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14 Ago 2023  |  0 Commenti

L’insopportabile strumentalizzazione del concetto di violenza

Nella prima settimana di agosto si è verificato un caso di violenza domestica: un caso che rappresenterebbe quasi lo stereotipo delle narrazioni del mainstream mediatico circa la violenza di genere. Scrivo quasi perché, anche se i particolari della vicenda sono esemplari (una persona è stata accoltellata dal proprio partner in quanto non voleva sottostare a determinate costrizioni di natura “estetica”) non stiamo parlando di un uomo che accoltella la propria moglie, ma di una donna che ha accoltellato il proprio marito.

La vicenda è avvenuta in provincia di Lecco, sono stati ben dieci i punti di sutura necessari a ricucire il profondo taglio al braccio che un uomo di trentacinque anni aveva quando si è presentato al pronto soccorso di Merate. L’uomo ha raccontato che la moglie aveva tentato di accoltellarlo dopo che egli si era tagliato la barba (scelta con la quale la sua consorte era in profondo disaccordo). Nonostante l’ingiustificato gesto violento della propria compagna, l’uomo ha però deciso di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine.

Il fatto è rimasto anonimo, la stampa nazionale non si è interessata, non ha approfondito ed il motivo (lo sappiamo tutti) è che la vittima è un uomo.

Se si prova a chiedere il come mai di questa disparità a qualche autore, specialista o giornalista degli studi di genere, la risposta sarà sempre che la violenza sulle donne ha una causa sovrastrutturale, che c’è una sistematicità nella struttura stessa della società (patriarcale) e che questa si concretizza nel perseguitare (e in questo caso uccidere o picchiare) le “donne in quanto donne”. Questa sistematicità sovrastrutturale smette di esistere nei casi di violenze subite dagli uomini: se un marito accoltella la moglie perché questa decide di farsi i bigodini è femminicidio (determinato dalla società maschilista), se invece una moglie accoltella il marito perché si rade la barba allora è semplice aggressione (quindi meno urgente o meno meritevole di attenzioni)

Le contraddizioni e le ipocrisie degli intellettuali su questa tematica sono tante, se però vogliamo approfondire ancora di più la malleabilità che giornalisti e sacerdoti del politically correct conferiscono al concetto di violenza, si può andare a vedere la sfacciataggine con la quale, negli stessi giorni in cui è uscita la notizia del marito accoltellato a Merate, il mondo mediatico ha approcciato al caso Cristina Seymandi, la donna che è stata piantata (davanti alla platea di una festa privata) dal proprio ex-futuro marito (tale Massimo Segre) che ne ha svelato pubblicamente le abitudini fedifraghe.

Assia Neumann Dayan, autrice de “la stampa”, ha parlato della vicenda Seymandi (facendo la solita denuncia di violenza patriarcale e tutta la solfa che conosciamo) e lo ha fatto intitolando il proprio articolo: “Perché la gogna di Cristina è una violenza gratuita”.

Sulla medesima linea (e parlando del medesimo argomento) è stato Lorenzo Tosa, noto giornalista (nonché promotore del politicamente corretto) che ha scritto sulla propria pagina facebook: “c’è una forma sottile – e per questo ancora più subdola – di violenza nei confronti di una donna che avrà tutte le responsabilità del mondo (ma chi siamo noi per stabilirlo?) ma che viene sbattuta davanti alla telecamera con tutta la sua intimità e la sua privacy al vento”.

Di articoli e commenti simili, riguardanti la stessa vicenda e con lo stesso taglio politico, ne sono pieni web e giornali. Il punto, però, non è farne un elenco ma sottolineare la solita enorme contraddizione: la contraddizione di coloro che dicono di battersi per il bene, per i deboli, per le vittime, ma che poi sono pronti a trasformare in violenza di coppia il caso di un (futuro) marito che si vendica di un tradimento in modo forse criticabile (dipende) ma non certo in modo violento (chi ha approfondito guardando il video sa bene come Massimo Segre abbia addirittura lasciato una vacanza pagata alla Seymandi, verrebbe quasi da dire che sarebbe gradito ricevere un po’ di “questa” violenza).

Quando però si presenta il caso di una moglie che accoltella, per motivazioni ingiustificabili, il proprio marito, allora in quel caso non vola una mosca. In quel caso le antenne del popolo del bene non captano la vicenda e l’esercito di giornalisti del mainstream ideologico resta impassibile e indolente.

Che poi, se si dovesse parlare di violenza in termini di priorità sociale, le tematiche sarebbero ben altre e non riguarderebbero casi (si gravi, ma comunque rari) come quello del povero marito accoltellato. Ancor meno riguarderebbero le disavventure di coppia di due facoltosi professionisti piemontesi (la cui inclusione nel discorso della violenza di genere e di coppia è solo un delirio dell’attuale classe giornalistica, vorrei ribadirlo). La violenza perpetua e quotidiana riguarda le donne e gli uomini distribuiti nelle fasce basse della società, nel proletariato e nel sub-proletariato, costretti a retribuzioni sempre minori, a condizioni di vita sempre peggiori e il tutto in contesti e ambienti sempre più degradati.

Giorgio Gaber cantava, in una canzone molto arguta (come d’altronde tutta la sua critica politica) di un fantomatico “potere dei più buoni”: penso che sia proprio il genere di potere che permette, alla gente del calibro di Tosa, di manipolare un tema delicato e di importanza cruciale quale è quello della violenza.


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