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20 mar 2019  |  0 Commenti

“Pianeta padre”

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Fonte foto: PadovaOggi (da Google)

In qualche anno d’attività svolta in una scuola media superiore statale ho notato un’assenza importante, tra i genitori, spesso il padre non c’era fisicamente e non c’era neanche nel vissuto dei racconti degli adolescenti. In più, purtroppo, nelle rare volte che c’era emergevano situazioni relazionali piuttosto difficili. Ma questo è solo la punta di un iceberg che emerge alla visione, tanto altro è al di sotto del punto di galleggiamento.

Vediamo se è possibile trovare un nesso causale o uno spunto di riflessione, osservando cosa gravita attorno al sistema relazionale paterno.

“La cicatrice della evaporazione dei padri”, un modo, più volte e da molti utilizzato, per rappresentare la condizione del ruolo paterno. Una definizione nata negli anni 60 dal filosofo e psicoanalista Jacques Lacan, che per primo aveva notato un principio di sfilacciamento dei ruoli e dei riferimenti sociali, passante proprio attraverso l’arretramento del simbolo del padre.

La nascita di un essere umano è una delle grandi meraviglie della nostra esistenza, ancora oggi è tra le esperienze umane dai significati profondi che rimandano alle nostre radici, e porta con sé mirabolanti trasformazioni. Ogni volta che nasce un bambino, nello stesso momento nascono o rinascono due nuovi genitori. A volte può capitare inconsapevolmente senza una presa di coscienza e responsabilità da parte degli individui della coppia, ma un anello relazionale prende vita e lega le loro future vicende. Appena superato il vortice emozionale che questa esperienza così vitale riserva, si inizia a fare i conti con la complessità di essere genitori. Un ruolo, oggi più che mai, in aperta dissonanza con le pressanti richieste di uniformità a modelli sociali competitivi di produttività economica. Il genitore madre per un fatto naturale è inevitabilmente presente all’atto della nascita e da quel momento ne prende atto ad un livello profondo della propria esistenza. Per la società il ruolo di madre è un ruolo d’eccellenza, colei che assolve ai bisogni indispensabili ed immediati, nutrimento fisico affettivo ed emotivo vissuto nell’esperienza relazionale unica e iniziatica madre-bambino, fondamentale alla vita nel qui ed ora e d’impostazione del futuro dell’essere umano.

Il genitore padre non ha alcun vincolo di presenza o partecipazione all’atto della nascita del proprio figlio. A volte non ne ha neanche contezza dell’evento. Quindi il maschio della coppia per appropriarsi del ruolo di padre, deve affrontare l’evento, e personalmente elaborare un significato. Nell’uomo diventare genitore necessita di una presa di coscienza non sempre scontata, prendere atto della nuova relazione, assolutamente fuori da qualsiasi schema conosciuto. Questo bambino è un individuo difficile da interpretare, si esprime con un linguaggio sconosciuto, senza la parola, senza logica, senza una correlazione ordinata di eventi riconoscibili, mettendo in discussione tutti gli equilibri conquistati personalmente dal maschio. In più la relazione quasi simbiotica tra madre e figlio non ha deroghe e non permette ingressi, se non come supporto e sostegno esterno.

Diventare genitore, quindi, per il maschio della coppia prevede un’azione verso sé stessi in profondità, senza alcuna mediazione, senza discussione, senza l’ausilio della drammatizzazione fisica subita dalla femmina. Essere padre è quindi un processo di continuo affinamento del proprio ruolo e di crescita esperienziale sotto l’incessante stimolo del figlio. Un atto ad alto contenuto emozionale di costruzione simbolica, estendere sé stessi oltre il proprio tempo. È un’esperienza di consapevolezza che ha bisogno di tempo di elaborazione, di attenzione spesa verso sé stessi, di costruzione paziente di capacità relazionale. Ma tutto questo ha un lessico, oggi, anticonformista poiché non trova riscontro con il lessico della struttura sociale industriale-consumistica del tempo presente, dove le parole che dettano i comportamenti individuali sono: Immagine, efficienza, individualismo, produttività, successo, soldi, godimento.

