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30 Ago 2026  |  0 Commenti

La Sinistra non è woke. Parte prima: la cultura di sinistra e l’universalismo

Premessa: L’articolo che segue è il primo di due contributi che ho dedicato al commento e alla riflessione sul testo La sinistra non è woke di Susan Neiman.

Come si vede, si tratta di tematiche che sono arrivate alla ribalta recentemente e sulle quali anche queste pagine si sono già soffermate (cfr. L’ipocrita «contrordine, compagni!» di Ocasio-Cortez e Giuseppe Conte).

Il testo della Neiman è molto interessante e ricco di riferimenti e argomentazioni; ne consiglio pertanto vivamente la lettura integrale.

Mi sono limitato ad analizzare e criticare quelle che sono le due colonne portanti del testo: da una parte, la cultura della sinistra e l’universalismo; dall’altra, la cultura woke e il tribalismo. Nel confronto tra queste due impostazioni emerge una evidente incompatibilità tra le rispettive concezioni.

Innanzitutto l’autrice rivendica il diritto a definirsi di sinistra, nonostante questa area politica sia stata, a suo avviso, colonizzata dall’ideologia woke, verso la quale esprime una forte critica.

Anche da parte mia e diversamente da molti soggetti, collettivi e individuali, che hanno preferito abbandonare l’etichetta di sinistra per definirsi comunisti e/o socialisti, ritengo  assai complesso uscire da quell’insieme di pensieri, sensibilità e simboli con i quali siamo cresciuti e che continuano a permeare la nostra identità.

Per esempio, sul tema dell’immigrazione, anche chi, come me, propone un discorso problematico e lontano dagli utopismi no border si trova ad avvertire un rifiuto quasi fisico di fronte a certi atteggiamenti, anche solo larvatamente xenofobi, che purtroppo forze politiche autodefinitesi “né di destra né di sinistra” utilizzano per una demagogia spicciola.

Questa è una sensibilità di sinistra che socialisti e comunisti condividono con un ampio spettro di altre correnti di pensiero. Socialismo e comunismo sono parte integrante della sinistra; la cultura woke vi si è incistata per motivi storici e culturali e spetta a noi espellerla criticamente da quest’area, non esserne espulsi.

L’universalismo è ciò che l’autrice pone come fondamentale discriminante della cultura di sinistra. Esso si fonda sull’idea che tutti gli esseri umani condividano, al di là delle differenze culturali, caratteristiche comuni che l’autrice individua nella capacità di provare dolore e nell’anelito alla libertà.

Su questo principio si è fondato l’impegno internazionalista proprio delle tradizioni socialista e comunista. Essere di sinistra significa cercare di rendere concreti e operanti i principi sanciti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Va chiarito che in quella dichiarazione non si parla soltanto di diritti individuali, ma anche di diritti economici e sociali, né potrebbe essere altrimenti. La cultura woke, divenuta pensiero dominante in molti ambienti, partecipa invece a una mistificante contrapposizione tra diritti sociali e diritti individuali, finendo per comprimere i primi.

Così si attribuiscono patenti di democraticità a società che riconoscono, giustamente, i diritti delle minoranze ma accolgono molto meno favorevolmente le istanze della classe lavoratrice. In conseguenza di ciò abbiamo visto settori di quest’ultima rivolgersi a forze politiche di destra. Ma contrapporre diritti individuali e diritti sociali non ha alcun senso.

Non si saprebbe, infatti, dove collocare libertà come il diritto di sciopero, la libertà di espressione e quella di associazione, che costituiscono parte integrante del percorso di emancipazione dei lavoratori.

L’universalismo, comune a molte culture religiose, viene sistematizzato e trasformato in progetto politico con l’Illuminismo.

Contro di esso si sono mossi numerosi attacchi nella cultura contemporanea, accusandolo di essere la giustificazione teorica del colonialismo e del suprematismo europeo. L’autrice smonta queste critiche attraverso numerose citazioni dei maggiori filosofi illuministi, quali Diderot, Rousseau e Voltaire, mostrando come tutti si siano espressi contro la “naturalizzazione” dei sistemi oppressivi europei loro contemporanei e contro la pretesa superiorità delle tradizioni europee, mettendone invece in luce il carattere arbitrario.

