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Di recente sono stati pubblicati diversi articoli e sono stati trasmessi diversi servizi televisivi in cui, traendo spunto dalla vicenda di un gruppo Facebook con qualche migliaio di iscritti in cui degli uomini mostravano delle foto a sfondo erotico delle proprie mogli – che dagli screenshot pubblicati appaiono pienamente partecipanti al gioco, ma che per la stampa invece venivano presunte inconsapevoli – si è affermato che la nostra società è fondata su una dominazione violenta dei “maschi” contro le donne, che è in atto la radicalizzazione della cultura dello stupro, l’oggettificazione del corpo delle donne, che “i maschi sono tutti da rifare”. Tralasciando il fatto che basarsi su un gruppo Facebook di poche migliaia di iscritti per trarre conclusioni sull’intero genere maschile (e che conclusioni poi…) possa sembrare azzardato, cercheremo di occuparci del fenomeno della compiacenza della infedeltà o promiscuità della propria compagna, tentando di comprendere se esso sia compatibile con le tesi propugnate dai media e summenzionate, o se tali giudizi siano invece destituiti di fondamento: nello svolgimento di queste riflessioni verrà in nostro soccorso uno dei maggiori e più celebri casi di censura della storia letteraria moderna, L’amante di Lady Chatterley.
Le conseguenze per il maschile del distacco dal mondo della natura
Durante il processo che l’opera subì ancora nel 1960, a quasi 30 anni dalla morte del suo autore, il Pubblico Ministero ebbe a dichiarare (rivolto alla giuria): «Permettereste a vostra moglie di leggere un libro simile? Alle vostre mogli?». Perché questa opera diede tanto scandalo? Le motivazioni sono molteplici e travalicano la rappresentazione di una relazione adulterina o la descrizione di alcune scene erotiche: esse risiedono nella capacità con cui l’opera penetra nella psiche dell’uomo del suo tempo, il quale avverte la propria impotenza rispetto a un mondo disumanizzato dall’industrialismo e dalla tecnologia moderna; una impotenza morale e psico-sociale che nella invenzione letteraria diventa fisica, sessuale. Lawrence aveva quindi avvertito perfettamente la condizione di sofferenza in cui versava il maschile già al tempo in cui scriveva, ma assumeva come un dato necessario ed ineliminabile la subordinazione del maschile al femminile; quindi, l’idea (e la pratica) della sottomissione e della umiliazione maschile erano per lui l’unica via possibile o comunque una tentazione troppo forte rispetto alla quale non cedere. Quale potrebbe essere l’origine di questa idea, di questo tratto psichico?
A tal proposito, semplicemente leggendo le opere dello stesso autore (ad esempio il romanzo Figli e Amanti), è possibile rilevare l’influenza della figura materna nella formazione della psiche maschile e nella fattispecie come essa, agendo nella forma di una figura dominante e idealizzata, divori le energie psichiche del figlio, rendendolo infermo e infelice (come infermo è il marito di Lady Chatterley). Ed è a nostro avviso significativo osservare come Lawrence in questo caso, pur scoprendo questa zona d’ombra dell’inconscio maschile, riesca ad attribuire delle responsabilità morali ai personaggi femminili (a differenza di Flaubert): se la figura materna si nutre egoisticamente delle energie psichiche dei propri figli, se esercita su di essi ogni forma di manipolazione, lo fa in quanto costretta (come donna) da un contesto storico di oppressione e povertà a sublimare proprio attraverso i figli i propri bisogni, non trovando davanti a sé altra possibilità per una soddisfazione degli stessi libera e autonoma[1].
Questa brevissima parentesi su Lawrence, la cui opera contiene la consapevolezza dell’infelicità, il conflitto tra bisogni personali e convenzioni sociali, la sottomissione del maschile e il dispiegamento dell’eros femminile, come avevamo accennato ci permette di riflettere meglio su alcune tesi propugnate in maniera pressocché universale e totalitaria rispetto alla vicenda di cronaca in oggetto, ovvero la tesi dell’esistenza di una dominazione maschile violenta contro le donne, la radicalizzazione della cultura dello stupro, lo sfruttamento e la mercificazione maschile del corpo femminile.