Un altro punto di riflessione è rivolto alla pseudo “Società Moderna” pervasa da una caratteristica indiscutibilmente invasiva quanto scomoda da affrontare, il “Narcisismo-Opulento”. “Moderna” come aggettivo di società può confondere, può nascondere una realtà arretrata, falsamente contemporanea dal punto di vista umano e sociale. Modernità significa essere in linea con l’odierno ciò che è il contemporaneo, quindi in linea con le conoscenze acquisite fin qui dalla storia, dalla scienza e dalle esperienze vissute. Invece siamo immersi in un condizionamento estremamente sofisticato e a tanti livelli, apparentemente in un’epoca senza storia, dove la conoscenza, la cultura e l’uomo stesso sono a servizio di una scellerata produzione di economia edonistica ed opulenta del tutto priva di un pensiero futuro collettivo, come mai è avvenuto nel passato. L’illusorio e immediato godimento individuale sovrasta ogni altra etica sociale e tra le figure socialmente messe più in dubbio c’è proprio quella del padre. Il moderno narcisismo o ferita narcisistica alimenta un atteggiamento diffuso nella società, di individualismo sfrenato, ben descritto dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman (1970-2000) nella sua teorizzazione di “Società Liquida”. Il modo di relazionarsi nel vivere comune sta perdendo la caratteristica di collaborazione per uno scopo condiviso, mutando in antagonismo patologico, competere come concorrenti in gara perpetua per accaparrarsi consenso, successo, soldi, riconoscimento. Non a caso il concetto stesso di stato è in crisi in tutto il mondo civile e con esso tutti gli apparati posti a garanzia delle regole di convivenza sociale, puntualmente screditati e in crisi. In questo stato di cose dove nulla è un punto di riferimento solido e la costruzione di un futuro sociale sostenibile umanamente non è tra le priorità, gli individui sono sempre più isolati, sopraffatti da una generale percezione di insoddisfazione ed impotenza. In questo scenario il simbolo del padre, simbolo della legge e della costruzione, viene meno non ha forza tra questi concetti e perde la sua spinta sociale generando altra debolezza e confusione. Uno dei compiti essenziali del ruolo simbolico paterno dovrebbe essere emancipare la nuova generazione dalla dipendenza e dal condizionamento orientandola alla esplorazione del non conosciuto. Ma in questa società dove i riferimenti sono indefiniti diventa un compito davvero difficile relazionarsi tra generazioni. Gli adolescenti, delle ultime generazioni mostrano negli atteggiamenti una sorta di intolleranza al limite. Questi ragazzi pare non abbiano acquisito ciò che la figura simbolica paterna, più di altre, può dare, un profondo senso del limite, di ciò che è ammesso oppure no. La conoscenza del confine tra sé stessi e gli altri, la base del concetto di collaborazione, significato di comunione e costruzione sociale.

L’ambiente in cui si vive ha un impatto molto forte per ogni individuo e condiziona la crescita e l’esistenza. Oggi le menti dei giovani e non solo, si addestrano alla relazione attraverso la rete e i contenuti social, esposti sempre di più ad un ambiente virtuale che opera una vera e propria espropriazione della esplorazione esperienziale del mondo. Tutto viene reso disponibile senza attivare un processo emozionale reale, la virtualizzazione del mondo riduce la responsabilità dell’agire consapevolmente. Se così è il passaggio adolescenziale non ha più bisogno del padre, e l’esperienza di protezione e cura del materno non viene superata e trasformata, così la capacita di relazionarsi con l’altro si complica per il giovane. L’ego senza regole si espande e con esso tutte le energie distruttive a livello sociale. L’effetto di distorsione cognitiva ben evidenziato dallo studio di Dunning-Kruger (1999) rende chiaro come il comportamento di un individuo che ha acquisito una conoscenza superficiale senza aver maturato un’effettiva esperienza, e per qualche situazione gode di sicurezza e/o protezione. Questa tipologia d’individuo, molto diffusa, agisce come se fosse certo del suo sapere e pensa di dominare su tutto e tutti.

All’opposto accade che chi è davvero competente spesso viene denigrato perché da esperto pone dei dubbi alle soluzioni immediate ed accattivanti. Di solito è colui che ha consapevolezza della reale vastità della conoscenza e quindi del proprio concreto non sapere (Socrate: Il sapere di non sapere).