Mi piace ricordare le “Lettere persiane” di Montesquieu, autentico capolavoro di ironia che mette in evidenza tutte le assurdità del sistema politico e culturale francese attraverso lo sguardo di immaginari viaggiatori stranieri.

L’Illuminismo è divenuto il bersaglio polemico di molti intellettuali europei che lo hanno accusato di essere il paravento ideologico del colonialismo. In realtà, come abbiamo visto, gli illuministi furono spesso fortemente critici nei confronti dell’espansione coloniale, consideravano tutti gli uomini uguali indipendentemente dalla cultura e dalla religione e si espressero frequentemente a favore delle ribellioni dei popoli colonizzati.

Inoltre bisognerebbe almeno riconoscere quanto tutti i movimenti di liberazione debbano agli ideali di democrazia e socialismo appresi, anche se in forma contraddittoria, dai colonizzatori. In sostanza essi hanno rivolto contro gli invasori europei le stesse armi, culturali e non solo, che questi avevano contribuito a diffondere.

Ma questi ideali sono davvero soltanto europei? Il filosofo ghanese Sekyi-Otu afferma: “All’Europa spetta il merito di aver fornito un’espressione formale e istituzionale alle intuizioni e ai sogni comuni dell’umanità. Ma non se ne assegnino all’Occidente i diritti esclusivi di proprietà”.

Del resto tali idee non avrebbero potuto radicarsi così profondamente nelle culture locali se non avessero trovato elementi analoghi con cui entrare in rapporto dialettico.

È vero che gli imperi europei avevano bisogno di legittimare la propria politica di conquista, problema che altri imperi, come quelli africani, non avevano certo negli stessi termini. Ed è altrettanto vero che la cultura illuminista era talmente permeata nella società europea che qualche suo elemento finì inevitabilmente per filtrare anche nel ciarpame ideologico della propaganda coloniale.

Basta pensare a “Faccetta nera”, inno del colonialismo fascista, straccione, criminale e fuori tempo, nel quale le falangi fasciste invadevano l’Etiopia con il pretesto di portarvi civiltà, benessere e persino libertà.

Al cristianesimo, del resto, è andata molto peggio: una predicazione fondata sull’amore e sulla fratellanza è stata utilizzata per giustificare guerre, torture e crimini di ogni genere. Ma non mi sembra il caso di attribuirne la colpa al “povero Cristo”: Gli è già andata abbastanza male in vita.

L’autrice individua diversi intellettuali che hanno contribuito alla critica dell’Illuminismo. Tra questi mi soffermerò su Adorno e Horkheimer, autori della “Dialettica dell’Illuminismo”, e su Foucault perché, conoscendoli almeno in parte, mi sembra che nei loro confronti venga adottata la stessa critica ingenerosa e liquidatoria che l’autrice lamenta sia stata rivolta contro l’Illuminismo.

Foucault viene dipinto come un nichilista passivo, convinto che il sistema repressivo, eliminando le forme più cruente di oppressione, finisca semplicemente per renderle più efficaci e che quindi ogni lotta sia inutile. Viene inserito in quella parte della sinistra che, perduta la speranza del cambiamento, si dedica soltanto a una critica tanto spietata quanto sterile del presente. L’autrice riporta anche il giudizio espresso da Chomsky al termine di un celebre dibattito, nel quale lo definì immorale.

Non condivido tali valutazioni. In un’intervista Foucault rispondeva al pessimismo di molti compagni, scoraggiati dalla capacità del sistema di “recuperare le lotte” per diventare più efficiente, ricorrendo alla metafora del judo: a ogni presa efficace l’avversario reagisce con una contro-presa adeguata, alla quale è possibile rispondere nuovamente, e l’esito dello scontro resta sempre aperto.

