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15 Set 2026  |  0 Commenti

Non chiamatelo “patriarcato”. Anatomia clinica e archetipica dell’omicidio relazionale

A seguito dell’omicidio-suicidio di Federico Vella e della sua ex compagna, la stampa, la classe politica e i media si sono scatenati con la consueta retorica sul “patriarcato”: si è invocata la necessità di aumentare i fondi per i centri antiviolenza, si è chiesta l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, si è denunciata una presunta “cultura del possesso e della sopraffazione” che permeerebbe l’intera società italiana nei confronti delle donne. Il messaggio finale lasciato dall’uomo sui social — “Certi incastri sono così perfetti che, anche se li separi, la forma dell’altro ti rimane addosso per sempre. […] Sarò tuo anche se non posso più esserlo” — è stato letto come il manifesto di un dominatore. Sembrerebbe piuttosto, e in modo più preciso, l’epitaffio di una simbiosi patologica collassata in psicosi: il fatto che Vella fosse già in cura presso uno psichiatra àncora questa tragedia al dominio della clinica, non a quello della sociologia femminista.

Leggere questo evento attraverso la sola lente del “dominio maschile” rischia di essere un riflesso ideologico che appiattisce la complessità umana per compiacere il mainstream mediatico, occultando la vera natura del fenomeno: non una lineare sottomissione biologica o socio-culturale, ma un profondo conflitto psicologico interiore, in cui la vulnerabilità emotiva e i modelli di attaccamento disfunzionali si saldano in esiti clinici fatali.

Una logica di possesso — ma non quella che si crede

Disturbi psichiatrici, dipendenza affettiva patologica e dinamiche di possesso non sono, ovviamente, mutuamente esclusivi: possono benissimo coesistere nello stesso soggetto, ed è anzi probabile che lo facciano nella maggior parte dei casi reali. Il messaggio di Vella, letto con attenzione, è in effetti anche una rivendicazione di possesso post-mortem (“sarò tuo anche se non posso più esserlo” è anche questo). Ma qui è necessaria una precisazione di metodo: questo saggio non intende né confermare né confutare la tesi, di stampo storico-sociologico, secondo cui l’intera storia umana sarebbe la storia di un’oppressione millenaria degli uomini sulle donne. Chi scrive la ritiene infondata, ma discuterla non è l’oggetto di queste pagine.

L’oggetto è più circoscritto e, si crede, più utile: questi uomini non diventano possessivi e incapaci di reggere l’abbandono perché crescono in famiglia o a scuola vedendo modelli maschili che sottomettono le donne — non esiste alcuna evidenza che Federico Vella, o la maggior parte degli uomini che uccidono la partner, siano stati educati a “schiavizzare” le donne. Diventano così, semmai, perché crescono in un contesto che sul piano psichico è matriarcale: dove l’autorità affettiva reale è detenuta dalla madre, non dal padre, e dove l’uomo non impara mai a reggere una separazione perché non ha mai smesso di dipendere da una figura materna — la propria madre prima, la compagna poi. Se si vuole affiancare una spiegazione strutturale a quella clinica del singolo caso, è questa la struttura culturale rilevante, non quella indicata dal discorso dominante.

La radice matriarcale e il “puer aeternus”

Per comprendere il sostrato culturale di simili collassi relazionali in Italia è utile rovesciare il paradigma abituale. Come analizzato da Ernst Bernhard, l’anima italiana non sarebbe forgiata dal patriarcato, ma profondamente dominata dalla Grande Madre mediterranea, un archetipo che pervaderebbe la vita sociale e psichica. In una civiltà di stampo matriarcale l’elemento maschile rappresenta spesso il lato indifferenziato: l’uomo italiano dispone di un Io relativamente debole di fronte all’inconscio materno e tende a fissarsi in una condizione di “figlio di mamma” o di eterno adolescente (puer aeternus).

In questa dinamica l’uomo non detiene il vero potere emotivo: vive una psicologia di pubertà prolungata che lo espone al rischio costante di essere sopraffatto dalla passione e dalla dipendenza. Quando la dipendenza è assoluta, la separazione non viene vissuta come una perdita, ma come un annientamento. L’omicidio, in questi contesti, non nascerebbe da un’autorità patriarcale, ma dall’impotenza assoluta di un puer che percepisce l’abbandono della compagna — investita del ruolo di madre-contenitore — come una sentenza di morte psichica. “Sarò tuo anche se non posso più esserlo” è, in questa lettura, la dichiarazione di un individuo che non ha mai raggiunto l’individuazione, per il quale l’oggetto d’amore è inscindibile dal proprio sé: uccidere l’altra è, nel delirio, l’unico modo per non perdere una parte di sé. Non dominio, ma il grido di un Io mai nato.

