione del concetto di classe e quindi va letto letto alla luce solo e soltanto della QM il quale deve rappresentare il fine ultimo di ogni analisi politica e filosofica. La QM è la madre di tutte le battaglie e di tutti i problemi del mondo e della società, perchè è inerente ai rapporti e alla divisione di due “metà” della Terra.
Pertanto ogni analisi politica, sociale, religiosa, o filosofica che non sia orientata e finalizzata alla QM e solo e soltanto alla QM, è fallace, inutile e dannosa.
I

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cesare 3:40 pm - 10th giugno:

Tarallo dice cose molto sensate circa la dimensione interiore come elemento decisivo insieme a quello socioeconomico naturalmente, ma ineludibile: detto in estrema sintesi o torniamo a cercare il bene, il giusto, il bello e il vero, la famosa Verità con la “v” maiuscola cui amaramente rinuncia Pilato nel suo drammatico colloquio con Cristo, e riposizioniamo, scusate la durezza, la figa al suo giusto posto, cioè tra le gambe di un animale bipede, e filtriamo il femminile attraverso le priorità etiche e spirituali del nostro essere uomini, chiamando la femmina a rapportarsi a noi nella condivisione di queste istanze appunto umane, oppure ci metteremo nella condizione di farci condurre al guinzaglio dalle femmine e nel ruolo di cani da pagliaio. Rimproverati poi ferocemente di essere cani da pagliaio e “non veri uomini”.
Parafrasando la celebre frase del Vangelo a che serve conquistare tutte le femmine se poi perdi te stesso? Questa perdita di sè è la ragione del profondo indicibile dolore dei maschi in Occidente, la causa di tante tragedie familiari, del dolore delle donne stesse e la causa principale del declino della nostra civiltà.

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Tarallo 3:37 pm - 11th giugno:

Non avevo dubbi che uno come Cesare avrebbe condiviso la mia posizione a riguardo dell’ imprescindibilità della Questione Etica(QE) e della Questione Umana(QU) dalla Questione Maschile(QM). I tre aspetti devono andare per forza di cose a braccetto e devono fondersi le une con le altre. Se già da anni la mia posizione sulla QU ha avuto larga condivisione qui sul MUB(in altri lidi della QM altrove invece nessuna condivisione ha avuto), non si può dire la stessa cosa per la QE: è da due anni circa che ho realizzato questa analisi circa la QM, ma la mia è rimasta una posizione assolutamente isolata in tale ambito, e il silenzio(=dissenso) di Fabrizio e Rino è molto indicativo in tal senso. Sarà forse anche per il fatto che questa mia visione è strutturata in modo tale da essere facilmente ed erroneamente scambiata per una visione tradizionalista, e quindi non capita nè condivisa da chi come Fabrizio(marxista eretico) e Rino(anarchico e “ateo devoto” di sinistra) si trovano su una sponda non certo opposta ma comunque molto lontana da quella tradizionalista. Ma la mia analisi non è certo tradizionalista, anzi propone il superamento dei tre vecchi e grossi schemi, di cui il tradizionalismo è parte(progressismo, conservatorismo, e appunto tradizionalismo) ma non per distruggerli ma semplicemente per ridefinirli alla luce della QM oltre che del cambiamento della struttura sociale a seguito della rivoluzione tecnologica e morale degli ultimi 50 anni.Di qui l’ esigenza di estendere il classico e tradizionale schema di categorizzazione dei gruppi umani(classi sociali) in una dimensione più ampia che comprenda appunto, come detto prima, anche la sfera interiore ed esistenziale dell’ individuo, specie in relazione ai rapporti con l’altro sesso. Questo però non vuol dire assolutamente abbracciare una visione interclassista della società(rispetto al classico schema di classe sociale), in quanto la dimensione socio-economica rimane e deve rimanere comunque necessaria e fondamentale nella categorizzazione dell’ individuo(il reddito, il lavoro e la posizione sociale sono elementi determinanti per la sopravvivenza dell’ individuo), semplicemente questa dimensione socio-economica va integrata con la dimensione interiore/esistenziale al fine di rendere completa l’ esigenza dei bisogni umani di ogni individuo nella loro interezza.
Non possiamo sottrarci a questo processo di revisione se vogliamo risolvere la QM, in quanto la maggior parte dell’ afflizione del genere maschile in questa società femminista occidentale riguarda il lato interiore ed esistenziale nei suoi rapporti con l’altro sesso. Se maschi e femmine sono le due metà della Terra, automaticamente e logicamente l’ elemento decisivo e determinante al fine dell’ armonia e serenità di ogni individuo umano non può che essere la pace e la serenità nei rapporti con gli individui dell’ altro sesso.
Parliamo tanto degli uomini che si suicidano per lavoro o che muoiono sul lavoro, ma c’è un numero ancora maggiore di uomini che si suicidano o che si sentono straziati per questioni sentimentali in relazione con l’altro sesso, perchè lasciati ingiustamente dalle loro compagne/mogli, perchè privi di vita sessuale/sentimentale, e cos’ via.. La frustrazione maschile in questa società che ha colpevolizzato il maschio dipingendolo come privilegiato e oppressore di donne, e quindi come tale non avente diritto a reclamare amore, sesso, fedeltà e affetto, è l’elemento fondamentale di cui si deve occupare la QM.

