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16 Commenti
Trovo molto interessante questo video di Paolo Ferliga sulla necessità di ricostruire la figura paterna (ben oltre, ovviamente, l’aspetto biologico) che è andata via via sempre più dissolvendosi e disintegrandosi negli ultimi decenni.
Naturalmente il discorso sul “paterno” è estremamente complesso e articolato e non può essere esaurito con queste poche parole. Ci tornerò nel corso del dibattito.
Per ora mi limito a segnalare questa intervista di Ferliga, che contiene un messaggio estremamente semplice e diretto: privata del maschile e del paterno (irrisi e calpestati) la nostra società è destinata a spronfondare in una crisi profonda e inesorabile.
Fabrizio
E’ molto bello, oltre che sensato quello che dice.
In particolare mi ha colpito il passaggio dove dice che “ognuno di noi dovrebbe essere il padre di tutti, nella vita quotidiana, nel lavoro, etc. ..”
Semplicemente vero.
Semplicemente banale.
Semplicemente sconvolgente.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/427542/
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CULTURA 01/11/2011
D’Avenia e il padre che svanisce
«è scomparsa la figura simbolica che rappresenta l’autorità, quella che dice ai figli cosa devono fare». L’autore parla del suo nuovo romanzo
MICHELE BRAMBILLA
MILANO
Domani arriva in libreria Cose che nessuno sa (Mondadori, 332 pagine, 19 euro), il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia. Il primo, Bianca come il latte rossa come il sangue, uscito nel gennaio del 2010, è stato un successo strepitoso: quattrocentomila copie vendute in Italia, venti traduzioni all’estero, un film che uscirà l’anno prossimo. Parlava di quell’età meravigliosa e difficile che è l’adolescenza, ed era riuscito nel miracolo di farsi leggere sia dai ragazzi, sia dai genitori. Cose che nessuno sa va ancora più nel profondo, e scava in una delle grandi colpe rimosse del nostro tempo: l’assenza del padre, o la sua sciatta presenza, che è quasi la stessa cosa.
Trentaquattro anni, insegnante di lettere in un liceo di Milano, Alessandro D’Avenia ci racconta di una mail che dice molto dell’attesa che s’è creata su questo suo secondo romanzo: «Una ragazza mi ha scritto che non vede l’ora di leggerlo perché ha un padre che torna a casa dal lavoro tardi, è sempre stanco, non parla, e appena trova un po’ di tempo va a curare un campo dove ha piantato degli olivi. Così lei si chiede se è meno importante di un pezzetto di terreno».
Quanti ragazzi si possono ritrovare in una mail come questa?
«A volte mi chiedo perché non vedo mai i padri ai colloqui a scuola. Vengono sempre le mamme. Perché? Perché gli uomini sono al lavoro? Ma no, questo valeva una volta, non adesso che lavorano anche le donne. Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi abbiano questo desiderio, questo bisogno. Dovreste vederli, in classe, come sono orgogliosi quelle rare volte che i papà vengono ai colloqui. Glielo leggi in faccia che pensano: per mio padre oggi sono stato più importante io del suo lavoro».
Chi, fra noi padri, non si sente chiamato in causa? Forse siamo la prima generazione che ha abdicato al compito di educare la successiva: educare nel senso etimologico, cioè «condurre, trarre fuori» dai figli le potenzialità, il tesoro che hanno dentro, per aiutarli ad affrontare la vita. «In questo momento – ci dice D’Avenia – la nostalgia della società intera è quella dell’assenza di un padre, con la minuscola e con la maiuscola. Non parlo solo dei padri biologici. Anche nel mondo del lavoro soffriamo e paghiamo l’assenza di padri, intesi come maestri. Perché il mio primo libro ha avuto così tanto successo? Perché uno dei protagonisti, il professore, è uno che vuole fare il padre, che si fa carico dei ragazzi che gli sono stati affidati.
«Oggi i due profili dell’adolescente sono: o Narciso, o la totale disistima di sé. Sono due poli che dipendono entrambi dall’assenza di un padre. Se io oggi credo in me, non è perché sono presuntuoso, ma perché sono stato amato moltissimo. Innanzitutto dai miei genitori, e poi da altri che si sono presi cura di me. Penso a due miei professori del liceo di Palermo: uno era quello di lettere, l’altro era padre Puglisi. Tutti e due hanno dato la vita per i loro ragazzi, padre Puglisi addirittura fino a farsi ammazzare.
