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Le recenti dichiarazioni di Roberto Vannacci sul femminicidio hanno ovviamente innescato un dibattito a dir poco molto acceso, per dirla con un eufemismo, come era inevitabile che fosse.
Di seguito pubblichiamo l’articolo del nostro amico Fabio Nestola, direttore del CSA (Centro Studi Applicati) nonché consulente tecnico di parte (CTP), particolarmente esperto in materia familiare e di affidamento dei minori, e attento studioso di quella che lui stesso definisce come “violenza oltre i generi”. (L’articolo è tratto da L’Interferenza.)
L’articolo di Fabio Nestola risponde ad alcune obiezioni e critiche rivolte a questo articolo di Diego Fusaro pubblicato sull’Interferenza https://www.linterferenza.info/contributi/vannacci-il-femminicidio-non-esiste-alcune-considerazioni-sullideologia-dominante-e-sulle-sue-contraddizioni/ , una delle quali faceva riferimento a questo vecchio report della Direzione generale di statistica del Ministero della Giustizia: https://www.istat.it/it/files/2018/04/Analisi-delle-sentenze-di-Femminicidio-Ministero-di-Giustizia.pdf
“Senza alcuna vena polemica, mi siano permesse alcune osservazioni come scambio costruttivo di pareri diversi.
Diego Fusaro non ha certo bisogno della mia difesa, tuttavia il paper linkato sul quale avrebbe dovuto informarsi è una lettura squisitamente ideologica del fenomeno “femminicidio”, che nel 2016 non esisteva nel codice penale né come fattispecie autonoma di reato, né come aggravante.
Sorvolando sulla genesi controversa del termine che alcune fonti fanno risalire al Messico alla fine degli anni ’80 ed altre agli Stati Uniti all’inizio degli anni ‘90, in Italia è rimasto un neologismo esclusivamente “di pancia” utilizzato da una buona parte della politica, dalle associazioni femministe e dai media nei titoli di stampa, nei TG, nei salotti televisivi.
Chiesto per anni a gran voce da sostenitrici e sostenitori del femminicidio-a-tutti-i-costi, il reato specifico ha visto la luce con la pubblicazione in G.U. della legge n. 181 del 2 dicembre 2025, che istituisce il reato di cui all’art. 577 bis.
Prima, piaccia o meno, non esisteva.
È singolare che il Ministero di Giustizia faccia, nel 2016, un’analisi su qualcosa che giuridicamente non esiste. È come se il Ministero di Giustizia avesse condotto un’analisi sugli omicidi stradali dieci anni prima che il reato di omicidio stradale fosse riconosciuto, appunto, come fattispecie autonoma di reato: lettura ideologica – a posteriori – dei criteri che il codice penale riconoscerà solo diversi anni più tardi.
Quanto all’analisi linkata, già nell’introduzione salta agli occhi la lettura ideologica: “Donne uccise da uomini, perché sono donne. Questo è il femminicidio”. Definizione priva di qualsiasi cornice giuridica ma l’analisi, va ricordato, è curiosamente attribuita proprio al Ministero di Giustizia. Non un’inchiesta giornalistica, non una onlus rosa, la fonte è proprio ministeriale. È quindi l’analista ministeriale che stabilisce, a posteriori, quali fossero le intenzioni del reo, quali pulsioni lo abbiano spinto a delinquere, in quale contesto sia maturato l’evento delittuoso.
Il tutto dieci anni prima che il Legislatore stabilisca a quali criteri deve rispondere un episodio per essere definito femminicidio.
Curioso anche il criterio di rilevazione: nel grafico inziale compaiono i dati comparati di 5 anni (2012 – 2016) ma due righe prima si afferma che vi sono 600 donne uccise in 4 anni, non 5, da cui la media di una vittima ogni due giorni, e due righe dopo si afferma che sarebbero state raccolte le sentenze relative a tutti gli omicidi di donne in Italia a partire dal 2010. La scarsa chiarezza nasce dai tempi, è noto che un processo del 2016 può essere relativo a fatti di diversi anni prima.
Confusione a parte, il dato conclusivo dice che su 417 sentenze esaminate, 355 sono classificabili come femminicidio. Non è chiaro, lo ripeto, se i 355 femminicidi siano riferiti a 4 anni di rilevazioni (quindi 88 vittime annuali di media) o ai 5 anni della tabella iniziale (il che porta a 71 vittime annuali di media); in ogni caso sono proprio i dati dell’analisi a rendere impossibile l’affermazione iniziale dell’analisi stessa: “Donne uccise da uomini, perché sono donne. Questo è il femminicidio. Un massacro, a vedere i numeri. Circa 150 casi all’anno in Italia (…) un totale di circa 600 omicidi negli ultimi quattro anni. Significa che in Italia ogni due giorni circa viene uccisa una donna”.
