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09 Mag 2012  |  295 Commenti

Video: discriminazioni, violenze e abusi subite dagli uomini e padri separati

Questi che pubblichiamo di seguito, sono una serie di video mandati in onda su network nazionali, relativi alla condizione degli uomini e dei padri separati.

Il fenomeno ha ormai assunto dimensioni talmente vaste e drammatiche che, anche volendo, non può più essere occultato. Da qui l’attenzione di alcuni media a questa tragedia sociale e di genere, che naturalmente viene affrontata,come quella dei morti maschi sul lavoro, solo per il primo aspetto.

Si ritiene quindi che non ci siano le condizioni per poter affrontare anche il secondo, quello di genere, che a nostro parere non può essere separato dal primo. Noi siamo infatti convinti che sia impossibile e soprattutto profondamente errato e depistante scindere i due aspetti e che sia giunta l’ora di affrontare la vicenda nella sua interezza.

La Questione maschile è nello stesso tempo una questione di genere e di classe. E’ ora di dirlo forte e chiaro, senza  timori nè tentennamenti.


295 Commenti

armando 3:11 pm - 3rd Marzo:

aggiungo, a proposito dello scritto di Timperi, che di positivo c’è all’accenno al pregiudizio culturale che coinvolge i giudici. E’ già qualcosa che non si accusino solo le leggi,ma che la questione inizi ad essere affrontata anche alla sua origine. Quello che non capisco, invece, è la solita frase sul medioevo, come se quell’epoca fosse davvero oscura come l’illuminismo la racconta e come se da lì si originassero tutti i mali. Credo invece che dovrebbe essere studiato con occhi diversi. Ad esempio rispetto al rapporto fra le comunità locali e lo Stato (se stato si poteva definire in senso attuale), ed al reticolo di usi, consuetudini, tradizioni che erano preminenti rispetto alle leggi centrali. Il discorso sarebbe lungo e OT, per cui mi fermo. Non prima di avere detto, però, che almeno dal punto di vista dei padri, la situazione era decisamente migliore di oggi.
armando

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Fabrizio Marchi 3:22 pm - 3rd Marzo:

bè, se veramente fosse stato censurato significherebbe che siamo alla follia ideologica. In questo caso ci sarebbe veramente da preoccuparsi. C’è da dire che negli ultimi tempi il Fatto aveva pubblicato articoli sulla questione dei padri separati anche più duri di quello in oggetto. Sarebbe quindi singolare che ad essere censurati siano un giornalista autorevole e conosciuto al grande pubblico come Luca Telese e un personaggio pubblico come Timperi. La cosa comunque non mi stupirebbe affatto. Aspettiamo l’evolversi degli eventi, e poi facciamo il punto della situazione.
Fabrizio

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Leonardo 3:31 pm - 3rd Marzo:

La censura femmi-nazi-dominista una volta si chiamava: cavalleria, galanteria o rispetto per le donne. Il corteggiamento, lo schiaffo dato all’uomo come risposta giusta…
Timperi infatti usa la frase “uscire dal medioevo”.

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Luigi Corvaglia 3:48 pm - 3rd Marzo:

Beh … comunque ho mandato un messaggio (privato) tramite FB allo stesso Timperi, chiedendogli lumi.
Vedremo ….

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Leonardo 7:53 pm - 3rd Marzo:

@armando:
Non sono uno studioso medievalista, me è un epoca lontana e leggendaria che viene spesso presa nella sua estetica più comune, difficile dire come se la passavano i maschi nel medioevo e neanche si può fare in fondo troppo affidamento ai poemi che ci hanno tramandato, visto che l’arte specie a quei tempi era molto fuori dalla vita comune: basta vedere i dipinti dalle figure stilizzate prima e poi dai tratti angelici e i capelli biondi verso il rinascimento.
A me piace molto il medioevo da quello che si vede nei borghi antichi, proprio per quella aura oscura e di superstizione.
E comunque è l’epoca della diffusione del cristianesimo in Europa…

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Leonardo 12:27 am - 4th Marzo:

Riguardo al critianesimo e alla bibbia, bisognerebbe leggerla tutta, ci propinano sempre la maledizione di Adamo ed Eva che è conveniente, ma sulle donne dice cose che forse la chiesa non vuole rimarcare.
Consiglio di rivedere il film di Brian De Palma “Carrie lo sguardo di Satana” che offre molte letture sulle donne, dove il loro mondo è un inferno e il protagonista maschile biondo sembra quasi un angelo…

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Rita 12:13 pm - 8th Marzo:

Ma allora.. volendo, la soluzione c’è..

http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_08/mamma-e-papa-separati-cesare-rimini_d9cb5dce-68f1-11e1-96a4-8c08adc6b256.shtml

Il Tribunale per i minorenni, per definizione, protegge i minori. Pensa alle loro esigenze e interpreta, quando può, i loro desideri. In concreto, deve decidere sulle liti tra i genitori non sposati ma conviventi da annui (per le coppie sposate decide il Tribunale ordinario che si occupa delle cause di separazione e questa è una stranezza processuale), dare le regole per le frequentazioni, per il mantenimento, per le spese e soprattutto assegnare la casa.

La bambina protagonista di questa storia ha quattro anni ed il Tribunale per i minorenni di Trieste ha assunto per lei un provvedimento inusitato. Non si era visto mai che la casa, di cui i genitori in lite sono comproprietari, venisse in pratica assegnata alla bambina.

