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19 apr 2017  |  17 Commenti

Eterismo versus Demetrismo, Femminismo libertario versus Femminismo moralista

Fra cronaca, storia e mito, rileggendo Bachofen

In questi ultimi anni abbiamo assistito a più di una polemica  fra femminismi, ognuno dei quali ritiene di indicare la via maestra non solo per la piena libertà delle donne, ma al tempo stesso per giungere ad una società migliore  e più libera per tutti. La discussione ha assunto toni piuttosto aspri,  fino a far pensare a principi ispiratori opposti e inconciliabili fra i quali sarebbe interesse maschile fare una scelta di campo, come in effetti hanno fatto alcuni.  Io trovo, al contrario, non solo che  quella discussione  avvenga entro un perimetro già ben delimitato,  nell’ambito del quale il maschile risulterebbe comunque subalterno,  ma anche che  presenti forti analogie con alcuni accadimenti storico/mitici di un lontano passato di cui Bachofen offrì una sua lettura  che rimane  tutt’oggi un  importante riferimento culturale.

Nelle sue opere, principalmente in Das Mutterricht[1], Johann Bachofen, basandosi su un esame comparato dei documenti delle civiltà greca e romana, sulla interpretazione della loro simbologia e della produzione mitica e su un confronto con quanto restava delle antiche civiltà orientali sostenne,  (riassumo per comodità dall’ Enciclopedia  Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/johann-jakob-bachofen/),

 << l’esistenza di una primordiale fase eteristica, ovvero di libera promiscuità sessuale, deducendola dall’istituto dell’antica prostituzione sacra, interpretata come sopravvivenza di essa. All’eterismo sarebbe seguita la fase del matriarcato (cronologicamente anteriore al patriarcato), dovuta alla necessità di organizzare la società in assenza del padre. Alla teoria dell’antecedenza della matrilinearità sulla patrilinearità – già indipendentemente enunciata da J. Ferguson McLennan (Primitive marriage, 1866) – corrisponde la tesi del comunismo primitivo che, soprattutto attraverso la mediazione di L. H. Morgan (Ancient society, 1877), sarebbe stata sostenuta da K. Marx e F. Engels. Al matriarcato e alla matrilinearità sono visti infine da B. succedere il patriarcato e la patrilinearità, e tra di essi è da lui vista sussistere una dialettica coincidente con quella tra Oriente e Occidente, luna e sole, buio e luce, ecc. >>[2].

E’ significativo segnalare, in premessa, che i suoi studi furono apprezzati non solo da Marx ed Engels, che li utilizzò per il suo lavoro L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, ma anche da Furio Jesi e,  per motivi opposti, da Julius Evola.  Engels, e dietro di lui  la maggior parte del marxismo successivo ai maestri,  apprezzavano di Bachofen l’affermazione dell’esistenza storica di società  arcaiche in cui vigeva una sorta di comunismo primitivo nel quale la posizione femminile era molto elevata, anche più di quella maschile. Ne deducevano, come logico fosse,  la storicità di ogni forma sociale  ma soprattutto la necessità/possibilità  di tornare, in forma attualizzata, a  strutture sociali  che,  nelle origini più lontane,  non  contemplavano la famiglia monogamica, la proprietà privata come oggi la conosciamo, e l’organizzazione statuale.

Al loro opposto l’apprezzamento di Evola nasceva dalla concezione di Bachofen secondo cui il passaggio della civiltà dal matriarcato al patriarcato, dal diritto naturale a quello positivo,  rappresentava un innalzamento del livello spirituale dell’umanità che si sarebbe in tal modo staccata da un mero materialismo naturalista per accedere a forme spirituali superiori.

Per Bachofen, sia la fase eterica che quella propriamente detta matriarcale o demetrica [3] , sarebbero  state fondate sull’elemento fisico-naturalistico; puramente istintuale il primo, mitigato e sottoposto a regole sotto il segno della madre il secondo. In entrambe la donna aveva la preminenza e il principio paterno era necessariamente in subordine; nella fase eterica perché,  causa la promiscuità sessuale il padre era sconosciuto e la discendenza determinabile solo in linea femminile,  nella fase demetrica (monogamica) perché  l’accento è posto sul legame naturale  fra madre , genitore primario, e figlio.

<<La natura non ha concesso alla donna tutto il fascino che le è proprio a che essa sfiorisca fra le braccia di un solo uomo: la legge della materia avversa ogni limitazione, odia ogni vincolo e considera l’esclusivismo sessuale come una colpa contro la divinità femminile>>,

scrive con riferimento all’eterismo ed al culto di Afrodite.  Tuttavia esso, quantunque assecondasse l’istinto  più animalesco di entrambi i sessi   e assicurasse centralità culturale al femminile generatore, nello stesso tempo degradava la donna ad oggetto degli appetiti sessuali maschili e finiva col contrastare l’aspirazione femminile alla  stabilità familiare  per meglio accudire la prole.  Da qui il suo abbandono e l’avvento del principio demetrico-monogamco, che nell’istituzione della “prostituzione sacra” riservata alle etere,  oppure anche nella fase femminile eterica precedente il matrimonio,   conserva tracce trasfigurate dell’epoca precedente.  

<<Quell’allontanarsi dalla legge naturale della materia, che il matrimonio costituisce, va espiato con un periodo di eterismo destinato a propiziare di nuovo la benevolenza della divinità.>>

  Per Bachofen il  conflitto fra eterismo e demetrismo è letto simbolicamente come  

<<[…] antitesi esistente fra l’agricoltura, cioè l’ordinata coltivazione, e l’iniussa ultronea creatio, quale si offre al nostro sguardo nella vegetazione selvaggia della madre terra e, tipicamente, in quella palustre. Questa vegetazione è il simbolo dell’eterismo femminile, laddove l’agricoltura corrisponde analogicamente alla legge monogamica demetricamente severa della ginecocrazia di tipo superiore. Sono, queste, due forme di vita basantesi sullo stesso principio fondamentale, cioè sulla sovranità attribuita al corpo generatore: la differenza sta nei vari aspetti della natura assunti come base per l’interpretazione del principio materno>>.

In questo passaggio, 

<<la ginecocrazia appare come testimonianza del progresso della civiltà, fonte e garanzia dei suoi benefici, necessario periodo di educazione dell’umanità e quindi anche attuazione di una legge naturale valida per i popoli non meno che per ogni singolo individuo>>[4]

Posto che, salvo nella estremizzazione/degenerazione dell’amazzonismo, le attività guerresche  sono sempre riservate agli uomini,  così come in genere l’esercizio del potere pubblico, l’epoca demetrica è quella propriamente matriarcale e ginecocratica, perché in essa la donna/madre acquista  importanza crescente fino a conquistare funzioni pubbliche fondamentali, vuoi direttamente vuoi come fonte di legittimazione, e quindi anche  d’interdizione e revoca,  del potere politico esercitato dagli uomini su delega femminile.

Caratteri  della ginecocrazia furono, per Bachofen, l’universalismo, l’indifferenziazione, l’egualitarismo, in quanto derivazioni dirette  del rapporto della madre  coi figli, naturalmente egualitario.

Eterismo e ginecocrazia,  avrebbero dunque un identico fondamento nel principio materno-materiale, e quindi nella ininfluenza/svalutazione del principio paterno-spirituale, nonché, per logica conseguenza, quella di un maschile gerarchicamente (almeno in senso spirituale) inferiore  al femminile comunque lo si consideri:  nella sua forma eterica come divinità femminile simboleggiante la natura e la legge della materia, nella sua forma demetrico-ginecocratica come superamento di un <<mero naturalismo senza limiti>> in nome di una superiore dignità femminile.  Da qui il diritto materno, la successione matrilineare, l’eredità riservata alle figlie femmine,  il potere d’investitura  e di legittimazione politica che compete alle donne, quand’anche concretamente esercitato dagli uomini. Il maschile  rimane comunque elemento subordinato: materialmente in  quanto mero strumento di generazione, spiritualmente in quanto soltanto tramite la spiritualità sacro-naturalistica del femminile egli può accedere al concetto di immortalità, sempre intesa però come eternità della materia nel suo continuo divenire, morire e risorgere all’infinito. 

E’ una virilità, in quest’epoche, ancora essenzialmente fallica, quindi ancora inscritta nel dominio naturalistico della Grande Madre, concetto sul quale concorda largamente anche lo psicologo analista junghiano  Erich Neumann, per il quale

<<ogni qualvolta l’io maschile è sopraffatto dagli istinti sessuali, aggressivi o di potenza, o da qualsiasi altro tipo d’istinto, si può riconoscere la dominanza della Grande Madre […] Il padre terribile fallico è solo un suo satellite e non un principio maschile di pari rango>>[5].