Quel tratto della condotta maschile che subordina l’affermazione della propria identità all’approvazione da parte del femminile, è un elemento patriarcale? Ề un tratto tipico di una cultura in cui le donne sono sottomesse agli uomini? A nostro avviso la risposta non può che essere di segno negativo, soprattutto per un paese mediterraneo (come la nostra penisola). In Italia la Grande Madre mediterranea ha regnato sin da epoche antichissime e, nonostante le molte civiltà sovrappostesi, non ha perso né di potenza né di influenza e proprio taluni di quei tratti associati al carattere degli uomini italiani e ricondotti ad una presunta cultura patriarcale, come la vanità, il sentimentalismo, l’ipersessualità, l’incostanza, sono in realtà il prodotto di una struttura psichica matriarcale. La Grande Madre mediterranea del resto è una madre primitiva. Essa vizia per lo più i suoi figli con la massima istintività, ma quanto più li vizia, tanto più li rende dipendenti da sé, tanto più naturale le sembra la propria pretesa sui figli, e tanto più questi si sentono a essa legati e obbligati. A questo punto la buona madre nutrice e protettrice si trasforma nel proprio aspetto negativo, nella cattiva madre, che trattiene, che divora, e che con le sue pretese ormai egoistiche impedisce ai figli il raggiungimento dell’indipendenza e da cui attende la propria liberazione. Cosicché, quei tratti che la Zevi e altre femministe attribuiscono agli uomini quali <<la ricerca ossessiva di una certificazione collettiva della propria maschia virilità >>nonché la conclusione finale su<<i nostri fallimenti e sui modelli di successo maschile che la società tuttora propone, con attenzione particolare ai meccanismi attraverso cui i giovani uomini apprendono a costruire la propria identità>> sono entrambe da ascriversi alla posizione dominante della madre nella psicologia italiana, al “matriarcato che scorre sotto” di cui parlava Leonardo Sciascia, al modo in cui la Grande Madre mediterranea agisce endopsichicamente nell’uomo come nella donna, nel figlio come nella figlia, e in ogni manifestazione della civiltà che le è propria: nella struttura sociale, nell’arte e nel costume, nella morale, nella religione, e così via.
Sulla donna come “oggetto”, come strumento mercificato dalla condotta maschile
La frase conclusiva del paragrafo precedente ci conduce ad esaminare un’altra tesi della Zevi e del pensiero femminista, ovvero la tesi che nella società contemporanea la sessualità femminile e il corpo stesso delle donne sarebbe oggetto di sfruttamento da parte degli uomini. Al fine di verificare la corrispondenza al dato di realtà di questa affermazione, occorre innanzitutto partire dal significato del termine “oggettivazione”. Si tratta di una idea di derivazione kantiana, secondo la quale relazionarsi agli altri esseri umani in modo strumentale, considerandoli come strumenti per la soddisfazione dei propri desideri o negare loro autonomia e soggettività, realizzi una pratica “oggettivante”. Tale pratica è immorale o moralmente problematica, questo dato è pacifico ma, a nostro avviso, questi termini sono ampiamente abusati o addirittura viene capovolto il ruolo tra chi esercita una posizione di dominio e chi viene sfruttato. Del resto, osservando le relazioni tra gli esseri umani nei moderni sistemi sociali, si potrebbe dire di qualunque persona le cui prestazioni hanno un valore nel mercato capitalistico: in astratto, vale tanto per le prestazioni di carattere intellettuale che per quelle di carattere manuale. Quando è che possiamo parlare allora di “mercificazione”, senza scadere in derive ideologiche disancorate dalla realtà? A nostro avviso quando, attraverso un atto autoritario o approfittando di un determinato contesto si esclude una parte della popolazione dall’accesso a determinate risorse, si neghi ad esse autonomia e soggettività. Trattare qualcuno come uno schiavo è sicuramente una forma di oggettivazione; così come lo è approfittare della propria posizione di dominio in una determinata sfera.
