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30 Dic 2023  |  0 Commenti

Perché lo chiamate Patriarcato (sbagliando)

Questo articolo di Alberto Romano è stato già pubblicato su questo sito a giugno 2017, d’accordo con l’autore lo ripubblichiamo oggi perché lo riteniamo importante nel dibattito che si è aperto sul termine ‘patriarcato’ dopo il caso Cecchettin alla fine di quest’anno.

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo dagli amici di Antisessismo:

Recentemente il sito femminista Bossy ha risposto alle nostre critiche alla Teoria del Patriarcato nell’articolo “Perché lo chiamiamo Patriarcato (e chi sono gli MRA)”.
Devo ammettere che Bossy è una delle realtà femministe più vicina alle tematiche maschili, e per questo le riconosciamo molto. D’altra parte, come si vedrà, il loro approccio patriarchista, unito a questa voglia di parlare di entrambe le questioni, fa apparire la loro visione assai confusa al lettore, che si destreggia tra articoli in cui la donna è la sola oppressa o la più oppressa e altri in cui sono oppressi entrambi i sessi. E’ evidente come gli autori del sito impieghino un costrutto nato per definire un sistema del dominio o di oppressione unidirezionale tentando di estenderlo a un sistema di bi-oppressione o di oppressione bidirezionale (in questo caso il sistema Bisessista).
Nonostante ciò, per la loro vicinanza alle questioni maschili, cercherò di andarci piano nella decostruzione delle loro tesi.
Come faccio di solito negli articoli di risposta, citerò parti dell’articolo d’origine a cui seguirà la mia replica.

“Chi sono gli MRA?
Come suggerisce l’acronimo, sono persone che vogliono abbattere gli stereotipi in cui è incastrato l’uomo eterosessuale cisgender, liberarlo quindi dalla schiavitù della virilità. Richiedono sia socialmente riconosciuta la violenza sessuale sugli uomini, sulla quale s’ironizza ancora troppo spesso, e che si prendano provvedimenti in merito; richiedono una legge sul divorzio che non sminuisca il ruolo del padre e che non costringa gli uomini a fare due lavori per poter pagare gli alimenti; richiedono che, accanto alla parola femminicidio, sia coniata quella di virilicidio (o maschicidio) per quegli uomini che si suicidano, non riuscendo a sopportare lo stress economico della separazione… Fin qui tutto bene, no? Sono storie che io mi sento di ascoltare e battaglie che io mi sento di supportare, affianco a quelle per i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+; perché gli uomini eterosessuali cisgender sono esseri umani, quindi sarebbe discriminante e immorale spostare in secondo piano i loro problemi.”

Questa, devo dire, è una descrizione molto buona, e ringrazio l’autore per essa!
Un unico appunto: in realtà il Movimento MRA non si limita alla liberazione degli uomini etero cisgender, difatti include anche la protezione di uomini gay e bisessuali, oltre che degli uomini trans (FtM), cercando di affrontare anche le loro tematiche, ovviamente tenendo in considerazione quanto misandria e omofobia/bifobia/transfobia si intersechino tra loro. Io stesso, che scrivo, sono sia gay che MRA.
Abbiamo spesso infatti parlato dell’aspetto misandrico dell’omofobia contro gli uomini gay, che qui abbiamo chiamato “omomisandria” (un’oppressione doppia, in cui la persona viene discriminata sia in quanto uomo che in quanto gay), analizzandola alla luce dei concetti di ipo-agency e iper-agency (che vedremo in seguito).
Prendiamo in esame spesso anche l’intersezione tra razzismo e misandria, ad esempio facendo notare come la disparità di sentenze a parità di reato penalizzi doppiamente, sia per il genere che per l’etnia, gli uomini non-bianchi e/o non-occidentali.

Un altro piccolo errore riguarda i maschicidi: non si tratta dei suicidi maschili (salvo forse i suicidi a seguito di abusi da parte della partner), ma delle vittime di omicidi nell’ambito della violenza domestica.

“Visitando, nel WEB, pagine e blog tenuti da MRA, ho tristemente constatato che, insieme ad articoli d’informazione sui sopraccitati problemi, ci sono fin troppi attacchi al movimento femminista. Insomma, molti MRA hanno optato per la politica della “demonizzazione dell’altro” per stringere a sé i propri compagni; e questo “altro” sono le femministe, quelle che “odiano gli uomini e vogliono schiacciarli”. Ora, come ho anche poc’anzi ricordato, queste femministe esistono; ma non si può ridurre tutto il movimento femminista contemporaneo al separatismo e alla misandria: Bossy è una community femminista, nel senso che si batte per «la parità politica, economica e sociale tra i sessi»; è una community di persone per le persone e gli uomini sono più che benvenuti, con tutti i loro dubbi, problemi e dolori!”

Assolutamente no, noi non vogliamo demonizzare nessuno. Nessuno sta cercando di dire che tutti i femministi odino gli uomini. Anzi, come abbiamo detto nel nostro articolo “No, la misandria non è come il “razzismo contro i bianchi” o l’”eterofobia””, noi non riteniamo i femministi degli esaltati, degli estremisti, o che altro.
Noi crediamo che la loro visione del mondo semplicemente non funzioni. Anzi, riteniamo che essa ostacoli, per una serie di ragioni, la risoluzione delle problematiche maschili.
Citando dal nostro articolo:
“l’estremismo può esserci come non esserci, ma non è quello che crea danno, crea danno il negare che esista l’altra metà della questione, e lo puoi dire anche col sorriso.
Ad esempio dire “gli uomini sono alleati fantastici nella lotta contro il sessismo” non sembra estremista, vero? Eppure è già un danno, perchè implica:
1) che il sessismo colpisca solo le donne e
2) che gli uomini siano gli artefici paragonandoli agli etero che possono essere alleati dei gay anche se sono nella posizione di oppressore che consapevolmente rifiutano.
Ergo in una botta escludi:
1) che il sessismo colpisca tutti e due e
2) che la colpa sia della cultura e non degli uomini.”

Questa visione del mondo, che fa riferimento al costrutto di Patriarcato e che per questo motivo è stata denominata “Teoria del Patriarcato” o “Teoria della Dominazione Maschile”, danneggia gli uomini. E’ un dato di fatto, per i motivi esplicati nella citazione.
Chi sostiene questa visione è dunque un essere brutto sporco e cattivo? Assolutamente no! Questo modo di vedere può essere assunto da persone in perfetta buona fede. Il problema è che anche se vi è la buona fede i danni ci sono comunque. Le buone intenzioni non bastano, se danno risultati terribili: la strada per l’inferno – si dice – è lastricata di buone intenzioni.
Noi dunque non abbiamo “nemici”, perché non crediamo che i femministi siano esseri spregevoli o che altro. Semplicemente abbiamo avversari, concorrenti, oppositori, ma non nemici. Si rispettano gli avversari, li si guarda con rispetto, ma cosa li fa definire avversari od oppositori? Semplicemente la non concordanza.
Il fatto che mostriamo di non concordare con il Femminismo non vuol dire in automatico odiare tutti i femministi. Significa mostrare che una visione del mondo provoca danni, anche se la si crede utile.
Ho amiche femministe, ci vado molto d’accordo, non le odio e loro non odiano me, e perché non ci odiamo? Semplicemente perché questo è uno scontro di visioni del mondo, non uno scontro di persone.

“Di contro, gli MRA coi quali ho discusso sostengono che il Patriarcato non sia mai esistito, che piuttosto uomini e donne primitivi si siano accordati per suddividersi i ruoli in un determinato modo (donne in casa, uomini fuori), che questo sia uno schema sociale repressivo tanto per le donne, quanto per gli uomini, e, in ultima istanza, che il Patriarcato sia quindi un’invenzione delle femministe per “conquistare il mondo”.

Dire che “il Patriarcato è quindi un’invenzione delle femministe per “conquistare il mondo”” è una caricatura, è un modo per cercare di associare gli MRA a fanatici complottisti.
Come detto prima, la Teoria del Patriarcato non è un piano malvagio di qualche cattivo dei telefilm (*si sente un “mwahahahaha” di sottofondo*), è semplicemente una visione del mondo errata. Se facciamo coincidere la data di origine di questa Teoria con quella della compilazione del “documento di nascita” del Femminismo, la Convenzione di Seneca Falls o Dichiarazione dei Sentimenti, vediamo che semplicemente si tratta di una visione parziale del mondo. Le persone che hanno compilato la Dichiarazione dei Sentimenti erano donne che non ce la facevano più a reggere i ruoli che la società aveva imposto loro. E fin qui tutto bene; il problema è che hanno universalizzato la loro esperienza: non erano semplicemente vittime, erano diventate le uniche vittime. Non sono riuscite a vedere, rinchiuse nella bolla della loro esperienza, nella bolla della loro oppressione, l’oppressione che subivano gli uomini, e quindi hanno dato per scontato che questi ultimi non fossero vittime come loro, ma carnefici.

Questo processo è stato agevolato dagli stessi ruoli di genere. Alison Tieman lo spiega bene in un discorso che mi appresto a riportare:

“Questa è Jill [esempio di donna, N.d.T.]. Se vediamo Jill come forte, è difficile vederla come vittima, infatti più vediamo Jill essere forte, più difficilmente la vediamo come vittima. Ci servono molte prove per convincerci che Jill sia una vittima, e anche se ci convinciamo che Jill sia una vittima in una circostanza, torniamo velocemente a vederla come forte, e ci servono ancora più prove per convincerci che sia una vittima in qualunque altra circostanza. E’ molto difficile convincerci che Jill sia parte di una classe vittima. Non abbiamo un’associazione emotiva tra forza ed essere vittime.
Siamo psicologicamente inclini a separare le persone in due categorie: agenti e agiti. La forza è naturalmente associata con gli agenti ed essere agiti è la definizione stessa dell’essere vittime. Questo è Jack [esempio di uomo, N.d.T.]. Rispetto a Jill, Jack è quasi sempre nella categoria degli agenti. Quando Jack è colpito da Jill, abbiamo delle resistenze nel vederlo come vittima e cerchiamo di trovare un modo per colpevolizzarlo della violenza compiuta da lei, riscritturandolo come l’agente nell’incontro tra i due.
Al contrario, riconosciamo la vita interna degli “agiti”. Vediamo le loro vulnerabilità e i loro bisogni. Sentiamo compassione e desideriamo proteggerli e provvedere a loro. Tendiamo a biasimare le loro circostanze piuttosto che loro stessi per le loro azioni.
Quando Jill colpisce Jack abbiamo resistenze a vederla come agente e invece cerchiamo di trovare un modo per riscritturarla come agita da Jack.

Riscritturiamo le azioni dell’“agito” come reazioni alle azioni di qualcun altro; e riscritturiamo gli “agenti” come persone che stanno facendo azioni anche quando vengono agiti. Abbiamo resistenze nel vedere le persone che classifichiamo come agenti essere agiti, così come abbiamo resistenze nel vedere le persone che classifichiamo come agiti essere agenti. Messi assieme, giudichiamo gli “agenti” basandoci su come le loro azioni influenzino quelli che vediamo come “agiti”.
Consideriamo le donne deboli ma al tempo stesso ci preoccupiamo del benessere delle donne. Poiché associamo le donne alla debolezza, alla categoria “agiti”, è facile vederle come vittime. E più vediamo le donne come vittime, più forte diventa l’associazione tra “donna” e “agito”. Se avessimo associato la forza all’essere donne, avremmo avuto bisogno di un sacco di prove della discriminazione che subiscono le donne. Prove razionali, prove statistiche, prove concrete e avremmo guardato entrambi i lati dell’equazione. Avremmo guardato la situazione per gli uomini. Ma poiché associamo l’essere “agenti” con l’essere uomini, abbiamo resistenze nel vedere come gli uomini siano “agiti”. Abbiamo resistenze nel vedere gli uomini come vittime e troviamo particolarmente difficile vedere gli uomini come vittime in quanto uomini.
Jack ha 5 volte più possibilità di suicidarsi. Ha il 25% di possibilità in meno di laurearsi. Gli studi suggeriscono che abbia la stessa possibilità di esperire violenza domestica o stupro, ma non riceve praticamente alcun supporto per nessuno dei due. Infatti, ha più possibilità di essere arrestato lui rispetto alla sua abusatrice donna. Jack riceve molte volte complessivamente meno fondi governativi nei programmi sociali rispetto a Jill, anche se paga di più in fatto di tasse. Jack ha 15 volte più possibilità di perdere la custodia dei figli. Sconta il 60% in più in prigione e ha il doppio di possibilità di essere incarcerato se condannato per lo stesso reato. Ha 4 volte più possibilità di essere senza rifugio e senzatetto e ha 9 volte più possibilità di morire al lavoro.

Se queste statistiche si applicassero a Jill, diremmo che sono prove dell’oppressione di Jill, che sono prove che Jill appartiene alla categoria “agiti”. Ma poiché si applicano a Jack e il nostro subconscio resiste all’inserire Jack nella categoria degli “agiti”, risolviamo la dissonanza cognitiva dicendo che Jack può essere solo e unicamente vittima di razzismo, ableismo, classismo, omofobia… tutto tranne riconoscere che Jack possa essere agito in quanto uomo.
Gli uomini agiscono; le donne sono agite. Gli uomini sono forti; le donne sono deboli.

Gli Attivisti per i Diritti degli Uomini (MRA) cercano di portare consapevolezza su come gli uomini siano agiti dalla società, agiti da altri uomini e agiti da donne. Vengono ostacolati dai femministi che pensano che portare attenzione a come gli uomini siano agiti porterà via qualcosa dalle donne. Ogni era ha avuto la sua mitologia della debolezza femminile e della forza maschile. La nostra non è diversa e non è progressista.”

Il motivo dunque per cui esiste la Teoria del Patriarcato è perché le donne sono viste dalla società come ipo-agenti, passive, e quindi per definizione vengono classificate come vittime. Questo è il motivo per cui esiste la Teoria del Patriarcato. Questo, e non un complotto o una cospirazione.

