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13 Set 2026  |  0 Commenti

La tragedia di Pietralata è un lampo di angoscia nel deserto del consumo

Il drammatico caso dell’omicidio suicidio della famiglia di Pietralata sta scuotendo la coscienza pubblica: Lunedì 31 agosto 2026, intorno all’ora di pranzo (ore 13:00 circa) sono stati rinvenuti a Roma, in via dell’Antracite 12, i quattro corpi senza vita di Luca Abbasciano, Valentina Pambianco, della loro figlia Bianca e del loro cane Teo. L’allarme era stato lanciato da un loro familiare che non riusciva più a mettersi in contatto con loro. I Vigili del Fuoco e i Carabinieri hanno forzato la porta d’ingresso, trovando l’abitazione chiusa dall’interno. I corpi sono stati rinvenuti nella camera da letto dell’abitazione e tutti presentavano ferite d’arma da fuoco.
Il movente di tale gesto è più che mai confermato dal fatto che nell’appartamento sono stati ritrovati vari messaggi scritti e firmati dai coniugi. Lettere dalle quali emerge un profondo senso di solitudine e disperazione. Una frase emblematica riportata nei messaggi è: «Da soli non ce la facciamo» in quanto la figlia Bianca soffriva di una grave malattia neurologica per la quale i genitori si sono visti costretti a dilapidare il proprio patrimonio nel tentativo di trovare una cura all’estero.
Diverse sono state le dichiarazioni e le reazioni, sia da parte di politici che da parte della collettività. Si possono leggere post e articoli dove viene espresso lo sconcerto per la mancanza di sbocchi che la società ha offerto a questa famiglia, parole nostalgiche sulle comunità di una volta dove seppur c’era la fame comunque c’erano anche solidarietà e condivisione, ma soprattutto quel che emerge è un profondo senso di colpa collettivo.

Urge però un duplice ragionamento sul modello di società nel quale viviamo e che questo tremendo evento (come anche molti altri) aiuta a fare emergere. Da una parte c’è la tremenda angoscia che la società capitalista scarica (in modo del tutto funzionale ai propri scopi) su ogni singolo individuo che si vede costretto a sentire il peso della evidente sofferenza degli ultimi nel mentre deve lottare per non finire anch’esso disperato e povero, Dall’altra c’è l’ipocrisia di un senso di colpa per l’assenza di carità e misericordia da parte di tutti noi, un senso di colpa che però non si preoccupa mai della reale mancanza da parte della collettività, che non consiste tanto nella carenza di singoli gesti solidali e caritatevoli, quanto in una totale assenza di partecipazione alla faticosa (perché tale è) vita politica.
La profonda angoscia dell’individuo nella società del capitale, ridotto ad una monade alla quale è permesso sfogare ogni istinto e necessità solamente tramite il consumo (al quale può avere accesso esclusivamente pagando, quindi fintanto che è utile a produrre) si concretizza, spesso drammaticamente, quando la disperazione per l’assenza di relazioni sociali e umano arriva a un punto tale da non poter essere compensata da beni e servizi acquistabili.
Così il soggetto sente il peso di quel degrado e di quella disperazione, ma soprattutto della propria impotenza innanzi a tutto ciò, perché all’interno dell’individualismo l’individuo rimane convinto che anche la colpa sia sempre da distribuire a se stesso, senza mai prendere coscienza del fatto che ridurre un popolo a un insieme di singoli vanifica automaticamente la possibilità di compiere azioni collettive.
La risposta che cerca la gente in modo disperato e che, giustamente e umanamente, sente il peso di questa tragedia sul proprio cuore, non è da ricercarsi in una mancanza di sensibilità collettiva, di religione e di solidarietà, quanto in una totale assenza di impegno politico da
una parte e di coscienza di classe dall’altra. La famiglia di Pietralata non si è uccisa per una mancanza di solidarietà della signora della porta accanto, a sua volta coinvolta in una sfida di sopravvivenza estremamente crudele e gerarchica, ma da un sistema sociale, politico ed economico basato sullo sfruttamento, sulla competizione e su un graduale smantellamento dello stato sociale.
Ma nel teatrino dicotomico politico odierno la stragrande maggioranza delle persone si perde ancora in un politica facile, fatta di slogan e reels su Instagram, fatta di pancia da sfogare e di zero tempo dedicato all’analisi, allo studio, al pensiero e al confronto finendo per incolpare facilmente l’immigrato a destra o il maschio patriarcale a sinistra, e poi via a fare l’aperitivo. Perché la vera vita politica è dura, è dolorosa, è un percorso faticoso e per nulla divertente ma fatto di conflitti, di messa in discussione, di dedizione, ma è l’unico percorso possibile per trovare una amalgama di bene comune. Ed è proprio questo il capolavoro di una esigua percentuale della popolazione occidentale che possiede la stragrande maggioranza delle risorse, risorse tolte ai disperati, agli ultimi, ai deboli, che però vengono costantemente convinti che sia logico farsi la guerra tra loro mentre, di tanto in tanto, durante le tregue, scorgono la profonda angoscia che nasce dallo smantellamento sistematico della comunità, senza capire che una politica fatta con beni di consumo fruiti comodamente a casa o sulla tazza del cesso, prodotti appositamente per non pensare ma per sfogare, non risolve quella necessità che abbiamo di vivere nella solidità di una comunità che non lasci indietro nessuno e che porti in piazza la fastidiosa voce di chi sta chiedendo aiuto.
Non a caso il buon Giorgio Gaber cantava a gran voce, e con grande ragione:
“C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada, nella piazza
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
E gli angeli non danno appuntamenti
E anche nelle case più spaziose
Non c’è spazio per verifiche e confronti.”


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