Oggi l’ uomo medio occidentale(e anche quello paesi non occidentali in cui è presente il femminismo di Stato, come l’ India ad esempio) è gravemente frustrato in relazione ai suoi rapporti con l’altro sesso. Ripeto, una frustrazione interiore/esistenziale, più che socio-economica(e quest’ ultima aggrava ancora di più la situazione). Cercare di nascondere questa frustrazione maschile generalizzata per una questione di falso orgoglio e pseudo-machismo, finisce per aggravare ancora di più la condizione maschile.
Dobbiamo invece reclamare il diritto degli uomini alla debolezza(deboli non vuol dire fessi), alla comprensione, all’ affetto, all’ amore,al sesso, a non essere abbandonati dalla persona che si ama e con cui si sta da anni. Sono DIRITTI, questi,che si devono reclamare e invocare, perchè conferiscono all’ individuo una sana vita a livello interiore ed esistenziale, e senza i quali l’ essere umano vive male, uno strazio interiore senza fine, e per questo subire anche gravi contraccolpi organici.
Ma il Femminismo, queste cose sopra descritte non le riconosce come diritti ma come cose che si devono meritare, in pieno stile conservatore e reazionario: se sei considerato idoneo dalla donna le avrai queste cose, altrimenti rassegnati. Questa è la classica Libertà Naturale(da sempre difesa dal pensiero Conservatore)dove non essendoci regole etiche e conseguente senso del dono altruistico, solo il più “meritevole” riesce nel prefissato intento(economico o affettivo che sia). Certo, per il femminismo questo discorso vale anche per le donne,infatti in teoria anche loro queste cose(amore, affetto, fedeltà, non essere abbandonate dall’ uomo che le ha promesso fedeltà eterna) se le devono meritare, tuttavia essendo nella maggior parte dei casi le donne a regolare le questioni sentimentali e sessuali(nel senso che sono esse che rifiutano e selezionano il corteggiatore dando inizio ad un rapporto di coppia, e sono essere che pongono fine ad un rapporto di coppia), risulta chiaro che questa libertà naturale(a livello sentimentale e sessuale) nei fatti e nella maggior parte dei casi vale solo per le donne.

Il Femminismo quindi non è altro che una versione Liberal-Conservatrice dei rapporti umani,declinata al femminile, cioè riferita all’ interazione del femminile con il maschile: tutto ruota intorno al desiderio e al piacere femminile, pertanto ogni rapporto sentimentale di coppia donna-uomo è incentrato sulle sabbie mobili del sentimento e quindi sull’ interesse e piacere individuali(io lo chiamerei egoistico) piuttosto che sul senso del dovere altruistico(e ovviamente reciproco) verso l’altra metà, dovere questo(dovere coniugale, se sposati) che viene criminalizzato dalla mentalità femminista come forma di “oppressione” e “stupro” per le donne. Un esempio? La mentalità femminista imperante oggi, ad esempio, dice che sia giusto che una donna(e teoricamente anche un uomo) calpesti i sentimenti di un suo fidanzato/marito(e teoricamente anche una fidanzata/moglie) a cui gli aveva promesso amore e fedeltà a vita, mollandolo di punto in bianco anche senza giusta causa(giusta causa è ad es. tradimento o violenza)quindi semplicemente quando lei “non sente più nulla” per lui, come se fosse un oggetto che non serve più, anche a costo di farlo soffrire atrocemente(= sentimento individualistico emotivo che prevale sul senso del dovere altruistico di non far soffrire una persona e quindi di tenere conto dei suoi sentimenti). Se pensiamo che milioni e milioni di uomini subiscono e soffrono per questa situazione, è assolutamente indispensabile porre nell’ agenda della QM la condizione interiore ed esistenziale del maschile nei rapporti con il femminile. Dopotutto, al contrario di quanto dice la mentalità femminista,
Quindi al fine di dare alla QM le coordinate giuste per una sua risoluzione, è necessario usare l’ approccio Etico. L’ Etica non è la Morale, anche se a volte in alcuni aspetti possono combaciare.La Morale è soggettiva ed è inerente ad una particolare visione(religiosa, sociale, filosofica, politica, ecc) della società, mentre l’ Etica è oggettiva ed è finalizzata all’ equità, all’ equilibrio e alla reciprocità dei rapporti intra-umani, quindi è intrinsecamente correlata alla natura umana. L’ Etica implica necessariamente un senso di dono o dovere altruistico, dovere che il femminismo ha annichilito in riferimento alle relazioni sentimentali uomo-donna in nome del primato dell’ interesse individualistico. L’ Etica invece fa sì che la libertà individuale e naturale e quindi l’ interesse individuale di ognuno sia limitato in funzione del dovere altruistico verso l’altro. Solo con questo principio la specie umana può andare avanti. Non si può quindi separare natura umana ed Etica(e anche Cultura), così come non si può separare ad esempio il sole dai suoi raggi emessi. Separare l’ Etica( nel rapporto fra i due sessi) dalla natura umana, come è stato fatto attraverso anni e anni di rivoluzione materialista, relativista e femminista, ha degradato e reso instabile,infelice e nevrotica questa società moderna, molto di più di quanto non lo era in passato(non è un caso che nelle società non occidentali e non femministe il tasso di infelicità sia molto minore di quello occidentale): sempre più matrimoni e coppie che si sfasciano,proprio perchè per la mentalità femminista di oggi conta solo il sentimento individualista a scapito quindi del senso del dovere altruistico verso il “partner”), con conseguente stato di disperazione e frustrazione di milioni e milioni di persone, in gran parte uomini, perdita di ogni riferimento di valori tra i giovani, perchè il femminismo ha insegnato loro che l’ educazione all’ etica nei rapporti con l’altro sesso è un “vecchio schema patriarcale e tradizionale”, e così via. Se tutto il mondo seguisse il modello sociale liberale e femminista occidentale, l’ umanità si estinguerebbe in poche generazioni.