Cosa hanno detto davvero i media — e perché sbagliano bersaglio

Nel caso di Vella la reazione mediatica non ha assunto, nella sua parte più rumorosa, la forma di un’analisi sul controllo coercitivo: ha assunto la forma dello slogan — “basta donne uccise in quanto donne!”, “basta patriarcato!”, “uomini! Smettetela di ucciderci!” — accompagnato quasi meccanicamente dalla richiesta di “più fondi ai centri antiviolenza”. A quanto risulta, però, la vittima non si era mai rivolta a un centro antiviolenza: anche ammettendo che ne avesse avuto uno sotto casa, la sua vicenda personale non sarebbe cambiata. Il format è sempre lo stesso, indipendentemente dai fatti del singolo caso, e questo è già un indizio che la lettura proposta dal discorso pubblico non nasce dall’analisi del caso, ma vi si sovrappone a prescindere.

Chi scrive non ha interesse a impegnarsi qui in una confutazione punto per punto della tesi secondo cui la società italiana sarebbe strutturalmente patriarcale nel senso di uno svantaggio sistemico e millenario delle donne: è un dibattito enorme, che meriterebbe altro spazio, e non è l’oggetto di questa analisi. L’oggetto è più preciso: mostrare che l’attrazione di alcune donne per uomini con certi tratti — dominanza, imprevedibilità, financo violenza conclamata, come si vedrà più avanti — è una scelta libera, non un effetto della sottomissione imposta da un sistema oppressivo; e che gli uomini che sviluppano dinamiche possessive fino all’esito peggiore non sono il prodotto di una scuola o di una famiglia che insegna loro a dominare le donne, ma il prodotto di una formazione psichica di segno opposto — centrata sulla madre, non sul padre. Le due tesi non sono la stessa cosa lette al contrario: la prima riguarda la struttura del potere nella società; la seconda riguarda la genesi psichica di un comportamento individuale. Questo breve saggio si occupa solo della seconda.

L’Ombra del femminile: dominanza e ibristofilia

Se si vuole davvero analizzare la complessità delle tragedie relazionali, occorre avere il coraggio di guardare anche al lato più oscuro delle dinamiche di attaccamento — senza per questo spostare la responsabilità penale, che resta interamente di chi uccide, sulla vittima o sulle donne in generale. Restando sul piano descrittivo: l’attrazione che una parte del pubblico femminile prova per uomini dai tratti dominanti, o perfino per autori di reati violenti, non è un aneddoto isolato ma un fenomeno studiato in criminologia e sessuologia clinica con un nome preciso, ibristofilia, coniato dal sessuologo John Money negli anni Ottanta.

I casi documentati non mancano, né in Italia né altrove. Richard Ramirez, il “Night Stalker”, ricevette centinaia di lettere durante il processo e fu sposato da un’ammiratrice conosciuta per corrispondenza. Susan Atkins, complice di Charles Manson, si sposò due volte in carcere con uomini conosciuti tramite scambi epistolari. Salvatore Parolisi, condannato per l’omicidio della moglie Melania Rea, ricevette a sua volta numerose lettere d’amore durante la detenzione e avviò proprio tramite corrispondenza epistolare dal carcere una relazione sentimentale che sarebbe poi proseguita con visite regolari.

Il caso di Gabriele Bianchi, condannato per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, è istruttivo proprio perché smentisce l’immagine del criminale come reietto sociale privo di legami. Agli atti dell’ordinanza del gip risulta che, la notte stessa dell’omicidio, Bianchi e il fratello Marco stavano consumando un rapporto sessuale con tre ragazze — delle quali lo stesso Marco Bianchi, sentito a verbale, non ricordava il nome — pochi minuti prima di intervenire nell’aggressione che sarebbe poi costata la vita a Willy Monteiro. Una volta in carcere, le intercettazioni ambientali pubblicate da Repubblica hanno documentato l’arrivo di lettere da ammiratrici, al punto da suscitare la gelosia esplicita della compagna storica, Silvia Ladaga, che nelle stesse conversazioni le definiva “schifose”. Ladaga — all’epoca incinta del figlio di Bianchi — non lo ha mai lasciato: lo ha difeso pubblicamente durante tutto il processo, conclusosi con una condanna all’ergastolo, e secondo le fonti più recenti continua a visitarlo regolarmente in carcere insieme al figlio. La combinazione — attrazione esterna alla coppia e fedeltà interna alla coppia, nonostante l’efferatezza del reato accertato in giudicato — è precisamente il pattern che la letteratura sull’ibristofilia descrive, e non richiede alcuna estrazione sociale particolare della compagna per reggersi: la persistenza del legame affettivo *dopo* la piena conoscenza del crimine è il dato rilevante, non la sua estrazione borghese (che pure non si può ignorare).