La lite era aspra e, per solito, quando una bimba o un bimbo viene collocato prevalentemente presso la madre, il padre, anche se è comproprietario della casa coniugale, finisce fuori e vede il proprio figlio con umilianti cadenze… a weekend alternati, un giorno alla settimana, per parte delle vacanze estive e delle vacanze natalizie, per le vacanze pasquali ad anni alterni.

Al Tribunale per i minorenni di Trieste questa formula abituale e un po’ scontata, nel caso concreto non è piaciuta ed il decreto del giudice è stato schematico. La sentenza è stata depositata lo scorso 29 febbraio dal presidente del Tribunale, Paolo Sceusa.

La bambina è stata affidata ad entrambi, rimarrà nella casa e le frequentazioni madre-figlia e padre-figlia saranno regolate in un modo speciale. I genitori si alterneranno il lunedì mattina, settimana dopo settimana, nella casa che è di fatto assegnata alla bimba. Ciascuno di essi nella sua settimana dovrà garantire i rapporti con l’altro e provvedere al mantenimento nella quotidianità contribuendo poi al 50% delle spese straordinarie (salute, istruzione e tempo libero). Tutto ciò anche con l’eventuale supporto di altri loro familiari. Dice la sentenza: «La minore viene affidata in modo condiviso ad entrambi i genitori i quali, limitatamente alle decisioni di ordinaria amministrazione e al tempo in cui la figlia è con ciascuno di essi, eserciteranno la potestà separatamente».

Non sarà facile eseguire questo provvedimento che sembra quasi provocatorio, una specie di paradigma per insegnare almeno ai genitori a fare, settimana per settimana, il proprio dovere. La bimba nel provvedimento è al centro della tutela, si affaccia anche la figura dei nonni.

Un progetto audace che può infrangersi sugli scogli della quotidianità. Una specie di mediazione familiare regolamentata dal giudice. Ma le buone intenzioni vanno apprezzate e un po’ di ottimismo non guasta.

Cesare Rimini

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Luigi Corvaglia 7:55 pm - 10th Marzo:

Booh … ho provato ad inviare un commento al seguente articolo:
http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_10/ferrara-botte-figlio-di-3-anni_c577cb3a-6ace-11e1-8b63-010bde402ef9.shtml
Non sono sicuro che sia stato recepito e sembra (sempre che non sia un problema mio) che abbiano chiuso i commenti. Per cui lo riporto di seguito:
Cioè …. fatemi capire
Il bimbo era stato affidato al padre. E già questo, in una società ginocentrica come la nostra la dice lunga sull’affidabilità della madre, giacché lo stesso affido condiviso è di fatto non applicato nella stragrande maggioranza dei “normali” casi.
Successivamente viene sottratto illegalmente dalla madre. Il padre denuncia (quindi l’indagine per il reato di sottrazione che più che indagine a me sembra mera presa d’atto dei fatti) ma il figlio non gli viene riconsegnato (è brutto dirla cosi, sembra un pacco, ma tantè …).
Ora a parte l’ovvia constatazione che viviamo in un paese dove la legge non è uguale per tutti, ossia che per alcune è molto più uguale che per altri, immaginatevi la cosa a ruoli invertiti. E ditemi dopo quanti microsecondi dalla scoperta ove si trovasse il piccolo questi sarebbe tornato tra le braccia della madre e che fine penale e mediatica avrebbe fatto il padre!!!
A parte questo dicevo, per nulla secondario, io ci vedo quasi sicuramente lo zampino di magistrati/e (?) e/o servizi sociali che dovrebbero dirci perché, nonostante tutto, il piccolo è rimasto nelle mani della madre.
Quà ci sono state scelte ben precise che qualcuno ha preso. E queste scelte hanno portato a gravissime conseguenze per il piccolo.
Per quanto mi riguarda, madre e convivente a parte, queste persone, che avranno nomi e cognomi ed avranno firmati atti o perizie debbono essere chiamati in causa e, se hanno sbagliato, pagare.

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Luigi Corvaglia 8:12 am - 21st Marzo:

Spesso e volentieri il duo Piromallo & Borrelli se ne esce con articoli pro-feminist da me particolarmente osteggiati. Ma in questo caso penso proprio che valga la pena segnalare in positivo il seguente post.
…………………………………………………………
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/diritti-della-tribu-figli-separati/198921/
I diritti della tribù dei figli di separati
Ha fatto molto discutere la sentenza del giudice del Tribunale dei Minori di Trieste. E se ne discuterà ancora. La bambina di quattro anni è stata affidata, come prevede la legge, in modo condiviso a entrambi i genitori. Fin qui nulla di strano, ma l’originalità della sentenza sta nel fatto che la bambina non è stata “collocata” presso l’abitazione di uno dei due genitori ( solitamente la madre) ma “presso l’abitazione di proprietà di famiglia“, cioè lei non si muove da casa e tocca ai genitori alternarsi nell’accudimento. Tradotto pragmaticamente una settimana la piccola sta con il papà e una settimana con la mamma. Entrambi, per par condicio, svolgeranno funzione di genitore “collocatario”.
Applaudo questa sentenza come “padre”, perché è giusto che nelle separazioni non siano sempre loro i soli a essere penalizzati, a lasciare la casa, a pagare gli alimenti ( magari riducendosi in miseria) e accontentarsi di vedere i figli una volta la settimana.
Applaudo questa sentenza come madre. Anche io sono separata da tre anni, i bambini avevano 10 e 8 anni. Io e il padre dei miei figli non ci siamo fatti la guerra (anche se confesso qualche volta ho dovuto sopprimere la tentazione di scaraventare per terra il servizio buono di piatti. Andranno ai miei figli, ho pensato, dopo, in un momento di più sano giudizio). Abbiamo risparmiato parcelle salatissime di avvocati, esperti di diritto di famiglia (sapientoni da 300 a 400 euro all’ora per consulenze legali). Senza che ce lo ordinasse il giudice abbiamo optato per l’affidamento congiunto. Ai bambini è rimasta la casa, a noi la piccola scomodità di dover una volta alla settimana fare le valigie. E nelle varie regolamentazione ci siamo pure divisi le mansioni di accompagnamento: il papà li porta la mattina a scuola, io vado a riprenderli. Così tutti e due li vediamo tutti i giorni.
Il risultato mi è balzato agli occhi qualche mese fa. Quando la maestra ha assegnato a mio figlio grande, Kamalei, il compito sulla “struttura sociale della famiglia”, lui ha scritto: “Vivo con mamma, papà, mia sorella e un cane”. Nella sua testa è come se non fosse avvenuta la separazione.
E la mia socia Marika, separata, ricorda ancora la supplica di suo figlio Dario: “Mamma, cambiami tutto, ma non cambiarmi la casa” . E Marika eseguì. Perché la casa, proprio nell’immaginario dei figli di genitori divorziati rimane un saldo punto di riferimento.

Senza scivolare in sterili auto/elogi, ma quando si tratta dei figli, che per noi donne del sud sono piezze ‘e core, bisogna mettere da parte antichi rancori, meschinità ed egoismi. Non ci devono essere né vinti, né vincitori. Loro, soltanto loro, i figli sono le nostre priorità. Non dimentichiamocelo mai. La strada di genitori non si interrompe con il divorzio, ma continua per altre vie…
Perché, anche da genitori non-più-insieme, possiamo continuare a trasmettergli il senso di famiglia. E di questo ce ne saranno riconoscenti a vita.
di Januaria Piromallo

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armando 11:33 am - 21st Marzo:

C’è da sperare che dopo le tante ingiusitizie subite dai padri, dopo l’epoca in cui l’interesse del figlio era fatto automaticamente e arbitrariamente coincidere con quello della madre, un po’ di buon senso e di reale attenzione verso i figli prevalgano. Speriamo che quella sentenza sia solo la prima.
armando

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armando 9:37 pm - 21st Marzo:

Se anche Repubblica se ne accorge, allora vuol dire che la situazione è ancora peggiore di quel che diciamo da anni. Ma quanta ipocrisia esiste su quei media. Hanno avvelenato (e stanno tuttora avvelenando) l’ambiente per decenni, si sono sempre schierati anima e corpo contro i padri e i maschi, hanno sempre sostenuto ogni causa e ogni opinione femdominista anche la più falsa e bugiarda, ed ora scrivono sui padri “nuovi poveri”.
Ben vengano articoli come quelli, sia chiaro, ma per rifarsi una qualche verginità non bastano certamente. Inizino a fare una sana autocritica, inizino ad ammettere che anch’essi sono una delle cause della situazione per aver sposato acriticamente ogni cattiva causa. Solo così, con uno slancio sincero di onestà intellettuale, potranno dare un contributo di verità ed anche di orientamento ai loro lettori.
armando

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cesare 10:47 am - 22nd Marzo:

E su L’Espresso on line si parla delle nuove schiavitù in maniera meno ideologica e squilibrata a citare solo il genere femminile, per cui, anche se ancora timidamente, si citano fra gli schiavizzati dai trafficanti di esseri umani, anche gli uomini ( di gran lunga i più numerosi):
“Uomini, donne e bambini sono solo dollari che camminano per i trafficanti di esseri umani”.
Il femminismo, smascherato come ideologia funzionale a costruire l’inganno di una falsa narrazione e di una falsa coscienza, non è più utile a svolgere il ruolo di tappeto ideologico sotto cui buttare e nascondere come fossero polvere tutti gli sfruttati e i calpestati nel Mondo?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/gli-schiavi-sono-tra-noi/2176795

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cesare 3:54 pm - 23rd Marzo:

Da tanto tempo i nostri giudici, come anche i nostri legislatori, ci stanno dimostrando che il buon senso è un pregiudizio del tempo andato. Per esempio io, in preda al più fosco pregiudizio, pensavo che, ove fosse sorta la questione di chi deve aiutare chi, fosse la figlia di 41 anni a dover mantenere il padre separato e ultrasessantenne. Invece, è il contrario! è evidente che devo fare un corso di rieducazione promosso dalle pariopportunità: dovevo infatti ricordarmelo che i padri sono diventati le utili pezze da piedi dei nostri giorni.

http://www.liberoquotidiano.it/news/964847/Papà-deve-manterla-a-41-anni-Cassazione-bambocciona.html

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cesare 11:36 am - 29th Marzo:

Ecco qua, i papà separati dai figli, oltretutto ridotti in miseria, i nuovi poveri, fra coloro (come per esempio i massacrati sul lavoro) che non sono ospiti dei talkshow, nè dei tiggì, nè hanno o ricevono soldi per gli spot pubblicitari, nè hanno leggi giuste e quelli di cui i nostri politici non sanno letteralmente che farsene tranne che attivarsi per denigrarli. Per non parlare degli aspetti relativi al lavoro e alle pensioni. Ecco qua gli uomini, i non nominati, gli invisibili che in Italia hanno come riferimento non S. Francesco, ma Giobbe e la sua biblica pazienza:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/papa-separati-i-nuovi-poveri/2177358

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Fabrizio Marchi 9:50 am - 6th Giugno:

Un articolo onesto e puntuale del “solito” Mazzola…
Il Fatto Quotidiano continua in questa politica altalenante, alternando articoli equilibrati e seri sulla condizione di discriminazione subita dagli uomini e padri separati, ai soliti deliri femministi sul femminicidio, la violenza di genere (maschile…) e via discorrendo …E’ evidente, a questo punto, che questa sorta di “cerchiobottismo” non è casuale ma risponde ad una precisa scelta editoriale e politica.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/06/affidamento-condiviso-e-disparita-di-diritti/253678/

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fabriziaccio 11:28 am - 6th Giugno:

il giornalismo è marketing della notizia..anzi dell’opinione

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wakarimasen 4:38 pm - 6th Giugno:

le rivendicazioni delle associazioni dei padri separati avrebbero piu senso se dette organizzazioni si battessero allo stesso modo per il congedo di paternità o per suddividere equamente il carico di lavori e cure domestiche da parte di entrambi i genitori.

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Marco Pensante 10:37 pm - 6th Giugno:

Sì sì, certo, come no. E anche se si battessero allo stesso modo per salvaguardare l’habitat dei pinguini della Tasmania. E anche se si battessero allo stesso modo per i diritti delle balene lesbiche degli acquari comunali. Pensa un po’. C’è gente ridotta alla fame e arriva il maestrino di turno col dito puntato a dire “Eh, è colpa tua, dovevi lavare i piatti e passare l’aspirapolvere, adesso non saresti ridotto così”. Di’ che non te ne frega niente e falla finita. No, devi fare la morale. Ma roba da matti. Che ci fai qui? Non hai da fare la tua quota di lavori domestici?

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Fabrizio Marchi 10:20 pm - 6th Giugno:

“le rivendicazioni delle associazioni dei padri separati avrebbero piu senso se dette organizzazioni si battessero allo stesso modo per il congedo di paternità o per suddividere equamente il carico di lavori e cure domestiche da parte di entrambi i genitori”. (Wakarimasen)

La relazione MM/FF sarebbe molto migliore, di certo infinitamente più equilibrata, se ci fossero più uomini consapevoli e meno azzerbinati…
Fabrizio

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Luigi Corvaglia 10:23 pm - 6th Giugno:

@ wakarimasen
E le rivendicazioni delle femministe pret a porter sarebbero infinitamente più efficaci se fatte nell’interesse generale e non nell’interesse di un genere o di una categoria in paricolare. Che poi se c’è vittoria è sempre di Pirro.
Un esempio. Lo ripeto spesso, perchè è paradgmatico.
Dimissioni in bianco. Problema in maggioranza femminile (manco di tanto 60% donne/40% uomini), ma che non risparmia (anzi) gli uomini.
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2012/01/19/news/assunti_con_le_dimissioni_in_tasca_cos-28430423/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep-it%2Finchiesta-italiana%2F2012%2F01%2F19%2Fnews%2Fdimissioni_bianche-28426477%2Findex.html
Cosa ti risulta che abbiano fatto le nostre?
Hanno per caso ingaggiato una battaglia che, magari partendo dallo specifico femminile, coinvolgesse tutti, uomini e donne?
Ti ricordo, cara wakarimasen, che tale linea d’azione era nello stesso interesse di chi asserivano di difendere perchè, non bisogna essere di sinistra per capirlo, l’unione dei molti che soffrono, che subiscono un’ingiustizia da sempre ha fatto paura ai detentori del potere.
Ritornando a noi. Manco per niente. Hanno solo agito alla loro maniera (ancora aspetto di vederle rivendicare qualcosa in maniera tosta, tale da spaventare chi comanda ….), attraverso il gioco delle lobby femministe presenti daperttutto, in partiti ed associazioni.
Risultati?
Quattro pive nel sacco e gli sberleffi della madonna piangente radical-chic-femminista Fornero.
Quindi lascia stare le associazioni dei padri separati. Pulisciti la bocca prima di parlare di loro. Loro non stanno come me o come te qua sopra a cazzeggiare. Lottano in primis per il diritto ad una vita, da padri e da uomini, dignitosa accanto ai loro figli.
Solo quando lo stato e la magistratura accoglieranno le loro sacrosante richieste, la tua osservazione avrebbe appena appena ragion d’essere.
Si ho detto appena, appena. E non a caso.
Perchè invece di ripetere slogan vuoti, tu e le tue sorelle di credo, non vi impegnate nella battaglia più grande di tutte?
Rivendicare il lavoro per voi stesse come un dovere e non come un diritto?
O viceversa pretendere che per gli uomini il lavoro come diritto e non come dovere?
Perche vedi tutto discende da lì: per gli uomini è un dovere, per voi un diritto.
Anche i suicidi di questo periodo, al 99% maschili.