Ecco quindi individuata l’ imprescindibilità della QE dalla QM.
Pertanto è inevitabile approcciare la QM alla luce dell’ Etica, e quindi ridefinire e conformare i vecchi e classici schemi socio-politici alla QM.
La necessità dell’ applicazione dell’ Etica non viene certo dal sottoscritto: da sempre l’ Etica è stata applicata, seppure in contesti molto limitati.Ad esempio, il Socialismo non è altro che un’ applicazione dell’ Etica ai rapporti tra classi sociali al fine di ridurre gli squilibri tra essi, e quindi di creare una maggiore reciprocità. Tuttavia il Socialismo così come ogni altra ideologia o approccio politico e filosofico difetta dell’ applicazione Etica ai rapporti intra-umani tra i due sessi, rapporti che invece sono alla base del buon proseguimento della specie umana, molto di più di quelli sociali e di ogni altra specie e categoria, proprio perchè come detto molte volte i due sessi rappresentano le due metà della Terra, dell’ Umanità, dalla cui interazione quindi tutto discende. Pertanto occorre l’ estensione globale dell’ Etica ad ogni rapporto sociale e umano, a cominciare proprio dal rapporto fra i due sessi nell’ ambito sentimentale e sessuale. L’ individuo deve essere visto non più in funzione solamente dei suoi bisogni socio-economici ma anche di quelli interiori ed esistenziali.

Quindi in conclusione per risolvere la QM si deve partire dalla QU(bisogni interiori ed esistenziali), ma la QU non può essere separata dalla QE, perchè quest’ ultima con il suo senso del dovere altruistico difende i bisogni umani e rende più equi i rapporti intra-umani, ma la QE a sua volta non può essere disgiunta dalla QM, perchè è a partire proprio dai rapporti tra le due metà della Terra(dai cui rapporti discende tutto) che l’ Etica ha senso di essere applicata.Quindi nasce una relazione circolare, contro-reazionata(Loop), cioè in cui l’ ingresso(inizio del processo) coincide con l’ uscita(fine del processo):

QM–>QU–>QE–>QM

Questa è la strada che si deve seguire per la QM. Con questa nuova impostazione e visione dell’ individuo e quindi delle classi sociali, viene alla luce tutta la linea ferocemente conservatrice e reazionaria del Femminismo.
Questa è la sola ricetta vincente per affrontare la QM.

Non c’è altra soluzione.

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Fabrizio Marchi 9:34 pm - 11th giugno:

Tarallo,

Tarallo, scusa, normalmente si dice che il silenzio è assenso e non dissenso, tu invece dai per scontato che il mio silenzio e quello di Rino rispetto ai tuoi commenti sia necessariamente un segnale di dissenso…
Né tanto meno ti viene in mente che uno negli ultimi giorni magari abbia avuto qualche impegno di lavoro o personale, oppure che ne so, qualche “pratica” da sbrigare, il commercialista, l’avvocato, il condominio, le tasse da pagare, il condizionatore d’aria da riparare, il dentista, una bolletta da spavento da contestare all’azienda comunale dell’energia elettrica, il lavandino otturato, il meccanico, l’assicurazione che ti sei dimenticato di pagare, il traffico romano che tra una pratica e l’altra ti blocca per ore…
No, eh?……Tutto ciò non è contemplato…Uno non risponde nell’arco di 24 ore a quello che scrivi e tu già fantastichi chissà cosa o dai per scontato che sia in dissenso…
Va bè…tiremm innanz…
Ciò detto, hai scritto cose molto interessanti e in gran parte anche condivisibili. Il discorso sull’etica in relazione alla QM è molto interessante e pregnante anche se io la vedo in modo diverso da te. Comunque ne parlerò domani, ora sono stanco e non ce la faccio a concentrarmi come vorrei.
Fa pure molto caldo… http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cry.gif
P.S. ora abbiamo anche un altro “giocattolino”, cioè L’Interferenza, che ci prende un pò di spazio e tempo, e siccome sta andando anche bene (specie nei contatti e nelle collaborazioni che abbiamo allacciato), dobbiamo concimarlo come si deve e dedicarlgi le nostre cure, così come abbiamo fatto con UB. L’Interferenza è anche un ponte, diciamo così, fra UB e il resto del mondo. E’ nato anche per questa ragione.