Al contrario, la virilità superiore, ha sede nella testa in quanto luogo della coscienza, e nell’occhio, suo organo di controllo. Il maschile, per uscire dalla dipendenza dal femminile deve rinascere spiritualmente come figlio del cielo e non della terra, come negli ormai dimenticati riti d’iniziazione.  Il maschile, scrive Neumann,  <<viene equiparato con l’io, con la coscienza e con la volontà>>[6].  E’ quella che Bachofen chiama virilità spirituale apollinea o uranica che supera  la determinazione naturalistica femminil/materna che informa di sé anche la concezione femminile del Sacro e del religioso, mentre il Dio maschile, scrive Neumann, <<è una figura spirituale che non ha primariamente un rapporto con la natura>>. [7]

E’ per tale motivo che Bachofen considera il matriarcato demetrico come una fase intermedia verso una fase superiore e quindi destinato ad essere soppiantato dal patriarcato.

<<Allo stesso modo che all’era matriarcale doveva seguire quella del dominio del principio paterno, del pari come stadio antecedente alla ginecocrazia va considerato quello di uno sregolato eterismo. La ginecocrazia ordinata demetricamente ha quindi una posizione intermedia, tanto da rappresentare una fase di transizione dell’umanità dalle forme più basse del vivere a forme superiori. Con le prime, la ginecocrazia ha in comune il punto di vista materno-materiale, con le seconde il principio monogamico. L’elemento distintivo nell’un caso è la regolazione demetrica del principio materno, con la quale essa supera la legge dell’eterismo; nel secondo caso, è il primato attribuito al grembo generatore, per via del quale essa, di fronte ad un sistema paterno completo, si palesa come una forma più bassa di vita>>. 

In ambito concettuale affine, per Neumann il passaggio dal matriarcato al patriarcato ha come significato primario la perdita del controllo esclusivo sulla prole da parte della madre, che da quel momento potrà essere solo maschile nelle forme più estreme o condiviso in quelle più attenuate di esso.

Questo, per Bachofen,  è  uno schema universale applicabile ad ogni civiltà, anche se ogni stadio , sia matriarcale che patriarcale è sempre soggetto a regressioni, non si presenta mai allo stato puro e non è mai identico a se stesso, ma a sua volta contrassegnato da sviluppi e contraddizioni interne, nonché da differenti combinazioni dei principi maschili e femminili come risultante delle forze contrapposte e come residui trasfigurati di stadi di civiltà precedenti. Tipico, ma non possiamo discuterlo qui, il culto dionisiaco che pure fu caro a Nietsche, ma che per Bachofen è anch’esso largamente tributario di reminescenze ginecocratiche, talchè rappresenterebbe ancora,  in realtà , una virilità di tipo puramente fallico.

Fin qui il mito o la storia, distinzione peraltro non fondamentale perchè i racconti mitologici non sono mai pure invenzioni immaginarie ma sempre rimandano ad accadimenti antichi per quanto trasfigurati e trasmessici in forma simbolica.

Non è scopo di questo articolo discutere della validità generale dello schema di Bachofen ma come già detto all’inizio,  quello di indicare,  più modestamente,  una analogia con l’oggi che ritengo attuale e significativa. Per coglierla  occorre chiedersi quale sia il segno distintivo del nostro tempo, se il Patriarcato viga ancora oppure se, nell’eterna dialettica fra i sessi, abbia ceduto il passo a nuove  forme di matriarcato psicologico, eventualmente anche con ambizioni e tendenze di tipo amazzonico,  e in senso lato  di ginecocrazia.

Per rispondere occorre andare oltre le forme sociologiche del potere, che peraltro ci aiutano a individuare la direzione verso cui ci muoviamo, al fine di  penetrare più a fondo nei principi ispiratori della modernità, le sue concezioni antropologiche, il diritto, gli orientamenti giurisprudenziali, senso e funzioni che in concreto, ma ancor prima nell’immaginario collettivo, sono considerati appannaggio femminil/materno o maschile/paterno.

Visto il sito su cui appare questo scritto e gli svariati articoli ed editoriali in merito, la risposta è implicita, e non occorre ripetere argomentazioni già avanzate innumerevoli volte circa il potere sessuale attribuito alle donne (e largamente accettato dagli uomini).  Aggiungo solo due cose. Sul piano psichico, già negli anni sessanta il  citato Neumann parlava di femminilizzazione :

<< […] Il tracollo della coscienza e del suo orientamento verso il canone culturale travolge anche l’azione dell’istanza della coscienza morale, del Super-io, nonché la maschilità della coscienza. Compare allora una femminilizzazione sotto forma di un allagamento da parte del lato inconscio>> ossia di regressione del principio  coscienziale razionale , simbolicamente maschile, a vantaggio di quello inconscio e irrazionale, simbolicamente femminile.  E’ questa regressione che genera il così detto <<uomo di massa, parziale e inconscio […] irrazionale ed emotivo, anti-individuale e distruttivo>>[8].

 Sul piano sociologico, d’altra parte,  negli anni venti del secolo scorso, A. Baumler in <<Der Mythos von Orient und Okzident>> scriveva

<<Un solo sguardo dato nelle vie di Berlino, Parigi o  Londra al volto di un uomo o di una donna moderna basta per convincerci che oggi il culto di Afrodite è quello di fronte al quale Zeus ed Apollo debbono sgombrare il campo….Sta di fatto che il mondo contemporaneo presenta tutti i tratti di un’epoca ginecocratica. In mezzo a una civilizzazione tarda e decadente sorgono nuovi templi di Iside ed Astarte, di quelle divinità materne asiatiche, che si servivano nell’orgiasmo e nella sregolatezza, col sentimento disperato di perdersi nel godimento. Il tipo della femina fascinosa è l’idolo del tempo e con labbra dipinte essa va per le città europee, come già una volta andava per Babilonia. E come se essa volesse confermare la profonda intuizione di Bachofen, la moderna dominatrice dell’uomo dalle vesti succinte reca in braccio il cane, antico simbolo dell’illimitata promiscuità sessuale e delle forze infere>>[9]

Da allora è trascorso quasi un secolo e non si può non riconoscere che quei tratti distintivi indicati da Baumler, comunque li si valuti,  si sono accentuati fino al parossismo.

Se si tiene in mente questo contesto, allora quelle divisioni in seno al femminismo di cui le cronache ci offrono numerosi esempi assumono sorprendenti analogie con quanto scriveva Bachofen sulla dialettica fra eterismo e demetrismo.

Mi riferisco in particolare alle polemiche sulle così dette olgettine,  le giovani donne reclutate per le feste di Arcore e da Berlusconi variamente beneficiate, ed alla frattura in seno al movimento  SNOQ  (Se non ora quando?) sul tema  dell’utero in affitto o GPA (Gestazione per altri),  concretizzata nella divisione del movimento in SNOQ-libere e SNOQ-factory.

Da un lato chi rivendica la piena libertà delle donne di decidere consapevolmente della propria vita e dell’uso del proprio corpo anche per ottenere vantaggi economici o potere politico, e accusa di moralismo deteriore e pericoloso  chi critica questi comportamenti,  dall’altro chi li legge come degradanti,  e come  forma di subordinazione all’eterno potere maschile, di cui quelle donne sarebbero vittime inconsapevoli quando non complici.  Da un lato chi, in nome della libertà e dell’autodeterminazione approva la GPA nonché ogni forma di adozione del figlio del/della partner anche dello stesso sesso, e accusa di bigottismo borghese e oscurantista chi vi si oppone, dall’altro chi rifiuta  queste tecniche in nome di un concetto superiore di maternità legato all’unitarietà dell’intero processo procreativo nei suoi diversi aspetti fisici, emozionali e relazionali che si stabiliscono fra madre e bambino.

Del femminismo che definiremo per comodità  libertario , fa parte la filosofa Valeria Ottonelli, autrice del libro La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, (Il melangolo, Genova 2011), che polemizza contro Concita De Gregorio, Marina Terragni  e in generale contro il femminismo anni settanta, per il suo atteggiamento sprezzante verso le donne  in fila per il famigerato bunga bunga, ree  quest’ultime  di non fondare la propria femminilità su virtù morali peraltro decise dalle stesse femministe storiche.

In realtà, scrive la Ottanelli nell’introduzione al suo libro, quel femminismo <<si appella a un orizzonte simbolico e valoriale sostanzialmente conservatore e impone modelli di vita e di società che altro non sono se non rivisitazioni in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti>>, incarnati <<dalle donne che lavorano e si sacrificano, creano ricchezza e si prendono cura delle relazioni affettive e familiari>> . Dietro a quei miti borghesi, la Ottanelli  nota lo <<schifo e il disprezzo per le vite che non coltivano gli stessi valori estetici e spirituali che sono propri degli accademici benpensanti>>. E’ questo un atteggiamento classista, razzista e paternalista (chissà poi perché, visto si parla di altre donne, paternalista e non maternalista), nemico della libertà femminile che vorrebbe richiudere in orizzonti predeterminati e dannosi per la vita delle donne stesse, che invece avrebbero bisogno soltanto di una cornice legislativa che le proteggessero da abusi  e dessero loro <<i mezzi materiali e politici per difendermi>>. [10] Sulla stessa linea di pensiero, la radicale Annalisa Chirico scrive nel suo blog su Panorama, a proposito della soubrette Belen e della sua celebre farfallina tatuata sull’inguine e ben esposta agli sguardi dei telespettatori, che quello di Belen è uno dei tanti modi per essere <<donna soggetto>> e di usare il proprio corpo come meglio si crede, foss’anche per sedurre o per far soldi>>[11].