Ma andiamo avanti. Qui di seguito l’autore di Bossy riporta una serie di Ipse Dixit, di “l’ha detto lui quindi è vero”. Non sembrano essere motivati, non vedo delle prove, sembra più un argomento ad autorità (che, ricordiamolo, è una fallacia logica). Nonostante non vi siano evidenze ma semplici rimandi a “grandi autori”, cercherò comunque di analizzare quanto scritto e di smontarlo (per quanto sia possibile smontare un argomento che quasi non c’è):

“Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Friedrich Engels (1820 – 1895) spiega che, nelle società primitive dell’Età della Pietra, tra i sessi c’era uguaglianza e i compiti erano divisi di comune accordo: gli uomini fuori a caccia, le donne a prendersi cura della casa e delle provviste. Con l’avvento dell’Età del Ferro e della produzione (dal ferro sono derivati gli utensili, grazie ai quali è cominciata l’agricoltura), nella società ha fatto prepotentemente irruzione il bisogno di proprietà privata; gli uomini, mossi dalla brama di difendere il proprio patrimonio, hanno così messo in campo la propria superiorità fisica, schiavizzando altri uomini e sottomettendo le donne. Ciò è Patriarcato, da cui derivarono poi il matrimonio monogamico e la famiglia.”

Ci sono diversi punti critici rispetto a quest’asserzione, perciò li elencherò:

1) La visione di Engels è indubbiamente influenzata dal suo essere uno dei padri fondatori del Comunismo, anche perché lui era un economista, non un antropologo né un archeologo. Essendo la critica alla proprietà privata alla base del suo lavoro, di certo non era imparziale.
In secondo luogo la teoria del comunismo primitivo è stata criticata aspramente da diversi antropologi: Robert Lowie, della scuola di Boas, l’ha attaccata ripetutamente*. Bronislaw Malinowski, leader della scuola Funzionalista, l’ha definita “forse la più fuorviante fallacia che vi è in antropologia sociale”**. Ralph Linton definì il comunismo primitivo un “long-established myth”***.
Gli oppositori del comunismo primitivo, oltre a dimostrare l’esistenza di una proprietà privata nelle società primitive, hanno parlato addirittura di “proprietà incorporea”, ad esempio l’esclusività a cantare una certa canzone, o la proprietà di un sogno o di un incantesimo. Oltre a Lowie****, anche Franz Boas, Alexander Goldenweiser, Melville Herskovits, Ruth Benedict, Ruth Bunzel, Adamson Hoebel e Raymond Firth accettarono questa tesi della proprietà incorporea*****.

* [R.H. Lowie, “Primitive Society”, 1947, pp. 205-206, 231; “Anthropology and Law”, in “The Social Sciences and their Interrelations”, William F. Ogburn and Alexander Goldenweiser (eds.), 1927; and “Social Organization”, 1948, pp. 131, 134, 144, 146.]
** [B. Malinowski, introduction to H. Ian Hogbin, “Law and Order in Polynesia”, Harcourt, Brace and Company, New York, 1934, p. xli.]
*** [Ralph Linton, in an advertisement of M.J. Herskovits’s “The Economic Life of Primitive Peoples”, Alfred A. Knopf, Inc., New York, 1940.]
**** [R.H. Lowie, “Incorporeal Property in Primitive Society”, Yale Law Journal, vol. 37, pp. 551-563, 1928; “Primitive Society”, 1947, pp. 235-243; “Social Organization”, 1948, pp. 131-134; “Introduction to Cultural Anthropology”, 1940, pp. 281-282.]
***** [F. Boas, “Anthropology”, in Enyclopaedia of the Social Sciences, vol. 2, 1930, p. 83; Alexander Goldenweiser, “Early Civilization”, 1922, p. 137; M.J. Herskovits, “The Economic Life of Primitive Peoples”, 1940, p. pp. 348-350; Ruth Benedict, “Patterns of Culture”, 1934, p. 183; Ruth Bunzel, “The Economic Organization of Primitive Peoples”, in General Anthropology, F. Boas (ed.), p. 358; E. Adamson Hoebel, “Man in the Primitive World”, 1949, pp. 344-345; Raymond Firth, “Property, Primitive”, in Encyclopaedia Britannica, 14th ed., 1929.]

2) Anche accettando il comunismo primitivo come effettivo, in base a cosa avrebbero iniziato gli uomini questo sistema? C’era qualcuno ad aver assistito a quest’atto unidirezionale da parte degli uomini? Non vi sono prove e sinceramente credo che non vi possano essere prove. Possiamo solo capire dagli effetti chi probabilmente ha iniziato un sistema di questo tipo. Come diceva Seneca, “cui prodest scelus, is fecit”, cioè “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto”. Come detto a più riprese, questo sistema comporta vantaggi e svantaggi per entrambi i sessi, ha dunque poco senso pensare a un inizio unidirezionale del sistema.

3) Ma anche il pensare che si fossero divisi i compiti di comune accordo è un po’ ridicolo. E’ improbabile pensare che qualcuno abbia detto “uhm… facciamo così” o che vi sia stato un dibattito e una discussione seduti intorno a un tavolo. Ha più senso collegare la divisione dei ruoli con le strategie di sopravvivenza, che a loro volta dipendevano:
a) dalle differenze biologiche tra uomini e donne
b) dall’ambiente circostante.
Dato che parliamo di ruoli comuni a una maggioranza di popolazioni in diversi climi e regioni del mondo, prendiamo in considerazione le differenze biologiche. La prima differenza fondamentale era quella tra chi poteva e chi non poteva fare figli. Infatti, dato che il lavoro manuale era il mezzo di produzione primario, sicuramente avevano molta importanza i mezzi per crearlo, ovvero la riproduzione e l’aumento della popolazione: la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire.
Questa importanza data alla riproduzione è stata sicuramente una forte spinta alle donne a specializzarsi nell’ambito domestico e agli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Chiamiamo quest’aspettativa, per semplificare, hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency. Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini. La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose. Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche considerate meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) –infantilizzazione (donne).

Partendo dunque dall’analisi di semplici differenze biologiche possiamo capire come si è costruito il sistema dei ruoli di genere senza scomodare imposizioni superflue di un sesso sull’altro. Applichiamo dunque il Rasoio di Occam: a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire. Non ha senso quindi immaginare un’imposizione con la forza se già le necessità della sopravvivenza spiegano da sole come il sistema dei ruoli si sia creato.

4) Ma torniamo all’affermazione per cui gli uomini avrebbero “sottomesso le donne”. Ebbene, partendo dall’analisi degli effetti di questo sistema, esso non pare aver “sottomesso le donne”, ma sembra averle infantilizzate, così come ha reso gli uomini elementi sacrificabili della società. Come accennato prima, una persona, di qualsiasi sesso, che aderisca al suo ruolo di genere è vista come preziosa per la società (poiché si comporta in conformità alle norme di sopravvivenza). Si presume che le femmine aderiscano (o stiano per farlo) al loro ruolo; le donne non fertili sono l’eccezione e non la norma e da qui il presupposto che ogni femmina è (o sarà) in grado di partorire figli grazie alla sua biologia.

Per questo, alle femmine viene attribuito un valore intrinseco per il semplice fatto che siano femmine. Le femmine sono viste come naturalmente preziose perché sono le incubatrici del futuro.

Ciò è precluso ai maschi. La loro adesione ai ruoli di genere non è vista come tratto intrinseco della loro maturazione biologica ma, piuttosto, un ideale del quale essere all’altezza. I maschi non sono e non diventano “veri uomini” automaticamente. Per questo, non hanno valore intrinseco. Il valore di un uomo è esclusivamente il risultato delle conseguenze delle sue azioni e, in se e per se, lui è fondamentalmente sacrificabile.

Poiché gli uomini non sono valutati per le proprietà della loro biologia ma per i risultati delle loro azioni, la morte di un uomo è ceteris paribus una tragedia minore della morte di una donna, per la società. Dopotutto, quando si verifica una tragedia, il bilancio delle vittime solitamente specifica il numero di donne e bambini (ovvero, il futuro).

La nostra società esalta i suoi eroi maschi che si sacrificano perché altri vivano, ma, stando a quello che è stato appena detto, le norme sociali nascono per spingere gli individui a svolgere compiti benefici per la società; la celebrazione dell’auto-sacrificio eroico dei maschi è un modo di incoraggiare gli uomini a vedere la loro morte per una nobile causa come un giusto contributo alla società e, con questo, far sì che gli uomini siano più inclini a morire per gli altri.

Come conseguenza di quanto detto, i maschi sono soggetti intrinsecamente sacrificabili mentre le femmine sono oggetti naturalmente preziosi.

Essendo però le femmine preziose in relazione alla propria inazione, inazione assimilata a quella dei bambini, ed essendo loro preziose in relazione al “futuro”, ovvero alla loro capacità di partorire figli, l’essere preziose coincide con l’essere infantilizzate.
L’infantilizzazione porta dunque a minori responsabilità, minori obblighi, ma anche minori libertà. Al contrario, la sacrificabilità porta a maggiori responsabilità, maggiori doveri nei confronti della società, maggiori libertà ma anche minore tutela, minore associazione con l’essere vittima, minore possibilità di richiedere e ricevere aiuto.

5) Che questo sistema non abbia portato a una sottomissione unidirezionale delle donne ma a un’oppressione di entrambi i sessi è possibile notarlo analizzando la condizione delle donne nel passato: anche quando erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli strati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.

6) Partendo dall’ultima frase, “Ciò è Patriarcato, da cui derivarono poi il matrimonio monogamico e la famiglia”, possiamo ipotizzare che l’autore abbia visto il matrimonio e la licenza maritale come espressione del potere che ha l’uomo sulla donna, come di un proprietario verso la proprietà. Warren Farrell risponde a questa obiezione nel suo libro “Il Mito del Potere Maschile”, dove fa notare che, se le donne erano considerate proprietà, gli uomini erano considerati schiavi delle proprietà.
Cito: “Secondo le femministe, la tradizione che vuole sia il padre ad accompagnare la sposa all’altare e a consegnarla al futuro marito era un riflesso del patriarcato. Ma il padre «consegnava» la sposa perché era lui a cedere la responsabilità di proteggerla. (Nessuno «consegnava» lo sposo perché nessuno avrebbe protetto un uomo. Il compito dei genitori era di trasformare il figlio in un protettore, e non di consegnarlo a un protettore.)
Per quanto riguarda invece l’accettazione della poligamia maschile ma non della poligamia femminile (penso che si voglia intendere questo con le parole “matrimonio monogamico”), Farrell risponde alla domanda “La poligamia non era forse un esempio di proprietà?” in questo modo: “Di frequente il femminismo accademico equipara amanti, concubine e poliginia (Il termine poligamia è spesso erroneamente usato per definire la condizione di un uomo che ha più di una moglie, mentre in realtà sta a indicare la condizione di entrambi i sessi con più di un coniuge; soltanto il termine poliginia indica la condizione di un uomo che ha più mogli.) al predominio maschile. Ma, una volta compresa la Regola dell’immoralità, possiamo arrivare a una comprensione più profonda delle ragioni per cui Dio benedisse le molte mogli e concubine di David. In quanto re, David aveva ricchezze e potere sufficienti per mantenere più di una donna; dunque, perché mai altre donne avrebbero dovuto esserne escluse? Poliginia non significava che qualsiasi uomo potesse avere molte mogli: significava che un povero sarebbe stato privato di una moglie in modo che una donna potesse avere un uomo ricco. Nessuno provava pietà per il povero privato d’amore.

La poliginia era pertanto un sistema grazie al quale il ricco, potendo avere più di una moglie, evitava che una donna si legasse a un povero. La poliginia rappresentò per alcune donne mormoni quello che il governo attualmente rappresenta per altre donne: il surrogato del marito.

La poliginia fu un insieme di norme religiose create dall’uomo per salvare le donne povere a spese degli uomini poveri.

Per la licenza maritale, Farrell afferma che anche se le donne venivano viste come proprietà (donne-come-proprietà), gli uomini erano trattati come ancor meno delle proprietà (uomini-meno-che-proprietà): “Gli uomini hanno trattato le donne come una proprietà?

Soltanto comprendendo che l’esistenza degli uomini era subordinata alla proprietà potremo conciliare lo status misto delle donne, al tempo stesso paragonabili a una proprietà e messe «su un piedistallo». Quando si dice che gli uomini trattavano le donne come una proprietà, raramente si dice anche che gli uomini erano tenuti a morire affinché la loro proprietà non venisse danneggiata – che l’esistenza degli uomini era fondamentalmente subordinata alla proprietà. Persino nell’America del diciannovesimo secolo la legge federale stabiliva che se una moglie commetteva un delitto, sarebbe stato processato per quel crimine il marito, e lui sarebbe andato in prigione se fosse stata dimostrata la di lei colpevolezza.[54] Analogamente, se la famiglia era morosa, lui soltanto sarebbe finito nella prigione per debitori.

Nel corso della storia, gli esponenti di entrambi i sessi sono stati proprietà in modi vari. I giovani maya si legavano con un contratto ai suoceri; in epoca biblica, Giacobbe si legò allo zio Labano; in America, Johnny si è legato allo zio Sam… In quasi tutte le società costrette a difendere il loro territorio, i giovani morivano per questo e, prima che facessero in tempo a capire qualcosa di più, venivano istruiti in modo da essere fieri di morire.