Quanto fin qui detto mostra la criticità di una concezione di oggettivazione o mercificazione che la faccia coincidere con la semplice azione del trattare gli altri come strumenti per realizzare i nostri desideri: se si accettasse una definizione così generica, si potrebbe giungere alla conclusione paradossale che un lavoratore sottopagato, senza nessuna garanzia previdenziale, stia “oggettivando” il proprio datore di lavoro, in quanto presta la sua attività lavorativa solo in ragione di una remunerazione.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, torniamo a occuparci delle affermazioni della Zevi e le altre, ovvero quella che il corpo delle donne sia oggetto di “mercificazione” da parte dei “maschi”. Ề innegabile che attualmente le donne si avvalgano – tra le altre cose – delle nuove tecnologie per mostrare il proprio corpo: basta volgere uno sguardo – anche distratto e sbrigativo – a qualsiasi piattaforma (Facebook, Instagram, TikTok) per osservare migliaia di foto e video di donne che ostentano il proprio capitale erotico; in pressocché tutti casi vi è la ricerca di una monetizzazione, quindi il tentativo, diretto o indiretto, di accedere alla risorse economiche degli uomini; in altri vi sarà una semplice istanza di tipo esibizionistico (nella consapevolezza dei vantaggi e dei benefici cui attraverso il proprio capitale erotico si può accedere). Questa dinamica è riconducibile ad uno sfruttamento da parte degli uomini del corpo delle donne? Non mi pare. Queste donne creano questi contenuti e si avvalgono del proprio capitale erotico (cercando di attingere alle risorse economiche degli uomini o comunque di ottenere vantaggi e benefici) in maniera pienamente libera ed autonoma; anzi, pienamente consapevoli delle disparità sessuali che il sistema stesso ha creato, le sfruttano per vivere senza lavorare, come i gaudenti rampolli dell’alta borghesia (non a caso, il femminismo di matrice liberale non esprime una posizione di contrarietà rispetto alla pornografia o a piattaforme come OnlyFans, o all’oggettificazione sessuale in genere, ma solo quando non vi è la possibilità di usarla per arricchirsi speculando sui bisogni insoddisfatti della controparte maschile). E il campo dei social media costituisce solo uno squarcio quasi insignificante rispetto al fenomeno molto più vasto ed esteso del dominio femminile della risorsa della sessualità e del conseguente sfruttamento della sessualità (e con essa della psiche) maschile.
Ricapitolando, se l’assunto femminista (e quindi fatto proprio dalla narrazione dominante) è quello che il corpo delle donne sia oggetto di sfruttamento da parte degli uomini, analizzando razionalmente la natura e l’espressione del rapporto tra i due sessi nei moderni sistemi sociali, non solo possiamo rilevare che questa tesi è destituita di fondamento ma, all’opposto, che è la sessualità maschile ad essere invero oggetto di sfruttamento e mercificazione. Il dominio da parte del femminile nella sfera della sessualità e delle relazioni infatti è tale per cui potrebbe dirsi che il consenso espresso dagli uomini avviene sottostando a strutturali pressioni coercitive; in altre parole esso non è un consenso “qualificato”, ovvero pienamente libero ed autonomo (l’obiettivo di trasferire quante più risorse monetarie possibili dalle tasche degli uomini al portafoglio delle donne, sembrerebbe in effetti una delle ragioni d’essere principali del femminismo, tradendo quindi ogni proclama di uguaglianza tra i sessi).
La Zevi conclude il proprio articolo (che, come ho già detto, citiamo solo a titolo di esempio, poiché esso è un caso paradigmatico della narrazione dominante) affermando che <<i maschi sono tutti da rifare>>. Stante le premesse totalmente infondate del suo ragionamento, è difficile commentare una frase di questo tipo; probabilmente, quando gli uomini (che per le femministe sono animali non umani, maschi appunto) saranno privati di ogni risorsa e ridotti ancor più di adesso ad un “altro” su cui riversare ogni negatività, forse la Zevi e le altre si renderanno conto che l’odio e il disprezzo verso gli uomini che hanno alimentato è stato uno degli elementi che ha condotto ad una delle più gravi catastrofi sociali ed economiche che l’umanità probabilmente dovrà affrontare nei decenni a venire.
[1] Come abbiamo già detto, questo è il pensiero di Lawrence, il suo sentire: avverte l’eccesso di potere simbolico del materno sul maschile, ma non riesce ad attribuire al femminile una responsabilità sua propria per questa dinamica, facendola ricadere invece, anche in questo caso, sul maschile.

Comunisti contro il femminismo misandrico
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