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Destra e sinistra liberale polemizzano sulle affermazioni dei ministri Nordio e Roccella. È una polemica che nasce da lontano, soprattutto quella che riguarda il ministro della giustizia il quale attribuisce agli uomini, intesi come sesso maschile, l’imprinting del dominio sulla donna dovuto ai loro geni da cui segue la necessità di leggi speciali come la nuova legge sul femminicidio (ricordiamo, ancora da approvare alla Camera). La sinistra liberale con il codazzo di femministe al seguito è ovviamente insorta perché invocare la natura, qualsiasi cosa questa voglia significare (dove sarebbe poi il gene del dominio maschile?) è un’operazione classica della destra: il mondo è così e non si può cambiarlo, al massimo si possono temperare i comportamenti con le leggi repressive o coercitive. In un certo senso gli uomini sono parzialmente “assolti”, sebbene come minus habens, perché è la loro natura essere violenti o dominanti, cosa che fa preoccupare le Boldrini varie.
La “sinistra” attuale, ossia la variante cosmopolita del liberal-liberismo, considera invece la società infinitamente plasmabile nei suoi deliri costruttivisti e quindi pensa di combattere la violenza sulle donne con una campagna di cambiamento culturale, la c.d. educazione affettiva o sessuale, che inizierebbe nelle scuole (proposta poi fatta propria anche dalla destra e portata in discussione dal ministro Valditara). Qui si inserisce la polemica con la Roccella, che per certi versi non fa che ribadire quanto detto da Nordio: le campagne di educazione affettiva-sessuale non sono efficaci nel combattere la violenza. Roccella si affida ai dati di paesi che hanno già introdotto questo tipo di educazione. Non voglio riportare i dati, mi limito ad osservare che effettivamente non è chiaro come l’educazione affettiva-sessuale riduca la violenza degli uomini verso le donne (o qualsiasi altra cosa). Su questo tornerò dopo, ora vorrei osservare che, come detto nel titolo, il lupo perde il pelo ma non i vizi.
Come altre volte destra e sinistra liberale si possono caratterizzare anche per il loro approccio al mondo: per la prima le differenze esistono in natura e non sono modificabili attraverso l’evoluzione sociale che, parzialmente, può attenuare le diseguaglianze ma mai annullarle del tutto. Viceversa, la sinistra liberale, come detto, considera la società come indirizzata verso un progresso tendente all’eguaglianza dei diritti. Ma l’eguaglianza dei diritti non produce automaticamente una società completamente egualitaria poiché, trascurando i diritti sociali, la sinistra liberale ha abdicato all’idea capitalistica della crescita infinita che inevitabilmente genera nuova diseguaglianza. Credere che si possano sanare le diseguaglianze per mezzo dell’educazione non disinnesca il conflitto sociale, il quale crea quel disagio che si manifesta col fenomeno della violenza in generale e la violenza di genere che ne è un aspetto particolare.
Eletti e dannati
Ne abbiamo parlato anche in questo giornale [1,2] dividere la società in corpi che non siano omogenei per classi, ovvero quelle che si definiscono divisioni verticali ha al suo fondo sempre l’idea di una “razza eletta”, nel passato le presunte razze elette erano ad esempio gli “ariani” o gli “ebrei”, la divisione si attuava su faglie che avevano a che fare con la religione o con una immaginaria etnia, quest’ultima molto difficile da provare (tanto che i nazisti dovettero scendere a dei compromessi derivanti solo dall’ascendenza ariana o ebrea delle persone dopo una o due generazioni, il che dato che siamo tutti mescolati in modo inestricabile nel nostro DNA ha comunque poco senso), ma soprattutto l’idea si basava sul concetto di “tipo di reo” (Tätertyp) ovvero alcune categorie etniche o religiose erano socialmente pericolose (oggi accade qualcosa di molto simile all’Islam). Alla fine, che la classificazione sia etnica, di genere o sociale conta poco: il violento è tale perché appartiene a quel gruppo, di conseguenza quel gruppo è da reprimere (destra) o rieducare (“sinistra”).