«Oggi non è solo un problema di assenza fisica. è scomparsa la figura simbolica del padre, quello che rappresenta l’autorità, che dice ai figli che cosa devono fare senza aprire una trattativa. Il padre è quello che quando ti insegna ad andare in bicicletta, sta a qualche metro di distanza e ti dice “se hai bisogno, io sono qua, ma tu vai da solo”. Molti uomini oggi fanno cose che un tempo i padri non facevano, cambiano i pannolini e fanno i bagnetti, e se devono insegnare al figlio ad andare in bicicletta, lo tengono per un braccio perché hanno paura che cada: ma così non si fa il padre, si fa la mamma-bis».
Poi c’è il dramma delle assenze più, come dire, carnali. La protagonista di Cose che nessuno sa è una ragazza di quattordici anni, Margherita, che decide di andare alla ricerca del padre fuggito da casa. Affascinata dal suo professore che gli presenta l’Odissea come se fosse proprio la sua storia, come Telemaco Margherita va alla ricerca del genitore, e alla fine sarà lei, non il padre, a portare la ferita di Ulisse.
«Quando entri in classe» racconta D’Avenia, e qui a parlare è più il professore che lo scrittore, «vedi subito la differenza tra gli occhi di chi ha i genitori separati e quelli di chi una famiglia ce l’ha: magari tribolata, ma ce l’ha». Ed è qui che Cose che nessuno sa passa inevitabilmente dal tema del padre a quello dell’amore: se tanti padri scappano come il papà di Margherita, è perché abbiamo smarrito la percezione della bellezza del «per sempre». «Oggi i ragazzi danno per scontato che un amore sia necessariamente “a tempo”. E io dico loro: scusate, ma voi quando fate una dichiarazione d’amore che cosa dite, voglio stare con te fino al 2013? Tutti mi rispondono “Nooo, sarebbe bruttissimo!”. E allora io dico: visto che lo intuite anche voi? Il bello dell’amore è la durata, è il resistere».
è il punto di vista di un credente? «In un libro a me molto caro, Lettera a D., André Gorz, ateo, arrivato alla fine dei suoi anni, scrive alla compagna della sua esistenza che “se per assurdo avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”. è partendo dall’umano, e non da un Dio, che si percepisce quanto, come diceva Nietzsche, l’amore voglia profonda eternità». Ma non pensate che il romanzo di D’Avenia sia un sermone sui doveri del padre e sulla fedeltà. Al contrario, alla fine quel che prevale è uno sguardo di misericordia sull’uomo, alle prese con l’incompiutezza di un mondo che non si può definire in uno schema perché ci sono troppe «cose che nessuno sa». Misericordia, e un grande amore per la vita nonostante le sue ombre.
Molti uomini oggi fanno cose che un tempo i padri non facevano, cambiano i pannolini e fanno i bagnetti, e se devono insegnare al figlio ad andare in bicicletta, lo tengono per un braccio perché hanno paura che cada: ma così non si fa il padre, si fa la mamma-bis».
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Ottima considerazione e anche molto politicamente scorretta aggiungerei.
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Il bello dell’amore è la durata, è il resistere».
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Questa è invece pura retorica dell’amore.
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/11/15/news/scialla_pezzo-24999291/
“Scialla!”, film italiano-fenomeno
“Un mix tra Pinocchio e Lebowski”
Applauditissimo a Venezia, diretto da Francesco Bruni, è la storia di un padre nordico (Bentivoglio) e di un figlio romano coatto che si ritrovano. E come personaggi di contorno pornostar (Bobulova) e pusher (Marchioni)…
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA – Scialla! non è solo l’espressione romanesco-giovanilistica che regala il titolo al film italiano più amato dell’ultima Mostra di Venezia. E’ anche – col suo significato di stai calmo, rilassati, equivalente dell’inglese take it easy – lo stato d’animo che descrive meglio il senso della pellicola: storia sorridente, spesso divertente, del rapporto tra un figlio adolescente e un padre che si ritrovano, si annusano, cominciano a conoscersi. Il tutto raccontato in modo leggero, agrodolce. Con qualche accento drammatico, certo. Ma senza mai esagerare nel prendersi sul serio.
IL TRAILER 1- LA CLIP 2 – LE IMMAGINI 3
Un’interpretazione avallata da Francesco Bruni, sceneggiatore abituale di Paolo Virzì, qui al debutto dietro la macchina da presa: “E’ vero – spiega – Scialla! è proprio un classico esempio di commedia scialla”. “Stai sereno”, come recita il sottotitolo: questo il film sembra voler dire, dallo schermo, allo spettatore. Ed è probabilmente questo il segreto del suo successo, dei grandi applausi di settembre al Festival in Laguna. Col risultato di diventare cult, prima ancora di approdare – in 250 copie – nelle nostre sale, distribuito dalla 01 di RaiCinema.