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armando 1:21 pm - 12th giugno:

Tarallo,

La QE è sicuramente importante, ma per essere risolta deve anch’essa essere inserita in una comunità che a sua volta sia improntata all’etica, sociale, comunitaria, e di conseguenza individuale. Altrimenti rimane, diciamo così, sospesa in aria. Ora è arciscuro che in questa società tutto ciò non esiste e non può esistere, dal momento che tutto è improntato sull’utilità individuale. Non significa che non esistano persone che vivono e agiscono diversamente, ma non su queste è tarato l’agire sociale complessivo.
Ciò che tu auspichi è irrealizzabile sul momento, ragione per cui se vogliamo che gli uomini non continuino a soggiacere a quei limiti “naturali” (ci capiamo) che tu indichi, occorre si sforzino di superarli. Non significa affatto dover essere super, atteggiarsi a machi etc. etc. Quelle sono sciocchezze. Significa invece trovare dentro di sè le risorse per uscire dalla dipendenza che non è solo sessuale, ma anche e soprattutto emotiva. Queste risorse ci sono eccome, si tratta solo di attivarle.
Come dovrebbe in concreto essere questa società etica è altro discorso, naturalmente, perchè ci possono essere più visioni, ma quello che oggi è importante è essere d’accordo sul concetto base.

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Fabrizio Marchi 7:05 pm - 12th giugno:

Tarallo,

Dunque…dicevo ieri…Questione Etica…
Sono ovviamente d’accordo sul fatto che l’Etica sia una questione fondamentale, soprattutto per chi, come noi, si pone in una posizione di critica strutturale all’ordine sociale esistente che è sostanzialmente fondato sui valori dell’individualismo e del liberismo. Il Liberalismo è stato per secoli l’ideologia del Capitalismo e della Borghesia e anche oggi continua a servire da copertura ideologica ma ormai sappiamo benissimo che il Capitalismo può marciare tranquillamente e forse anche meglio in assenza di diritti e di democrazia. Senza tornare troppo indietro nella storia, i turbo capitalismi dispotici asiatici e mediorientali stanno lì a dimostrarlo (e quello è il modello verso il quale stiamo marciando, anche se non lo dicono apertamente per ovvie ragioni…). Sarebbe l’ora che anche i sinceri liberali cominciassero a prenderne atto, dal momento che abbiamo sempre detto che ciascuno deve fare i conti con la propria storia e le proprie magagne. Noi li abbiamo fatti e siamo andati fino in fondo a raschiare il barile, fino a spezzarci le unghie. E’ venuto il momento che lo facciano anche gli altri…
Quindi l’Etica e la QM…Certo, sicuramente, la QM è innanzitutto una questione di diritti, di parità, di eguaglianza, di libertà, di riconoscimento reciproco, quindi come può essere separata dall’Etica? Ovviamente non è possibile.
Dalle stelle alle stalle (si fa per dire perché come sapete, le “stalle”, cioè la realtà vera, è quella che conta..), la vedo però in modo diverso da te. Voglio dire, sono d’accordo sul fatto che oggi ci si prende e ci si molla (parlo delle relazioni affettive) quasi come si beve un caffè al bar, e sono anche d’accordo che nella maggior parte dei casi a fare le spese di questo “amore liquido” siano gli uomini, contrariamente alla vulgata di sempre che racconta che gli uomini sono degli eterni “farfalloni” e le donne invece quelle che cercherebbero il rapporto stabile (la qual cosa, da un certo punto di vista è anche vera, ma insomma, ci capiamo…). IL problema però non può essere affrontato sul piano della fedeltà per decreto o per legge dello stato (o della chiesa), nel senso che è del tutto naturale che una relazione possa esaurirsi o comunque trasformarsi, in parole ancora più povere che due persone possano separarsi. Non è che si può costringere una persona, uomo o donna che sia, a rimanere insieme al marito o alla moglie che non si ama più, perché questa non sarebbe più etica ma una forma di violenza. Non è questo il punto.
Il punto è (dovrebbe essere), come dice giustamente Armando, quello di costruire una società dove i valori umani, della lealtà, della solidarietà, della sincerità, del rispetto dell’altro/a, in poche parole quel complesso di valori che chiamiamo Etica, siano centrali. Una persona non è un oggetto che una volta “consumato” si può buttare via come se nulla fosse. Una persona è un essere umano e come tale va considerato e rispettato. Dopo di che si può stare assieme o decidere di separarsi ma anche in questo caso, questo percorso comunque doloroso dovrebbe essere gestito in modo umano e per quanto possibile non traumatico, con il massimo della sensibilità e della delicatezza del caso. Il problema è che in un mondo, lo abbiamo detto mille volte, dove l’essere umano è stato ridotto a merce, dove le uniche leggi sono quelle dell’edonismo, del narcisismo, dell’accumulazione e dell’ottimizzazione anche e soprattutto del “capitale umano”, è ovvio che parlare di etica, cioè della possibilità di costruire relazioni diverse, all’insegna del rispetto, delle reciprocità, della spontaneità, del considerare l’altro/a da noi non come un mero strumento del nostro piacere o del nostro utile ma come un essere umano che dovrebbe essere trattato come noi vorremmo essere trattati (cioè con riguardo, con cura, con lealtà e con rispetto), rischia di diventare, allo stato, un esercizio accademico. E infatti oggi lo è, e anche gli “intellettuali” per lo più a stipendio che tentano in qualche modo di spiegarci che questa società affonda le sue radici non nel profitto, non nell’accumulazione, non nella mercificazione, non sull’individualismo sfrenato ma in valori altri, sanno di mentire, perché sanno benissimo che il vero motore che manda avanti la nostra società non è la solidarietà, il rispetto degli altri o l’etica, pubblica o privata (sai quanto gliene frega…) ma appunto tutto il bailamme di cui sopra.
Sono altresì d’accordissimo sul fatto che la sofferenza maschile sia innanzitutto una questione di natura psicologica (affettiva, sessuale ecc.), non mi pare però che da queste parti qualcuno lo abbia mai disconosciuto, anzi… Se parliamo spesso di morti sul lavoro, di padri separati gettati sul lastrico o di altre questioni di ordine “materiale” (filosoficamente parlando, anche quelle psicologiche, affettive e sessuali lo sono, sia chiaro, è ora di fare chiarezza sul concetto di materialismo, perché ci sono ancora molti che pensano che il “materialismo” sia la filosofia della materia “bruta” separata dallo spirito…), lo facciamo proprio perché vogliamo cogliere la QM nella sua totalità e combattere al meglio l’avversario, sbattendogli in faccia la realtà, non perché non consideriamo i risvolti psicologici della questione. Al contrario, sono fondamentali. La “bellezza” e la “straordinarietà” della QM è che pervade tutta la realtà, non c’è un angolo, anche il più remoto, del reale, dove la QM non arrivi. Questo ormai i veterani “quemmisti” come noi ben lo sanno.
Quindi, in conclusione, sono sicuramente d’accordo con te, sia pure nei termini che ho spiegato. L’Etica è un valore fondamentale per chiunque lavori per una società fondati sul superamento di ogni forma di discriminazione, sfruttamento, oppressione e diseguaglianza. L’Etica non è separabile dalla Libertà, dall’Eguaglianza e dal Diritto. L’Etica non è quindi separabile dalla QM, essendo la QM una battaglia di Libertà, Eguaglianza e Diritto.