Anche una sola vita persa a causa della gelosia morbosa è sempre troppo, ma lo slogan “una vittima ogni due giorni”, clamorosamente smentito dalla realtà, può forse essere accettabile su un volantino di Non Una Di Meno. Sicuramente non è accettabile su un report del Ministero di Giustizia.
Non può sfuggire la perla a pagina 7 del report: “Non è stato possibile stilare una statistica precisa dei moventi, poiché molti sono tortuosi e difficilmente classificabili”. Quindi il movente nei fascicoli processuali esaminati non è classificabile, ma diventa classificabile – ed infatti classificato come femminicidio – nella percezione squisitamente soggettiva dell’analista. Beh, da un documento del Ministero di Giustizia sarebbe lecito attendersi non dico uno stringente rigore scientifico, ma almeno una credibilità di massima.
Il report invece dice c’è un femminicidio ogni due giorni; lo si può affermare con certezza poiché sono stati esaminati oltre 400 fascicoli processuali, dai quali però non è possibile comprendere i moventi.
Meraviglioso.
Peccato che il report dimentichi un dettaglio: ciò che distingue il femminicidio da qualsiasi altro omicidio è proprio il movente. È il Legislatore a dirlo:
La stessa Commissione Femminicidio nella precedente Legislatura pontificava su un termine privo non solo di contorni giuridici, ma anche di una definizione chiara, precisa, univoca.
Questo ha consentito a sostenitori e sostenitrici del femminicidio-a-tutti-i-costi di gonfiare i dati con una massa di episodi delittuosi con movente economico, o psichiatrico o addirittura con autrici altre donne che vengono infilati a forza tra i femminicidi per gonfiarne il numero allo scopo di costruire un allarme sovradimensionato, mistificatorio, sfacciatamente falso. Prova ne sia che le diverse fonti ufficiose propagandavano dati anche molto discordanti tra loro; non è mai esistita una fonte ufficiale.
Esiste da quest’anno, ed è il Dipartimento della Pubblica sicurezza – Direzione centrale della Polizia criminale – Servizio analisi criminale. Il motivo è semplice: il reato specifico viene istituito a fine 2025, una seria analisi statistica non può che partire da gennaio 2026. La gravità dell’omicidio, secondo la Bongiorno, è maggiore se il gesto è spinto da odio o disprezzo. Il diritto penale devia dalla propria natura originaria, fondata sulla punizione di atti oggettivamente accertabili ed accertati, per cadere sul terreno scivoloso della interpretazione soggettiva del movente.
Non si condanna più soltanto ciò che il reo ha fatto, ma ciò che si presume pensasse mentre lo faceva. Contesto da anni l’introduzione dei reati “di percezione”, nei quali l’elemento di prova è la percezione della sedicente vittima, troppo spesso smentita dall’iter giudiziario.
Col reato di femminicidio fa la sua irruzione in Tribunale anche la percezione dell’organo giudicante. L’imputato non viene giudicato soltanto per il fatto commesso ma per l’interpretazione ideologica del gesto, una chiave soggettiva che “legge” il fatto a posteriori e lo classifica a prescindere dalla reale volontà del reo: se la vittima è una donna, l’uomo ha agito per motivi patriarcali, per odio di genere, per volontà di dominio.
Un processo alle intenzioni sdoganato per legge.
L’assurdità della dicitura in-quanto-donna emerge dall’analisi della casistica.
Un esempio: una coppia convive da 10 anni, poi un giorno lui la uccide.
La vittima era donna anche i mesi e gli anni precedenti, cosa è accaduto proprio quel giorno per scatenare la furia omicida? Il rapporto causa-effetto può essere circoscritto a “in-quanto-donna”, o l’elemento scatenante è un altro?
Le cronache dicono che in prossimità dell’evento delittuoso gli attriti delle coppie riguardano tradimenti, attribuzione fraudolenta di paternità, figli contesi, moventi economici e manovre ostili di vario genere.
Scoprire il tradimento della propria moglie, scoprire che ti ha fatto credere tuo il figlio concepito con l’amante, scoprire che ha prosciugato i conti e ti sbatte fuori di casa per viverci col nuovo compagno, scoprire che vuole impedirti di vedere regolarmente i figli e scoprire pure che qualsiasi tribunale le consentirà di farlo, può scatenare un corto circuito.
Non voglio dire che in certi casi diventi lecito uccidere, azione sempre esecrabile.
Voglio solo dire che il corto circuito non nasce dal fatto che l’assassino diviene tale perchè ha realizzato proprio quel giorno che la moglie è una donna, ma perché proprio quel giorno ha realizzato che quella persona aveva pianificato di rovinargli la vita.