Il femminismo libertario arriva così, contro le parole di Concita De Gregorio che a proposito di olgettine parlava di <<vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine ridotta a un bordello>>,  a sdoganare moralmente la prostituzione. Nel citato articolo su Il Corriere on line, Guido Vitiello cita la femminista americana Wendy McElroy, secondo la quale <<La prostituzione è sesso più mercato: quale dei due non vi sta bene?>> .<<Il femminismo moralista, sembra di capire- scrive Vitiello- ha un serio problema con entrambi.>> McElroy e il femminismo libertario  non stigmatizzano  moralmente gli uomini che pagano per una prestazione sessuale, ma basta leggere le testimonianze di molte prostitute circa il loro rapporto coi clienti, per constatare quanto sia discutibile  la vulgata secondo cui il sesso a pagamento sarebbe , sempre e comunque, manifestazione del dominio maschile.  Al contrario, per loro stessa ammissione sono le prostitute a sentirsi, nel rapporto mercificato, la parte forte, fino,  in certi casi,  al dileggio del cliente;  parte forte perché sa di detenere un potere a cui il maschio non sa resistere. Talvolta lo  fa valere  solo in senso economico, talaltra anche  oltre.

 Almeno nelle intenzioni, il femminismo storico  definito moralista, e di cui mi sembrano evidenti i tratti demetrici,  rifiuta sia il libero mercato inteso come mercificazione di ogni aspetto della vita umana, sia una sessualità  promiscua, fine a se stessa e libera da ogni vincolo. Il che  sembra contrassegnare una concezione della vita civile e individuale  che superi lo stadio della pura istintualità e dell’istantanea soddisfazione di ogni impulso,  opponendovi  le virtù morali , la dignità femminile e  un superiore bene comune incarnato, appunto, da quelle donne che, da sempre e superando i mille ostacoli posti sulla loro strada dal potere maschile, lavorano, studiano, si sacrificano per i figli, la famiglia etc.

La frattura  fra femminismi ha trovato un altro punto apicale, come dicevo sopra, nella discussione sull’utero in affitto che ha visto dividersi il movimento Snoq. Mentre una parte si è dichiarata a favore di ogni tecnica di fecondazione in nome della libertà di scelta e di autodeterminazione con l’unica limitazione della gratuità ,  l’altra si è altrettanto decisamente dichiarata contraria. Lucia Maetella lo Giudice, esponente di Snoq-factory scrive <<Dunque, quando si parla di norme, il cui tema sono le relazioni d’amore tra le persone, noi diciamo di si>>, ed ancora  <<Tuttavia, tutte siamo d’accordo sulla possibilità di offrire ad altri/e la opportunità magnifica di essere madri e padri grazie al corpo di una donna se lei lo vuole e lo sceglie>>. Dalla parte opposta, l’esponente di Snoq-libere Francesca Izzo, scrive <<Sostenere, come si sta facendo nella discussione sulla maternità surrogata, che la condanna di questa pratica mette a rischio l’autodeterminazione femminile conquistata con la legalizzazione dell’aborto significa non averne chiari i fondamenti. Solo attribuendo dignità esistenziale all’intero processo procreativo e alle donne la titolarità soggettiva di esso si è affermata l’autodeterminazione e la libertà di diventare madri, ma se della maternità si fa un processo meccanico/naturale, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione. Paradossalmente, in nome della libertà si espropriano le donne di ciò che le determina e le fonda>>. <<La maternità surrogata[…] è non solo una affermazione estrema del diritto proprietario sul proprio corpo e sui suoi frutti, ma postula una concezione della maternità che ne distrugge il senso di atto liberamente umano  […] parlare di un atto di libertà o di amore serve solo ad oscurare il dato che le donne ridiventino oggetti a disposizione non più di un patriarca, ma del mercato e che i bambini sono concepiti in vista di uno scambio>>[12].

Le differenze fra queste posizioni sembrano essere davvero nette, tuttavia hanno entrambe più di un punto in comune. In primo luogo il punto di partenza, ossia che le donne sono sempre state il sesso oppresso, mai libere di autodeterminarsi,  sempre sottoposte al dominio maschile e patriarcale, benchè sul sito  di Snoq-libere,  chelibertà.it   (file:///C:/Users/Admin/Downloads/licia%20verona.pdf)  si ammetta che  

<<le donne, del resto, hanno sempre trovato il modo (magari surrettiziamente) di esercitare l’autorità nelle famiglie. […]Con stupore spesso gli uomini […]erano costretti a prendere atto del fatto di essere stati guidati nella decisione […] Si tratta ora di forse di recuperare  questo immenso bagaglio di esperienze e farle vivere ed evolvere alla luce del sole, rivendicandole>>.

Il dissenso fra femminismi non verte dunque sui fini, ma solo sui mezzi attraverso i quali ottenere la completa emancipazione . Se per le une si tratta di scendere in campo con  le proprie armi individuali, bellezza, fascino, potere sessuale, entro l’esistente perimetro del mercato e del liberalismo, che peraltro offre loro amplissime facoltà di usarle in quanto perfettamente funzionali alla sua logica e alla sua filosofia, per le altre si tratta di fondare un nuovo ordine simbolico centrato tutto sulla donna/madre[13] , anche quando si fa appello alla parità ed alla collaborazione fra uomini e donne.

Il femminismo libertario punta ad ottenere l’emancipazione tramite l’uso illimitato e insindacabile delle proprie doti fisiche, ossia, come nell’eterismo di cui parla Bachofen,  strumentalizzando  un maschio ancorato ad una virilità puramente fallica, povero di maschilità  interiore e quindi in sostanza dominato dai propri impulsi. Il femminismo moralista stigmatizza l’uso strumentale da parte delle donne del proprio corpo, ma solo perché punta ancora più in alto, a instaurare cioè quell’ordine demetrico in cui il principio maschile-paterno  è ininfluente fino alla inutilità e comunque  subordinato a quello femminile-materno. Prova ne sia che nell’uno come nell’altro femminismo la parola padre non viene mai pronunziata, e la libertà femminile, comunque ottenuta, è sempre e soltanto autoreferenziale.

Alle volte i titoli degli articoli svelano il reale pensiero dell’autore meglio dei contenuti. Marina Terragni, il 1 marzo di quest’anno, commenta una sentenza del tribunale di Trento che ha riconosciuto come entrambi  genitori  tout court due omosessuali maschi che si erano rivolti in Canada per le pratiche di ovodonazione e utero in affitto.

Titola la Terragni << Doppio Padre, nessuna Madre. La Sentenza di Trento e la Scomparsa Delle Donne>>[14]. Nell’articolo lamenta che il posto della madre sia occupato dall’altro padre, e che la madre vera sia scomparsa del tutto, ridotta a puro utero. Tutto giusto  per chi pensa che i figli debbano essere concepiti in modo naturale e carnale, ossia nell’unione di un uomo e una donna che diventino padre e madre. Ineccepibile! Ma la Terragni si è mai indignata quando, in numero ben maggiore,  con la stessa tecnica sono nati bambini con solo due madri e nessun padre? Mai, naturalmente!  Ed è, in certo senso,  logico, perché per lei l’unico genitore che conta è la madre! Nel suo ordine simbolico  il padre è  un accidente che  se non piace si scarta, tanta è  la sua ininfluenza nel rapporto madre/figlio, l’unico che conti davvero.  Ci sono del resto  altri articoli che rivelano il  pensiero della Terragni.  Ad esempio quando  sostiene che  l’indifferenziazione sessuale così di moda, il così detto gender neutral << somiglia quasi sempre ad un maschio>>  e che, <<se si vuole essere modernamente neutri, si deve sacrificare la femmina molto più del maschio>>. Insomma, in tempi di androginia in cui di fronte a donne sempre più femminili fin quasi al grottesco, i maschi vengono raffigurati con immagine spesso emaciate, pettinati come signorine d’altri tempi, spinti a truccarsi, depilarsi, curare il proprio corpo alla maniera femminea, sarebbe il concetto di  femmina ad essere sacrificato? Straordinario rovesciamento della realtà! Del resto, per la Terragni anche quella che, giustamente, definisce <<pseudoqueer politics>> risponderebbe a una <<logica maschile, invidiosa e misogina>>, in una parola patriarcale, astuta e trasformista. Che sia  macho o femmineo,  che sia maschilista  o femminista, insomma, per Terragni & co.  il maschio non ha scampo, comunque segnato da uno stigma ontologico che rasenta il razzismo.