In America, decine di migliaia di immigranti si guadagnarono il permesso di entrare nel paese come indentured servants. Oltre il 90 per cento di quei servi era costituito da uomini. All’inizio assumevano uno status molto simile a quello degli schiavi, per un periodo di sette anni.[55] Alcuni erano scapoli che speravano di guadagnare abbastanza da diventare un buon partito e finalmente accasarsi. Altri avevano lasciato le mogli in Europa. Pensateci un momento. Quale più grande dimostrazione d’amore di quella di un uomo che si rendeva schiavo per una donna, senza poter godere della sua cucina, delle sue cure o della sua affettuosa compagnia? Solamente gli uomini – il «sesso poco romantico» – facevano questo… per le donne. Ma…

Molti uomini prolungarono il contratto che li legava oltre il periodo stabilito, anche per tutta la vita, per poter richiamare le famiglie. In pratica, questi uomini diventarono degli schiavi.

In Europa, ai tempi dell’Impero Romano e fino al Medioevo, era normale che gli uomini avessero bisogno di una protezione economica, e così si vendevano ai signori. Con una speciale cerimonia il vassallo prendeva i voti: il conte chiedeva se il vassallo desiderava diventare «il suo uomo» e con un bacio suggellava il patto. Il vassallo era tenuto a fare per il padrone una cosa che raramente le donne facevano per i mariti: considerare come un onore morire per proteggerlo.[56]

Se gli uomini non avevano il potere, come mai spesso la proprietà passava in eredità agli uomini? Perché gli uomini avevano la responsabilità di provvedere alla proprietà. La proprietà era uno degli attributi che facevano dell’uomo un buon partito, così come la fertilità era tra gli attributi della donna. Gli uomini avevano diritti sulla proprietà per assumersene la responsabilità. La pressione sociale indusse gli uomini a fornire alla moglie una proprietà pari alla loro; e il tabù del divorzio evitò alle donne di perdere la proprietà, se a perderla non era il marito.

Le donne erano pertanto pari per proprietà, e più che pari agli uomini: e, quindi, «su un piedistallo».
Se le femmine erano tanto apprezzate, come mai le madri uccidevano le neonate e non i maschi?

I genitori, e in particolare le ragazze madri, uccidevano talvolta le loro creature, ma solo le femmine e non i maschi. Perché mai? In tempi di estrema povertà, le famiglie avevano più bisogno di maschi pronti a lavorare nei campi che di ragazze pronte a procreare altri bambini che avrebbero consumato altro cibo. Se c’era bisogno di ragazzi per la guerra, talvolta la società si liberava delle femmine appena nate e dei ragazzi in guerra. Ma perché sbarazzarsi delle bambine? Se la guerra annientava il sistema di supporto economico delle donne, costituito dagli uomini, talvolta «eliminavano» le bambine finché le donne non potevano essere di nuovo mantenute.

La questione non era un conflitto tra maschi e femmine. La scelta ricadeva sul ruolo più necessario in un dato momento. La soluzione? Preparare i due sessi ad assumersi tutti e due i ruoli.

Quindi, come vediamo, il ruolo della donna nel matrimonio era quello di essere protetta ed essere mantenuta dal marito; se era legale la poliginia ma non la poliandria ciò era a suo vantaggio e non a vantaggio del marito, in quanto tale sistema permetteva alle donne di essere mantenute da chi poteva permetterselo sfuggendo così alla fame (“La poliginia era pertanto un sistema grazie al quale il ricco, potendo avere più di una moglie, evitava che una donna si legasse a un povero”).

La poliandria era inconcepibile perché avrebbe significato il dover mantenere gli uomini, e questo era in contrasto con la visione dell’uomo come sacrificabile.

Solo pochissime società erano poliandriche, e questo avveniva principalmente quando vi erano sbilanciamenti nel rapporto tra maschi e femmine, con un numero minore di femmine; in caso di prolungata assenza dei mariti da casa (a causa ad esempio di lavori da svolgere in località distanti dall’abitazione) e/o in situazioni ambientali o economiche difficili che richiedevano la presenza di più maschi (quindi anche in questo caso il ruolo dell’uomo resta quello di difensore e di addetto a provvedere alla moglie, solo che in questa situazione un uomo solo non basta più).

Un’ulteriore spiegazione è che la poliandria (in questo caso specificamente quella fraterna, detta anche adelfica) permette all’eredità di diversi fratelli di non essere dissolta, concentrandosi comunque su uno stesso nucleo familiare (ovvero su una stessa donna, che ne va a beneficiare). Nuovamente si nota come l’eredità maschile sia legata al mantenimento della moglie e dei figli: più mogli richiederebbero la dispersione di un’eredità in più nuclei familiari, e in caso di scarsità di risorse ciò significherebbe un inadeguato mantenimento delle mogli da parte dei mariti; è preferito in questo caso, nelle società poliandriche, mantenere una sola moglie con una ricchezza maggiore che più mogli – o meglio, una moglie per marito – in povertà.

La poliandria, quindi, aiutava le donne a non diventare povere per colpa di un’eredità o di un reddito minore; la poliginia aiutava le donne a non diventare povere sposando uomini poveri, andando a stare in una condizione economica agiata divenendo una delle varie mogli di un uomo più ricco.

Se la donna, nel sistema della licenza maritale, commetteva un delitto, sarebbe stato processato per quel crimine il marito, e lui sarebbe andato in prigione se fosse stata dimostrata la di lei colpevolezza. Analogamente, se la famiglia era morosa, lui soltanto sarebbe finito nella prigione per debitori.

La proprietà passava in eredità agli uomini non perché questi avessero sottomesso le donne, ma perché a loro spettava la responsabilità di gestire il denaro al fine di mantenere la moglie e i figli. Una donna non aveva quest’obbligo, dunque è questo, e non una fantomatica “sottomissione”, ad aver impedito alle donne il passaggio dell’eredità.

Infatti anche se la proprietà passava in eredità al figlio maschio, essendo il maschio colui che doveva mantenere i genitori e la famiglia, ne beneficiava anche la donna, mentre viceversa la donna non aveva obblighi di far beneficiare anche i maschi e in generale la famiglia tutta.

Questo è stato anche il motivo per cui le madri uccidevano le figlie femmine: una figlia femmina, in un periodo di povertà, non avrebbe dovuto mantenere i genitori quando questi sarebbero arrivati a un’età avanzata. Perciò le discriminazioni contro le donne nel sistema della licenza maritale derivano da benefici che erano assicurati alle donne: la discriminazione contro le donne deriva dai privilegi a loro accordati.

Questa visione è confermata da Karen Straughan, che in un suo articolo scrive:
“Io e la giornalista, una donna di nome Mika Rekai, abbiamo avuto una discussione interessante. […] Ad un certo punto le ho detto che ciò che una volta era il pensiero del femminismo radicale ora è l’opinione generale, non nel femminismo ma nella cultura mainstream. Cioè, per esempio, se ti avvicinassi a qualcuno per strada e gli dicessi “Storicamente le donne sono state oppresse”, la sua risposta sarebbe “Certo”. E ho visto persone MRA e vicine al pensiero MRM come Christina Hoff Sommers imitare questa linea di pensiero, quella per cui le donne in passato erano oppresse in quanto donne.

La risposta della signora Rekai è stata del tipo, “Scusa ma non credi che le donne fossero oppresse?”

Ho risposto di no. Ho cercato di spiegarmi, anche se non so se le mie argomentazioni siano state convincenti quanto avrebbero potuto esserlo. E ho fatto riferimento ad una conversazione che ho avuto di recente con mia sorella, che ne sa qualcosa dell’esercito canadese e delle sue operazioni militari, a proposito di certi usi in Afghanistan. In particolare, i costumi locali in uso quando le persone cercano assistenza nelle cliniche gratuite gestite dai militari o dalle ONG. Secondo la tradizione, tocca prima agli uomini, poi ai bambini e per ultimo alle donne.

Ho chiesto a mia sorella se potesse pensare a qualche ragione, oltre a “gli uomini sono privilegiati” o “per via del pene”, che spiegasse questo uso. Lei mi disse “Beh, suppongo che il motivo sia che se l’uomo muore l’intera famiglia è finita. Che se l’uomo è troppo malato per lavorare, l’intera famiglia soffre”. Allo stesso tempo, attribuiva lo stato delle cose al fatto che sotto il regime Talebano, solo agli uomini era permesso lavorare fuori casa e che gli uomini erano, a tutti gli effetti, i soli a poter anche solo USCIRE di casa senza essere accompagnati.

Ho accennato alla giornalista, Mika, che i Talebani sono stati molto ingegnosi nel modo in cui hanno costretto entrambi i generi in una serie di regole e doveri molto ristretti e rigidi. Limitano le libertà di coloro che preferiscono la sicurezza alla libertà (le donne) e allo stesso tempo impongono il ruolo di protettore che porta il pane a casa, definendolo ipocritamente “libertà”, a coloro che preferiscono la libertà alla sicurezza (gli uomini).

In altre parole, se hai due persone, ad una di esse viene imposta di restare in casa e dici all’altra che è libera di uscire… cos’hai? Hai due persone costrette nei loro ruoli e non solo una. La seconda persona è DAVVERO libera di decidere cosa vuole fare? Ci sono solo due persone e una è confinata in casa senza il permesso di lavorare. Qualcuno deve uscire e svolgere i compiti che richiedono interazione con il mondo esterno. Nessuna delle due persone è libera. E una di esse è soggetta a grandi rischi giornalieri in un posto come l’Afghanistan. Ti do un indizio: non è quella che resta dentro casa.
[…] Una cosa che i Talebani non fecero fu riscrivere completamente la legge islamica riguardo al privilegio femminile e agli obblighi maschili.

Ed è qui il nocciolo del problema, per come la vedo io. L’Afghanistan diventò una società nella quale uscire di casa significava mettere a repentaglio la propria vita e nella quale benché la gente avesse ancora bisogno di mangiare, c’erano poche opportunità di guadagnare soldi o generare produttività. E sotto la legge islamica, le donne non devono addossarsi responsabilità economiche verso nessuno. Neanche verso loro stesse.

Ho visto un video, non molto tempo fa, nel quale una donna musulmana di nome Zara Faris parlava in modo convincente di come le donne musulmane non abbiano bisogno del femminismo.

Una delle sue argomentazioni era che la legge islamica non proibisce specificatamente alle donne di lavorare: al contrario, le donne musulmane non solo possono lavorare ma non devono neanche dividere i loro guadagni con le loro famiglie. In sostanza, se una donna musulmana ha un lavoro, i soldi che guadagna sono esclusivamente suoi, mentre a suo marito rimane l’obbligo di provvedere al supporto economico della famiglia, che include ciò di cui la moglie che lavora ha bisogno per mantenersi.

Lavoro con un uomo libanese che mi ha dato conferma di questa tradizione. Ha una moglie e cinque figli e fa due lavori per mantenerli. Sua moglie sta a casa, ed è esattamente ciò che lui desidera. Non perché sia un misogino oppressore che la sottomette ma perché se lei SCEGLIESSE di lavorare fuori casa, lui e i suoi figli non avrebbero diritto neanche ad un centesimo dei suoi guadagni ma lui dovrebbe comunque continuare a provvedere ai bisogni essenziali della moglie. D’altro canto, se lei lavorasse, sarebbe necessario avvalersi di una baby sitter e al mio collega toccherebbe pagarla. In altre parole, se sua moglie DECIDESSE di lavorare fuori casa, per pagarsi gli sfizi che solo lei avrebbe il diritto di concedersi con i suoi guadagni, lui dovrebbe cercarsi un terzo lavoro per permetterle di farlo.

E’ questo è… beh, suppongo sia grandioso per molte donne musulmane, quando le cose vanno bene. Ma non così grandioso quando si vivono tempi duri.

Perchè quando hai un gruppo di persone che DEVE usare la sua produttività per mantenere se stesso e altri, e un altro gruppo di persone che ha il diritto ad essere mantenuto dalla produttività altrui e nessun obbligo ad essere produttivo… beh, quando le cose si mettono male, a quale di questi gruppi verrà proibito di prendere i pochi posti di lavoro disponibili? Quello di coloro che devono usare il loro reddito per mantenere se stessi e la famiglia o quello di coloro che non devono neanche provvedere a mantenersi?

Sotto la legge islamica, una donna che lavora può, tecnicamente, permettere che i suoi figli muoiano di fame, anche se ha il denaro per nutrirli. Se questi bambini EFFETTIVAMENTE muoiono di fame, sarà suo marito ad essere considerato socialmente, moralmente e legalmente responsabile per essere stato incapace di provvedere ai bisogni primari dei suoi figli. Benché dubito che ci siano donne che farebbero davvero qualcosa del genere, è così che la legge recita.

In Afghanistan, oggi, una donna con un lavoro (un lavoro del quale non ha bisogno perché secondo la legge islamica lei ha tutto il diritto di essere mantenuta dal marito, dal padre o dal figlio) non solo ruba quel lavoro ad un uomo ma ruba anche il cibo dalla bocca della famiglia di quell’uomo. Se trova un lavoro facile e sicuro (come le donne sono solite fare), l’uomo che rimpiazza sarà costretto a trovarne uno più pericoloso. E se quest’uomo viene ucciso, lei ha rubato il sostentamento alla donna e ai bambini che dipendevano da lui.

Allo stesso modo, se sua figlia prende uno dei pochi posti disponibili a scuola, al figlio di qualcun altro verrà negata un’istruzione e il futuro lavoro che sarà obbligato a fare, per mantenere se stesso e le persone che hanno il diritto ad essere mantenute da lui, sarà meno remunerativo, rendendo così più bassa la qualità di vita di molta gente.

E le leggi e i costumi islamici sono così rigorosi per quanto riguarda questi obblighi, in Afghanistan, che si possono trovare ragazzini di 13 anni che si vendono come schiavi del sesso per provvedere alle loro madri e sorelle.

Qualche eco di questi diritti e obblighi è risuonato in occidente dopo che il femminismo prese piede nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Prima di quel tempo, il reddito e le proprietà di una donna erano incorporati in quelli del marito ma, a seconda delle zone, tutto cambiò tra la metà del 1800 e la fine del secolo, quando i diritti sul reddito e sulla proprietà delle donne divennero una copia di ciò che erano sotto l’Islam.

