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Il dibattito intorno alla “teoria della seduzione” freudiana, al suo abbandono nel 1897 e alla conseguente elaborazione del complesso di Edipo ha segnato uno dei momenti più controversi della storia della psicoanalisi. Se Freud giunse a distinguere tra verità storica e verità psichica, ciò fu dovuto al fatto che il fondatore della psicoanalisi, sottoposto a furibondi attacchi da parte dell’establishment scientifico si concentrò a capire i racconti dei suoi pazienti. La soluzione che ne diede fu efficace. Egli introdusse la differenza tra verità reale e verità scientifica. Un attacco forte e dirompente gli venne nel 1932 dal suo amico, discepolo e mancato genero Sándor Ferenczi — con il suo ultimo scritto: “Confusione delle lingue tra adulti e il bambini il linguaggio della passione, il linguaggio della tenerezza”. Qui Ferenczi appareggiando la donna ad un preadolescente, sostiene che spesso essa vuole tenerezza e riceve passione. Sempre in questo scritto Ferenczi riaffermò la centralità del trauma reale, aprendo la via a una critica che, nel Novecento, sarebbe stata fatta propria da vari filoni femministi. Questi ultimi hanno visto nell’abbandono freudiano della teoria della seduzione non una svolta scientifica, ma un atto di difesa dell’ordine patriarcale.
Nella sua prima fase clinica Freud aveva aderito all’ipotesi che i sintomi isterici derivassero da un abuso sessuale realmente accaduto nell’infanzia. Come mostra Masson nel suo scritto, “La scalata alla verità”, dove egli dimostra che era convinto che la nevrosi avesse radici in eventi traumatici concreti. Tuttavia, malgrado Masson lo neghi, Freud è grazie all’esperienza clinica che arriva a dubitare della realtà di tali racconti da parte dei pazienti. Nella celebre lettera a Wilhelm Fliess del 21 settembre 1897 Freud scrive: «non credo più ai miei pazienti, essi mi ingannano». Non si trattava, come spesso interpretato, di un’accusa di menzogna deliberata, come vorrebbe Masson, bensì della scoperta che molti “ricordi” erano fantasie inconsce con effetti clinici reali. Qui nasce la distinzione fra verità storica e verità psichica, che diventerà il fulcro della psicoanalisi successiva.
Costruita la psicoanalisi su il trauma non subito ma memorizzato, il complesso di Edipo e l’invidia del pene, a distanza di trent’anni, Freud subì un attacco inaspettato da parte di Ferenczi che riaprì la questione. Col suo saggio “Confusione delle lingue tra gli adulti e i bambini, il linguaggio della passione e il linguaggio della tenerezza” (1932), affermò che la nevrosi non poteva essere ridotta al complesso edipico o all’invidia del pene, ma che aveva spesso radici in traumi concreti. Secondo Ferenczi, il bambino parla il “linguaggio della tenerezza”, mentre l’adulto abusante risponde con il “linguaggio della passione”: è in questa dissonanza che si produce la frattura psichica. Ferenczi, in questo senso, accusava Freud di aver abbandonato troppo presto la teoria della seduzione e di aver costruito un sistema teorico che rischiava di oscurare la realtà della violenza. Nella sua pratica clinica poi Ferenczi appareggiava il bambino alla donna che vista come desiderosa di tenerezza, si trovava travolta dalla passione del maschio. Nel suo Diario clinico Ferenczi elimina tutte le differenze tra donna e bambino quando parla di tenerezza.
Le tesi di Ferenczi furono riprese e ampliate da varie correnti femministe. Autrici come Marie Balmary e Marianne Krull lessero la svolta freudiana come un tradimento delle donne. La Balmary critica Freud per aver abbandonato la teoria del trauma, per aver introdotto concetti (Edipo, invidia del pene) che riflettono e rafforzano una logica patriarcale, e per aver così trasformato la psicoanalisi in una disciplina che “tradisce” le vittime invece di dare loro voce. Freud nel rifiutare la realtà del trauma, avrebbe silenziato la parola femminile. Da qui derivò una critica radicale al complesso di Edipo, considerato un struttura sintattica patriarcale, utile a spostare la colpa dall’adulto abusante al desiderio fantasmatico del bambino e della donna. Per questo motivo molte femministe rinnegano l’Edipo e vedono nell’invidia del pene un concetto intriso di androcentrismo. Sposando la prospettiva ferencziana, il femminismo ha attribuito alla paziente il ruolo di deciditrice ultima della verità dell’accaduto, riducendo la funzione del clinico a quella di ratifica della testimonianza. Marianne Krull, dalla sua parte di femminista, in Freud e il padre (1979), critica Freud per aver costruito la psicoanalisi tutta attorno alla figura paterna, il complesso di Edipo, l’inconscio e persino il mito di Mosè sarebbero espressioni della sua personale ossessione con il padre e con l’autorità patriarcale. Secondo Krull, così facendo Freud ha dato una veste teorica universale a un modello familiare borghese e patriarcale, riducendo la complessità delle relazioni psichiche delle donne..
Tuttavia, come sottolinea Robinson in Freud e i suoi critici, questa interpretazione trascura l’innovazione teorica freudiana. Freud non negava la sofferenza, né svalutava la parola dei suoi pazienti; riconosceva piuttosto che la psiche poteva generare scenari traumatici non storici ma reali sul piano inconscio. In questo senso, la distinzione tra verità storica e verità psichica non fu un atto di complicità con il patriarcato, bensì la fondazione stessa di una scienza dell’inconscio.
Il confronto tra Freud e Ferenczi, e le successive critiche femministe, mostra come la questione della seduzione resti un nodo teorico e politico della psicoanalisi. Se Ferenczi e il femminismo hanno insistito sulla realtà del trauma, Freud ha avuto il merito di introdurre un livello ulteriore, quello della verità psichica, che resta ancora oggi indispensabile per comprendere la complessità dell’esperienza clinica. Difendere Freud significa dunque non negare la realtà delle violenze, ma riconoscere che il sintomo non si esaurisce nel trauma storico: esso nasce dall’intreccio tra realtà e fantasia, tra evento e inconscio.
Bibliografia
J. M. Masson, Assalto alla verità. La riscoperta della teoria della seduzione di Freud, Milano, Rizzoli, 1985.
S. Freud, Lettera a Wilhelm Fliess, 21 settembre 1897, in Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904), Torino, Boringhieri, 1966.
. Ferenczi, Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino (1932), in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.
M. Balmary, L’uomo dei lupi e il segreto dell’analisi, Milano, Feltrinelli, 1981.
M. Krull, Freud e il padre, Roma-Bari, Laterza, 1982.
P. Robinson, Freud e i suoi critici, Milano, Il Saggiatore, 1990.
Jones, Ernest. Vita di Sigmund Freud. 3 voll. Torino: Bollati Boringhieri, 1960-1962.
Freud, Sigmund; Fliess, Wilhelm. Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904). A cura di Marie Bonaparte, Anna Freud e Ernst Kris. Torino: Bollati Boringhieri, 1966.
Ferenczi, Sándor. Diario clinico (1932). A cura di Judith Dupont. Trad. it. di Nicole Janigro. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1988;

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