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raffaele 11:01 pm - 6th Giugno:

le rivendicazioni delle associazioni dei padri separati avrebbero piu senso se dette organizzazioni si battessero allo stesso modo per il congedo di paternità o per suddividere equamente il carico di lavori e cure domestiche da parte di entrambi i genitori”. (Wakarimasen)

Quindi cara Fornero-Paolo, un padre che sta fuori per lo meno 10 ore al giorno per lavoro(e magari si rompe il culo) deve suddividere equamente il carico di lavoro domestico con la moglie che fa un lavoro meno carico(a livello di orario e di pesantezza) o addirittura casalinga?La vostra è istigazione allo schiavismo e allo sfruttamento.

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Luigi Corvaglia 12:39 pm - 7th Giugno:

cara Fornero-Paolo …… (Raffaele)
Ehh …. ehh …. mi sa proprio che lo hai beccato. 😆

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wakarimasen 12:19 am - 7th Giugno:

ma è logico che se continuerà a sussistere la classica divisione dei ruoli con marito che si occupa principalmente del lavoro e donna che si divide tra lavoro e casa o si occupa solo della casa i giudici continueranno ad assegnare i figli alle mogli in caso di divorzio o separazione.

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Marco Pensante 9:50 am - 7th Giugno:

E la legge sull’affido condiviso? Quella non è logica? Non dovrebbe essere “logica” come lo sono le leggi dello stato? Ah già, dimenticavo che per i/le femminist* “logico” è qualcosa che è logico ma anche no, a seconda della “classica divisione dei ruoli” che più fa comodo a loro.

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fabriziaccio 11:21 am - 7th Giugno:

Un inciso sull’affido condiviso.
Il primo ministro Australiano, nota femminista, Julia Gillard, da quando è entrata in carica sta facendo una battaglia CONTRO L’AFFIDO CONDIVISO….

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fabriziaccio 11:02 am - 7th Giugno:

Cara wakrimasen.
Le rivendicazioni dei padri separati sono sacrosante e basta, e non sono soggette a pregiudiziali di nessun tipo. La legge così come è costruita è infame, e le donne se ne stanno approfittando, con poca lungimiranza (troppo semplice per quelle 700-800 mila donne che hanno ridotto i loro ex in schiavitù trincerarsi dietro la legge)….

La posizione dei padri separati è sacrosanta, e le donne devono rendersi conto che godono di un enorme privilegio che sul medio termine si ripercuoterà contro di loro, perchè se non fosse abbastanza evidente…gli uomini sono sempre più consapevoli del rischio matrimonio+figli e li sta portando a considerare la famiglia, una volta fondativa della nostra società, un elemento di rischio enorme ed unilaterale.

In ogni caso per tua informazione, i padri separati sono in prima linea per la pari genitorialità.

Per quanto riguarda la divisione dei compiti, questa attiene alle dinamiche interne alla famiglia, e i coniugi/compagni si regolano secondo proprie valutazioni, lo Stato non deve entrare in questo dominio.

Non voglio neanche entrare in discussioni “la donna fa più a casa, l’uomo fa più a lavoro…” sono d’accordo con te che parzialmente attengono a specificità culturali, ma hanno anche dello strutturale legate a specificità del mondo del lavoro ed anche alla biologia….

ps
prima o poi faccio un articoletto sulla situazione USA, così capiamo dove andiamo a finire tra 20 anni…

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Leonardo 10:16 am - 7th Giugno:

x wakarimasen
Gli uomini non hanno seni per allattare e vagine per partorire, ma questo non vuol dire che un padre deve essere allontanato e salassato del suo denaro.
L’affidamento andrebbe valutato per ogni singolo caso.
Poi, caro wakarimasen, se mi trovi una bella ragazza che lavora e mi mantiene, io posso pure fare le pulizie e “governare” la casa.

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Rino 5:57 pm - 7th Giugno:

Le rivendicazioni delle associazioni femministe avrebbero piu senso se dette organizzazioni si battessero allo stesso modo per:
1- i diritti riproduttivi maschili
2- i diritti dei padri separati
3- l’abolizione degli assegni di mantenimento
4- il rispetto degli ormoni maschili
5- le quote celesti nella scuola
6- la fine del male bashing
7- l’abolizione delle baby pensioni
8- …

99- ….

140-

RDV

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Rino 1:59 pm - 11th Giugno:

Stamane duplice incontro con padri separati.
Solite rapine, solite disperazioni degli interessati e dei parenti (nonni rimasti senza nipoti).
Uno mi dice: “Lavoro quasi sempre fuori d’Italia. Quando racconto quello come vadano le cose qui, non ci credono…”
Poi – arrossendo – mi dice: “C’è anche qualcosa di cui mi vergogno… sono stato accusato di abusi e di violenza morale”.
Al che gli lancio la vera scialuppa:”Ottimo! Questo fa di lei un padre separato DOC! Senza queste accuse lei sarebbe quasi una anomalia…” Così gli strappo un mezzo sorriso.
.
Ecco dove siamo: al punto che si è indotti a vergognarsi non del male che si fa, ma di quello che si subisce.
.
RDV

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Leonardo 2:38 pm - 11th Giugno:

C’è anche qualcosa di cui mi vergogno… sono stato accusato di abusi e di violenza morale
————————————
Certo, eri uno dei soliti imbecilli che amano le donne e si fanno maltrattare, ma solo quando esagerano e si vede la loro vera natura capite (forse) che siete degli imbecilli (ho un difetto di scrittura: ripeto più volte i soggetti) imbecille.
Scusa, capisco il tuo-vostro dramma, è comune a tutti noi maschi combatterci per entrare nei favori una stronza.

