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24 Ago 2023  |  0 Commenti

Il male come strumento di propaganda

Uno dei temi preponderanti nel discorso giornalistico è il male. Notiziari e giornali  parlano di cronaca nera, di fatti violenti e di sofferenza: tra omicidi, incidenti e guerre, il male che viene fatto agli altri è uno degli argomenti più trattati. E non c’è niente di sbagliato in ciò  perché è normale e giusto che del male se ne parli e che lo si condanni. Fa però storcere il naso che tale argomento venga spesso strumentalizzato: difatti, a guardare media e social, sembra quasi che alcune forme di male siano “più male” di altre, che lo stesso male provocato sia diverso a seconda delle categorie di persone che lo compiono e che lo ricevono, che ci sia quindi una lettura distorta e ideologizzata del male.

L’ennesimo esempio di questa contraddizione può essere colto nelle ultime due settimane di agosto che stiamo vivendo, caratterizzate (al livello di cronaca) dal terribile caso di stupro avvenuto a Palermo: televisioni, giornali e pagine social non parlano d’altro, il caso è emerso al livello nazionale e su di esso si stanno pronunciando politici e personalità di spicco..

Uno stupro di gruppo come quello avvenuto a Palermo sarà sempre da condannare, e questa cosa non è da mettere in dubbio, ma poco tempo prima di questo fatto c’è stato il caso di un clochard di Napoli al quale due ragazze hanno tentato di dare fuoco: le due giovani donne si sono avvicinate a un senzatetto extracomunitario che era conosciuto nella zona, gli hanno lanciato addosso del liquido infiammabile e hanno appiccato il fuoco. Aggiungo, per dovere di cronaca, che il pover’uomo non è morto, anche se ha riportato gravi ferite (ma comunque questo non fa nessuna differenza per quanto riguarda la gravità del gesto).

 Il caso è tremendo, ma ancor più tremenda è la chiara differenza di risalto mediatico dato ai due casi. Sarà forse azzardato andare a trovare la causa di questa differenza nelle categorie a cui appartengono aggressori e vittime delle due storie? Nell’epoca del neoliberismo, di cui il femminismo è una delle ideologie integrali (mentre, al contempo, l’attenzione alle categorie ultime della società è un qualcosa di assolutamente non integrabile) una donna vittima di stupro avrà sempre più risalto di un poveraccio, extracomunitario e uomo che due giovani donne tentano di mettere a rogo.

La violenza, agli occhi della gente, deve restare qualcosa di ontologicamente maschile, almeno secondo il discorso giornalistico e intellettuale corrente. Lo stesso discorso che omette il forte legame esistente tra la condizione dei senzatetto e il genere maschile, visto che in Italia, così come un po’ in tutto il mondo, gli uomini rappresentano una percentuale maggioritaria degli homeless, che si aggira sempre intorno al 85%.

 

È questo uno dei risvolti, da molti non colto, del cambiamento che da decenni caratterizza (in negativo) la sinistra, ossia che una polarizzazione delle questioni di genere rivolta in modo unilaterale verso i problemi femminili ha come conseguenza (non unica) quella di allontanarsi da categorie sociali come i senzatetto, ma anche dalla classe operaia e manovale, in quanto queste categorie sociali sono composte in maggioranza da individui di sesso maschile. Il male diventa così uno strumento, lo si può raccontare come si vuole e si può scegliere, all’occorrenza, di raccontare solo i casi che portano acqua al proprio mulino, ed è proprio ciò che la stampa e i media sembrano fare ormai da tempo.

Si dovrebbe vedere una condanna del male in tutte le sue forme, non una strumentalizzazione di esso direzionata a produrre altro male, come invece di consueto accade ed è accaduto con alcune reazioni estreme emerse dopo lo stupro di Palermo: un esempio è la proposta di Emma Dante sull’evirazione degli stupratori, idea dal tono protomisandrico che non pone una  riflessione sulle cause sociali dell’abbrutimento che la nostra società e i nostri centri urbani stanno subendo, ma propone l’ormai trita e ritrita tendenza antimaschile che sempre è legittimata in questa democrazia, a patto che sia in linea con i criteri del politicamente corretto e quindi del femminismo.

Ma per ora l’agenda politica e propagandistica sembrano andare in tutt’altra direzione: e a vedere bene le facce di certi autori e di certi giornalisti, sembra quasi che non aspettino altro che la realizzazione concreta del male, non in qualsiasi forma, ma solo in quella che gli permette di portare avanti la narrazione dominante.


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