Ma veniamo alla storia. Protagonista un insegnante nonché scrittore semifallito (Fabrizio Bentivoglio), ghostwriter dell’autobiografia della pornostar polacca Tina (Barbora Bobulova), il quale scopre di avere un figlio già grande (Filippo Scicchitano, scoperto dopo centinaia di provini nelle scuole della capitale) di cui, all’improvviso, è costretto a occuparsi. Comincia così, tra il padre nordico e il ragazzo romanaccio e un bel po’ coatto, un’improbabile convivenza. Costellata anche da incontri con personaggi particolari: come quello interpretato dall’ex “Freddo” televisivo Vinicio Marchioni, qui nel ruolo di un pusher cinefilo che fa chiaramente il verso al mondo di Romanzo criminale…
“Io vengo da una storia di commedia problematica – racconta oggi il regista – Ho sempre amato i film che affrontano temi seri e anche drammatici cercando di raccontarli con un tono umoristico senza disinnescarli completamente. Ho cercato di mantenere la stessa strada senza però copiare ciò che facevo da scrittore. Le ispirazioni per il personaggio di Bentivoglio? Collodi, ma soprattutto il Lebowski dei fratelli Coen”. Anche l’attore ammette il paragone tra il suo padre riluttante e Geppetto, evocato poco prima dallo stesso Bruni: “Non avevo mai pensato di poter interpretare una sorta di Geppetto. Certo il mio personaggio ha in comune con lui il terrore di ricoprire il ruolo paterno. Che è poi la paura di tanti uomini: quella di non saper essere abbastanza autorevoli per fare i padri, di non saper dire di no. Considero il paragone un complimento”.
E poi c’è lui, il figlio. “Nella vita ho capito che fare il padre – conclude il regista – non significa solo essere amico ma anche imporsi e dare dei limiti. Per me è stato molto faticoso come processo e di sicuro l’ho messo nel film. Il padre si deve guadagnare l’affetto e il rispetto del figlio. I giovani oggi sembrano smarriti anche per i dubbi che hanno sul loro futuro, sono la prima generazione che si troverà peggio dei propri genitori e questo chiaramente li smarrisce”.
(15 novembre 2011)
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Non ho ancora visto il film.
Ho letto però le recensioni e alcune dichiarazioni del regista.
Come questa: «Avevo la sensazione che nella cronaca si parlasse di padri solo per cose brutte: molestatori allontanati da casa, violenti. Mi sembra un ruolo in crisi, laddove la madri hanno sempre mantenuto la forza dell’amore universale. I padri non sono più i procacciatori di beni materiali, mi sembra abbiano perso di identità. Essendo io babbo mi veniva voglia di riscattarli». Fonte: Corriere.it
Ripeto, non ho ancora visto il film, ma penso proprio di farlo.
La vicenda personale e politica di Umberto Bossi è tragica e al tempo stesso paradigmatica:
il padre lascia, in questo caso perchè copito da una grave infermità, il timone della famiglia e del partito che ha creato, alla moglie e alla consigliera di turno e da quel momento tutto viene sottoposto alla logica autoreferenziale femminile e materna e in sostanza cambia natura e finalità. Una vicenda che è paradigma della nostra civiltà dove i padri esprimono, e subiscono, una paternità che delega ogni ruolo alla moglie e alle consigliere di turno. E il tutto, futuro compreso, si annulla in un eterno presente consumistico e autoreferenziale e implode in una regressione psicologica e affettiva scambiata per amore e progresso.
I casini della lega sono forse l’unica buona notizia in questa deprimente fase politica. La speranza è che da questo momento inizi un’inarrestabile decadenza di questo partito politico che ha fatto dell’insulto verso altri connazionali e verso altri popoli meno fortunati il suo tratto maggiormente caratterizzante. Speriamo bene.
Si, è proprio paradigmatica. Perchè in altre epoche quando un politico o un industriale si ammalavano gravemente o morivano, col cavolo che la moglie subentrava in qualche modo nelle faccende di partito o d’azienda. C’erano i successori designati, punto e basta. La moglie poteva diventare la testimone o la “madre nobile”. Accadde a Berlinguer ed anche a Almirante, tanto per non fare torto a nessuno. Questa faccenda che la vedova (o quasi) di un uomo pubblico diventa a sua volta pubblica per successione familiare è tipicamente attuale e paradigmatica anch’essa. Le donne che hanno costruito una loro carriera politica o imprenditoriale, o comunque sono apparse alla ribalta grazie al cognome e alle vicende del marito sono numerose assai. Dice nulla tutto ciò? Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano sulla faccenda del cognome.
Armando
armando@Questa faccenda che la vedova (o quasi) di un uomo pubblico diventa a sua volta pubblica per successione familiare è tipicamente attuale e paradigmatica anch’essa.