In tutto questo dibattito, i maschi, giornalisti, intellettuali, maitre a penser, cosa dicono?  Nulla o quasi. Sui giornali legati al centro destra (Il Foglio, Il Giornale) per lo più hanno dato ragione alla Ottonelli in nome della libertà della donna di costruirsi, quale che sia , il proprio progetto di vita. Non c’era da dubitarne, visto che per loro il mercato è l’unico, vero, tabù che non deve in alcun modo essere infranto. Per il resto silenzio. Ma tutti, di ogni parte politica,  mostrano di non aver capito l’essenza del contendere fra i femminismi, per entrambi i quali il maschile/paterno  è in ogni caso o escluso o subordinato , anche quando appare sociologicamente dominante.  Esempi tipici in tal senso, mi sembrano gli esiti di un certo machismo sudamericano, afroamericano statunitense, ma anche esteuropeo.  In quelle zone,  un numero crescente di  famiglie sono  centrate sulla figura materna, spesso unico genitore presente e attivo, con le conseguenze,  a) che i figli, cresciuti senza padre, tenderanno a riprodurre nella propria vita un identico schema familiare e,  b) che nel corso del tempo s’imporrà come inevitabile (ed anche giusta) l’attribuzione alle donne del potere politico come proseguimento di quello familiare e delle sue connesse responsabilità.

In sintesi,  che si determini una situazione assai simile a quella che, secondo Bachofen, determinò il passaggio dall’eterismo al demetrismo.

Questo dovrebbe indurre, a mio parere,  una ulteriore riflessione. Da parte maschile si lamenta sovente l’asimmetria nei così detti diritti riproduttivi, per cui al diritto femminile d’aborto dovrebbe corrispondere il diritto maschile a rifiutare una paternità non voluta. Non fa una piega, ma solo in apparenza. Perché un figlio rifiutato dal padre significherà automaticamente un figlio allevato solo dalla madre con le conseguenze a lungo termine poco sopra sottolineate. In realtà eterismo e demetrismo sono due aspetti diversi ma non completamente opposti di uno stesso fenomeno, e se poi pensiamo che ad esempio in USA sono crescenti anche  tentazioni    di tipo amazzonico, lo scenario per gli uomini non si presenta affatto favorevole.  Quale che sia l’esattezza storica delle tesi di Bachofen e l’applicabilità universale del suo schema,  su una cosa mi sembra avesse ragione: fra maschi e femmine esiste, in tema generativo, una asimmetria insuperabile restando ancorati a paradigmi puramente naturali. Su questo hanno ragione i femminismi. Senonchè  l’essere umano non è solo natura come un qualsiasi altro animale, ma è anche cultura, che significa conoscenza, spinta trasformativa, trascendimento di sé. L’uomo è tale solo quando, senza disconoscerlo o contraddirlo,  riesce ad andare oltre il dato naturale. Ed è solo su questo stretto terreno che può essere trovato un equilibrio fra uomini e donne che non penalizzi nessuno dei due.

Infine, per tornare nello specifico  alla discussione fra femminismi “libertario” e “moralista”, si possono trovare argomenti favorevoli e contrari all’una o l’altra tesi: è vero che la prescrizione su come dovrebbe essere una vera donna, e soprattutto il disprezzo per chi compie scelte diverse,   può assumere aspetti di totalitarismo culturale nonché indice di  falsa coscienza,  ma è anche vero che lo sdoganamento di ogni desiderio  privo di ogni forma, di tensione morale o anche soltanto etica,  corrisponde alla piena assunzione del begriff  del capitale,  ormai incompatibile con qualsiasi concetto di limite. Si può dire perciò che le due critiche reciproche si elidono a vicenda, ma il punto è  sopratutto che ognuna delle due tesi svela la sua autentica valenza e i suoi scopi  solo analizzando il contesto  culturale in cui è inserita e di cui è parte.  Basta saperlo, ma proprio questa mancata conoscenza  è il massimo fattore di  debolezza maschile.


[1]   J.J. Bachofen,  Das Mutterrecht, 1861, trad. it.  Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici  , Torino, Einaudi, 1988

[2] Per un riassunto più esteso  delle tesi di Bachofen si veda: IL DIRITTO MATRIARCALE IN BACHOFEN Alle origini dell’antropologia giuridica

[3] Da Demetra, la Madre Terra,  dea greca del grano e dell’agricoltura.

[4] J.B. Il matriarcato, cit., pag 20

[5] E. N. Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma 1978, p. 170

[6] Ivi, p. 136

[7] Ivi, p. 140

[8] Ivi, p. 380/381

[9] Citato nell’Introduzione a  Bachofen , Storia del matriarcato, a cura di R. Del Ponte, Fratelli Melita Editori, La Spezia 1990.

[12] www.chelibertà.it Maternità e idea di libertà oggi

[13]  Si veda sul femminismo il mio articolo http://www.linterferenza.info/contributi/3206/


17 Commenti

Fabrizio Marchi 7:20 pm - 19th aprile:

Segnalo questa ottima analisi di Armando Ermini.http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_good.gif

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Giacomo 8:56 pm - 19th aprile:

Il testo non si legge bene, è tagliato sulla destra (sia con Chrome che con Explorer)

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Luigi Corvaglia 8:04 am - 20th aprile:

Giacomo,
Adesso dovrebbe andare bene. La colpa sembrerebbe essere degli indirizzi web troppo lunghi presenti nella bibliografia: li ho sostituiti con i link.
Ti ringrazio per la segnalazione.

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Alessandro 11:37 am - 20th aprile:

Ero al corrente di questo dibattito in seno al movimento femminista.
L’articolo è molto interessante, ben scritto, ma Armando sbaglia, a parer mio, quando considera equivalenti i due femminismi nella sua conclusione.
E’ certamente vero che il rapporto con il maschile in entrambi risulta viziato da complessi d’inferiorità e da accuse generalizzanti che alla fine inevitabilmente spingono verso una subordinazione del maschile, ma non allo stesso modo. Nel femminismo “moralista” la condanna del maschile, la ricerca di una sua demonizzazione e ridicolizzazione è totale. Non c’è spazio per il dialogo, per il confronto, ma solo per l’approvazione di ciò che viene da esso stabilito. Maschile e femminile rappresentano due entità contrapposte, considerate in modo manicheo. E’ il femminismo di gran lunga dominante oggi in Occidente. Il femminismo della condanna della prostituzione femminile( intesa come condanna non delle prostitute, ma del sesso a pagamento e di chi paga, ossia il cliente maschio), e al contrario la celebrazione di quella maschile, chiaramente minoritaria, di cui usufruirebbero le donne, invece simbolo di progresso, il femminismo delle quote rosa, dei posti assegnati per diritto di nascita, ecc..Insomma il femminismo dell’ipocrisia più assoluta.
Tutto questo risulta in parte assente o in parte assai più moderato nel femminismo “libertario”, che è un femminismo di nicchia, questo va sottolineato.
Sono del parere che se vivessimo in una società in cui il peso dei due femminismo fosse invertito, probabilmente un sito come questo non esisterebbe. Basta semplicemente provare a dialogare con una rappresentante dei due filoni per rendersi conto della diversa apertura mentale, fermo restando il problema relazionale comune con il maschile e la visione ideologizzata e chiusa del passato.
Ricordo di aver letto un episodio di cui è stata protagonista se non sbaglio proprio la Ottonelli. Dopo la pubblicazione del suo interessante libro, a cui è stato dato poco risalto proprio perchè critico con il femminismo dominante, la stessa e la sua casa editrice ha ricevuto una telefonata imbufalita di una delle principali esponenti del femminismo moralista, la Zanardo, l’autrice del documentario, questo sì non a caso molto noto, di qualche anno fa. Ebbene quest’ultima ha letteralmente preso a male parole chi si era permesso di pubblicare simile obbrobrio, secondo lei. Ecco questa è la differenza principale tra i due femminismi, che si porta dietro tutte le altre. Da una parte la possibilità del dialogo, dall’altra il cieco fanatismo.

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Rino DV 9:07 pm - 20th aprile:

Articolo insuperabile, precisamente nel senso di
non-superabile.
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Due femminismi dunque, opposti e irreducibili in superficie, nel profondo invece due manifestazioni di una stessa forza, di una stessa polarità.
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Chi avesse pur da obiettare su alcuni passaggi
e financo sugli stessi presupposti delle considerazioni esposte, non può negare che si tratta di una interpretazione organica dei fatti presenti che li riconduce ad alcune – poche – leggi/dinamiche originarie (equazioni fondamentali), capaci di illuminare e rendere comprensibile il presente.
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Riconduzione ad unum che offre un principio di spiegazione agli avvenimenti attuali, tanto più intrigante in quanto suggerisce una risposta di altissimo livello (=grande profondità) ad una contraddizione che sembra insanabile e di cui sin qui non si era individuata (e nemmeno ipotizzata) l’origine unitaria.
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Mi si indichi un (altro) filosofo vivente in grado di offrirci, con quattro pennellate, una così fertile visione e di aprirci un simile orizzonte.
.
Non-superabile.