Come ex ragazzo del ’77 ricordo bene che la firma di Foucault compariva tra quelle degli intellettuali francesi che denunciavano la deriva autoritaria dell’Italia dell’accordo DC-PCI. Tutto ciò mi sembra difficilmente conciliabile con l’immagine di un intellettuale distaccato, disilluso e cinico.

Quanto alla “Dialettica dell’Illuminismo”, la sua tesi centrale è che la ragione, nata per emancipare l’umanità, possa trasformarsi in uno strumento di dominio quando viene ridotta a semplice efficienza tecnica e controllo.

Horkheimer e Adorno non propongono di distruggere l’Illuminismo né di abbandonare gli ideali di emancipazione e libertà. Al contrario, cercano di salvarli mostrando come si siano deformati. In sintesi, essi denunciano una forma impoverita di ragione che riduce tutto a calcolo, efficienza e controllo: la loro critica è rivolta soprattutto alla ragione strumentale.

Per criticare la società e il dominio essi continuano infatti a richiamarsi a valori come verità, libertà, autonomia ed emancipazione, tutti criteri che derivano in larga misura dalla tradizione illuministica. Si può dunque parlare di una critica dell’Illuminismo dall’interno dell’Illuminismo: la soluzione non consiste nell’abbandonarlo, ma nel portarlo a compimento in una forma diversa, recuperando una ragione orientata al dialogo e alla comprensione reciproca invece che al controllo.

Mi sono addentrato in questo pericoloso lavoro di “esegesi” per seguire il ragionamento dell’autrice, ma, in generale, non è un esercizio che mi entusiasmi, essendo spesso foriero di diatribe infinite. Per un’analisi politica è molto più utile osservare le idee nel loro rapporto dialettico con la realtà.

Mi sembra evidente che, se da un lato le forze colonialiste e neocolonialiste brandiscono in modo rozzo gli ideali di libertà e progresso per legittimare la propria politica di dominio, dall’altro i popoli oppressi abbiano fatto propri, con ben maggiore legittimità, gli strumenti teorici dell’Occidente per emanciparsi dai loro oppressori.

Basti pensare al tumulto che, su scala mondiale, hanno provocato le idee del più genuino figlio della cultura occidentale: Karl Marx.

Premessa: L’articolo che segue è il primo di due contributi che ho dedicato al commento e alla riflessione sul testo La sinistra non è woke di Susan Neiman.

Come si vede, si tratta di tematiche che sono arrivate alla ribalta recentemente e sulle quali anche queste pagine si sono già soffermate (cfr. L’ipocrita «contrordine, compagni!» di Ocasio-Cortez e Giuseppe Conte).

Il testo della Neiman è molto interessante e ricco di riferimenti e argomentazioni; ne consiglio pertanto vivamente la lettura integrale.

Mi sono limitato ad analizzare e criticare quelle che sono le due colonne portanti del testo: da una parte, la cultura della sinistra e l’universalismo; dall’altra, la cultura woke e il tribalismo. Nel confronto tra queste due impostazioni emerge una evidente incompatibilità tra le rispettive concezioni.

Innanzitutto l’autrice rivendica il diritto a definirsi di sinistra, nonostante questa area politica sia stata, a suo avviso, colonizzata dall’ideologia woke, verso la quale esprime una forte critica.

Anche da parte mia e diversamente da molti soggetti, collettivi e individuali, che hanno preferito abbandonare l’etichetta di sinistra per definirsi comunisti e/o socialisti, ritengo  assai complesso uscire da quell’insieme di pensieri, sensibilità e simboli con i quali siamo cresciuti e che continuano a permeare la nostra identità.

Per esempio, sul tema dell’immigrazione, anche chi, come me, propone un discorso problematico e lontano dagli utopismi no border si trova ad avvertire un rifiuto quasi fisico di fronte a certi atteggiamenti, anche solo larvatamente xenofobi, che purtroppo forze politiche autodefinitesi “né di destra né di sinistra” utilizzano per una demagogia spicciola.

Questa è una sensibilità di sinistra che socialisti e comunisti condividono con un ampio spettro di altre correnti di pensiero. Socialismo e comunismo sono parte integrante della sinistra; la cultura woke vi si è incistata per motivi storici e culturali e spetta a noi espellerla criticamente da quest’area, non esserne espulsi.