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Tarallo 12:47 am - 13th giugno:

Armando, è vero che nel breve periodo, ciò che ho analizzato e auspicato non è realizzabile. Tuttavia questo non ci deve impedire di impostare la QM su questa linea, altrimenti nemmeno si può sperare che le cose possano cambiare positivamente in termini di QM. Una linea di pensiero volta al miglioramento della società e del mondo va a impostata a prescindere dalla sua prospettiva di realizzabilità nella pratica. Immagina se coloro che a fine ’800 teorizzarono i diritti dei lavoratori avessero rinunciato di fronte all’ ostilità della società benpensante e dei governi dell’ epoca, decenni e decenni di anni dopo non avremmo certo visto lo statuto dei lavoratori.
Dici che l’ uomo deve combattere la dipendenza emotiva nei confronti delle donne. Il problema è che però la dipendenza emotiva nei confronti delle donne è imprescindibile dalla dipendenza sessuale(infatti non risulta che i gay si sentano emotivamente dipendenti dalle donne) la quale a sua volta è una dipendenza meramente ormonale come tale non controllabile attraverso una propria “filosofia” di vita. Certo nulla esclude che possiamo sforzarci in tal senso(la mente può agire sul corpo), ma come possiamo pensare di affrancare l’ uomo beta da suddetta dipendenza emotiva nei confronti del femminile se in ambito QM si difende il porno e anzi si fa apologia di esso attribuendo falsamente al femminismo un’ inesistente quanto fantomatica avversione nei confronti del Porno? Chi più del porno rende emotivamente dipendenti gli uomini dal corpo femminile e quindi dal suo arbitrio? Il Porno infatti bombarda gli uomini beta con continue illusioni di una beatitudine sessuale di cui mai potranno usufruire, in quanto tale beatitudine(nel porno) è riservata solo a pochissimi uomini “eletti”, senza considerare poi che anche coloro che hanno una sufficiente vita sessuale, mai e poi mai potranno ottenere ciò che si fa nelle scene porno.