Un articolo del Milwaukee Journal del 1912 lo illustra molto bene, esaminando le tattiche delle suffragette britanniche che usarono un cavillo legale per trasformare i loro mariti in attivisti detenuti, manipolando gli esatti standard culturali e legali che sono in gioco anche in Afghanistan. Per approfondire, il reddito e la proprietà di una donna sposata erano stati emancipati, grazie all’attivismo femminista, dall’istituzione della famiglia per qualche tempo. Emancipati non solo dal marito, si badi bene, ma da chiunque non fosse la donna stessa. D’altro canto, l’obbligo patriarcale del marito di finanziare le di lei “necessità” era rimasto intatto e una di queste necessità era il fardello della tassazione del di lei reddito. Se lei aveva un reddito, il marito e i figli non avevano diritto di goderne ma suo marito, e non lei, era la persona che per legge doveva pagare le tasse su quel reddito. Se non aveva i mezzi per farlo, dopo aver provveduto a tutte le necessità materiali della famiglia (inclusa la moglie), era lui a finire in carcere per evasione fiscale.

Ciò che trovo divertente in tutto questo, dal momento che in occidente queste circostanze si sono verificate solo grazie all’attivismo femminista, è che la legge islamica ha onorato questi particolari ideali di liberazione femminile molto prima che la Dichiarazione dei Sentimenti fosse firmata a Seneca Falls nel 1848, o addirittura prima della Rivendicazione dei Diritti della Donna di Mary Wollstonecraft di fine ‘700.

Ecco perché l’idea del privilegio maschile è una fesseria. I privilegi sono diritti. Ciò che gli uomini hanno avuto, nei secoli, non era un diritto, perché era un elemento necessario ai loro obblighi. Uno strumento dato all’uomo perché era necessario all’uomo per adempiere ai suoi obblighi legalmente, economicamente e socialmente imposti verso donne e bambini. Non per via del suo pene.

Ci sono i diritti e ci sono i doveri. Avere un dovere comporta necessariamente l’avere un diritto. I diritti generalmente garantiti aiutano la capacità di adempiere ai propri doveri. Se non si hanno di questi doveri, i diritti richiesti per compierli non solo non sono necessari ma diventano effettivamente deleteri all’abilità altrui di compiere i propri doveri verso di te.

Se hai il dovere di essere produttivo economicamente e di usare la tua produttività per provvedere economicamente a te stesso e ad altri, devi avere il diritto di praticare attività che fruttino una produttività economica. Se hai il dovere di essere sicuro che tu ed altri abbiano ciò che è necessario come gli abiti, un riparo e del cibo, allora devi avere il diritto di decidere che il denaro venga speso in abiti, riparo e cibo. Se hai il dovere di proteggere te stesso e gli altri, devi avere il diritto di decidere per te stesso e per gli altri che proteggi, e il diritto di metterti in pericolo.

Se non hai questi doveri, non hai bisogno dei diritti ad essi correlati. Anzi, l’avere quei diritti può persino interferire con l’altrui dovere di fornire i diritti dei quali tu godi grazie ai loro obblighi.

E quando tutti vivono al livello più basso della gerarchia dei bisogni di Maslow, probabilmente non ti verranno concessi quei diritti perché il fatto che tu li abbia interferirebbe con l’abilità di coloro che ne fanno uso per te e per chi altri ne gode.

Un marito non può compiere il suo dovere di provvedere alla moglie se la moglie di qualcun altro prende il suo posto di lavoro. Un marito non può compiere il suo dovere di essere certo che la famiglia abbia ciò di cui ha bisogno, se non gestisce il denaro della famiglia. Un marito non può compiere il suo dovere di proteggere la moglie se lei non è obbligata a mettersi al riparo quando lui le dice di farlo.

Storicamente, tutte queste cose (il sostentamento, la protezione e il supporto) erano diritti FEMMINILI. Privilegi femminili. E, benché io detesti prendere in prestito frasi femministe, ciò che è successo in Afghanistan, riguardo all’impedire alle donne di lavorare e alle bambine di andare a scuola, è essenzialmente un contraccolpo del privilegio femminile. Quando i posti di lavoro sono pochi, non li dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere altrui di lavorare. Quando l’istruzione è limitata, non la dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere di altri, che sarebbero a loro volta facilitati dall’istruzione nel compiere questo dovere. Dai queste cose alle persone che hanno il dovere di dividere i loro benefici con altri, non a coloro ai quali la legge permette di tenere i benefici tutti per loro.

L’Afghanistan non è una società che opprime le donne. E’ una società nella quale ognuno è stretto nella morsa di circostanze crudeli e leggi islamiche che opprimono l’uomo con il fardello dei doveri che richiedono diritti, e garantiscono diritti alle donne che non hanno doveri. E ognuno se la cava come può. E il solo modo per “migliorare” la situazione per le donne e le bambine in Afghanistan, ovvero il dare loro accesso al lavoro fuori casa o all’istruzione senza contraccolpi, è eliminare i diritti che le donne hanno al supporto materiale e alla protezione da parte degli uomini, eliminando al tempo stesso il dovere degli uomini a fornire queste cose. Finché non lo si farà, si sprecherà solo tempo, e si danneggeranno coloro che hanno doveri verso tutti tranne che loro stessi e regalando il potere di guadagnare soldi e potere a coloro che non hanno neanche il dovere di nutrire i propri stessi figli.

Un altro esempio di contraccolpo del privilegio femminile potrebbe essere il rimaneggiamento del gap tra nascite di femmine e maschi in Cina. I feti di sesso femminile vengono abortiti. I neonati di sesso femminile vengono annegati o soffocati. E le femministe vogliono farci credere che è così perché gli uomini in Cina sono privilegiati e sopravvalutati arbitrariamente, mentre le donne sono detestate e volutamente sottovalutate.

Però, leggendo un quotidiano cinese, si possono trovare articoli che parlano di coppie anziane che fanno causa ai loro figli che non se ne prendono cura nella loro tarda età. Non si trovano mai articoli su coppie che fanno causa alle figlie, perché le figlie non hanno l’obbligo, legale o sociale, di prendersi cura dei genitori. I genitori di una figlia mantengono il dovere di prendersi cura di lei, se non si sposa o se non può (o si rifiuta di) mantenersi da sola.

A dispetto della sua retorica che vedeva le donne reggere la metà del cielo, Mao non fece niente per assicurarsi che le donne lo facessero quando il cielo era pieno di anziani bisognosi di aiuto economico, non trovate? Ha liberato le donne incoraggiandole a sfruttare la loro produttività economica senza però renderle responsabili neanche di loro stesse ma, assurdamente, ha mantenuto gli uomini incatenati ai loro obblighi tradizionali e non-egalitari.

In Cina non c’è un vero stato sociale, nulla che somigli all’assistenza sociale o alle pensioni, e solo tuo figlio si deve assicurare che tu non muoia di fame quando sei troppo vecchio per lavorare. E una legge ti permette di avere un solo figlio.

Cosa potrebbe mai succedere quando unisci questa situazione ad una serie di obblighi e diritti di genere che fanno sì che le coppie che hanno un figlio hanno potenzialmente due figli (figlio e nuora) mentre quelle che hanno una figlia nella migliore delle ipotesi è come se non avessero figli?

Se alle femministe interessasse davvero quello che accade in Cina, si attiverebbero affinché le donne venissero obbligate a prendersi cura dei loro genitori o emanciperebbero gli uomini da quel dovere. Questo porterebbe alla risoluzione del problema.

So che ci sono coppie in Cina che desiderano una figlia e che la preferiscono addirittura, perché nonostante il mancato incentivo economico, molte coppie hanno figlie e perché, nelle aree rurali dove le coppie non vengono sanzionate per avere avuto più di un figlio, le coppie hanno spesso un figlio e una figlia.

Ma non si può impedire alle coppie di preferire un figlio maschio con una legge che prevede un solo figlio se non obblighi le figlie femmine ad essere utili e vantaggiose alle loro famiglie quanto i figli maschi. Non è possibile. Specie se i doveri dell’uomo lo rendono indispensabile ai suoi genitori mentre i diritti della donna la rendono un potenziale peso per i genitori anziani.

Di certo non si risolve il problema attribuendolo al “privilegio maschile” e alla “mancanza di pari diritti per le donne”. Perché non sono quelle le cause. La causa è la mancanza di pari doveri per le donne. Si possono dare alle donne gli stessi diritti che ha l’uomo ma se non hanno anche gli stessi doveri non saranno trattate allo stesso modo e questa disparità emergerà sotto forme estreme durante circostanze estreme come quella dei trent’anni di decimazione in Afghanistan o della legge che consente di avere un solo figlio in Cina, che fa sì che quell’unico figlio possa essere un sostegno o un fardello quando i genitori sono troppo anziani per lavorare.

Le società non opprimono la donna o privilegiano l’uomo. Tendono a trattarli e a sfruttarli in modo differente. Il femminismo sembra basarsi sull’espandere i diritti delle donne senza imporre loro doveri, e aumentare i diritti delle donne liberandole dalle restrizioni che erano necessarie all’uomo per garantirli. Si basa sul dare alle donne vantaggi dell’essere uomini senza gli svantaggi, ed eliminare gli svantaggi dell’essere donna senza rinunciare ai vantaggi.

Quando gli uomini ottennero il diritto di voto (e ben prima di quella data), erano obbligati a servire il loro paese, se necessario, e obbligati a servire le loro comunità tramite il servizio civile e il volontariato, assistendo gli agenti di polizia e così via. Quando le donne ottennero il diritto di voto, non fu imposto loro alcun obbligo reciproco.

Quando gli uomini ricevevano automaticamente l’affidamento dei figli dopo il divorzio, era perché erano i soli ad avere l’obbligo di mantenere i figli. Quando le prime femministe fecero approvare la TYD (“Tender Years Doctrine”, Dottrina degli Anni Teneri), quell’obbligo non passò alle donne: le madri ottennero l’affidamento ma i padri erano ancora obbligati a fornire il sostegno economico. Incidentalmente, quando questa dottrina fu introdotta, il tasso di divorzi, che era stato costante per secoli, crebbe di 15 volte in 50 anni.

E la legge che è stata votata di recente in Florida e che avrebbe potuto mettere fine agli alimenti vitalizi? Una delle giustificazioni principali per quella legge era che un numero maggiore di donne si ritrovava a pagare alimenti vitalizi agli ex partner a causa del massiccio aumento della disoccupazione maschile durante la crisi economica, e quelle donne non si aspettavano di doverlo fare e lo trovavano ingiusto. Come numero maggiore di donne intendo probabilmente il 3% di tutti gli alimenti vitalizi pagati in Florida. Cosa se ne deduce? Essere trattate come un uomo in ogni senso non è così bello, vero? E al contrario di ciò che le femministe cercano di dire alla gente, non lo è mai stato.

Quella legge fu proposta perché alle donne non piace avere gli obblighi normalmente imposti all’uomo, come pagare per tutta la vita il mantenimento dell’ex coniuge, e anche una piccola percentuale di donne costrette a farlo fa sì che la gente rielabori una legge che ha dato agli uomini lo stesso obbligo per decenni se non secoli.

Diavolo, prova anche solo a suggerire che una donna che sceglie di avere un bambino senza il consenso del padre biologico dovrebbe essere la sola ad avere la responsabilità economica di quel bambino, o, peggio ancora, che una donna che ha deciso di lasciare il marito per noia e si è tenuta i figli dovrebbe finanziare da sola la sua decisione, e dovrai scontrarti con l’opposizione feroce della maggior parte delle femministe. Anche se la stessa situazione (ovvero tenersi i bambini e anche il dovere di mantenerli) è definita un “privilegio storico maschile” e “oppressione patriarcale delle donne” quando riguardava un uomo.

Francamente, se le donne oggi fossero costrette ad accollarsi il fardello che storicamente è stato imposto all’uomo e per il quale i loro più importanti diritti sarebbero poco più che i mezzi necessari per sostenerlo, penso che il 99% delle donne lo considererebbe un pessimo affare e il 99% delle femministe lo chiamerebbe “oppressione delle donne”. Il fatto che la vedano così mostra quanto le donne siano state privilegiate in molti modi e quanto la visione femminista del mondo passato e presente sia davvero superficiale.

Ho un’idea. Facciamo fare alle femministe un esperimento.

Vadano prima in Cina a tentate di diffondere l’idea di obbligare le figlie a sostenere economicamente i genitori come fanno i figli. Vedano quanto queste giovani donne sono entusiaste di accollarsi questo peso come fanno gli uomini.

Poi, che vadano in Afghanistan a dire alle donne che è loro permesso di fare tutto quello che fanno i mariti: lavorare, studiare, anche avere l’affidamento dei figli. Diavolo, dicano loro che possono avere i lavori MIGLIORI. Tutto quello che devono fare è rinunciare al loro diritto ad essere protette e mantenute e a tutti gli obblighi che gli uomini della loro famiglia hanno verso di loro, che siano padri, mariti, fratelli o figli, al fine di mantenerle, proteggerle, supportarle o aiutarle, e facciano anche loro sapere che dovranno provvedere da sole ai bisogni materiali di ogni figlio che hanno. Te la cavi da sola, tesoro. Grrrrrl power. Buona fortuna.

Quante donne afghane accetterebbero, secondo voi? Quando anche in un quartiere della classe media londinese, nel quale godono di una serie di diritti simili a quelli dell’uomo e possono raggiungere l’indipendenza economica, le donne musulmane possono rifiutare il femminismo sulla base del fatto che dovrebbero rinunciare ai diritti femminili codificati e sostenuti dagli obblighi maschili?

Mi spiace dirtelo, Zara Faris, ma non devi preoccuparti di nulla di ciò. Le femministe non stanno per portarti via i tuoi privilegi o per eliminare gli obblighi che tuo marito ha verso di te. Sono interessate solo a privare lui dei suoi diritti e te dei tuoi doveri.