L’universalismo è ciò che l’autrice pone come fondamentale discriminante della cultura di sinistra. Esso si fonda sull’idea che tutti gli esseri umani condividano, al di là delle differenze culturali, caratteristiche comuni che l’autrice individua nella capacità di provare dolore e nell’anelito alla libertà.

Su questo principio si è fondato l’impegno internazionalista proprio delle tradizioni socialista e comunista. Essere di sinistra significa cercare di rendere concreti e operanti i principi sanciti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Va chiarito che in quella dichiarazione non si parla soltanto di diritti individuali, ma anche di diritti economici e sociali, né potrebbe essere altrimenti. La cultura woke, divenuta pensiero dominante in molti ambienti, partecipa invece a una mistificante contrapposizione tra diritti sociali e diritti individuali, finendo per comprimere i primi.

Così si attribuiscono patenti di democraticità a società che riconoscono, giustamente, i diritti delle minoranze ma accolgono molto meno favorevolmente le istanze della classe lavoratrice. In conseguenza di ciò abbiamo visto settori di quest’ultima rivolgersi a forze politiche di destra. Ma contrapporre diritti individuali e diritti sociali non ha alcun senso.

Non si saprebbe, infatti, dove collocare libertà come il diritto di sciopero, la libertà di espressione e quella di associazione, che costituiscono parte integrante del percorso di emancipazione dei lavoratori.

L’universalismo, comune a molte culture religiose, viene sistematizzato e trasformato in progetto politico con l’Illuminismo.

Contro di esso si sono mossi numerosi attacchi nella cultura contemporanea, accusandolo di essere la giustificazione teorica del colonialismo e del suprematismo europeo. L’autrice smonta queste critiche attraverso numerose citazioni dei maggiori filosofi illuministi, quali Diderot, Rousseau e Voltaire, mostrando come tutti si siano espressi contro la “naturalizzazione” dei sistemi oppressivi europei loro contemporanei e contro la pretesa superiorità delle tradizioni europee, mettendone invece in luce il carattere arbitrario.

Mi piace ricordare le “Lettere persiane” di Montesquieu, autentico capolavoro di ironia che mette in evidenza tutte le assurdità del sistema politico e culturale francese attraverso lo sguardo di immaginari viaggiatori stranieri.

L’Illuminismo è divenuto il bersaglio polemico di molti intellettuali europei che lo hanno accusato di essere il paravento ideologico del colonialismo. In realtà, come abbiamo visto, gli illuministi furono spesso fortemente critici nei confronti dell’espansione coloniale, consideravano tutti gli uomini uguali indipendentemente dalla cultura e dalla religione e si espressero frequentemente a favore delle ribellioni dei popoli colonizzati.

Inoltre bisognerebbe almeno riconoscere quanto tutti i movimenti di liberazione debbano agli ideali di democrazia e socialismo appresi, anche se in forma contraddittoria, dai colonizzatori. In sostanza essi hanno rivolto contro gli invasori europei le stesse armi, culturali e non solo, che questi avevano contribuito a diffondere.

Ma questi ideali sono davvero soltanto europei? Il filosofo ghanese Sekyi-Otu afferma: “All’Europa spetta il merito di aver fornito un’espressione formale e istituzionale alle intuizioni e ai sogni comuni dell’umanità. Ma non se ne assegnino all’Occidente i diritti esclusivi di proprietà”.

Del resto tali idee non avrebbero potuto radicarsi così profondamente nelle culture locali se non avessero trovato elementi analoghi con cui entrare in rapporto dialettico.

È vero che gli imperi europei avevano bisogno di legittimare la propria politica di conquista, problema che altri imperi, come quelli africani, non avevano certo negli stessi termini. Ed è altrettanto vero che la cultura illuminista era talmente permeata nella società europea che qualche suo elemento finì inevitabilmente per filtrare anche nel ciarpame ideologico della propaganda coloniale.