Vogliamo fingere di non vedere la differenza?
L’assurdità del femminicidio come reato autonomo e della gravità distinta in base al sesso di autori e vittime proprio non va giù, nonostante tale considerazione sia stata fatta in varie salse già altre volte, non solo da Vannacci ma anche da Taormina, Feltri ed altri meno noti.
la conduttrice cita i dati del Ministero dell’Interno, Direzione Centrale Polizia Criminale, relativi all’ultimo anno disponibile. https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/omicidi-volontari-femminicidi-e-violenza-genere
Le vittime ambosessi in ambito familiare/affettivo sono 128 e quelle femminili sono 85.
Le vittime ambosessi uccise da partner o ex partner sono 71, e quelle femminili sono 62.
Ulteriore chiarimento, che facciamo da sempre nel debunking annuale sul blog www.lafionda.org ma, curiosamente, non viene mai fatto da chi vuole gonfiare artificialmente l’allarme: nemmeno i 62 casi del 2025 sono classificabili – tutti – come femminicidio. Nella tabella dello scorso anno 97 è la voce “donne uccise” da chiunque e per qualunque motivo. Dire che vi sono 97 vittime femminili non equivale a dire che vi siano 97 femminicidi, poiché nella voce di catalogazione sono comprese donne uccise per rapine, vendette malavitose, omicidi stradali, etc.
Nemmeno il criterio di catalogazione “donne uccise in ambito familiare” equivale a dire che vi siano 85 femminicidi, poiché nella voce di catalogazione possono essere comprese vittime di eredità contese o anche madri uccise da figlie, figlie uccise da madri, sorelle, cognate, nuore, etc. Nemmeno il criterio di catalogazione “donne uccise da partner o ex partner” equivale a dire che vi siano 62 femminicidi.
Ciò che identifica un episodio come femminicidio è il movente, non il sesso di autore e vittima.
La fattispecie autonoma di reato, fortemente voluta da sostenitori e sostenitrici del femminicidio-a-tutti-i costi, definisce l’uccisione di una donna: “come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.
Quando non vi sono tali caratteristiche non è femminicidio, punto.
Abbiamo costantemente dimostrato i bugs della definizione, poiché nel grande calderone dei femminicidi vengono infilati a forza anche i c.d. delitti della pietas, quando cioè il marito 83enne uccide l’anziana moglie malata terminale per non farla più soffrire. Poi si toglie la vita ma prima lascia un biglietto nel quale chiede di essere sepolti insieme.
Oppure il marito 81enne non più autosufficiente che uccide la moglie invalida all’ultimo stadio dell’Alzheimer, e spiega il gesto con “non vogliamo più essere di peso ai figli”, testuale.
A tutti gli effetti sono mariti che uccidono le mogli, ma volerli classificare come femminicidi è troppo soft da definire disonestà intellettuale, si tratta di delirio macabro inquinato da un’ideologia tossica.
Casi concreti, abbiamo lavorato anni per accumulare un corposo archivio di casi simili spacciati però per femminicidi, quindi delitti della prevaricazione, della discriminazione, dell’odio per una donna in quanto donna.
Il Prefetto Francesco Messina ha chiarito da diversi anni (22/11/2023)
https://www.padovaoggi.it/cronaca/prefetto-messina-calo-femminicidi-22-novembre-2023.html che la voce “donne uccise” e la voce “femminicidio” non sono sovrapponibili, i femminicidi propriamente detti erano 40.
Quaranta, non 105 come si accaniva a propagandare la narrazione dominante nell’annus horribilis del caso Cecchettin.
Ed aggiungeva: “bisogna imparare a distinguere una donna uccisa per negare la sua libertà, da una donna uccisa per qualsiasi altro motivo”
La solita narrazione tossica continua invece a propagandare come femminicidio qualunque donna uccisa da chiunque – sia da uomini che da donne – e per qualunque motivo: economico, passionale, psichiatrico o altro. L’informazione mainstream continua a manipolare le statistiche, propagandando la mistificazione secondo la quale le vittime di femminicidio sarebbero più del doppio di quelle reali.
E lo fa dai canali RAI, per voce della giornalista di lungo corso Mariolina Sattanino la quale, nella puntata di Filorosso del 15/6/2026 (RAI3, conduttori che contrasta Vannacci parlando di femminicidi, spara candidamente “la media di UNA DONNA AL GIORNO uccisa in famiglia“. Vale a dire che, per la prestigiosa professionista dell’informazione, 365 donne vengono uccise ogni anno da mariti ed ex mariti, fidanzati ed ex fidanzati, padri, fratelli, figli.
Primo trimestre 2026

Comunisti contro il femminismo misandrico
L'Interferenza
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