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Alessandro 9:36 am - 21st aprile:

Rino DV,

Sulla disamina filosofica di Armando mi tolgo il cappello. D’altronde non ne scopriamo adesso il bagaglio culturale e le capacità espositive. Sbaglia quando a conclusione della sua riflessione considera equivalenti i due femminismi. Ma qui entrano in gioco anche le nostre diverse visioni del mondo.
Uno dei limiti che io ravviso nei movimenti di critica al femminismo imperante, ragione che non mi fa aderire a nessun movimento di questo tenore, pur portando avanti la mia personale critica parallela, è proprio la loro impostazione “conservatrice” in tema di costumi. Quasi una paradossale convergenza, sia chiaro limitatamente a questo specifico ambito e lo sottolineo mille volte, con quel femminismo moralista che mi fa ribrezzo. Questo per me non è possibile.

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armando 10:26 am - 21st aprile:

Alessandro,

Alessandro, non credo che il femminismo dominante sia quello moralista. Almeno in USA non mi risulta sia così, anzi. Ma questo non è alla fine molto importante. Ti di atto che il f. libertario non è colpevolizzante come l’altro. Quando nacque il blog 27ora iniziai a scrivere qualche commento, finchè mi risolsi a chiedere alla Terragni se ritenesse veramente che gli uomini fossero “per natura” portati al dominio o all’oppressione, alla violenza etc. etc, mentre le donne il contrario. La risposta fu un secco si, e da quel momento ho cessato di perdere tempo con gente simile.
Tuttavia la questione è più sottile e complessa. Azzardo un paragone come esempio. Il capitalismo, grazie anche alla concezione cristiana dell’individuo che preparò l’humus culturale, ha senza dubbio superato la società schiavistica e castale ponendo tutti gli individui sullo stesso piano.. Nei fatti, però,essendo quell’uguaglianza inserita entro strutture economiche e rapporti di produzione dominati dal capitale, in cui gli individui non sono affatto uguali, quell’uguaglianza è solo formale. E poichè nel capitalismo i rapporti fra persone passano ormai, possiamo dire quasi esclusivamente, dal rapporto fra cose (la merce) come unico mediatore e come in definitiva unico parametro di riferimento, mantenendosi quella forma economica, difficilmente potrà veramente divenire reale e concreta. Che poi ci sia una mobilità sociale maggiore può anche essere positivo, ma non è decisivo, secondo me. Al contrario le società precapitalistiche intendevano porre non l’economia ma principi di altro ordine come parametro di riferimento e cemento sociale. Principi che spesso, come nello schiavismo, erano inaccettabili, ma rimane il fatto che in linea teorica l’intenzione di non mettere lo scambio economico e il profitto all’apice di tutto, era lodevole. E’ tanto vero che lo stesso Marx ipotizzò la possibilità di arrivare al comunismo a partire dalle antiche comunità rurali russe senza passare dalle forche caudine del capitalismo. Questo è un problema ancora oggi discusso fra i marxisti più intelligenti e che vedono la realtà delle cose. Ecco, credo che si potrebbe dire lo stesso dei rapporti fra i sessi e della dialettica fra femminismi. Quello libertario o “eterico” perora una uguaglianza che non demonizza gli uomini; però, disconoscendo anch’esso il principio paterno fa si che quell’uguaglianza non sia tale nei fatti perchè i figli saranno sempre della madre. Un po come accade in certe specie animali , ad esempio gli elefanti, nelle quali il maschio è spesso un individuo solitario e ininfluente nella vita associata del branco che è retto dalla femmina. In più, elevando ogni desiderio a diritto, è pienamente nell’alveo della filosofia del capitale. Il femminismo “moralista” si rifiuta di sottomettere tutti gli aspetti della vita umana al principio del profitto e/o del desiderio individuale elevato a diritto insindacabile, ma lo fa in nome di un principio inaccettabile; la supremazia del materno/femminile sul paterno/maschile, ossia che l’unico legame che conta davvero è quello “naturalistico” fra madre e figlio, legame elevato a principio simbolico che da alla madre, sia pure nell’ambito di una concezione monogamica del legame, una supremazia incontestabile sulla vita di cui essa, e solo essa, è arbitra.
Come appare chiaro, ogni femminismo ha aspetti teoricamente validi ma sempre inseriti in un contesto complessivo che li invalida. Per questo sostengo che sarebbe sbagliato scegliere illudendosi che da quella scelta, a meno che non sia fatta per motivi puramente tattici, possa scaturire qualcosa di buono in via durevole per il maschile e gli uomini. la strada ritengo sia un’altra. ne riparleremo.

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SaSangas 8:30 am - 22nd aprile:

Complimenti. Come ha detto Rino “insuperabile, precisamente nel senso di
non-superabile.”
Femminismo moralista vs femminismo libertario. Storia vecchia del femminismo. Femminismo borghese vs femminismo proletario. Femminismo dell’uguaglianza (o egualitario) vs femminismo della differenza. Cambiano le denominazioni, l’essenza non cambia. Aporia irresolubile.

Come Armando ha individuato correttamente, ciò che unisce a tutte le femministe, al di là delle proprie inconciliabili teorie, il Principio Assoluto che fa da collante in ogni loro manifestazione, è la propria vittimizzazione, ergo la colpevolizzazione del maschio.

Nell’enciclopedia “Storia delle Donne” Volume “Il Novecento”:
“Paradossalmente, le femministe politiche [egualitarie] e le femministe della differenza si riuniscono intorno al medesimo presupposto: l’alienazione radicale delle donne del passato. Per de Beauvoir, hanno «scritto come una donna», e d’altra parte Kristeva si schiera in questo campo; per Irigaray e Cixous, hanno scritto invece «come un uomo». ”

Teorie antitetiche unite da “l’alienazione radicale delle donne”, ergo l’oppressione dell’uomo.
Santiago

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ARMANDO 3:09 pm - 22nd aprile:

Caro Alessandro, ho qualche dubbio che il femminismo “moralista” sia quello più diffuso, specie in Usa. Ma non è importante. Credo che, per fare un paragone, il femminismo libertario stia al femminismo moralista o demetrico, come il capitalismo assoluto o postborghese e postproletario sta al capitalismo borghese. I primi rifiutano ogni limite: il capitalismo assoluto rifiuta ogni limite etico alla valorizzazione del capitale, con ciò mercificando ogni aspetto della vita umana, dal concepimento alla morte; il femminismo libertario assolutizza, in nome della libertà, ogni desiderio e lo trasforma immediatamente in un diritto insindacabile, quali che siano le conseguenze. Entrambi accusano di conservatorismo o reazionarismo ogni obiezione a questa concezione. D’altra parte il capitalismo borghese, così come il femminismo demetrico, prendono in considerazione l’esistenza di alcuni limiti. Entrambi però entro una visione sottesa in un caso dal principio del profitto benchè non assolutizzato in ogni campo della vita, nell’altro dal principio della supremazia ontologica, etica e morale del femminile/materno. Proseguendo nel paragone, con quale femminismo o capitalismo sia più facile confrontarsi dipende da come si declina, in generale, il concetto di libertà. Se lo si intende in modo assoluto, allora la risposta è implicita. Infatti coloro che pensano il comunismo come sganciamento del soggetto da ogni determinazione e ogni limite sociale e comunitario , pensano che il capitalismo assoluto, che quei limiti ha ampiamente distrutto (e in questo senso è verissimo che il sistema più “rivoluzionario” che esista, crei le condizioni per il comunismo, e in questo senso spingono affinchè produca tutti i suoi effetti, convinti che basti poi prendere il potere. Allo stesso modo chi pensa di dialogare più facilmente col femminismo libertario lo fa perchè comunque anch’esso è insofferente di ogni limite e sono convinti che questa sia la condizione necessaria affinchè anche il maschile possa esplicarsi in pienezza, fuori dalle bardature precedenti; naturalmente a patto che il principio di libertà sia applicato in modo rigorosamente ugualitario. Chi invece propende più per il femminismo demetrico pensa che dei limiti alla libertà, sociali e comunitari, etici e/o morali non possano non esserci in quanto l’uomo è un essere sociale, così come chi propende più per il capitalismo borghese lo fa perchè apprezza quei limiti che pone, sia pure proventientegli dall’esterno.
Sempre proseguendo nel paragone non ho dubbio, ad esempio, che il capitalismo abbia positivamente distrutto, anche sulla base della concezione cristiana dell’uguaglianza di ogni individuo, le società schiavistiche e castali, rendendo tutti gli indiividui giuridicamente uguali. Solo giuridicamente e formalmente, però, perchè nei fatti quelle differenze negate in teoria si riproducono ancora più abissali di prima a causa del principio del profitto elevato a dogma sacrale. Allo stesso modo, per quanto riguarda il femminismo libertario è vero che, come nel caso della prostituzione, non c’è quella ostilità di principio al maschile, ma a causa della centralità del riferimento alla natura ed al desiderio, e dell’asimmetria in campo generativo fra uomini e donne, la completa libertà sessuale finisce, poichè “mater sempre certa est, pater numquam”, a mettere il femminile al centro della società, emarginando il maschile/paterno. Centralità che nel tempo non può non trasferirsi anche sul piano sociologico e politico. Lo possiamo osservare, ad esempio, in certe specie animali come gli elefanti, dove il maschio è normalmente un “solitario” fecondatore e il branco è condotto da una femmina. Ma, appunto, gli elefanti sono animali e non esseri umani. Nell’altro caso si tratta, per contro, di declinare in modo diverso quei limiti che debbono essere socialmente condivisi in un contesto di diritti e doveri comuni, e fuori da ogni gerarchia di ordine simbolico, cioè all’opposto di quanto fa il f. moralista che il maschile/paterno lo subordina in linea di principio perchè considera il legame madre/figlio non solo primario dal punto di vista naturale, il chè è vero, ma anche spirituale e simbolico. Per questo credo che per il maschile la via sia stretta ma obbligata. Lontana da ogni femminismo comunque declinato (ma ovviamente non dal femminile in sè) Il punto è, ripeto, che gli uomini d’oggi proprio non ne sono sono consapevoli e si illudono, appoggiando l’uno o l’altro, di remare per se stessi. Invece lo fanno per “il re di Prussia”.

