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16 Ago 2026  |  0 Commenti

La fiera del vittimismo a uso del capitale: le comode amnesie di Barbara Poggio sui veri privilegiati

Un’analisi critica e disincantata ci offre strumenti preziosi per smascherare le narrazioni dominanti, specialmente quando queste mascherano le esigenze del capitale sotto la veste dell’emancipazione sociale. Ne è un esempio perfetto l’articolo di Barbara Poggio, intitolato “Imprese senza personale e occupazione femminile ai minimi in Europa: il doppio problema del lavoro in Italia”. Poggio lamenta la difficoltà delle aziende nel reperire personale, collegandola al basso tasso di occupazione femminile e citando i dati di un rapporto del Cnel. Tuttavia, l’intera impalcatura del suo ragionamento si basa sul dogma vittimistico che vede le donne come soggetti passivi e penalizzati dal sistema, omettendo sistematicamente di analizzare la questione dal punto di vista della libera scelta e della diseguaglianza di genere che colpisce implacabilmente gli uomini.

Poggio sostiene che per molte donne “gli impegni familiari restano tra i principali ostacoli alla partecipazione” e critica un modello organizzativo del lavoro costruito attorno a “una persona sempre disponibile”. Ciò che l’articolo si guarda bene dall’ammettere è che l’assenza dal mercato del lavoro non è necessariamente un’esclusione imposta, ma è molto spesso l’esercizio di un privilegio. A differenza degli uomini – sui quali la società impone fin dalla nascita il ruolo ineludibile di breadwinner (colui che deve produrre reddito a ogni costo) – molte donne hanno la concreta possibilità di trovare un partner maschile disposto a occuparsi del loro sostentamento. Scegliere di dedicarsi alla famiglia, o semplicemente scegliere di non sottostare alle logiche usuranti e alienanti del lavoro salariato perché si dispone di una rete di protezione maschile, è una libera opzione. Trasformare questa libertà di scelta in una presunta “penalizzazione” significa negare l’autodeterminazione femminile pur di fornire nuova forza lavoro a basso costo alle imprese.

Questa asimmetria nella libertà di scelta si riflette anche nei percorsi formativi. Nel suo articolo, Poggio cita il Rapporto AlmaLaurea 2026, evidenziando come le donne rappresentino il 60% delle persone laureate, ma solo il 40% in ambito Stem. L’autrice attribuisce questa divaricazione a “stereotipi che agiscono fin dall’infanzia”. Questa lettura è non solo obsoleta, ma intellettualmente disonesta. Oggi le donne sono massicciamente incentivate dallo Stato e dalle università a intraprendere percorsi STEM, godendo di esenzioni dalle tasse universitarie, borse di studio dedicate e campagne di sensibilizzazione. Se, nonostante ciò, scelgono altri percorsi, lo fanno per libera scelta. Al contrario, la retorica mainstream di cui Poggio si fa portavoce ignora completamente il dramma educativo maschile: la stragrande maggioranza degli abbandoni scolastici precoci riguarda i ragazzi. Eppure, non esiste alcun incentivo statale o esenzione dalle tasse per incoraggiare gli uomini a iscriversi alle facoltà umanistiche, di cura o dell’educazione, dove sono una minoranza assoluta. La parità, a quanto pare, viene invocata a gran voce solo quando si tratta di spingere le donne verso settori ad alta redditività.

Infine, l’argomento che destituisce definitivamente di ogni fondamento la tesi di Poggio riguarda gli estremi della società. Se davvero le donne fossero la componente strutturalmente penalizzata, svantaggiata ed esclusa dalle garanzie del mercato del lavoro, i gradini più bassi, disperati e mortali della piramide sociale sarebbero occupati da loro. I dati reali ci raccontano un’altra storia, drammatica e silenziosa: la stragrande maggioranza dei senzatetto, dei tossicodipendenti, delle persone in povertà assoluta e isolate, così come la quasi totalità delle morti sul lavoro e dei suicidi per ragioni economiche, sono uomini.

L’articolo di Poggio, auspicando che le donne superino il “mancato incontro” con la domanda di lavoro delle imprese, si rivela per quello che è: un’operazione di ingegneria sociale che mira a colmare le carenze di manodopera di settori come “costruzioni, industria del legno, metalmeccanica ed elettronica”. Ma farlo fingendo che le donne siano le vere oppresse del sistema economico, mentre gli uomini marciscono ai margini della società senza alcun paracadute sociale, è una mistificazione che deve essere respinta con forza.


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