Fabrizio: ” Non è che si può costringere una persona, uomo o donna che sia, a rimanere insieme al marito o alla moglie che non si ama più, perché questa non sarebbe più etica ma una forma di violenza. Non è questo il punto.”

E’ proprio questo il punto, invece. Considerare “violenza” l’anteporre il senso del dovere altruistico all’ interesse e al piacere personali nonchè al sentimento emotivo ed individualistico del proprio ego e del proprio arbitrio, è il punto che voglio contestare. Ovviamente non voglio dire che la tua posizione sia quella femminista in quanto questa tua affermazione probabilmente è frutto di un fraintendimento del mio discorso. Infatti io non ho invocato costrizioni statali o clericali all’ interno di relazione sentimentale, io ho parlato invece di dovere etico, che come tale attiene ad una dimensione culturale(di mentalità) non certo poliziesca . Che poi in taluni casi il dovere etico nelle relazioni di coppia debba essere tradotto in legge statale(civile, non penale, quindi niente costrizioni penali) non significa assolutamente “violenza” ma salvaguardare i sentimenti di una persona dall’ arbitrio individualistico di un’ altra persona. E’ ora che la Legge tuteli anche la sfera interiore ed esistenziale di una persona e quindi non solo il suo corpo, la sua reputazione e le sue proprietà materiali, in quanto senza pace interiore ed esistenziale l’ individuo vive con uno strazio permanente e spesso muore suicida o stroncato da malattie cardiache(il cuore ne risente più di tutti gli altri organi dello stress e dolore interiore). L’ essere umano non è solo corpo ma anche e soprattutto anima(nel senso interiore e filosofico del termine, non la sto mettendo dal punto di vista religioso).
Quello che oggi viene definito “amore” all’ interno di una coppia non è altro che un sentimento individualistico di attrazione emotiva( verso l’altra metà) che come tale va e viene, aumenta e diminuisce, in modo irrazionale e imprevedibile. Oggi i rapporti sentimentali di coppia quindi sono basati solo sull’ instabilità emotiva di questo sentimento individualistico ed emotivo, e quindi non c’è posto per il dono o per il senso del dovere altruistico verso l’altra metà in quanto considerata una forma di “violenza” e “oppressione” per le donne, e quindi tutto ruota intorno al piacere e interesse individualistico: quando tale piacere e sentimento “emotivo” scompare anche senza “giusta causa”(quindi per “noia”), l’altra metà viene scaricata senza pietà, inesorabilmente, in barba al suo dolore e alla sua sofferenza, come se fosse un oggetto da ricambiare con un altro. E questo lo chiamano pure “Amore”. Questa è barbarie sentimentale, peggiore ancora delle barbarie naziste, perchè distrugge e annienta una persona in modo ancora peggiore di quanto potessero fare le camere a gas naziste(che almeno uccidevano quasi all’ istante).

L’ Amore vero invece non è un qualcosa di emotivo ma di RAZIONALE e che che come tale presuppone un dovere verso l’altro, verso il prossimo, quindi anche esso è dotata di una dimensione Etica.

Poi ripeto, non si può obbligare nessuno a rimanere con questo o con quella,però se proprio si vuole impostare le relazioni di coppia su questo distorto principio emotivo ed individualistico, allora va riferito all’ altra metà prima che il rapporto di coppia inizi: “io sono disposto a stare con te, ma sappi che quando questo mio sentimento scomparirà, io ti lascerò, perciò pensaci ora se vuoi stare con me”. Patti chiari e onesti, questi.E invece questo non succede perchè nella stragrande maggioranza dei casi le donne promettono al fidanzato/marito amore, dedizione e fedeltà eterna, salvo poi mollarli e scaricarli senza pietà quando il loro sentimento individualistico e emotivo di attrazione e di piacere viene meno. Questo scenario avviene pressochè unilateralmente, cioè donne verso uomini, perchè mediamente le donne sono molto più emotive e lunatiche degli uomini(non è uno “stereotipo” ma un dato di fatto), quindi sono molto più soggette rispetto agli uomini a cambiamenti irrazionali ed emotivi nei rapporti sentimentali. Solo in una minoranza dei casi, sono gli uomini a chiedere la rottura di coppia, ma è quasi sempre per “giusta causa”, e quindi non per fattori emotivi come invece avviene per le donne: ad esempio quelle mogli che tiranneggiano i loro mariti, che li tradiscono, che cercano di metterli contro le loro madri(cioè le “odiate suocere”) e che gli negano il sesso. In tal caso tali mariti hanno validi e giusti motivi per chiedere la rottura di coppia o per frequentare prostitute.