Riferimenti:

Suffragette inglesi che mandano i mariti in galera: http://news.google.com/newspapers?id=5JQWAAAAIBAJ&sjid=7CAEAAAAIBAJ&pg=6049,712919&dq

Zara Faris al dibattito di Londra su femminismo e Islam: https://www.youtube.com/watch?v=HI2ZYWZWlYo

Alcuni degli obblighi che avevano gli uomini nel sistema della licenza maritale, e che sono stati accennati da Karen Straughan, erano presenti anche nell’Europa del passato. Il sito spagnolo “¿Quién se beneficia de tu hombría?” ricorda quelli che vengono riportati nelle Partidas di Alfonso X il Saggio (1265) e nelle Leyes de Toro (1505), dove troviamo, tra i doveri dello schiav… coff coff capofamiglia:

  • Provvedere alla moglie secondo la ricchezza di ciascuno (Partida III, titolo II, legge V).
  • Provvedere ai bambini. La donna è responsabile per i bambini fino ai tre anni (immaginiamo che sia per la lattanza, quindi non economica, e comunque essendo la moglie sostenuta economicamente dal marito, si tratta sempre di soldi suoi), poi questa responsabilità passa a essere esclusivamente del padre (Partida IV, titolo XIX, legge III).
  • Provvedere ai genitori e ai nonni. A differenza del resto, questa non era specifica per l’uomo, ma lo fu nella pratica (Partida III, titolo II, legge II e Partida IV, titolo XIX, legge IV).
  • Provvedere ai nipoti e/o bisnipoti se i genitori non potevano farlo (Partida IV, titolo XIX, legge IV). Il testo iniziale indica che la responsabilità è maschile, ma l’esempio che segue è neutrale. Tuttavia, è chiaro che il responsabile sia l’uomo quando leggiamo una disposizione simile nella Partida IV, titolo XI, legge VIII.
  • Dotare le figlie. Non si può dare la responsabilità alla figlia di dotarsi se il padre può farlo. Né si può dare la responsabilità alla madre in alcun caso, a meno che la figlia sia cristiana e la madre no (Partida IV, titolo XI, legge VIII). La funzione della dote è di proteggere le donne in caso di vedovanza, divorzio o di abbandono, come previsto nelle Partidas (Partida IV, titolo XI, legge XXXI). La donna può esigere la restituzione della dote in varie situazioni, ad esempio se il marito la sperpera o se si separa da lui (Partida IV, titolo XI, legge XXIX).
  • Dotare le nipoti e le bisnipoti, se il genitore non è in grado di dotarle né possono dotarsi loro stesse (Partida IV, titolo XI, legge VIII).
  • Provvedere ai figli illegittimi (Partida IV, titolo XIX, legge V). Questi si considerano solo del padre perché anche se la donna commetteva adulterio, suo figlio era assegnato al marito e considerato legittimo. Vale a dire, era obbligato a mantenere anche i figli illegittimi della moglie. La differenza è che i figli illegittimi del padre non ereditavano dalla madre (Ley de Toro 9).

Inoltre, sia nell’Islam (come abbiamo visto) che nell’Ebraismo (“mezonot”, ovvero provvedere al cibo e al supporto per la moglie; provvedere al suo vestiario; “ikkar ketubbah”, ovvero pagare alla moglie 200 zuz in caso di divorzio; “refu’ah”: pagare le spese mediche della moglie; lei poteva rimanere nella casa del marito nel caso della morte di lui; ecc.) vi sono disposizioni analoghe per proteggere e provvedere alla moglie e agli altri membri della famiglia.

Questi obblighi sono rimasti in Occidente fino ad alcuni decenni fa. Lo stesso Codice Napoleonico del 1804 (Libro I, Titolo V, Capo VI, 214) recita che: “il marito è obbligato a riceverla [la moglie] presso di sè, ed a somministrarle tutto ciò, ch’è necessario ai bisogni della vita, in proporzione delle sue sostanze e del suo stato” e ancora nel 1942, l’articolo 143 del Codice Civile italiano su diritti e doveri dei coniugi stabiliva l’obbligo del marito a mantenere la moglie.

Adesso però a un altro argomento. Citerò ora un altro pezzo dell’articolo di Bossy:

“In Structures élémentaires de la parenté (1949, 1968), Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) sostiene invece che all’origine della società stia il tabù dell’incesto: gli esseri umani avevano bisogno di fondare società per sopravvivere, perciò era necessario unire più famiglie, perciò la scelta obbligata è stata quella di scambiarsi membri (le donne) attraverso il matrimonio. Lévi-Strauss fu a suo tempo accusato di antifemminismo; bisogna, però, considerare che il suo scopo non era esaltare questo sistema, bensì semplicemente descriverlo, in quanto esistente.”

Risponderò anche qui in punti:

1) Una visione di genere del tabù dell’incesto implica una serie di assunti e presupposti non provati e sinceramente assurdi.
Si sta dicendo, in sintesi che:
a) solo gli uomini avevano capito che l’incesto era un problema (perché solo loro?); b) che le donne non l’avevano capito (perché non l’avrebbero capito?); c) che non l’avevano semplicemente capito dopo ma che non volevano sposarsi con altre famiglie ed erano riluttanti all’idea (perché sarebbero state riluttanti?); d) che gli uomini hanno forzato le donne a sposarsi con altre famiglie nonostante la loro riluttanza (prove?).

2) Anche la semplice analisi sociale del tabù dell’incesto è superflua. Se questo tabù è universale, ha molto più senso una visione biologica: di norma i comportamenti universali tendono ad avere basi biologiche, comuni a tutti, piuttosto che culturali, visto che le norme sociali sono più flessibili.
Un esempio di spiegazione biologica è quella dell’Effetto Westermarck. L’ipotesi dell’Effetto Westermarck asserisce che vi sia un effetto psicologico secondo il quale le persone che vivono a stretto contatto domestico durante i primi anni della loro vita vengono desensitizzate a una successiva attrazione sessuale.

3) Anche partendo dall’idea che il tabù dell’incesto sia universale per motivi socio-culturali e non biologici, arrivare all’ipotesi che siano stati gli uomini a imporre alle donne il matrimonio a seguito del tabù per scambiarsi membri è un salto non supportato da prove.
Abbiamo due fatti:
– che il tabù dell’incesto è universale
– che per sopravvivere è necessario unire più famiglie

Non abbiamo invece l’elemento “femminista” di questa teoria, ovvero l’idea che siano stati gli uomini a imporre alle donne il matrimonio contro la loro volontà.
Sembra piuttosto che questa idea parta da un’analisi superficiale del “cui prodest?”, dell’ “a chi giova?”: si pensa che, dato che il matrimonio è più favorevole per gli uomini che per le donne, allora sono stati loro a imporlo.
In realtà, come abbiamo visto prima, l’idea per cui il matrimonio avrebbe dato unicamente vantaggi all’uomo è completamente sbagliata e dimostrata falsa.

4) L’idea che siano gli uomini a decidere unidirezionalmente sulla vita matrimoniale è contraddetta dall’evidenza. Infatti nei matrimoni tradizionali, come quelli in India, Cina e Giappone, è la suocera, una figura femminile, ad avere il massimo del potere decisionale sul matrimonio del figlio con la nuora. Nell’opera classica dell’antropologia giapponese “Il Crisantemo e la Spada”, scritta da Ruth Benedict, è riportato:
“È risaputo che la suocera non guardi con occhi d’approvazione la nuora. E che riesca a trovare in lei ogni tipo di difetto; può perfino cacciarla e far rompere il matrimonio, anche se il giovane marito fosse felice con sua moglie e non chiedesse altro che vivere accanto a lei.

Come vediamo, dunque, l’autorità del marito era sottomessa all’autorità della suocera. Leggiamo perfino che la suocera in Giappone poteva soverchiare il figlio addirittura nell’ambito filiale:

“Una giapponese “modan” [moderna] che ora si trova negli Stati Uniti, accolse nella sua casa di Tokio una giovane moglie incinta la cui suocera l’aveva costretta ad abbandonare il suo afflitto marito. La ragazza era malata e delusa, anche se non voleva incolpare il marito. Poco a poco, però incominciò a mostrare interesse verso il bambino che stava per avere. Ma quando il bimbo nacque, apparve la suocera accompagnata dal figlio silenzioso e sottomesso per reclamarlo. Questo bambino, ovviamente, apparteneva alla famiglia del marito, e la suocera se lo portò via, seppur per liberarsi immediatamente del piccolo lasciandolo nelle mani di altri. Questo è un esempio di ciò che in alcune occasioni può esigere la pietà filiale ed è il prezzo che si deve pagare ai genitori.

Anche se questo sembra un caso estremo, serve comunque ad indicare il potere che aveva la suocera sul figlio. Nell’Occidente contemporaneo percepiamo il matrimonio come una questione di due persone, e quando sovrapponiamo questa percezione sulle società tradizionali tendiamo a pensare che il marito fosse la parte dominante. Ma invece il matrimonio non era un affare per due, e il maschio non era il potere dominante: il marito doveva ubbidire i dettami di una donna, sua madre. Ed è qui dovremmo chiederci: che ruolo aveva il suocero in tutto questo?
Per quanto, secondo la gerarchia stabilita egli fosse la persona con più autorità, il suocero era solito dedicarsi agli affari e alle relazioni esterne della famiglia, mentre sua moglie si innalzava come padrona e capo dell’ambito domestico, diventando, in effetti, la persona più influente del matrimonio di suo figlio. Questo succedeva anche in altri paesi asiatici e tradizionali.

Difatti questa sottomissione del figlio alla madre si ritrova anche in Cina. In “Footbinding: A Jungian Engagement with Chinese Culture and Psychology”, Shirley See Yan Ma segnala:
“Il disgusto o il ripudio [dei suoceri] poteva comportare un grande disonore su di lei e la sua famiglia – indipendentemente da chi avesse avuto la colpa -. Doveva cercare di evitare ogni contato con il suo suocero e i suoi cognati. La persona con cui sarebbe stata più a contatto sarebbe la sua suocera, la responsabile d’integrare la sposa nell’unità familiare. Ed era qui che cominciava il vero dramma della sua vita. Il duro atteggiamento che subisce la nuora da parte della suocera è stata una caratteristica notevole della vita familiare cinese (…). L’unica persona che veramente potesse dare una mano alla sposa nella sua nuova struttura familiare era suo marito. Purtroppo per lei, il suo ruolo di “figlio” aveva la priorità sul suo ruolo di “marito” e grazie alla pietà filiale, gli era richiesto di allinearsi con la madre, che molto spesso traeva vantaggio da questa posizione.”

Come in Giappone, i suoceri avevano il potere di rompere il matrimonio di suo figlio, ma come abbiamo visto, era la suocera e non il suocero colei che prendeva questa decisione, dato che quest’ultimo aveva appena qualche contatto con la nuora e la costumanza gli impediva di intromettersi nella sfera femminile. Nel libro “Village Life in China: A Study in Sociology” di Arthur Henderson Smith, si afferma:

“Si è parlato molto della tirannia e della crudeltà di queste suocere (…). Ma allo stesso tempo tenete in considerazione che senza di esse, la famiglia cinese sarebbe completamente collassata. Il suocero non solo è privo della capacità di prendere il controllo di ciò che appartiene alla sposa, ma perfino se fosse a casa tutto il tempo, cosa rara per certo, il proprio onore gli impedirebbe di farlo, anche se ne fosse capace. Nelle famiglie dove manca una suocera, probabilmente ci sono dei mali più grandi e peggiori delle suocere. L’abuso verso la nuora [da parte della suocera] è una cosa talmente comune, che tranne se fosse proprio lampante, attrarrebbe molta poca attenzione.

Ancora una volta, non è la moglie, né il marito, nemmeno il padre del marito chi ostenta di avere maggior potere sul matrimonio, ma la suocera.

Passiamo all’India: quando è stata consultata dal giornale canadese Toronto Star rispetto a quest’argomento, Veena Venugopal, l’autrice del libro “The Mother-in-Law: The Other Woman in Your Marriage”, ha detto:

“Dopo aver intervistato 60 donne sposate, Venugopal dice che la tirannia della suocera si estende ad ogni settore della società: dalla casta superiore dei Bramini agli oppressi Dalit, dagli induisti ai musulmani e ai cristiani, dai bengalesi ai gujarati e tutte le altre categorie che ci sono in mezzo. Non tutte le suocere sono dei mostri, ma molto raramente si può parlare di una relazione facile ed affettuosa.
“Praticamente, ogni donna sposata in India si trova in mezzo a una guerra con la propria suocera””

E in tutto questo, quale sarebbe il potere e il ruolo che ha il marito?

“Venugopal ci dice che i mariti spesso si rifiutano di prendere una posizione, perfino quando i due coniugi si amano. Infatti, nella cultura indiana, è normale che gli uomini abbiano cura dei propri genitori, una tradizione che ha la priorità perfino sopra il benessere della propria moglie.
“Le madri crescono i propri figli maschi con questo concetto: “so che quando ti sposerai ti metterai contro di me e la tua moglie ti parlerà male di me”, in modo che essi siano istruiti per difendere le loro madri prima di aver conosciuto la loro futura moglie”.
“Il fatto che essi siano incapaci a mettere dei limiti, proietta una cattiva immagine sugli uomini indiani””

Ancora una volta possiamo vedere che il cosiddetto onnipotente marito non lo è proprio, e che invece è una donna, la madre, a fare il bello e il cattivo tempo nelle relazioni matrimoniali.