Oggi non è solo la vedova o la moglie di un uomo malato che subentrano automaticamente nelle responsabilità del marito. Quello che accade oggi è che sempre più spesso risulta che l’uomo politico in carica è diventato l’Avatar della moglie o della donna che ha a fianco. E’ la moglie o l’amante a gestire per interposto maschio le scelte politiche. Ci sono stati cambi di 180 gradi di politica e persino di orientamento ideologico in base all’amorazzo di turno o al rifiuto di servire la camomilla serale o le pantofole da parte della moglie. Più che sui giornali specializzati di politica è negli articoli dei settimanali di gossip o nelle riviste di psicologia della terza età che si trovano le fondamenta delle convinzioni di tanti nostri politici.
P.S. Auguri di buona Pasqua a tutti
Penso proprio che meriti di essere segnalato
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=211&ID_articolo=413
E’ la prima volta, a parer mio, che sul blog di quelle sciamannate della 27ma ora scrive un uomo. Da UOMO.
Voi cosa ne pensate?
http://27esimaora.corriere.it/articolo/un-bicchiere-a-12-anni-contro-lo-sballo-io-bevo-con-mio-figlio-e-voi/#more-4570
Secondo me ce l’hanno messo unicamente per far pensare che gli uomini rovinano i loro figli. Con tutti gli argomenti che ci sarebbero dal punto di vista maschile, che c***o di senso ha una “testimonianza” del genere?
A me l’articolo piace. Un padre che educa il figlio portandolo con sè non allo sballo ma a vivere alcuni momenti della vita e della storia culturale del nostro mondo mi sembra un bell’esempio. I commenti scandalizzati che si leggono sul blog fanno parte di quella concezione del politicamente corretto di moda. Luoghi comuni, idee per niente originali che ripetono come un mantra il solito messaggio falsamente buonista e molto ipocrita. Credono che rimuovendo la realtà anzichè educarla e gestirla serva a qualcosa. E’ la stessa cosa della demonizzazione femminista delle armi giocattolo e di tutte le identiche ed autentiche idiozie contro qualsiasi cosa che anche lontanamente sa di maschile propinateci per decenni dal femminismo e che i maschi hanno avutol’enorme torto di accettare come vere. Col risultato opposto a quello che si credeva. Ben vengano padri che educano così i figli. Fanno loro capire che bene e male hanno la stessa radice, e che non è sfuggendo alle cose che le stesse si migliorano, ma solo affrontandole per capirle e per gestirle.
armando
@ Marco Pensante
Non so il motivo, ma se fosse quello da te suggerito hanno preso un abbaglio. Ovviamente argomenti diversi e molto più scomodi per loro, come dici tu ce ne sarebbero stati tanti. Ma penso sia pia illusione sperare di vederli in quello spazio. Però ….
Pero, premettendo che forse la presenza dell’argomento vino, con il quale ho un empatico rapporto, potrebbe travisare il mio giudizio, io in quella storia narrata dal post ci vedo un padre. Un padre vero. Che prende il figlio per mano e lo inizia (nel senso di iniziazione) al modo degli adulti. Per me la questione alcol in questo caso è del tutto secondaria, molto più importante è tutto il resto. Ci sta il viaggio, quindi la scoperta. Ci sta il distacco dalla madre e quindi l’inizio della coscienza di se come uomo. Ci sta l’acquisizione del “metodo” che è il senso della frase di Armando (sul cui commento concordo in toto): “Fanno loro capire che bene e male hanno la stessa radice, e che non è sfuggendo alle cose che le stesse si migliorano, ma solo affrontandole per capirle e per gestirle. Ci sta l’offerta di sè (del padre) come modello di virilità adulta e consapevole.
Ci sta questo e tanto altro.
Può un padre fare di più?
“Può un padre fare di più?” (Luigi)
Sì, portarlo allo stadio a vedere la Lazio…:-) come ho fatto io con i miei nipoti…
Scherzi a parte (neanche tanto…:-)) ) sottoscrivo il tuo pensiero.
Fabrizio
Ma infatti io non discuto il contenuto, che riguarda, se mai, la relazione educativa fra uno specifico padre e uno specifico figlio, su cui si può discutere e ragionare in modo intelligente. Intendo che nel contesto (La 27ma ora, e ho detto tutto) un articolo del genere (il primo scritto da un uomo) si presta a essere letto sull’onda della pura emotività. Guardate la fotografia sotto il titolo. Cosa si sta cercando di dire? Quale messaggio si sta cercando di far passare? Secondo voi, dopo mesi e mesi di panegirici sulla perfezione femminile, sulla superiore moralità femminile, e soprattutto con l’attuale isteria sugli UominiCheOdianoLeDonne® e la loro ViolenzaMaschile®, che guardacaso nasce fin dalla più tenera infanzia, come mai proprio questo argomento?