Il margine e il punto d’incontro tra destra e sinistra “liberal” (non parlo della c.d. sinistra radicale perché il suo peso politico è irrilevante: la sua funzione è solo quella di un allevamento di polli per la prima) sta in quello che abbiamo detto sopra: entrambe credono che non esisterà mai una società egualitaria a causa delle diseguaglianze indotte dal sistema, sia esso natura o cultura, ovvero una società comunista o quantomeno socialista, per cui la legge può servire anche per controllare quei gruppi sociali che devono essere tenuti a bada perché socialmente pericolosi anche in una (oscena) modalità di compensazione per un presunto passato di prevaricazione. Forma di controllo repressivo per la destra, forma di controllo educativo per la sinistra. Ecco che allora mentre litigano su natura e cultura, il cui inestricabile intreccio non permette di vedere bene nemmeno cosa è natura e cosa è cultura (dato che i geni non aiutano a definire etnie, omosessuali, ariani o ebrei, e tantomeno “patriarchi”) si palesa il compromesso sul consenso.
Certo, uomini e donne sono diversi, è il femminismo della differenza a ricordarcelo costantemente e, modulo una percentuale relativamente piccola di chi si ritiene “non-binario” seguendo la moda gender, associare il maschio, soprattutto bianco ed etero, con il violento. Ma i maschi, anche quelli bianchi ed etero, che poi sono ancora la stragrande maggioranza in Europa, non sono una categoria coesa (per quanto qualche giudice burlone abbia parlato di patriarcato come se fosse una sorta di mafia) ma in essi ci sono faglie orizzontali e verticali, differenze di classe, come differenze politiche e religiose, per cui nella realtà identificare chi sia il “violento senza volto” quello che il terrorismo femminista pensa in strada di notte in caccia di donne, diviene impossibile.
Qualche lettura antropologica farebbe bene ai nostri ignoranti legislatori: già ho avuto modo di notare [3] come nelle culture c.d. primitive vi è un’estrema variabilità di sistemi, più o meno efficienti, di relazioni tra uomini e donne che spaziano dall’assoluto dominio maschile ad una quasi assoluta libertà femminile. Questa diversità si è in parte persa con lo Stato nazione in cui si è generata una cultura univoca per milioni di persone, ma i sistemi di parentela non sono cambiati in modo estremo, né la famiglia è stata per il momento annullata, anche se si riconosce dappertutto che è in crisi. Anzi colpisce che oggi “famiglia” voglia essere anche la coppia omo in qualche modo normalizzando la sua alterità, ormai persa dato che l’omosessualità è socialmente accettata. Il tentativo “queer” di tirarsi fuori dalla ridda delle identità è fallito nel momento in cui la Q è diventata un pezzo della sigla LGBT, fino all’invenzione, se di invenzione si tratta, della famiglia “queer” che altro non è che una famiglia fatta da persone con legami non necessariamente di sangue, ma che è un tentativo di normalizzare modelli nemmeno tanto nuovi.
Quello che è certo è che, continuando così tra repressione e educazione, ci avviamo ad un secolo d’oro di dominio femminile [4]. Fa bene al controllo e al progresso (del capitale) come detto.
Veniamo ai fatti.