Ritroviamo la stessa situazione in altre culture. María del Mar Jiménez Estacio scrisse quanto segue sulle donne berbere di Al Ándalus:

“Lo status della suocera è uno status di potere e un obiettivo vitale della donna berbera […] Ella sottomette a una stretta sorveglianza le mogli dei suoi figli, e l’accentua fino a quando diventano madri. Le nuore devono chiedere loro il permesso per poter andare a trovare la loro famiglia d’origine e le suocere possono ripudiare le nuore qualora siano sterili. Le suocere si occupano della distribuzione del lavoro domestico, nel quale lei è solita aggiudicarsi soltanto l’amministrazione del focolare. Il conflitto suocera-nuora è ampiamente raccolto nella letteratura orale berbera.” (pag. 22)

L’opera citata, come solitamente accade nel femminismo, indica la suocera come “la rappresentante del patriarcato nello spazio femminile”. Questa giustificazione ovviamente non sta in piedi: significherebbe sminuire la suocera rappresentandola non come un essere umano ma come un robottino che non è responsabile dei suoi stessi atti, il tutto solo per attribuire la colpa al ““patriarca”” della famiglia. Ha molto più senso invece attribuire le azioni della suocera a delle realtà più semplici. Non tutte le suocere che usano la crudeltà verso le proprie nuore hanno gli stessi motivi. Alcune lo fanno perché vogliono ergersi a difenditrici della famiglia e a protettrici dei propri figli, e non vogliono che una donna estranea rovini tutto ciò che tanto hanno faticato a costruire. Altre lo fanno per gelosia o per paura di restare da sole. Altre per il rancore personale verso le nuore. Altre per essere risarcite dai maltrattamenti ricevuti a loro volta dalla propria suocera quando esse erano le nuore, e finalmente alcune lo fanno per puro sadismo. Quest’ultimo sembra essere il caso di una suocera afgana che fece decapitare la nuora perché si era rifiutata di prostituirsi.

Ciò che balza agli occhi quando si studia la dinamica delle famiglie tradizionali da una prospettiva storica, è che l’immagine del matrimonio isolato in cui il marito esercita un potere assoluto che usa per sottomettere sua moglie non è altro che la proiezione delle nostre attuali fantasie rispetto alla realtà del passato. L’atteggiamento, buono o cattivo verso la moglie, non dipendeva soprattutto dal marito, ma dalla suocera, colei che deteneva il potere sul proprio figlio e su tutto l’ambiente domestico. L’autorità della suocera e l’impotenza del marito di fronte a lei spezzano alcuni dei dogmi che ci hanno insegnato, come la convinzione che la donna non avesse avuto alcun potere durante la storia. Invece, tutto sta ad indicare che il sesso femminile deteneva un potere per niente irrilevante, e addirittura che, piuttosto che utilizzarlo per migliorare la situazione di altre donne, spesso lo impiegava per farle infelici. Come gli uomini – come qualsiasi essere umano – anche le donne traevano vantaggio dalla loro posizione di potere.

5) Questo potere domestico femminile che abbiamo visto dà adito a una domanda non scontata: ma l’antropologia non riconosce il Patriarcato come una realtà? Non afferma, forse, che le società tradizionali avessero come autorità suprema l’uomo?
L’antropologia effettivamente lo riconosce, ma quando l’antropologia parla di Patriarcato fa riferimento all’autorità formale che l’uomo aveva, non al potere, che poteva essere o non essere ufficialmente riconosciuto. Mentre il potere dell’uomo era riconosciuto formalmente, quello della donna esisteva comunque anche se non era formalmente esplicitato.
Il Femminismo ha ripreso la visione antropologica del Patriarcato, estendendola però non solo all’autorità formale, come sarebbe stato lecito, ma a tutto il potere. E’ qui lo sbaglio del Femminismo: confonde autorità e potere.
Ma qual è la differenza?
Secondo l’antropologa Susan Carol Rogers, vi è una netta distinzione tra autorità e potere. La prima implica la legittimazione politica, ma non sempre ad essa segue un potere reale.

L’accademica fa seguire l’esempio della società contadina (nel paper include anche la società contadina araba, giusto per far notare quanto questo schema sia applicabile perfino a situazioni come quelle).
Nel suo lavoro, la Rogers asserisce:
L’assunto di una dominanza maschile universale, che deriva da bias epistemologici in antropologia, viene smentito dalle prove che mostrano che le donne hanno un considerevole potere nel contesto della famiglia e della comunità contadine. Le apparenti contraddizioni tra le posizioni pubbliche di dominanza maschile e le realtà della potenza femminile possono essere risolte e spiegate da un modello potenzialmente estendibile ad altri tipi di società pre-industriali.

E ancora:

le donne controllano almeno la maggior porzione delle risorse e delle decisioni importanti. In altre parole, se limitiamo la nostra investigazione al relativo vero potere di uomini e donne contadini, eliminando per il momento quelle fonti di potere dal mondo esterno che sono oltre la portata degli uomini o delle donne contadini, le donne sembrano essere in generale più potenti.”

[Susan Carol Rogers. Female forms of power and the myth of Male Dominance: A model of Female-Male interaction in peasant society. American Ethnologist, Vol. 2, No. 4, Sex Roles in Cross-Cultural Perspective (Nov. 1975), 727-756.]

Questo perché – secondo la studiosa – le donne controllano principalmente l’ambito domestico, mentre gli uomini quello extra-domestico. Pertanto, nelle società contadine, che sono orientate all’ambito domestico, l’attribuzione di potere avviene nel dominio privato e non in quello pubblico.
Il “mito” del dominio maschile sarebbe inoltre funzionale alle stesse donne nel prendere le decisioni in casa: fingere di dover avere un confronto laddove invece, come nell’ambito domestico, è la donna ad avere le redini, aiuterebbe a evitare che la responsabilità di decisioni difficili venga attribuita unilateralmente alla donna.
La Rogers continua così: “Ho suggerito un modello […] in cui il dominio maschile è visto operare come un mito, mentre l’equilibrio è effettivamente mantenuto tra il potere informale della donna e il potere palese esercitato dagli uomini.

Sebbene l’autrice affermi che tale sistema di bilanciamento smetta di sussistere in una società industrializzata come la nostra, ciò è evidentemente falso, come dimostra la testimonianza di Ernest Belfort Bax (uno dei primi difensori dei diritti degli uomini), il quale ha mostrato proprio in una società industrializzata (fine 1800 – inizio 1900) le discriminazioni che gli uomini subivano, sintomo evidente di assenza di dominazione maschile.
Mentre Susan Carol Rogers ci ha permesso di capire la possibili forme di potere femminile in situazioni pre-industriali, Ernest Belfort Bax
, che fu un socialista inglese del XIX-XX secolo, vissuto nel periodo del primo femminismo e precedente la vittoria del voto alle donne, ci svela le discriminazioni che gli uomini subivano a livello legale nella società industriale pre-femminista, tramite il suo libro “The Legal Subjection of Men” (“La Sottomissione Legale dell’Uomo”), un testo del 1896, a sua volta diviso in diversi capitoli: “Matrimonial Privileges of Women”, “Non-Matrimonial Privileges of Women”, “The Actual Exercise of Women’s Sex Privileges”, e “A Sex Noblesse”.

Tornando alla distinzione tra Potere e Autorità, a mio avviso è opportuno notare che qualsiasi persona si sviluppa principalmente in ambito domestico nella propria infanzia, pertanto il potere domestico non è da sottostimare neanche in un ambiente moderno come il nostro, dato che influenza le decisioni delle generazioni successive, plasmandole sotto l’influenza della donna.
Inoltre le donne, avendo potere nell’ambiente domestico, possono influenzare in esso proprio gli uomini quando essi ritornano a casa, e nel comunicare con altre donne, implicitamente possono influenzare altre famiglie e, come gruppo, la società tutta.
Per fare un esempio, l’uomo è paragonabile al governo: l’unico ente in grado di dichiarare guerra. La donna è assimilabile invece alle multinazionali: senza dubbio le compagnie petrolifere o armamentarie sono in grado di influenzare il governo affinchè dichiari guerra, anche contro gli interessi di coloro che il governo dovrebbe rappresentare e a cui in teoria appartiene la sovranità.
D’altra parte un’ulteriore critica che rivolgo a tale studio è sottostimare il potere effettivo che può dare la legittimazione sociale dell’autorità, sebbene a tale autorità non corrisponda necessariamente un potere effettivo nell’ambito delle decisioni e delle risorse in ambito privato familiare.
Analizzando entrambi gli aspetti, ne traiamo come conclusione un equilibrio di entrambi i tipi di potere, maschile e femminile, autorità e potere domestico, come equamente capaci di influenzare la società tutta. Ciò confermerebbe la teoria del Bisessismo, ovvero che uomini e donne sono equamente oppressi dalla società e che uomini e donne che compongono la società sarebbero equamente responsabili di tale oppressione (o meglio, bi-oppressione).

Riprendendo infatti un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo in un caso (l’uomo) tale potere è un’autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.
Non esisteva dunque un Patriarcato nell’imposizione dei ruoli di genere, ma un contributo maschile dovuto all’autorità e un contributo femminile dovuto al potere per procura.

6) Torniamo al testo di Bossy, allo “scambiarsi membri (le donne) attraverso il matrimonio”.
Oltre a ciò che abbiamo già detto, è possibile interpretare – e in questa sede interpreterò così – quest’ambigua frase suppostamente a prova dell’esistenza del patriarcato come “lo scambio della donna dal padre al marito” e quindi il trasferimento della donna dopo il matrimonio nella casa familiare del marito. Questo trasferimento viene chiamato “patrilocalità”; lo spostamento invece del marito nella casa familiare della moglie è detto “matrilocalità”; il trasferimento degli sposi in una nuova casa è infine detto “neolocalità”.

Prevedo già la domanda: il fatto che l’assetto predominante nella storia umana sia stato la patrilocalità implica una sottomissione della donna all’uomo?

Assolutamente no. Nel campo degli effetti di questo sistema su uomini e donne, esso porta sia vantaggi che svantaggi per entrambi i sessi:
– i maschi si sobbarcano della responsabilità di mantenere i genitori (in un’epoca in cui non esisteva ancora il sistema pensionistico), dato che i figli maschi sono gli unici che restano a far parte del nucleo familiare, mentre le figlie femmine lasciano la famiglia per unirsi a quella del marito, di cui ne diventano parte.
– le femmine, d’altra parte, si trasformano in un “investimento meno redditizio”, dato che dopo il matrimonio le loro necessità sono addebitate alla famiglia del marito, e non alla loro famiglia biologica. In alcune culture la figlia deve avere una dote per sposarsi, che viene considerata molte volte come il ricevere una parte della sua eredità in anticipo. La funzione della dote è di proteggere le donne in caso di vedovanza, divorzio o di abbandono, come previsto ad esempio nelle Partidas di Alfonso X il Saggio (Partida IV, titolo XI, legge XXXI).
Un noto proverbio indiano dice, a proposito della patrilocalità, che “crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. Infatti, investendo nell’istruzione di una bambina si spende denaro perché poi sia un’altra famiglia a beneficiarne. Una famiglia ricca può permetterselo, e anche promuoverlo al fine di ottenere miglior legame matrimoniale con cui raggiungere una certa influenza o stabilire un’alleanza con la famiglia del marito. Tuttavia, per le famiglie con minori risorse, è molto più efficiente investire nella formazione del maschio, siccome sarà lui che si prenderà cura della famiglia in età avanzata. A seconda delle circostanze, può anche essere conveniente far sposare la figlia in tenera età.
Qui possiamo vedere un motivo per cui le bambine non sono istruite con la stessa frequenza dei bambini, qualcosa che poteva erroneamente portare alla visione generale che le donne fossero meno intelligenti, o anche meno inclini ad imparare. Così entriamo nel circolo vizioso che le donne non ricevevano molta istruzione, e, pertanto, non si sviluppavano intellettualmente come gli uomini, ma anche il fatto che credendole meno capaci le si escludeva dall’istruzione, principalmente da quella superiore (che, non dimentichiamolo, non era alla portata neanche della maggior parte degli uomini).

Quindi le femmine come vantaggio ricevono una dote e non devono mantenere i genitori, i maschi al contrario come vantaggio hanno la possibilità di venire istruiti maggiormente, ma questa istruzione dovrà essere impiegata per un lavoro che mantenga la famiglia, non verranno dotati ma anzi saranno loro a dover pagare la dote per la figlia e a dover mantenere la moglie (la protezione e il mantenimento alla moglie però sono presenti anche al di là della patrilocalità, dato che fanno capo al principio dell’iper-agency), ecc. Come vediamo, ogni sesso aveva i suoi vantaggi e i suoi svantaggi da una situazione di patrilocalità.

D’altra parte, uno dei principali svantaggi della patrilocalità toccava agli uomini, erano loro a dover proteggere la famiglia e il gruppo in caso di attacco. E’ proprio questo, infatti, il motivo principale per cui si è imposta la patrilocalità.

La Patrilocalità nasce infatti non per sottomettere le donne, ma, al contrario, per proteggerle. La Patrilocalità infatti accentra in un unico luogo tutti i maschi in modo da massimizzare la potenza difensiva della comunità e della famiglia.

Le antropologhe Kay Martin e Barbara Voorhies, nel loro “Female of the Species” (Columbia University Press, 1975) spiegano che esistevano dei sistemi matrilineari in cui si praticava l’esogamia maschile (erano gli uomini ad abbandonare la famiglia per sposarsi), ma che quel sistema non sarebbe stato molto efficiente se ci fossero stati dei vicini belligeranti, e pur dando per buono che le donne fossero forti come gli uomini, la gravidanza e l’allattamento le avrebbero messe in svantaggio di fronte ai nemici. Adottare un sistema patrilineare con esogamia femminile, invece, permetteva di mantenere gli uomini raggruppati in uno stesso luogo per combattere, ed essendo anche degli uomini uniti da una relazione di consanguineità (patrilinearità) ciò rafforzava la motivazione a difendere il gruppo, rendendoli più efficaci.