La letteratura scientifica propone letture diverse e non tutte convergenti. Lo psicologo Leon Seltzer parla di donne consapevolmente attratte da uomini dominanti che riconoscono come sbagliati per loro; lo psichiatra forense Park Dietz ha coniato l’espressione “serial killer groupies”; lo psicologo Mark Griffiths propone una lettura evoluzionistica legata alla percezione di “successo riproduttivo” del maschio dominante, in linea con l’ipotesi più ampia sostenuta dallo psicologo evoluzionista David Buss sulla desiderabilità storica di tratti di audacia e trasgressione. Il sociologo Pettigrew ha documentato anche casi speculari, di uomini attratti da donne autrici di reati violenti — la stessa dinamica esiste, seppur meno rappresentata, in entrambe le direzioni. Va detto con altrettanta chiarezza che questa letteratura resta minoritaria, che gli stessi autori la maneggiano con cautela definendola un’ipotesi tra le altre, e che riguarda comunque una minoranza di casi: non è una spiegazione generale della violenza di genere, ma un tassello che la narrazione dominante tende a ignorare del tutto anziché discuterne i limiti.

La narrazione mainstream impone di concepire il femminile unicamente come un’entità passiva, biologicamente programmata per rifuggire la violenza. L’osservazione empirica restituisce invece un paradosso che la sociologia femminista — narrazione oggi dominante — preferisce non affrontare: il magnetismo che certe caratteristiche esercitano su una parte non marginale del mondo femminile, o, spostandosi dalla patologia criminale alla quotidianità, l’innegabile fascinazione per dinamiche relazionali marcatamente asimmetriche. L’attrazione per uomini dalla stazza fisica imponente, o portatori di tratti caratteriali dominanti e tendenti alla prevaricazione, non è un’anomalia statistica: i casi di Bianchi e Parolisi appena citati non sono eccezioni isolate, ma la punta più visibile di un modello di attaccamento più diffuso, che scambia la minacciosità per sicurezza.

La psicologia del profondo fornisce gli strumenti per decodificare questo corto circuito. Privata culturalmente della propria aggressività assertiva, una certa struttura psichica è spinta a ricercare quel tratto all’esterno di sé: il soggetto fisicamente soverchiante, il prevaricatore o l’instabile diventa il “gancio” perfetto su cui proiettare il proprio lato d’Ombra inespresso. In questi casi si forma, sul piano psicologico, una vera e propria serratura letale tra un soggetto infantile in cerca di un contenitore materno da cui dipendere (il puer) e una struttura di personalità che, non responsabilizzata sulle proprie pulsioni ancestrali, è attratta dall’energia grezza e potenzialmente distruttiva del tratto dominante. Sono due mancanze che si attraggono fino a combaciare: da una parte un istinto mai integrato, dall’altra una forza mai elaborata. Il risultato è una dinamica di coppia in cui nessuno dei due è realmente padrone di sé — e l’esito tragico, nei casi più estremi, è ciò che accade quando due incompletezze si saldano in un’unica catastrofe.

Chi ci guadagna dal silenzio

La stampa mainstream e l’intera infosfera — dalle arringhe di circostanza della classe politica, che trasforma ogni femminicidio in un’occasione di autoproclamazione moralista, alle reazioni a orologeria delle influencer, fino alla cassa di risonanza dei social, dove il dolore reale viene convertito in like, story e tweet — tendono a non avere né gli strumenti né l’interesse a parlare di simbiosi patologica, di dipendenza affettiva o di ibristofilia: il rito espiativo è più semplice da raccontare della complessità clinica. Attribuire l’omicidio di Federico Vella unicamente al “patriarcato” rischia di assolvere la rete psichiatrica dal proprio fallimento (l’uomo era un paziente clinico, non un ideologo). Applicare lo stesso schema a ogni tragedia relazionale rischia di impedire l’analisi delle reali dinamiche di dipendenza affettiva e di deresponsabilizzare l’individuo dal lavoro necessario sui propri modelli di attaccamento.

La vera prevenzione non risiede in una generica educazione “antimaschile” imposta dalle scrivanie politiche, né nel negare l’evidenza — per quanto parziale — sull’attrazione per i tratti dominanti, ma nella cura psichiatrica per chi è clinicamente fragile e in una profonda responsabilizzazione psicologica di entrambi i sessi che tenga insieme, invece di scegliere per ideologia, i dati strutturali sul controllo coercitivo e la lettura clinica dei singoli casi.


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