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Rino DV 6:34 pm - 22nd aprile:

Gli stadi e le loro cause.
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Scrive Armando.
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All’eterismo sarebbe seguita la fase del matriarcato…
….
Al matriarcato e alla matrilinearità sono visti infine succedere il patriarcato e la patrilinearità,

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Si tratta dunque di passaggi da uno stadio ad un altro e poi ancora ad un altro.
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Al riguardo la domanda che mi pongo è – dal mio punto di vista – importantissima, perché attiene al senso di ciò che tutti gli UU del Momas stanno facendo ed è questa: cosa ha innescato il passaggio da uno stadio all’altro? Ossia, quali forze hanno agito e perché in quella successione? O, in altro modo: quali dinamiche si sono sviluppate nel sottosuolo mentre vigeva-imperava quel dato ordine simbolico che quelle stesse forze hanno potuto poi superare? Ancora: quali le cause di quelle metamorfosi?
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Una la escluderei a priori: un’azione cosciente, premeditata, esplicitamente a ciò finalizzata.
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Non si è mai trattato della presa di coscienza (da parte di una comunità) dei limiti e perciò della necessità di superare quel determinato stadio. Tutto è avvenuto inconsciamente, letteralmente all’insaputa di tutti.
Al più quegli stadi sono stati “individuati” dagli interessati solo dopo il loro instaurarsi e vennero descritti in forme mitiche e metaforiche.
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Noi invece cosa stiamo cercando di fare? La sola cosa che sappiamo fare e che ci pare possa produrre degli effetti: prendere coscienza di ciò che accade ed estendere questa acquisizione al maggior numero di UU (e DD).
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Noi tutti ipotizziamo di frenare la presente regressione attraverso uno strumento ben diverso da quello che la psiche collettiva usò per progredire. Noi cerchiamo di “coscientizzar-ci-are”. Ma è questa la ricetta?
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Non sarebbe forse – paradossalmente – più produttiva una “presa di incoscienza?”.
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Se questi passaggi avanti e indietro, queste oscillazioni sono davvero fuori dalla portata di ogni azione cosciente (in quanto non le intacca) , ciò che stiamo facendo resta solo una descrizione, una constatazione. Non un’azione produttiva di effetti, ma un’endoscopia degli avvenimenti.
Solo diagnostica (con tutti gli strumenti “tecnici” che la filosofia e la psicologia ci hanno fornito), tutt’al iù con qualche azzardo di prognosi. Ma nessuna indicazione terapeutica: né medicine né chirurgia.
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Se anche fosse inevitabilmente così non mi abbatterei.
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Se non abbiamo strumenti per agire, abbiamo però quelli per vedere. Sul campo sarebbe in azione l’inconscio, a noi sarebbe riservata la tribuna.
Registrare, fotografare, descrivere, raccontare.
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Vabbeh…

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ARMANDO 4:07 pm - 23rd aprile:

Rino DV,

E’ possibile, forse è probabile che sia come dici tu sulla mancanza di indicazioni terapeutiche. Non è un caso se nel mio articolo e nelle risposte mi sia limitato a dire soitanto che nessun femminismo può essere un interlocutore se non per aspetti particolari e settoriali ma sempre inseriti in contesti che li invalidano. Ogni trasformazione, ogni cambio di paradigma culturale richiede sempre tempi lunghissimi. Si prepara “al buio”, con sedimentazioni lente, quasi invisibili. Quando si manifesta con evidenza significa che c’è già stato un lungo lavorio sotterraneo. Così è stato col femminismo, così potrebbe essere all’inverso. In ogni caso saremmo appena agli inizi. Noi, semplicemente, ci sforziamo di coglierne eventuali segni, di disagio, di affioramento di contradizioni, di interpretarli e di indicare da cosa e perchè originano. Ma è questione, almeno, di decenni. Anzi, dirò di più. Una rinascita del maschile avverrà solo dopo che i processi in atto saranno andati ancora più a fondo, consumando tutte le loro potenzialità mentre contemporaneamente sta nascendo silenziosa l’opposizione. Il fatto è che quei processi hanno ancora molta strada da fare. LA nostra azione di “contenimento”, di freno, di Katechon, non servirà a impedire il loro esplicarsi, ma a preparare il terreno, a fecondare l’humus di un nuovo tempo e ad offrire testimonianze, analisi e qualche idea a chi verrà. Non di più, ma neanche di meno. Sul piano storico, si possono avanzare ipotesi. Una ce la offre Neumann, quando scrive in “Origini della storia della coscienza” , in ciò d’accordo con Bachofen, che il gruppo familiare originario era di tipo matriarcale, composto da madre e figli, e come in tante specie animali. Aggiunge poi che quando l’uomo rimane nel gruppo matriarcale si unisce con altri uomini in gruppi di cacciatori e guerrieri, tuttavia ancora subordinati al nucleo matriarcale e femminile. Questi gruppi, sempre esposti al pericolo, tendono maggiormente a sviluppare la coscienza e la vigilanza, e da quì originerebbe il contrasto fra la psicologia di gruppo maschile e la psicologia femminile matriarcale, più inerte, più legato alla natura e all’istinto, più immerso nella vita vegetativa,<>.Nel sistema matrilineare i maschi sono spinti fuori dal proprio clan e quando entrano nella tribù della donna vi vivono come estranei, il che spiegherebbe nel tempo la nascita di associazioni maschili nelle quali il giovane uomo scopre se stesso, la sua maschilità nell’amicizia/somiglianza cogli altri e la differenza col femminile/materno che sente come estraneo. In queste associazioni il maschile , nei riti d’iniziazione che vi nascono, sperimenterebbe se stesso come “virilità superiore” ossia non legata essenzialmente alla sessualità e alla fallicità, (diversamente da quanto accade nelle iniziazioni femminili), ma all’opposto, come spirito <> In quei riti il maschio rinasce simbolcamente come figlio dello spirito del cielo e non più della madre e della terra.. Da quì l’associazione del maschile con l’io, la coscienza, la volontà in contrasto alla <>. Da quì anche il fatto che la <>. Per questo lo <>..
Non so se davvero sia stato così, certo che la ricostruzione sembra plausibile. La cosa ha implicazioni larghe e da indagare bene onde non prendere abbagli. Quando, ad esempio, in opposizione ai paradigmi antidentitari e dissolutori di ogni forma della modernità capitalistica , ci riferiamo alle culture precapitalistiche come formazioni socio-economiche a cui poter attingere in vista di un futuro “comunismo” che non passi dalle forche caudine del ,capitalismo (anche lo stesso Marx accennò a tale possibilità), occorre stare molto attenti a capire bene di cosa parliamo, perchè esiste indubbiamente il pericolo di regressione a stati matriarcali, psicologici prima di tutto, ma anche socialogici, ossia per tornare all’argomento del mio articolo, a forme di eterismo o di ginecocrazia, il che non cambierebbe poi molto per gli uomini.
Argomenti difficili ad essere trattati, tanto più in poche righe. Meriterebbero almeno un intero libro.

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Andrea M. 7:22 pm - 24th aprile:

Rino
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Una la escluderei a priori: un’azione cosciente, premeditata, esplicitamente a ciò finalizzata.
.
Non si è mai trattato della presa di coscienza (da parte di una comunità) dei limiti e perciò della necessità di superare quel determinato stadio. Tutto è avvenuto inconsciamente, letteralmente all’insaputa di tutti.
Al più quegli stadi sono stati “individuati” dagli interessati solo dopo il loro instaurarsi e vennero descritti in forme mitiche e metaforiche.
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Concordo al cento per cento.