Ma perché esistevano forme di matrilocalità (spesso anche matrilineari)?
Un fattore chiave nella matrilocalità era che avveniva spesso in casi di isolamento geografico. L’isolamento geografico manteneva lontani i gruppi ostili, e con l’assenza di nemici da fronteggiare non serviva che i maschi fossero radunati assieme.
Il sistema matrilocale è idealmente un sistema aperto che disperde, piuttosto che concentrare assieme, le proprie potenziali fonti di difesa: i propri uomini. Sorgeva spesso quando le risorse eguagliavano o superavano quelle necessarie a soddisfare le esigenze delle popolazioni esistenti e dove la competizione tra comunità dello stesso tipo era rara o assente.

Quindi, ricapitolando, l’isolamento geografico, la ricchezza di risorse e quindi la mancanza di conflitti e l’assenza di nemici da fronteggiare erano le situazioni principali che spingevano una civilità ad organizzarsi in maniera matrilocale.

Questo vuol dire che nelle società matrilocali/matrilineari non si applicassero i principi che abbiamo visto prima? Assolutamente no.
La matrilocalità non esce fuori dallo schema:
uomini = iper-agency/agente/sacrificabile
donne = ipo-agency/agito/infantilizzata.

Anche la matrilocalità/matrilinearità si fonda comunque su questa divisione, visto che tale divisione è dettata da questioni biologiche, come la capacità di partorire unicamente femminile.
I ruoli di genere, dunque, rimangono gli stessi sia per patrilocalità che per matrilocalità perché la matrilocalità si basa comunque sull’idea che gli uomini siano “carne da cannone” per la società e per le donne, che gli uomini debbano difendere donne, famiglia e gruppo, che gli uomini siano sacrificabili per la loro tutela.
Semplicemente non si sprecano risorse, così come non si tirano palle da cannone in caso di mancato bisogno e di assenza di nemico, allo stesso modo non si spreca CARNE da cannone, uomini, nel caso in cui il pericolo non c’è. Ma anche se non buttate a vuoto, le palle da cannone umane restano comunque gli uomini. Resta comunque la sacrificabilità maschile, e quindi tutto il resto del sistema che porta a tale sacrificabilità (ovvero iper/ipo-agency, agente/agito, sacrificabile/infantilizzata).

Il compito dell’uomo era comunque quello di proteggere la moglie, i bambini, i genitori anziani e in generale la famiglia, e questo era indipendente da dove si trovava, era indipendente da matri- o patrilocalità.

7) Il fatto che non vi fossero pericoli nelle società matrilocali indica che le società in cui le donne sono più accentrate sono più pacifiche e che quindi, magari, un governo di donne renderebbe anche la società più pacifica?
Assolutamente no. Si confonde la causa (la mancanza di nemici) con l’effetto (matrilocalità), invertendoli.
Inoltre anche se spesso si pensa che gli stati guidati da donne siano meno inclini al conflitto di quelli guidati dagli uomini, ciò non è supportato da prove. Alcuni ricercatori, per approfondire la questione, hanno esaminato le politiche di guerra in Europa tra il XV e il XX secolo. In questo periodo le donne avevano più possibilità di acquisire il ruolo di monarca se il precedente non aveva un figlio maschio o se aveva una sorella che poteva seguirgli come succeditrice. E’ stato notato che, in questo intervallo di tempo, in politica le regine avevano più possibilità di entrare in guerra rispetto ai re. Infatti, analizzando 28 regni europei guidati da regine dal 1480 al 1913, i ricercatori hanno trovato una percentuale del 27% in più di possibilità di entrare in guerra quando una regina era a capo rispetto a quando regnava un re.
[Fonte: Dube, Oeindrila and S.P., Harish, Queens (April 2017). NBER Working Paper No. w23337.]

Tornando a noi, le società, dunque, non sono più pacifiche IN QUANTO matrilocali, al contrario, le società sono matrilocali soprattutto in caso di mancanza di pericoli e conflitti (e/o in caso di isolamento geografico, di ricchezza di risorse, ecc.); quella che viene vista come causa è l’effetto e viceversa: le società, semplicemente, in caso di una condizione di pace duratura, hanno più possibilità di essere matrilocali perché accentrare gli uomini per difendere il gruppo non serve. Non lo sono – pacifiche – intrinsecamente o perché “sono più buone”. E’ davvero ingenuo pensare in questo modo.

Adesso che abbiamo approfondito questi temi, andiamo avanti con le risposte a Bossy:

“Nel V secolo a.C., Platone aveva teorizzato uno stato governato da uomini E donne parimenti istruiti, perché era convinto che la superiorità del maschio non fosse naturale, ma dovuta alla maggiore educazione che gli spettava. Questo era un pensiero innovativo e spaventoso, perciò fu ignorato; e già Aristotele, discepolo di Platone, descrivendo l’uomo come animale dotato di lògos (ragione), si sentì in obbligo di specificare che donne e bambini ne erano invece privi, assomigliando più alle bestie che agli esseri umani.”

In primis, dobbiamo far notare che superiorità intellettiva non coincide con superiorità di valore.
Il sistema tradizionalista bisessista infatti dava la priorità al futuro, ovvero alla prole, e a chi poteva procurare quel futuro, ossia le donne, nel salvataggio in situazioni di emergenza. Ancora oggi sopravvive il detto “prima donne e bambini” che viene pronunciato negli avvenimenti tragici in attesa di soccorso, e addirittura il numero di donne e bambini viene evidenziato nella conta delle morti.
Questo, assieme a tutte le altre evidenze di come la donna fosse tutelata maggiormente rispetto all’uomo, e di come quest’ultimo fosse il sesso sacrificabile, mostrano che le donne erano viste dalla società come più preziose, di maggior valore intrinseco.

Premesso quindi che la società assegnava una superiorità di valore alla donna, perché invece definiva gli uomini come superiori intellettualmente? Perché teneva di più a loro che alle donne?
Assolutamente no.
Le spiegazioni a tale fenomeno le abbiamo già fornite, ma le ripetiamo. Ad esempio, citando il discorso di Karen Straughan di prima, leggiamo:

“Allo stesso modo, se sua figlia prende uno dei pochi posti disponibili a scuola, al figlio di qualcun altro verrà negata un’istruzione e il futuro lavoro che sarà obbligato a fare, per mantenere se stesso e le persone che hanno il diritto ad essere mantenute da lui, sarà meno remunerativo, rendendo così più bassa la qualità di vita di molta gente. […] Quando l’istruzione è limitata, non la dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere di altri, che sarebbero a loro volta facilitati dall’istruzione nel compiere questo dovere. Dai queste cose alle persone che hanno il dovere di dividere i loro benefici con altri, non a coloro ai quali la legge permette di tenere i benefici tutti per loro.

Inoltre la patrilocalità rafforza questa situazione di minor istruzione femminile perché le figlie, anche se istruite dalla famiglia di origine, andranno a vivere con la famiglia del marito, perciò, come dice un proverbio indiano in proposito: “crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. Infatti, investendo nell’istruzione di una bambina si spende denaro perché poi sia un’altra famiglia a beneficiarne. Una famiglia ricca può permetterselo, e anche promuoverlo al fine di ottenere miglior legame matrimoniale con cui raggiungere una certa influenza o stabilire un’alleanza con la famiglia del marito. Tuttavia, per le famiglie con minori risorse, è molto più efficiente investire nella formazione del maschio, siccome sarà lui che si prenderà cura della famiglia in età avanzata.
Questo dunque è un ulteriore motivo per cui le bambine non sono istruite con la stessa frequenza dei bambini, qualcosa che poteva erroneamente portare alla visione generale che le donne fossero meno intelligenti, o anche meno inclini ad imparare
. Così entriamo nel circolo vizioso che le donne non ricevevano molta istruzione, e, pertanto, non si sviluppavano intellettualmente come gli uomini, ma anche il fatto che credendole meno capaci le si escludeva dall’istruzione, principalmente da quella superiore (che, non dimentichiamolo, non era alla portata neanche della maggior parte degli uomini).

Sia i motivi addotti da Karen che quelli legati alla patrilocalità ci fanno capire che gli uomini venivano maggiormente istruiti e reputati maggiormente intelligenti per il motivo opposto rispetto all’essere valorizzati: l’essere usati. Usati come fonte di mantenimento delle donne e usati come fonte di mantenimento della famiglia.
Quindi la considerazione dell’uomo come superiore, molto semplicemente, non esisteva, sia perché la superiorità della persona era dettata dal valore intrinseco (e come abbiamo visto le donne erano considerate più preziose) e non da quello intellettivo, sia perché la maggiore istruzione (e quindi la superiorità intellettiva) era solo una scusa per usare gli uomini come fonte di mantenimento, per sfruttarli.

Detto ciò, andiamo avanti con un altro pezzo dell’articolo di Bossy:

“Tra IV e V secolo d.C., Agostino d’Ippona analizzò il mito biblico della Creazione. L’uomo era stato creato due volte: prima dalla terra (il corpo), poi dal soffio di Dio (l’anima). Essendo la donna stata creata da una costola dell’uomo, era per Agostino una creatura ambigua, perché simile all’uomo, ma in realtà pura corporeità, priva di quel soffio divino che è l’anima.”

1) Si tratta di una citazione estrapolata dal contesto e modificata a dovere, così da poter attribuire ad Agostino una concezione della donna che non aveva. In realtà, andando a leggere il testo originale, si scopre subito come l’autore avesse tutt’altre idee, e tranquillamente dicesse che la donna, in quanto essere umano, è immagine del dio cristiano esattamente come il maschio. Leggiamo infatti dal De Trinitate XII 7:
“Secondo la Genesi è la natura umana in quanto tale che è stata fatta ad immagine di Dio, natura che si compone dei due sessi e quindi non esclude la donna, quando si tratta di intendere l’immagine di Dio. Infatti, dopo aver detto che Dio ha fatto l’uomo ad immagine di Dio, aggiunge: “Lo fece maschio e femmina”, o distinguendo diversamente: “li fece maschio e femmina”.”
E ancora:
“L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle ed ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne.”

2) Ma ammesso e non concesso che avesse avuto una simile concezione, essa è semplicemente un’interpretazione dei fatti. I ruoli che i misogini sostengono, anche se differiscono nell’interpretazione di quei ruoli, sono sempre gli stessi. E quei ruoli, abbiamo visto, danneggiano uomini e donne allo stesso modo (Bisessismo).
Un misogino non ti dirà mai che vuole togliere la leva obbligatoria – per fare un esempio – e non ti parlerà di sacrificabilità maschile come un affronto ai maschi. Al contrario, valorizzerà quegli stessi ruoli che sono dannosi verso gli uomini, semplicemente li reinterpreterà come cose positive. Questo significa dunque che quei ruoli sono davvero positivi verso gli uomini e sono stati creati a loro vantaggio? Assolutamente no, semplicemente i misogini tradizionalisti se li fanno andar bene con una loro interpretazione della realtà.

Per capire meglio quello che voglio dire, fornirò ora un’interpretazione “alternativa” e misandrica degli stessi ruoli di genere:

Moderata Fonte, pseudonimo di Modesta Pozzo de’ Zorzi (Venezia, 1555 – 1592), scrisse, nel suo libro “Il merito delle donne ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli uomini”:
“si vede chiaramente che ’l loro proprio [dovere, degli uomini, N.d.T.] è di andarsi a faticar fuor di casa e travagliarsi per acquistarci le facoltà, come fanno a punto i fattori o castaldi, acciò noi [le donne, N.d.T.] stiamo in casa a godere e commandare come patrone; e perciò sono nati più robusti e più forti di noi, acciò possino sopportar le fatiche in nostro servizio“.

Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne hanno imposto loro i ruoli di genere agli uomini? Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne erano le uniche a beneficiare dei ruoli e gli uomini erano gli unici oppressi? Nessuno spero.
Perché questa, lo riconosciamo tutti, è un’interpretazione arbitraria della persona che l’ha espressa. Questa non ci rivela nulla sul motivo per cui esistono i ruoli, ci rivela solo i ragionamenti complessi che le persone facevano per accettarli, visto che non avevano la forza per rigettarli né l’ambiente in cui vivevano aveva mai permesso loro di riflettere sul fatto che potevano, effettivamente, rigettarli.

Quindi, perché la cosa non dovrebbe valere anche al contrario?

Perché mai una donna che interpretava i ruoli in maniera positiva verso le donne manifestava un meccanismo di difesa per andare avanti, per fingere che la situazione non fosse così grave, per dare una giustificazione razionale a una situazione che non poteva cambiare anche se la metteva in svantaggio, mentre un uomo che interpretava i ruoli in maniera positiva verso gli uomini è la prova che i ruoli li hanno imposti gli uomini e che erano privilegiati?

Quando i misogini giustificavano lo status quo, i ruoli di genere, dicendo che gli uomini sono superiori, quando la società definiva gli uomini “capofamiglia”, “autorità”, ecc. li prendeva semplicemente in giro.
Con la scusa dell’autorità vengono addossate discriminazioni.
Esattamente come il mito dell’“angelo del focolare” motivava le donne ad aderire al proprio ruolo di genere prestabilito, lo stesso avveniva nei confronti degli uomini denominandoli “capofamiglia”
: in entrambi i casi si trattava solo di una strategia per incastrare le persone all’interno delle gabbie convenzionalmente stabilite dalla società.
Esattamente come una donna che dica che le donne sono superiori rispetto agli uomini in quanto patrone della casa, come afferma Moderata Fonte, si sta solo prendendo in giro da sola nel considerare le proprie gabbie come qualcosa di valore, allo stesso modo anche gli uomini che affermano di essere superiori alle donne avallando i propri ruoli si stanno prendendo in giro da soli. Le loro affermazioni, dunque, non dovrebbero essere considerate più di un semplice meccanismo di difesa attivato per accettare dei ruoli da cui non possono sfuggire.