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mauro recher 10:19 pm - 12th Giugno:

trovato su uomini3000 una botta e rispista tra Barbara Spinelli e Fabio Nestola

Gentile Fabio Nestola,

il Suo post sul blog di Adiantum non meriterebbe risposta per i toni con i quali si esprime.

Se davvero intende aprire un dibattito in materia di affido condiviso, e non semplicemente banalizzare la questione, generalizzandola, doserei le parole con molta più attenzione.

Ma una risposta è doverosa perché Lei mi attribuisce concetti da me mai espressi, avvalendosi di tesi “voglio sperare che la Spinelli…” che disconosco del tutto, molto perfide a livello comunicativo in quanto Lei, non riportando il mio post, ha ingenerato nel lettore l’idea che io abbia espresso concetti che invece sono totalmente estranee al mio sentire, da Lei artatamente introdotti in quel discorso.

Perché definire il mio post “informazione pilotata”? Si tratta di una lettura critica del disegno di legge 957 in discussione in Commissione Giustizia al Senato. Che può essere condivisibile o meno nelle conclusioni cui perviene, ma che certamente è oggettiva nell’individuare alcuni nodi cruciali, attualmente irrisolti, in materia di affido condiviso, e cioè:

-1) gli aspetti direttamente discriminatori nei confronti delle donne contenuti nel d.d.l. 957;

-2) la necessità di prevedere per legge l’esclusione dell’affido condiviso nel caso uno dei due coniugi sia stato condannato in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono integrare violenza domestica

– 3) i rilievi sollevati dal Comitato CEDAW in materia.

Lei invece, mi propone una serie di censure con le quali vorrebbe arrivare a sostenere che le mie considerazioni sono “faziosamente assurde”, e mi mette in bocca (anzi, sulla penna, o meglio, sui tasti del pc), parole e concetti da me mai espressi.

Chiariamoci:

Io non ho mai equiparato la categoria dei padri separati alla categoria di padri violenti e maltrattanti e mai ho messo in discussione la necessità di una legge che garantisca in concreto l’attuazione del principio di bigenitoritorialità.

Ciò non toglie che resta valida la mia affermazione con cui nel post esprimevo che “già la legge 54/2006, allo stato dei fatti, si presenti come gravemente lesiva dei diritti fondamentali di donne e bambini”.

L’attuale legge sull’affido condiviso infatti è lesiva dei diritti fondamentali di donne e bambini nella misura in cui non prevede espressamente nel suo dettato normativo l’esclusione dell’affido condiviso nel caso uno dei due coniugi sia stato condannato in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono integrare violenza domestica.

E’ lesiva dei diritti di donne e bambini perché attualmente chi in concreto subisce in percentuale maggiore le conseguenze nefaste di questo vuoto normativo sono le donne, e mi riferisco in particolare a quelle che hanno subito danneggiamenti, lesioni e che sono state uccise proprio in occasione degli incontri in fase di affido condiviso o in conseguenza delle decisioni del giudice in materia.

Se circoscriviamo la nostra analisi agli omicidi, quantificabili anche in assenza di dati ufficiali, non mi risulta di uomini che siano stati uccisi dalle proprie ex mogli o compagne in occasione dell’affido condiviso.

In ogni caso, l’introduzione di una simile norma nel testo normativo, posto che avrebbe a destinatari entrambi i coniugi condannati in via definitiva, certo non costituirebbe una criminalizzazione o un nocumento per quella maggioranza di padri non maltrattanti e, addirittura, costituirebbe un beneficio per quelli vittime di violenza da parte delle proprie ex consorti. Non crede?

Non capisco quindi perché Lei mi abbia accusato di fare informazione pilotata.

Poi Lei mi chiede perché io non concentri la mia attenzione anche sugli uomini che subiscono violenza nelle relazioni di intimità.

Bene. Ora Le voglio fare io una domanda: secondo lei, concentrare la propria attenzione nella lotta alla discriminazione razziale e alla violenza xenofoba significa negare che anche gli stranieri possano essere violenti? No, è evidente.

Eppure, accanto alla violenza generalizzata, così come esiste una violenza che trova origine nella discriminazione razziale, una violenza xenofoba, altrettanto esiste una violenza che trova origine nella discriminazione di genere, una violenza sessista.

E’ evidente che ogni forma di violenza è condannabile a prescindere, in quanto tale.

Ma questo non toglie che si debba riconoscere che esistono tipi di violenza che sono particolarmente odiosi e particolarmente radicati in quanto trovano origine in stereotipi e pregiudizi duri a morire: parliamo della discriminazione di genere, razziale, ecc.

L’OMS ha documentato come, a livello mondiale, un dato torna costante: gli omicidi delle donne, in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex) di queste donne. Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all’8% a seconda dei Paesi.

Ecco perché, posto che in Italia (e in Europa e nel Mondo) statisticamente le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni di intimità sono le donne, io concentro la mia attenzione in particolare sulla violenza di genere.