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Fabrizio Marchi 7:20 am - 25th aprile:

Dibattito naturalmente ricchissimo e interessantissimo, grazie all’altrettanto interessantissimo e anche condivisibile articolo di Armando.
Aggiungo solo qualche brevissima considerazione alle vostre, con la premessa che naturalmente ciascuno di noi ha il suo approccio alla realtà, come è giusto che sia. Una realtà che è sempre stata complessa e che con il passare del tempo e il susseguirsi delle varie epoche si è fatta sempre più complessa.
Parto dalla domanda di Rino. E cioè come sia stato possibile quel passaggio dalla società matrilineare/matriarcale a quella patrilineare/patriarcale e se questo processo sia stato cosciente o incosciente.
Questa domanda può essere posta per qualsiasi altro processo storico, anche se ovviamente la questione della relazione fra i sessi comporta e abbraccia aspetti in parte “immateriali” (la sessualità, la psiche, i sentimenti, l’affettività, l’emotività ecc. ecc. ) e quindi la vicenda è senz’altro più complicata.
Però, ed è solo un esempio, non c’è dubbio ormai che il processo di sviluppo capitalistico abbia visto la compresenza di due aspetti fondamentali: la privatizzazione della terra con tutto ciò che ne è conseguito (secondo l’analisi di Marx) e la religione calvinista (secondo l’analisi di Weber). Quindi un aspetto materiale e uno ideologico/psicologico. I due hanno proceduto di pari passo. Poi ovviamente bisogna aggiungere l’ideologia liberale in tutte le sue varie declinazioni (non si poneva allora la questione della teorica separazione fra liberalismo e liberismo, avanzata sia dal sottoscritto che da Rino come possibile ipotesi di riflessione un po’ di tempo fa sull’Interferenza…) che serve a “giustificare” storicamente e politicamente un processo economico e sociale.
Questa premessa per arrivare al punto che stiamo discutendo.
Come ben sapete io credo che le questioni fondamentali che hanno caratterizzato la storia della relazione fra i sessi siano fondamentalmente due: la divisione sessuale del lavoro e la sessualità.
La faccio banale perché altrimenti bisognerebbe scrivere un trattato. Detto brutalmente. Se sono io, maschio, che (da sempre, cioè fin da quando gli umani sono scesi dagli alberi e si sono drizzati su due gambe) procuro il cibo, con tutti i rischi che ciò comporta, vado a caccia, combatto contro le fiere, gli elementi, gli altri guerrieri delle altre tribù e poi, con il tempo e con il trascorrere delle varie epoche, in virtù della stessa divisione sessuale del lavoro data da cause oggettive (biologiche, fisiche, ambientali) sono sempre io che vado a sgobbare e a crepare su una nave, in una miniera, in un cantiere, in una fabbrica, in un campo, in guerra o dovunque sia, e se sono sempre io che difendo le mura della città, che combatto contro gli invasori ecc. ecc. ecc. (contestualmente mettendo al riparo le donne da tutto ciò) è ovvio e del tutto logico e conseguente che poi sarò sempre io ad occupare l’”agorà”, cioè la sfera pubblica. Si potrebbe obiettare che anche il lavoro delle donne, cioè i lavori di cura e la crescita dei figli fosse importante (e sono anche d’accordo) e che quindi anche loro avrebbero dovuto partecipare a pieno titolo all’agorà, cioè alla sfera pubblica. E potrei in linea teorica essere d’accordo anche su questo (fermo restando che preferirei di gran lunga lavorare in casa piuttosto che andare in miniera o alla guerra…). Ci si dimentica però di dire (se lo dimentica il femminismo) che anche la stragrande maggioranza dei maschi è stata esclusa da quella sfera pubblica (in virtù di un’altra divisione del lavoro, quella sociale, cioè di classe), di fatto e anche formalmente (per censo, titolo di studio e condizione sociale) fino a pochissimi anni fa, e che le classi dominanti erano composte da una ristrettissima elite di maschi ma anche di femmine. Ma non è questo ora il punto. Il punto è che quella divisione sessuale del lavoro, avvenuta appunto non per una volontà di discriminazione degli uomini nei confronti delle donne (come millanta il femminismo) ma per cause naturali, cioè per ragioni OGGETTIVE, ha poi comportato delle conseguenze sul piano culturale e sociale, come è inevitabile che fosse, e anche sul piano “immateriale”, diciamo così, cioè (anche) quello della costruzione dei vari archetipi, oltre che della costruzione di schemi e modelli sociali.
E anche in questo caso le cose hanno proceduto di pari passo e forse ha anche poco senso domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina, perché ciò che conta sono i processi e gli effetti dei processi. In fondo la questione della relazione fra cause ed effetti ha attraversato da sempre il dibattito filosofico e tuttora lo attraversa. Dibattito affascinante e interessante, sia chiaro, però, come ripeto, alla fin fine penso che non potendo andare indietro all’infinito alla ricerca della causa prima, ai fini della comprensione delle cose sia meglio partire dagli effetti (cioè la realtà concreta) e naturalmente dall’analisi dei processi che l’hanno determinata.
Sorvolo sull’altro aspetto, la sessualità, o meglio la diversa sessualità di uomini e donne (la famosa asimmetria) perché già conoscete perfettamente la mia posizione. Lo scambio sessuale si è andato a sovrapporre completamente su quella divisione sessuale del lavoro di cui sopra (naturalmente anche su questo il femminismo deve millantare per ovvie ragioni…) e ha contribuito anch’esso in misura determinante a costruire i vari archetipi e nel complesso la sfera cosiddetta “immateriale” (cioè psichica ecc.).
Poi, naturalmente, le cose si fanno e si sedimentano con il tempo, e c’è anche una sorta di “non detto” che ha caratterizzato e che ha pesato moltissimo nella storia della relazione fra i sessi e quindi nella costruzione degli archetipi di cui sopra. Penso, dunque, per concludere, che quel passaggio (dal matrilineare al patrilineare), sia stato determinato da queste due grandi questioni, ma in particolare dalla prima, cioè dalla divisione sessuale del lavoro. Passaggio che è stato interpretato dal femminismo (da tutti i femminismi) nel modo che sappiamo, cioè come volontà di oppressione e di lucida discriminazione del maschile sul femminile. Menzogne di proporzioni galattiche (ovviamente con delle verità altrimenti non sarebbero credibili…) ma tant’è…
Penso che questi siano stati i due aspetti determinanti. Naturalmente ho sintetizzato fino all’inverosimile e anche banalizzato ma credo che ci capiamo…

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ARMANDO 9:13 am - 25th aprile:

Un’ulteriore considerazione sulle “origini” di cui parla Fabrizio. Jacques Camatte, che come sapete ho conosciuto e con cui ho avuto lunghe conversazioni nel suo “eremo” in terra di Francia, rispetto alla questione dei sessi ha posizioni secondo me discutibili. Purtuttavia, lui che lega il sorgere del “valore” all’abbandono della “naturalità” (in assonanza con Bachofen, non avrebbe previsto la famiglia monogamica etc. etc,), sostiene che quell’abbandono avvenne sotto le incombenti minaccie, naturali e non, a cui l’umanità arcaica sarebbe stata costantemente sottoposta. Ci sarebbero state cioè condizioni oggettive, che avrebbero costretto l’umanità a ciò che definisce la sua “erranza” con tutto ciò che comporta; fra cui ciò che definisce, a mio avviso discutibilmente perchè trascura l’aspetto di protezione maschile, l’ oppressione delle donne. In sintesi la cultura umana sarebbe al tempo stesso un allontanamento dallo stato naturale e il tentativo continuo di ricreare un ponte verso lo stato originario di unione cosmica, come nel caso delle religioni. Non importa quì addentrarsi su questioni complesse, ma ai nostri fini è importante sottolineare che anche lui riconosce che alle fondamenta della storia dell’umanità non c’è la volontà prevaricatrice di nessuno, il che imprimerebbe al maschile uno stigma “ontologico” irriscattabile (come fa invece il femminismo), una ma un processo che, al di là di come può essere letto nei suoi effetti, è stato in certo senso obbligato dalle condizioni in cui viveva.