Tirando le somme quindi non possiamo sottovalutare questo aspetto analizzato , in quanto esso è la prima causa di sofferenza maschile in questa società edonista e femminista .Quindi è alla base della QM.
Contrariamente a quanto dicono i luoghi comuni antimaschili, l’ uomo non è un essere senza sentimento nè distributore automatico di sperma, ma al contrario è un essere molto sensibile, bisognoso di amore e di affetto(ma non solo nel riceverli ma anche e soprattutto nel darli), molto di più della donna. Pertanto la QM non può eludere tale problematica dettagliatamente analizzata, anzi deve porla tra le cose primarie della sua agenda. Tra l’altro soprattutto in questo modo si può smascherare la natura conservatrice e reazionaria della sedicente “sinistra” Femminista la quale chiede l’applicazione del socialismo solo in riferimento alla sfera materiale ed economica, mentre in riferimento alla sfera interiore ed esistenziale nei rapporti sentimentali invoca il più becero individualismo liberale,sulla stessa logica del Capitalismo liberista più becero e sfrenato.

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armando 4:35 pm - 13th giugno:

Caro Tarallo, il tuo discorso è complesso e offre alcuni spunti davvero interessanti, anche sul piano storico. Ad esempio, la concezione del matrimonio. In quanto unione, scrivi, fondata su “L’ Amore vero invece non è un qualcosa di emotivo ma di RAZIONALE e che che come tale presuppone un dovere verso l’altro, verso il prossimo, quindi anche esso è dotata di una dimensione Etica,” Ora, questa è precisamente la concezione antica del matrimonio, che nel tempo è radicalmente mutata in unione puramente sentimentale e quindi soggetta a tutti i mutamenti dei sentimenti. Tanti matrimoni passati sono durati proprio in virtù di quello che dici. Non so, sinceramente, se fosse l’optimum. So però che oggi lo sfascio facile produce infelicità. Maggiore o minore di quella del tempo dell’etica e dei doveri non so. So che è tanta, e so che a soffrirne per primi sono i figli. Insomma non c’è una soluzione giudiziaria o di imposizione, ma una di ritorno alla considerazione dei doveri e non solo dei diritti, certamente si. La mia impressione è che, anche in questo caso, poichè sono stati gli uomini per primi ad aver spinto ideologicamente nella direzione della modernità, abbiano sollevato una pietra che sta ricadendo loro addosso pesantemente. Anche la riflessione sulla sensibilità maschile è interessante e vera. Tanto sono sensibili gli uomini che si sono fatti così carico di quella femminile (che le leggi tutelano oltre ogni dire), da dimenticare la propria.
Meno d’accordo sono invece sulla dipendenza ormonale. Non che non esista, ma non è affatto insuperabile”. Tutte le società tradizionali se ne sono fatte carico, facendo in modo da trovare degli equilibri anche legislativi, ma soprattutto, considerando che, come si dice con termini che trovo assolutamente veri, il maschile è cultura e il femminile natura. Non sto a ripetere che si tratta di un concetto simbolico e archetipico, quindi non va preso alla lettera. Sta a significare però che il maschio si è sempre attivato per assumere l’elemento naturale come un dato di partenza e trascenderlo, senza contraddirlo, in un quadro culturale. Altrimenti l’essere umano sarebbe un animale come gli altri e potremmo sbaraccare tranquillamente. Io credo che la dipendenza emotiva, e la relativa paralisi psicologica, sia cosa non nuova, anzi molto antica, che in un certo periodo storico gli uomini hanno vinto ma che ora riemerge. Appena ho tempo, posto un’antica leggenda della Terra del Fuoco che racconta, in termini mitologici e religiosi, questa cosa. E’ di grande interesse.
armando

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Tarallo 9:58 pm - 13th giugno:

Continuo l’ analisi prendendo spunto anche da alcune considerazioni di Armando.

Armando si chiede se nella società femminista di oggi nella quale quasi nessuna coppia non si sfascia si è meno o più infelici rispetto alla società del passato nella quale i rapporti di coppia erano impostati sul dovere etico e non quindi sul sentimento emotivo ed individualistico come è oggi. Certamente oggi vi sono diritti(umani, sociali, lavoratici, ecc), tutele nonchè buone condizioni igienico-sanitarie, tutte cose queste che nel passato non c’erano, e quindi non si può negare che queste cose abbiano migliorato e non di poco la qualità della vita. Tuttavia questa società rispetto a quella passata ci è andata a perdere a livello esistenziale ed interiore, perchè l’ individualismo femminista svuotando le relazioni di coppia uomo-donna del senso del dovere altruistico e quindi banalizzandole e riducendole in una mera unione sentimentale emotiva (e quindi individualista del tipo “usa e getta”) , ha reso più instabile questa società, e quindi anche più infelice, più nevrotica, più disgregata. La stabilità di qualunque tipo essa sia, cioè sentimentale, affettiva, lavorativa,ecc, è l’ esigenza primaria dell’ individuo e quindi della società(che è l’ insieme degli individui) .
E’ curioso allora notare come la falsa “sinistra” femminista di oggi da un lato difende la stabilità lavorativa(e materiale in generale) dall’ altro lato invoca una super flessibilità e un super precariato nelle dinamiche delle relazioni di coppia le quali come ho detto e stradetto tante volte coinvolgono la sfera interiore e psicologica e quindi come tale la qualità di vita degli individui. Tutto quindi, e non mi stancherò mai di ripeterlo, in pieno stile consumistico e turbo capitalista, cose contro le quali questa falsa “sinistra” femminista dice di voler combattere ma delle quali, come ho fatto notare prima, ne sposa in pieno la logica e le dinamiche individualistiche e darwiniane. Quindi se da tempo abbiamo smascherato la natura interclassista del femminismo(divisione verticale della società anzichè orizzontale), ora è stata smascherata anche la sua naturale e conseguenziale logica: quella conservatrice e reazionaria, appunto.
Ecco perchè dobbiamo assolutamente integrare la classica concezione delle classi sociali con l’aspetto interiore ed esistenziale dell’ individuo, aspetto che è assolutamente fondamentale per la qualità della vita dell’ individuo.