Come dice Warren Farrell: “La più grande barriera che impedisce agli uomini di guardare dentro di sé è costituita da quell’aver insegnato loro a definire potere ciò che qualsiasi altro gruppo definirebbe impotenza. Non parliamo di sessismo per «l’uccisione di uomini»; parliamo piuttosto di «gloria». Non parliamo di olocausto nel caso di un milione di uomini ammazzati o mutilati nel corso di una sola battaglia durante la prima guerra mondiale (la battaglia della Somme[2]); parliamo di «servire la patria». Non definiamo «assassini» coloro che scelgono soltanto gli uomini perché vadano a morire. Sono «elettori».”

Ripeto ancora: sono prese in giro, sono raggiri, sono inganni, sono illusioni della società e autoillusioni per spingere gli uomini ad eseguire i propri doveri. Sono tutto questo, non sono prove di una sottomissione della donna né tantomeno di una dominazione maschile.

Torniamo adesso a Bossy:

“Posto che ad Aristotele e Agostino io perdono anche il sessismo – sono pur sempre Aristotele e Agostino –, non è evidente che, se le donne avessero potuto partecipare al dibattito sulla ripartizione dei compiti tra i sessi, determinate teorie non sarebbero state formulate?”

Questa obiezione confonde cultura accademica e cultura generale. Per cultura accademica si intende la conoscenza di materie accademiche come scienze, arti, matematica, eccetera. In questo caso, è vero, le donne storicamente sono state minoritarie e la loro influenza in esse è minima.
La cultura generale, e principalmente le norme di genere, sono invece apprese in famiglia.
Se la trasmissione intergenerazionale avviene per via familiare, allora anche un intervento dall’alto su tale substrato sarà figlio di una precedente influenza dal basso. Pertanto, anche in questo caso il “patriarcato” non è la causa principale dei ruoli di genere. Anche perché ogni “patriarca” è nato in una famiglia.
Le norme di genere, poi, venendo trasmesse nella prima infanzia, sono molto forti e radicate, dunque sono anche più refrattarie a cambiamenti rispetto ad altri aspetti della cultura che la persona interiorizza.
Essendo dunque la trasmissione delle norme di genere una delle prime cose che si apprendono, le donne sono equamente (se non più) rappresentate nell’influenzare il nuovo nato, in quanto equamente (se non più) rappresentate nella composizione familiare e nella possibilità di interagire con il bambino.

Oltre a ciò, vi è da dire che la cultura generale è formata anche dalla mera interazione tra esseri umani (sebbene, nel caso delle norme di genere, ciò avvenga in modo nettamente minore rispetto alla trasmissione inter-generazionale in famiglia). Le donne sono esseri umani, e come tutti gli esseri umani interagiscono con altri simili, e ciò crea cultura. Ciò vale per la cultura generale e non per quella accademica, sicuramente, ma quella generale è ciò a cui facciamo riferimento noi.

Anche nei paesi più arretrati, infatti, le donne parlano e spesso fanno da amplificatrici delle notizie tra il resto del paese e la famiglia. Negarlo e negare che ciò abbia un’influenza sulla cultura e sugli altri è negare l’evidenza.
Non a caso, l’influenza che ciò ha è così forte che il pettegolezzo, nei piccoli paesini, talvolta rovina l’esistenza ad individui che sfidano i tabù sociali condivisi. Tabù perpetrati e sostenuti da donne così come da uomini.

Pensiamo alla caccia alla streghe: il pettegolezzo di alcune donne portava a un sospetto generale verso una persona che poi per tale sospetto finiva davanti a un tribunale a rispondere di “stregoneria”. Come sappiamo che tale pettegolezzo fosse principalmente femminile? Perché ce lo dicono i dati. Infatti Dorothy A. Mays, professoressa al Rollins Collage, in “Women in Early America” afferma, sulle accuse di stregoneria nel Nord America, che “[g]li accusatori posseduti erano quelli che affermavano di soffrire dei tormenti afflitti dalla strega. L’ottantasei per cento degli accusatori posseduti era femmina”. Non a caso, nel famoso processo alle streghe di Salem, tutte le denuncianti “stregate” erano donne. Deborah Willis, nel suo libro pubblicato dalla Cornell University Press, “Malevolent Nurture. Witch-hunting and Maternal Power in Early Modern England”, spiega che fosse “chiaro […] che le donne erano attivamente partecipi nel costruire accuse di stregoneria contro le loro vicini femmine:
“[Alan] Macfarlane ha trovato che tante donne quanti uomini informavano contro le streghe nei 291 casi dell’Essex che aveva studiato; circa il 55 per cento di coloro che credevano essere stati stregati era di sesso femminile. Il numero di liti di stregoneria che hanno avuto inizio tra le donne potrebbe in realtà essere stato superiore; in alcuni casi, sembra che il marito come “capo famiglia” si faceva avanti per fare dichiarazioni a nome di sua moglie, anche se la lite centrale aveva avuto luogo tra lei e un’altra donna. […] Può, quindi, essere fuorviante mettere sullo stesso piano “informatori” con “accusatori”: la persona che ha rilasciato una dichiarazione alle autorità non era necessariamente la persona che aveva litigato direttamente con la strega. Altri studi supportano una figura nella gamma del 60 per cento. Nell’esame di Peter Rushton dei casi di calunnia nei tribunali ecclesiastici di Durham, le donne hanno preso provvedimenti contro altre donne che le avevano etichettate come streghe nel 61 per cento dei casi. […] J.A. Sharpe rileva inoltre la prevalenza delle donne come accusatori nei casi Yorkshire seicenteschi, concludendo che “su un livello di villaggio la stregoneria sembra essere stata qualcosa di peculiarmente invischiata nei litigi tra donne”. In misura considerevole, quindi, a livello di villaggio la caccia alle streghe è stata un lavoro delle donne.” (pp. 35-36.)

Pensare
dunque che le donne potevano contribuire pochissimo a influenzare la cultura e la vita degli altri quando un pettegolezzo da parte loro, come abbiamo notato, poteva mandare una ragazza davanti al tribunale inquisitorio, appare, alla luce delle prove, abbastanza naïf.

La potenza del pettegolezzo si riscontra anche in culture antiche e/o lontane da noi. Pensiamo ad esempio al Giappone o alla civiltà greca. Proprio per tali culture gli antropologi parlano di “civiltà della vergogna”.

Con “civiltà della vergogna” si indica una società regolata da determinati modelli positivi di comportamento la cui trasgressione e mancata adesione aveva come conseguenza il biasimo concreto e reale dell’intera comunità fino, nei casi più gravi, all’emarginazione, a cui si associava un sentimento di vergogna, perdita di autostima e sofferenza. Il tessuto sociale tendeva a essere più coeso e maggiormente orientato verso un sistema condiviso di valori, e le regole di comportamento, nella società greca, erano acquisite e osservate attraverso l’interiorizzazione di quella “voce del popolo”, che, a seconda dei casi, riconosce le virtù o sanziona i comportamenti che ne derogano.

Essendo questa la nostra origine, una civiltà della vergogna, ed essendo in essa, in questo tipo di cultura – che forma i valori della società in cui si vive – , oltre che nella cultura familiare, le donne equamente rappresentate, si può dire che l’origine dei ruoli di genere non sia da attribuire al “patriarcato”, ma a tutti noi: uomini e donne, al 50 e 50.

Le donne non subiscono la cultura. Gli uomini non subiscono la cultura. Entrambi la co-creano.

Warren Farrell, confermando quest’analisi, parla di un Matriarcato interno al Patriarcato. Cito:
Patriarcato contro matriarcato: struttura governativa contro struttura famigliare

“Io governo gli ateniesi, e mia moglie governa me.
– Temistocle, 528-462 a.C. [67]

“Di grazia, lei può tagliare la testa a un uomo se quest’uomo è uno scapolo, ma non può farlo se è un uomo sposato, perché un uomo sposato è di una donna, perciò tagliare la testa di un uomo sposato è tagliare la testa di una donna, ed io non posso tagliare la testa di una donna.”
– William Shakespeare, Misura per misura

Quando affermiamo di aver vissuto nel patriarcato, pensiamo a un governo o a una struttura di potere dominati dal maschio. Dimentichiamo che la famiglia ebbe almeno altrettanto potere nella vita quotidiana della gente, e che la famiglia era dominata dalla donna. Dimentichiamo che anch’essa era una struttura di potere. Come abbiamo visto, peraltro, quasi tutte le donne avevano un ruolo primario nella struttura famigliare dominata dalla donna; soltanto in una piccola percentuale gli uomini avevano un ruolo primario nelle strutture governative e religiose dominate dal maschio.
Sebbene spesso la casa fosse per un uomo più un mutuo da pagare che un castello da abitare, è sempre stata una caratteristica degli uomini quella di rispettare il predominio, anche se un’altra parte di loro era consapevole della subordinazione…

Se prendersi una moglie per la vita in un’istituzione chiamata matrimonio fosse un segno di privilegio maschile, allora perché la parola husband (marito) deriva dal termine germanico che significa casa e da un’antica parola norvegese che significa «legame» o «vincolo»?[68] Perché deriva anche da parole che significano «un maschio per l’accoppiamento», «uno che lavora la terra» e «il maschio nella coppia di animali inferiori»?[69] E se il matrimonio fosse per le donne un peso così tremendo come molte femministe sostengono, come mai è al centro delle fantasie femminili nei miti e nelle leggende del passato, o nei romanzi rosa e nelle soap opera dei giorni nostri?
I ragazzi di Sparta che venivano privati della famiglia erano deprivati, non privilegiati. I ragazzi privati dell’amore delle donne finché non rischiavano la vita sul lavoro o in guerra, erano anch’essi deprivati – o morti. Addestrare i ragazzi a uccidere altri ragazzi era considerato morale se serviva alla sopravvivenza, e immorale solamente quando era una minaccia per la sopravvivenza. Sotto questi aspetti, il «patriarcato» creò la deprivazione maschile e la morte dei maschi, non un privilegio per i maschi.
Comunque, resta il fatto che non abbiamo mai vissuto nel patriarcato o nel matriarcato bensì in una combinazione dei due all’interno di ogni società. Non esisteva un predominio maschile, ma un predominio maschile e femminile – una divisione del predominio che rifletteva la divisione dei ruoli -, ogni sesso era «predominante» nell’ambito in cui aveva responsabilità e rischiava la vita – predominante là dove era anche subordinato.
Come i privilegi maschili, anche i privilegi femminili (essere protette senza uccidere o essere uccise) erano i premi riservati a un ruolo ben interpretato. Entrambi i sessi erano ricompensati con l’«identità» se si comportavano bene; puniti con l’invisibilità se fallivano e con la morte se protestavano. Il paradosso della mascolinità era che gli uomini che riuscivano meglio nel ruolo erano detti capi. In realtà, non erano tanto capi quanto seguaci di un programma definito leadership.

Insomma, non si può più parlare di patriarcato soltanto, o di predominio maschile, così come non si può parlare di matriarcato o di predominio femminile. In realtà, non si trattava né dell’uno né dell’altro. Ma di tutti e due.”

Finiamo l’articolo rispondendo a quest’ultima frase di Bossy:

“Il Patriarcato è soffocante tanto per le donne, quanto per gli uomini: se le donne sono sempre dovute essere quelle sullo sfondo, quelle caste e pure che si occupano della casa e dei figli, gli uomini sono sempre dovuti essere forti, insensibili e sessualmente insaziabili.”

Dire che un sistema sostenuto sia da uomini che da donne, che opprime sia uomini che donne, e che quindi non promuove la sottomissione di un solo sesso (ossia una dominazione unidirezionale) ma una bi-oppressione (ossia un’oppressione bi-direzionale, un Bisessismo), sia definibile con il nome di un solo sesso è assurdo. Equivale al chiamare l’oppressione contro i neri “Neriarcato” o l’oppressione contro le persone LGBT “Lobby Gay”.

Come dice Karen Straughan nel documentario “The Red Pill”:
L’onnipotente, onnipresente Patriarcato, la forza invisibile che dirige tutte le nostre vite, giusto?
E causa tutte le oppressioni e tutte le sofferenze, giusto? Il nostro diavolo.
E la bella, meravigliosa forza per la giustizia… il Femminismo, la Via. E’ la Via!
Sembra una religione. Sembra proprio una religione.
E, oh mio Dio, per essere un movimento che è solo per l’uguaglianza e che non vuole colpevolizzare gli uomini, hanno chiamato la forza del male come gli uomini e la forza della giustizia come le donne, e per essere un movimento che è molto molto molto attento alle implicazioni del linguaggio, così attento che se chiami un pompiere (firefighter) “fireman” scoraggerai le ragazzine ad aspirare a diventare pompiere, e a volte scoraggerai le donne cresciute ad aspirare a essere pompiere chiamandole “firemen”… ma possiamo chiamare la forza di tutte le oppressioni, la chiamiamo essenzialmente “uomini”, “patriarcato”, e possiamo chiamare la forza del bene e della giustizia “donne” (“femminismo”), e questo tipo di linguaggio, questo non ha implicazioni. Non stiamo colpevolizzando gli uomini, no, abbiamo solo chiamato tutto ciò che è male come loro…

Noi al contrario, preferiamo chiamare il sistema dei ruoli di genere non “Patriarcato”, bensì “Bisessismo”, riprendendo da queste affermazioni di Warren Farrell:

“Sessismo? Oppure bisessismo? Sto forse suggerendo che il sessismo era una strada a doppio senso? Ebbene, sì. Noi pensiamo al sessismo come a qualcosa che per secoli ha reso le donne meno potenti degli uomini. In realtà, per secoli nessun sesso ha avuto il potere. Ognuno aveva piuttosto il proprio ruolo: lei aveva il compito di creare una famiglia, lui di proteggerla. Lei doveva preparare il cibo, lui doveva procurarselo. Se tutti e due i sessi avevano ruoli delimitati, non è esatto parlare di sessismo […]. Abbiamo dunque vissuto non in un mondo sessista, ma in un mondo bisessista.”


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