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Fabrizio Marchi 3:01 pm - 25th aprile:

Mi chiedo da molto tempo come sia possibile che nessuno, eccetto noi, si sia accorto di questa questione della divisione sessuale del lavoro che ha caratterizzato da sempre la relazione fra i sessi. O meglio, mi chiedo come sia possibile che taluni e in particolare talune (molte femministe, per la verità, ne hanno parlato ma per derubricarla ovviamente come forma di discriminazione ai danni del genere femminile) l’abbiano scoperta (non che ci voglia molto), ma appunto per interpretarla solo e soltanto nel modo che sappiamo.
E ogniqualvolta mi vengono in mente questi pensieri (cioè sempre…) mi viene spontaneo fare questa riflessione: o siamo dei matti oppure abbiamo avuto una intuizione geniale, ergo, siamo dei filosofi a tutto tondo che leggono, analizzano e interpretano il mondo e ne danno o cercano di darne anche, per quanto nelle nostre capacità, una spiegazione logica e razionale.
Poi però ci ripenso perché – mi dico – non mi pare che abbiamo scoperto chissà che quando scopriamo che la divisione sessuale del lavoro ha penalizzato prevalentemente i maschi rispetto alle femmine. Anzi, a me pare un fatto incredibilmente ovvio, direi addirittura scontato. Eppure – proseguo – siamo soltanto noi ad averlo scoperto. E il cane continua a mordersi la coda.
Allora sono giunto da tempo, o per lo meno credo di essere giunto da tempo ad una conclusione. E cioè che la fede e le ideologie sono la forza più potente che esiste al mondo. La fede e le ideologie sono riuscite – faccio solo degli esempi ma ne potrei portare moltissimi – a persuadere gli uomini per secoli e secoli che era il Sole che girava intorno alla Terra e non viceversa (concetti ormai per noi scontatissimi, anche i bambini lo sanno già quando vengono al mondo…) e a reprimere duramente chi sosteneva la tesi contraria o anche solo avanzava delle perplessità, oppure a considerare e a ridurre razze, etnie e popoli interi al rango di ratti o di scarafaggi che si possono calpestare senza nessun discernimento, senza provare nessuna emozione.
Non c’è altro modo per spiegare la cecità (a meno di ammettere che siamo noi quelli fuori di testa ma tendo ad escluderlo…) che ottenebra la mente di tutti/e rispetto alla questione in oggetto. Siamo di fronte ad una ideologia molto potente, non so quanto più potente di altre, ma sicuramente molto potente.
Poi, naturalmente, scattano altri meccanismi. In primis la vergogna e la paura di uscire dal seminato e delle sanzioni che questo comporta. Tutto vero, non c’è dubbio. Però il busillis non è a mio parere nella paura ma nel concetto di fede/ideologia, e ovviamente della capacità di queste di occupare la psiche.
Ma la ragione per la quale la stragrande maggioranza degli esseri umani è preda delle fedi/ideologie e solo una infima minoranza riesce a sviluppare una criticità e un’autonomia di pensiero, mi è tuttora ignota. E non si tratta di intelligenza perché ci sono persone intelligentissime che però seguono come capre i vari pensieri dominanti che si susseguono nella storia. E anche qui potrei portare migliaia di esempi, anche autorevolissimi.
Sono destinato a rimanere senza risposte.

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armando 2:15 pm - 26th aprile:

Tutti, anche chi si proclama post-ideologico, siamo “preda” di fedi/ideologie. In certo senso non può che esseri così, perchè anche i “fatti” vanno sempre letti, interpretati. Ogni ideologia è una “narrazione” che cerca di interpretare i “fatti” per dar loro un senso, trovarvi cioè un filo unitario. La fede in una religione non è più “fideistica” della fede nel “sol dell’avvenire” che pure tante energie generose ha mosso nella storia. Anche chi si proclama non ideologico in realtà professa un’ideologia; quella che afferma che questo è l’unico mondo possibile, e di sicuro il migliore o il meno peggiore e che tanto vale, quindi, accettarne i presupposti (il valore e il mercato come elementi naturali e non modificabili). Non credo nemmeno che basti affidarsi alle scienze: primo perchè anch’esse ci hanno rivelato verità, doverosamente accettate come tali dato lo stato delle conoscenze disponibili, che poi, negli anni, sono state modificate o inserite entro nuovi paradigmi scientifici che ne hanno cambiato la portata. Secondo perchè le scienze naturali non sono identiche alle scienze umane, dove appunto l’elemento umano non è riducibile ad una reazione chimica o sottoposto unicamente ad un rapporto di causa/effetto.
Questo in generale. Nel particolare faccio un esempio tratto appunto da quello di Fabrizio. Non c’è dubbio che nella divisione sessuale del lavoro agli uomini siano “toccati” quelli più rischiosi, scomodi e pericolosi. Abbiamo detto tante volte che alla base di questo c’erano condizioni oggettive e non una volontà prevaricatrice (di cosa e di chi, poi, è inspiegabile se non con un salto logico spettacolare). Così, ad esempio, il divieto per le donne di portare armi o andare in guerra è stato letto dal femminismo militante ma non solo da esso, come un atto oppressivo, come una minor considerazione del femminile rispetto al maschile e non come una salvaguardia delle donne in quanto feconde in società in cui il numero di braccia era essenziale; per la vita di quelle società ma anche per la specie in generale. Tutti sappiamo bene che un maschio può fecondare molte femmine ma non viceversa. Quindi la vita maschile è sempre stata, come d’altronde anche oggi, molto più spendibile di quella femminile. A lato o sopra questo dato di fatto si possono inserire tanti altri fattori o elementi di altra natura, religiosi, ontologici, e quant’altro, ma sempre da lì si parte. E sempre da lì prende le mosse, a mio parere, il fattore fondamentale da sempre nei rapporti fra i sessi: il senso di protezione maschile verso il femminile, fino ad assumersi oneri e responsabilità non proprie, fino ad appoggiare ogni affermazione femminile sulla propria oppressione, anche la più improbabile o bislacca. Questo fattore è divenuto una vera e propria ideologia, sposata da entrambi i sessi
che si regolano di conseguenza. Se per gli uomini sembra diventato un punto d’onore dare ragione a qualsivoglia affermazione femminile o inneggiare all’altro sesso come portatore di valori umanamente più alti (contemporaneamente svalutando il proprio) per le donne è diventato normale al punto di non accorgersene neanche, ritenersi superiori agli uomini: un tempo solo in termini morali ed etici, oggi ormai anche fisici. E quindi elevare altissimi lai ogni volta che si ritengono, a torto o a ragione, svantaggiate. Falsa coscienza, nient’altro che falsa coscienza, e quindi elemento essenzialmente umano e non individuabile in altri animali che agiscono spinti solo dalle esigenze della specie, diciamo così pre-programmati. Credo sia l’unica spiegazione a cose altrimenti non comprensibili:
450 omicidi di uomini non ne valgono 150 di donne, 96% di uomini morti sul lavoro non valgono il 4% di donne, la povertà, spesso disperata, dei padri separati non vale quella delle madri, un figlio con due madri va bene ma non un figlio con due padri (per me, sia chiaro, vanno malissimo entrambi), “le donne sono le prime vittime delle guerre” nonostante milioni e milioni di uomini massacrati, e così via all’infinito, il tutto proclamato insieme da donne e uomini, con rare eccezioni che spesso, cosa più stupefacente di tutte, provengono più da parte femminile che maschile.
Ritorno al punto di partenza: nonostante tutto non possiamo prescindere dalle narrazioni ideologiche se vogliamo tentare di dare un senso all’esistenza, e in questo senso occorre opporre narrazione a narrazione. Ma è anche vero che ogni narrazione deve essere sottoposta a vaglio critico razionale in senso lato, ossia a) constatare quanto si accorda o contraddice i fatti , b)Se, tramite le energie che smuove, si riesca a costruire una società più giusta e coesa. Non c’è dubbio infatti, almeno io la vedo così, che se l’uomo è un animale sociale, una vera razionalità è quella che agisce per una società coesa e giusta, in cui i singoli possano riconoscersi intorno ad alcuni principi fondativi. Può esserlo o esserlo stato una religione, oppure anche il “comunismo”, ma non certo il femminismo che postula, in ogni sua versione, una gerarchia fra i sessi, naturale o morale/etica/spirituale. Così, anche quel senso di protezione maschile verso le donne. oggi, in condizioni mutate, va rivisitato e rianalizzato, tanto più che ormai non è accettato ma anzi letto come un insulto,e quindi, salvo fatti oggi non ipotizzabili o improbabili ripensamenti di se stessi (maschi e femmine) nel cambiamento sociale avvenuto, l’equilibrio fra i sessi va trovato in altro modo, ma rispettando le reciproche differenze che pure esistono. Quale modo non lo so, se non a partire, per noi uomini, da una rivalorizzazione di noi stessi: non contro le donne ma per noi. per ritrovare senso, dignità e orgoglio di essere tali.
Certo,e finisco, che quanto dice Fabrizio sulla forza delle fedi e delle ideologie che sembrano prevalere sui fatti materiali, mette in discussione anche alcuni elementi del materialismo marxiano e del rapporto fra struttura e sovrastruttura. ma di questo potremo riparlarne.

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Arturo 8:14 am - 4th maggio:

Sono d’accordo con quanto letto sopra: per trovare un equilibrio fra i sessi credo bisogni valorizzare e rispettare le differenze fra i sessi
Il mondo è bello perchè vario!

Per fare uno sciocco,gli uomini sono più portati verso l’ingegneria e la scienza,in minor misura verso le scienze umanistiche e le arti.
Le donne verso le scienze umanistiche,la scienza,le arti e in minor misura verso l’ingegneria e negate per ciò che e spesso negate per tutto ciò che è “macchinoso”.

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