Certo, esiste anche una violenza femminile nei confronti di donne e uomini, ma la violenza di genere ha una sua specificità che non può essere negata.

La maggiore vittimizzazione delle donne nell’ambito delle relazioni di intimità è un dato certo per quanto attiene agli omicidi (femminicidi): purtroppo non dipende da me, ma dalle Istituzioni, se mancano rilevazioni ufficiali relativamente agli altri tipi di reati.

Se le avessimo a disposizione, probabilmente certe illazioni non sarebbero neppure possibili, e forse si sarebbero già identificate da tempo strategie di intervento molto più efficaci in materia. Quindi si sollecitino le Istituzioni in questo senso (ad oggi mi pare che questa sollecitazione siano state solo le donne a portarle avanti).

Le ricordo che le grandi riforme nascono sempre in quanto sollecitate dalla società civile: se Lei ritiene ci sia una disattenzione rispetto alla vittimizzazione maschile nelle relazioni di intimità, credo spetti a Lei e all’associazionismo maschile farlo emergere. Tuttavia ribadisco (questo passaggio non era chiaro nel suo articolo) che il malessere o addirittura la violenza psicologica subita in una relazione o al termine di essa non possono e non potranno mai giustificare la violenza agita su chi si ritiene essere causa della propria sofferenza.

Nella speranza che una volta per tutte l’argomento “modifiche alla legge in materia di affido condiviso” possa essere affrontato in maniera scientifica, senza attacchi ideologici e nel rispetto di tutti gli interessi (e diritti) in gioco, mi auspico che la mia posizione sia stata chiarita.

Cordialmente,

Barbara Spinelli

Gentile Luisa Betti, non ci è sfuggito l’articolo de il Manifesto, possiamo dire di essere sufficientemente documentati. Probabilmente più di qualsiasi Ente Istituzionale italiano. In merito alla violenza di genere archiviamo e studiamo minuziosamente tutto il possibile, dal Rapporto Ombra CEDAW alle raccomandazioni ONU, dalle indagini ISTAT ai rapporti CENSIS-ANSA, dalla metodologia delle ricerche alla letteratura scientifica internazionale, dallo stanziamento di Fondi UE alla più piccola erogazione degli EELL, dalle relazioni dei convegni agli atti Parlamentari, dalle tesi universitarie fino agli articoli di quotidiani e periodici, e tanto altro ancora.

Proprio da una analisi globale, però, emergono alcune vistose lacune:

1) viene messa sotto i riflettori esclusivamente la violenza agita dall’uomo ai danni della donna, mai il contrario; mai considerato nemmeno il concetto di violenza condannabile in ogni caso, a prescindere dal genere di autori e vittime

2) partendo dalle Nazioni Unite, passando per l’Europa, Ministeri Italiani, Regioni e Province, fino al più piccolo comune d’Italia, negli ultimi 40 anni nessuno ha mai stanziato dollari, lire o euro per approfondire disagi e bisogni delle vittime maschili.

3) Nessuna fonte istituzionale ha mai nemmeno sentito l’esigenza di verificare se esista un disagio maschile generato da violenze fisiche e psicologiche, vessazioni, umiliazioni, percosse, lesioni subite in ambito familiare. Nessuno ha mai verificato se, a fronte dell’enorme sommerso femminile, esista un sommerso maschile ancora maggiore.

4) l’unico soggetto al quale possa essere attribuito lo status di vittima è un soggetto femminile, al massimo esteso al binomio madre-figli

5) istituzionalmente la vittima maschile non viene riconosciuta, è un fenomeno che non solo non viene

contrastato, ma nemmeno studiato, analizzato, approfondito… apparentemente è un fenomeno che non esiste, e se esiste non c’è alcun interesse istituzionale a farlo emergere.

6) Se l’uomo vittima di violenza non viene ufficialmente riconosciuto, men che meno esiste il concetto di vittima esteso al binomio padre-figli

7) eppure la cronaca e l’analisi criminologica dicono il contrario: il costrutto complesso della violenza prescinde dal genere

8) esiste infatti una vastissima letteratura scientifica internazionale sulla violenza femminile, sviluppata non solo nei soliti USA: dall’India al Canada, dalle Filippine alla Svezia, dalla Spagna all’Iran, dalla Gran Bretagna al Brasile.

9) un solo testo – La violencia en la pareja: bidireccional y simetrica, Juan Alvarez Deca – raccoglie 230 studi longitudinali, dimostrando dettagliatamente ciò che sintetizza nel titolo: il postulato che all’interno della coppia la violenza sia unidirezionale è una mistificazione figlia del pregiudizio, dell’informazione pilotata, del condizionamento della coscienza collettiva in atto da decenni.

10) da una mole impressionante di studi internazionali emerge una vistosa lacuna: solo in Italia non è mai stato effettuato uno studio sulla violenza a 360°, si parla esclusivamente di violenza agita dall’uomo ai danni della donna. Chiunque per motivi di lavoro, studio o ricerca abbia necessità di accedere ad un’analisi completa trova fonti infinite di dati ed osservazioni sulle vittime femminili, nemmeno una riga sulle vittime maschili o sul binomio padre-figli.