La legge sul consenso, “attuale e libero” nell’idea dei suoi promotori, non fa che recepire istanze che sono man mano consolidate nella giurisprudenza di Cassazione. È un processo lungo che parte dalla prima legge sulla violenza di genere (legge 119/2013) passando per il Codice Rosso (2019) e le sue modifiche. Un progressivo spostamento dell’idea di cosa sia una costrizione anche se non è esplicitamente accompagnata da violenza fisica o psicologica. Altri ne hanno già scritto, mi limito ad osservare che essa introduce un ulteriore vulnus nel processo garantista poiché spinge per l’inversione dell’ordine della prova ormai codificata: è l’accusato che dovrà dimostrare di aver avuto il consenso, lasciando grande arbitrarietà ai magistrati sul decidere se questo vi sia stato o no. Il rischio fatale è che dovendo trattare un tema delicato come questo, in cui le prove sono evanescenti, vi potrebbero essere casi in cui vi sia uno “stupro colposo” magari punito con pene lievi (anche se pur sempre devastanti per chi le subisce) per non aver compreso che il partner non era consenziente, o, al contrario un vero autore di stupro potrebbe riuscire a dimostrare che vi era consenso in assenza di costrizione o violenza per la casualità di avere indizi a suo favore. Vi è poi sempre la possibilità che il consenso sia tolto a posteriori per motivi di vendetta o economici, comportando un aumento delle false accuse. Il lavoro del magistrato diventa estremamente difficile col rischio che la certezza del diritto vada persa. Le prove “oggettive” sono nascoste nella psiche delle persone e sono di fatto inaccessibili se queste non vogliono aprirsi, per cui il povero giudice onesto dovrà cercarle negli scarni indizi (era venuta lei da lui, o, lui era andato da lei; erano ubriachi o ubriaco lui o lei; quel messaggio cosa significava o non significava, etc.), il ricorso a tutta una serie di prove meramente indiziarie non garantisce l’accertamento della verità: quando poi all’opposto il giudice è poco avveduto distribuirà condanne o assoluzioni a caso. Avremo presto centinaia di casi in cui chi è condannato, o viceversa assolto, dirà “ma il consenso ho percepito che c’era o me l’aveva addirittura dato” e resteremo sempre nel dubbio che abbia ragione, o viceversa torto. Lasciando da parte il diritto, l’aspetto sociale si configura semplicemente come una legge repressiva tout court anche in compensazione del passato [5].
Riguardo all’educazione affettiva-sessuale, da sempre sono stato a favore, e anche a favore dell’obbligo. Negli anni Settanta quando sembrava che dovesse essere introdotta a scuola – è infatti un tema che ci accompagna da almeno cinquanta anni – si diffusero alcuni manuali per ragazzi di educazione sessuale, fu su uno di quei libri [6] che appresi molte cose sul sesso (inutile dire che la mia era una famiglia progressista, parola che all’epoca aveva ancora un significato chiaro).
Il problema è che bisognerebbe capire in cosa consiste esattamente questa educazione affettiva-sessuale, la destra teme l’introduzione ufficiale obbligatoria delle teorie “non-binarie” nelle scuole, cosa che certo non farebbe piacere al suo elettore medio, mentre certe opinioniste di “sinistra” pensano che sia un’occasione per spiegare che il patriarcato esiste e deve essere abbattuto (con tutto il codazzo di sessismo o razzismo, nemmeno tanto velato, che abbiamo descritto sopra) [7]. Il mio libro di adolescente era assolutamente tranquillo, si parlava solo della maturazione di uomini e donne e poi, dopo una serie di fasi, del loro incontro amoroso. Non c’erano omosessuali, forse l’unica cosa nella quale appare un po’ obsoleto visto che le cose sono molto cambiate da allora, né si parlava di violenza o stupro. Resta la domanda chiave: ma l’educazione affettiva-sessuale riduce la violenza? O addirittura i femminicidi?
Posto che i secondi sono già pochi di per sé (su questo vi sono oggi molte analisi discrete [8]) che dire della violenza in genere? È interessante notare che il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roja da sempre impegnato sul contrasto alla violenza sulle donne, non si pronunci in modo particolarmente entusiasta sull’educazione affettiva-sessuale [9]: “Io dico sempre perché non provare?… L’eventuale effetto positivo lo vedremo. Intanto proviamo.” Purtroppo, però, lo stesso magistrato, lascia intendere che l’educazione deve essere degli adolescenti (maschi) oppure dei giovani uomini, ovvero non si discosta da un modello sessista colpevolista [7,10]. Ma senza rispetto reciproco tra uomini e donne ho forti dubbi che questa educazione sia efficace. Non lo sarà di certo nelle situazioni in cui il disagio familiare, la povertà, l’esclusione sociale è molto più presente della scuola e dei suoi tentativi educativi. Pensiamo davvero che dei corsi seguiti a scuola, dove rappresenteranno probabilmente solo una piccolissima frazione dei programmi di studio, possano davvero cambiare un comportamento violento che è appreso soprattutto nell’ambiente familiare e/o sociale degli adolescenti?