La crescita di un individuo, dalla nascita all’età adulta ha per molti versi lo stesso andamento. Dapprima completamente condizionato dall’esperienza naturale e necessaria del materno che esalta l’ego, nutre, protegge e da conoscenza della vita. Ma dopo aver goduto di una fase di cura e sicurezza bisogna cominciare a camminare da soli (fase adolescenziale) metterci del proprio, rischiare in prima persona per poter diventare autonomo e competente. Competenza, dal verbo latino Competere “cum e petere” dirigersi con …, l’azione dell’andare insieme. Ecco la fase paterna che accompagna all’esperienza sociale, di sperimentazione e di costruzione del desiderio di un futuro, dove si passa dall’abbraccio materno all’accompagnamento del padre. Se questa seconda fase non avviene o avviene in parte ecco che l’individuo perpetua solo ciò che ha imparato nell’esperienza della fase materna, dove tutto gli è offerto senza mediazione, sacrificio o responsabilità.

Complementarità (“Il bambino non è un elettrodomestico” ed. URRA, 2009, Giuliana Mieli, Filosofa e Psicologa) tra il maschile e il femminile è l’impostazione per la crescita di un individuo equilibrato e competente, cellula di un corpo più complesso chiamato società. La funzione materna deve avere un abbraccio che pian piano si allarga, la funzione paterna deve essere maggiormente pronta ad afferrare la mano del figlio per condurlo nelle esperienze. Tutto in concomitanza d’intenti.

Nell’idea corrente il maschio e la femmina hanno ruoli sempre più distinti e definiti. A questo è associata una forma di pensiero diffuso d’utilità pratica, dell’uno sull’altro che porta con se un fattore di competizione o addirittura di sopraffazione. Vengono fatti passare attraverso uso di luoghi comuni o comicità spicciola idee che evidenziano difetti o qualità di uno o dell’altro che tendono a rafforzare l’impianto di assoluta diversità e incompatibilità comportamentale. Questo diffuso atteggiamento porta con se la creazione di problemi ulteriori per la società, come se non ne avessimo già abbastanza, portando un effetto relazionale assai pericoloso. Difficile comprendere lo scenario da qui a qualche decennio, difficile sapere gli effetti che si produrranno nelle prossime generazioni e come gli individui agiranno. Comunque sarà, oggi abbiamo la responsabilità di comprendere cosa stiamo individualmente contribuendo a realizzare. Un enorme dinamica di disfacimento della natura umana, della collettività. L’idea di poter fare da soli, senza collaborare o condividere, essere come degli dei tra gli dei, isolati e autosufficienti, nessun lascito generazionale, nessuna eredità culturale da tramandare, tutto inizia e finisce con se stessi.

Eppure siamo arrivati fin qui attraverso il lascito di qualcuno prima di noi, che si è adoperato per realizzare l’ambiente culturale in cui viviamo. L’uomo e la donna hanno nel tempo collaborato ognuno con la propria dotazione e diversità. La complementarità è stata finora la strategia naturale vincente. Esseri dotati di stessa vitalità ma di visione e interpretazione della vita completare per comprendere ciò che l’altro non vedeva. Questa è davvero la modalità vincente per l’umanità. Singolarmente limitati al proprio tempo, al proprio spazio, insieme capaci di protendersi nel futuro verso una progressiva conoscenza dell’universo.

Questa breve riflessione sul ruolo simbolico del padre ha come unico intento stimolare una personale presa di coscienza e attivare un individuale agire verso sé stessi. Non esistono leggi che possano governare tali questioni, solo un’azione sostenuta dai singoli può modificare gli atteggiamenti di una società per un futuro sostenibile, ma per questo c’è bisogno di passare dal nozionismo alla vera conoscenza, dal dare tutto per scontato alla consapevolezza, dalla competizione alla condivisione d’intenti volitiva. Un processo che ha come unico obiettivo l’umanità e i suoi contenuti.

L’accelerazione con cui oggi si vive necessita di un modello di essere umano pienamente capace di saper valutare con consapevolezza le opportunità, sapendo che i veri pericoli provengono da come egli interpreta gli eventi e utilizza le risorse. Per poter maneggiare e/o trasformare il mondo smettendo di distruggere l’ambiente relazionale e materiale in cui vive, è impellente sollecitare un risveglio della coscienza riattivare un percorso di reale evoluzione umana, non solo tecnologica. Significa desiderare di appropriarsi di sé stessi, diventare realmente consapevoli di ciò che si ha come dotazione umana individuale.

Esistono molti validi percorsi o metodi (tra cui spicca la Psicosintesi del dott.re R. Assagioli), che possono condurre un individuo verso una concreta autodeterminazione, ma da soli non operano un cambiamento, il fatto che sarà davvero determinante è quanto il singolo individuo vorrà smuoversi, con coraggio, dalla confortevole inerzia intellettuale raggiunta.


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