Basta pensare a “Faccetta nera”, inno del colonialismo fascista, straccione, criminale e fuori tempo, nel quale le falangi fasciste invadevano l’Etiopia con il pretesto di portarvi civiltà, benessere e persino libertà.

Al cristianesimo, del resto, è andata molto peggio: una predicazione fondata sull’amore e sulla fratellanza è stata utilizzata per giustificare guerre, torture e crimini di ogni genere. Ma non mi sembra il caso di attribuirne la colpa al “povero Cristo”: Gli è già andata abbastanza male in vita.

L’autrice individua diversi intellettuali che hanno contribuito alla critica dell’Illuminismo. Tra questi mi soffermerò su Adorno e Horkheimer, autori della “Dialettica dell’Illuminismo”, e su Foucault perché, conoscendoli almeno in parte, mi sembra che nei loro confronti venga adottata la stessa critica ingenerosa e liquidatoria che l’autrice lamenta sia stata rivolta contro l’Illuminismo.

Foucault viene dipinto come un nichilista passivo, convinto che il sistema repressivo, eliminando le forme più cruente di oppressione, finisca semplicemente per renderle più efficaci e che quindi ogni lotta sia inutile. Viene inserito in quella parte della sinistra che, perduta la speranza del cambiamento, si dedica soltanto a una critica tanto spietata quanto sterile del presente. L’autrice riporta anche il giudizio espresso da Chomsky al termine di un celebre dibattito, nel quale lo definì immorale.

Non condivido tali valutazioni. In un’intervista Foucault rispondeva al pessimismo di molti compagni, scoraggiati dalla capacità del sistema di “recuperare le lotte” per diventare più efficiente, ricorrendo alla metafora del judo: a ogni presa efficace l’avversario reagisce con una contro-presa adeguata, alla quale è possibile rispondere nuovamente, e l’esito dello scontro resta sempre aperto.

Come ex ragazzo del ’77 ricordo bene che la firma di Foucault compariva tra quelle degli intellettuali francesi che denunciavano la deriva autoritaria dell’Italia dell’accordo DC-PCI. Tutto ciò mi sembra difficilmente conciliabile con l’immagine di un intellettuale distaccato, disilluso e cinico.

Quanto alla “Dialettica dell’Illuminismo”, la sua tesi centrale è che la ragione, nata per emancipare l’umanità, possa trasformarsi in uno strumento di dominio quando viene ridotta a semplice efficienza tecnica e controllo.

Horkheimer e Adorno non propongono di distruggere l’Illuminismo né di abbandonare gli ideali di emancipazione e libertà. Al contrario, cercano di salvarli mostrando come si siano deformati. In sintesi, essi denunciano una forma impoverita di ragione che riduce tutto a calcolo, efficienza e controllo: la loro critica è rivolta soprattutto alla ragione strumentale.

Per criticare la società e il dominio essi continuano infatti a richiamarsi a valori come verità, libertà, autonomia ed emancipazione, tutti criteri che derivano in larga misura dalla tradizione illuministica. Si può dunque parlare di una critica dell’Illuminismo dall’interno dell’Illuminismo: la soluzione non consiste nell’abbandonarlo, ma nel portarlo a compimento in una forma diversa, recuperando una ragione orientata al dialogo e alla comprensione reciproca invece che al controllo.

Mi sono addentrato in questo pericoloso lavoro di “esegesi” per seguire il ragionamento dell’autrice, ma, in generale, non è un esercizio che mi entusiasmi, essendo spesso foriero di diatribe infinite. Per un’analisi politica è molto più utile osservare le idee nel loro rapporto dialettico con la realtà.

Mi sembra evidente che, se da un lato le forze colonialiste e neocolonialiste brandiscono in modo rozzo gli ideali di libertà e progresso per legittimare la propria politica di dominio, dall’altro i popoli oppressi abbiano fatto propri, con ben maggiore legittimità, gli strumenti teorici dell’Occidente per emanciparsi dai loro oppressori.

Basti pensare al tumulto che, su scala mondiale, hanno provocato le idee del più genuino figlio della cultura occidentale: Karl Marx.


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