E quando non è l’ambiente familiare o sociale a produrre la violenza essa è spesso una conseguenza imprevista del divenire. Dalle ricerche ISTAT sembra che siano le donne in separazione a subire maggiormente la violenza, normalmente questo avviene dopo una travagliata storia familiare, tradimenti, procedimenti civili e penali, guerre per l’affido dei figli, interventi di operatori estranei alla famiglia. Pensiamo davvero che un flebile ricordo di una educazione scolastica possa cambiare persone disperate e prone a comportamenti violenti?
Certamente non lo è, ma non lo è per tutti in realtà perché in realtà trascorso un certo tempo, dieci o venti anni, non siamo più in grado di mantenere certe promesse che abbiamo fatto in gioventù, pensiamo anche solo alla politica o alla religione, non al matrimonio che sarebbe in teoria più vincolante. Scrive il filosofo Julian Baggini [11]: la verità è che cambiamo: molto realisticamente non siamo più quelli che eravamo in passato. Così quando promettiamo qualcosa a nome di quelli che saremo in futuro, in realtà facciamo una promessa a nome di qualcuno che è diverso rispetto a quello che siamo adesso. Ciò significa che tali promesse non dovrebbero essere considerate moralmente vincolanti. Nella sostanza questo è il motivo di fondo per cui nessun corso di educazione affettivo-sessuale, anche se alla fine promettessimo di non essere violenti, non garantirebbe alcun risultato in futuro.
Per questo motivo le statistiche estere non sono particolarmente entusiasmanti come dice il ministro Roccella, anche se, come abbiamo visto, lei non fa che perpetuare la tradizionale diffidenza della destra sul progresso sociale.
Fonte immagine: Google.
[1]Marino Badiale, Razzismofemminista, L’Interferenza 12 agosto 2025
[2]Norberto Fragiacomo, Ddl femminicidio un inquietante pochade giuridica, L’Interferenza 27 marzo 2025
[3]Giacomo Rotoli, Lotta di classe e conflitto di genere, L’Interferenza 16 marzo 2025
[4] Non c’è spazio qui per parlare del gender gap, ma vorrei ricordare che è sempre calcolato in base alla media degli stipendi, per cui lavorando gli uomini di più complessivamente e facendo molte volte lavori più a rischio o usuranti, il gaprisulta difficile da sopprimere. L’Italia ha anche una minore percentuale di donne lavoratrici rispetto ad altri paesi, le cause di questo non sono chiare, ma di certo non sono legate ad un presunto patriarcato che sembra essere diventata la spiegazione per qualsiasi cosa riguardi i rapporti tra i sessi. Le difficoltà degli uomini sono poi completamente ignorate per cui i c.d. Gender Gap Report sono palesemente sbilanciati verso le donne. Per una discussione ampia e profonda della Questione Maschile si può leggere l’ancora attualissimo libro Questa Metà della Terra di Rino B. Della Vecchia.
[5] La legge in corso di approvazione non distingue tra i sessi, ma è scontato che lo stupratore sia al 99,99% maschio, al limite essa potrebbe includere i casi di stupro tra uomini, ma è palese che sia difficile dire di una donna che ha “stuprato” qualcuno salvo casi eccezionali.
[6] Nicole Sentilhes, L’educazione sessuale, Mondadori 1971.
[8] Un sito sicuramente apprezzabile, non collegato a nessuna associazione che si occupa di questione maschile è femminicidio.italia. Al momento sono 44 i c.d. femmicidi causati da partner o ex partner, dato che viene ripreso anche dal Corriere della Sera (25 novembre 2025 p.27), sebbene poi lo stesso articolo arzigogola sui numeri come sempre affermando che ci sarebbero altri femminicidi, non si capisce quali, in base alla nuova legge sul femminicidio in arrivo!
[9] Corriere della Sera, 22 novembre 2025, p.10.
[10] Questa colpevolizzazione dell’uomo finisce per essere controproducente come ha mostrato il sostanziale fallimento del modello Duluth nel trattamento di uomini maltrattanti.
[11] Julian Baggini, Il maiale che vuole essere mangiato, p.141, Cairoeditore 2005.

Comunisti contro il femminismo misandrico
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