La stabilità e serenità di coppia uomo-donna come ho detto è alla base del buon andamento della società e quindi del proseguimento della specie umana, per quella questione di esigenza umana di stabilità di cui ho parlato sopra.
E si badi bene, io non sono certo un seguace del tradizionalismo, anzi considero assolutamente dannoso un certo vincolo tradizionalista che vuole che tutti si sposino e che coloro che non si sposino debbano darsi alla vita religiosa. Io trovo giusto invece che oltre alle coppie stabili(matrimonio) ci siano anche single, purchè ovviamente questo loro stato sia dovuto alla loro volontà(e non quindi perchè non siano riusciti a trovare una donna) e purchè vivano in modo sereno e felice eventuali relazioni “libere”, preferibilmente all’ insegna della “spontaneità e reciprocità”(il c.d “sesso ludico”). Ad esempio nemmeno io forse mi sposerò mai, preferisco essere single.
I progressisti femministi però commettono l’errore speculare rispetto a quello dei tradizionalisti, considerando il matrimonio etero e stabile( finchè morte non separi) un sistema arcaico e oppressivo per le donne, e oltre tutto la loro concezione di sesso libero tra single non è basata sulla reciprocità e spontaneità, ma sulla rigida selezione femminile che non prevede la possibilità di donare sesso all’ uomo che eventualmente ne ha bisogno(quindi un sesso basato sulle logiche capitaliste:individualismo e meritocrazia).
Io invece penso che le due realtà(stabilità di coppia e libere relazioni da single) possano benissimo convivere, in quanto l’ una non inficia sull’ altra. Così allo stesso modo penso che le unioni gay non minano assolutamente la famiglia “tradizionale” (come invece affermano i cattolici e tradizionalisti vari) Pertanto assodato che le relazioni libere tra single(etero o gay che siano) sono assolutamente positive e che non compromettono il sano equilibrio di una coppia impegnata/sposata stabilmente, posso finalmente affermare senza possibilità di essere frainteso circa la mia concezione socio-politica(che è fermamente di Sinistra, anticapitalista,antirazzista, antifascista e non tradizionalista), che la Famiglia(etero e stabile) è alla base della società, perchè in quei contesti(come l’ Occidente femminista) in cui la famiglia è stata sfasciata si registra uno stato di infelicità e di denatalità generalizzata. Se tutto il mondo seguisse il modello occidentale femminista, la specie umana si estinguerebbe nel giro di poche generazioni( fino a un paio di anni fa non avevo mai preso in considerazione la relazione tra femminismo e calo demografico anche perchè era stato strumentalizzato da qualcuno in funzione NeoCons).
E quindi qui che si manifesta la Questione Umana(QU), dove l’ infelicità degli individui e quindi della società, a seguito della mancanza di una Etica all’ interno delle relazioni di coppia(QE) e di una mancanza di reciprocità ed equità tra i due sessi sbilanciata a sfavore del genere maschile(QM), provoca una disgregazione della società e un conseguente abbattimento demografrico.
E non si dica che questa non sia una visione di Sinistra. La Sinistra prima della degenerazione avvenuta a partire dagli anni ’90, non ha mai attaccato l’ istituzione della famiglia, anzi l’ha tenuta sempre in alta considerazione come elemento sociale fondamentale (Marx ed Engels credo che più che altro contestassero non la famiglia in sè ma quel modello di famiglia che rifletteva la società “borghese” e capitalista). E Palmiro Togliatti, pur non essendo sposato(aveva una relazione libera con Nilde Iotti), più di una volta affermò l’ estrema importanza della famiglia.
Pertanto, amici miei, tirando le somme, appare subito evidente l’ intima e reciproca connessione tra QM, QU e QE. L’ esistenza di una QM è sia causa che conseguenza dell’ esistenza di una QU e QE, così come l’ esistenza di una QU è sia causa che conseguenza dell’ esistenza di una QM e QE, cos’ come l’ esistenza di una QE è sia causa che conseguenza di una QM e QU. Un Circolo(Loop) in cui tutte e tre le Questioni sono sovrapposte e quindi in cui tutti e tre sono sia causa che conseguenza delle altre.

E’ in questo Circolo la chiave di risoluzione di quei problemi che da anni combattiamo.

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