La invito a riflettere su questo, gentile Luisa:

potremmo mai avere l’incrollabile certezza lei, io, la Spinelli o chiunque altro, che nel nostro Paese mai nessun uomo abbia subito dalla propria partner violenze fisiche e/o psicologiche? Mai nessuno è stato picchiato, ferito, investito, sfregiato, ustionato, strangolato, folgorato, accoltellato, sparato, avvelenato, ucciso con altre modalità? Mai nessuno è stato insultato, umiliato, soggiogato, cancellato dalla vita dei figli? Non poter frequentare liberamente i propri figli … riesce ad immaginare uno strazio più lacerante?

La cronaca nera dice il contrario, esiste ampia documentazione.

Non si tratta di opinioni personali ma di dati incontestabili: nomi, date, fatti, fonti verificabili.

Dell’uomo autore di violenza se ne può parlare, se ne deve parlare. Dell’uomo vittima no

La differenza è tutta qui

Si chiama informazione pilotata

Nel nostro Paese abbiamo esempi a profusione, come quando cercavano di indurci a credere che l’ignobile reato di stupro fosse stato importato dai cittadini rumeni.

Come quando ci dicono che i nostri ragazzi non ammazzano e si fanno ammazzare, ma stanno diffondendo la pace in Afghanistan.

Come quando ci hanno detto che il DC9 di Ustica è caduto da solo per cedimento strutturale, che il nucleare era energia sicura, che l’Aquila sarebbe tornata alla normalità in sei mesi.

in conclusione, ciò che fa apparire – a mio parere – faziosamente assurde le affermazioni dell’avv. Barbara Spinelli è il curioso teorema:

LEGGE CHE GARANTISCE AI FIGLI ENTRAMBI I GENITORI = VIOLAZIONE DEI DIRITTI DELLE DONNE E DEI BAMBINI.

Parte dall’assunto che le donne siano vittime (tutte) e gli uomini carnefici (tutti).

Quindi trasforma in un terribile attacco ai diritti femminili una legge che si preoccupi di garantire ai figli supporto e presenza costante di entrambi i genitori.

Esistono i pedofili, esistono i padri violenti, esistono i padri maltrattanti, è una realtà.

Ma è una forzatura insinuare che lo siano tutti, non trova?

Si tratta di una minoranza, vogliamo dirlo?

Minoranza emarginata e condannata in primis dai padri onesti, vogliamo dire anche questo?

Voglio sperare che la Spinelli non abbia la sfrontatezza di sostenere che gli uomini solidarizzano fra loro, proteggendo pedofili ed assassini.

Voglio sperare che non voglia sostenere che essere padre equivale ad essere pedofilo, spero non voglia pensare che in Italia i padri mettono al mondo figli al solo scopo di avere in casa qualcuno da abusare.

Ergo: visto che ogni legge dello Stato vale per 60 milioni di cittadine e cittadini, quindi in larghissima maggioranza a gente onesta, per quale motivo le devianze di una minoranza renderebbero l’affido condiviso un attentato ai diritti delle donne?

A me sembra terrorismo psicologico, oltretutto poco informato, fazioso, basato sul pregiudizio e sull’informazione pilotata.

Metto in conto che molti potrebbero pensarla diversamente, so che l’immaginario collettivo è guidato altrove, ma fino a quando sarà permesso preferisco continuare a pensare con la mia testa.

Fonte: Redazione – Fabio Nestola

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Rita 12:39 pm - 4th Settembre:

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/467332/

Evidenzio come agisce l’ “oppressione di genere” e come l’uomo sia un privilegiato nella società rispetto alla donna che deve faticare per conquistarsi un posto etc.

La situazione è quella di una famiglia precaria con bambine piccole, al limite della sussistenza.

“due gemelline di appena tre mesi, che comunque godono buona salute, e la loro mamma sono state sistemate in una struttura protetta grazie all’intervento della sezione Minori della Questura di Piacenza e del servizio tutela minori dei servizi sociali della città emiliana”.

“Il padre dovrà trovarsi una sistemazione”

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dia 1:32 pm - 4th Settembre:

sì, avevo letto anch’io delle neonate che vivevano in un’auto. E della “soluzione” trovata. Credo che la precedenza sia stata data alle bambine, che a 3 mesi sono ancora allattate al seno, di qui la necessità di tenerle insieme alla madre.

I due genitori sono trentenni che da anni girano l’Italia senza fissa dimora, dormendo in auto. In questa situazione hanno fatto due figli. Dal mio punto di vista sarebbero da prendere a calci e non da aiutare. Ma le bambine vanno aiutate senz’altro.

Viva gli alimenti ai mariti! O a tutti o a nessuno (ma io propendo per l’a nessuno).

Ieri anche Seal ha chiesto gli alimenti alla sua ex-top wife. http://d.repubblica.it/rubriche/people-gossip/2012/09/03/foto/heidi_klum_seal_soldi_divorzio-1234743/3/

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Rita 2:02 pm - 4th Settembre:

è comunque, dal mio punto di vista, una contraddizione a livello sociale.
Se il bene del bambino è quello di essere allattato al seno e di consentirgli l’allattamento al seno non ha senso la campagna per i congedi parentali paterni per i neonati fino allo svezzamento. E’ evidente che un padre non può allattare al seno.
Se insomma, il bene delle gemelline è quello di continuare ad essere allattate al seno (di qui l’insicindibilità del binomio mamma/neonato) lo è anche per il figlio della manager di successo in carriera o della capufficio in attesa di promozione che invece lamenta di doversi prendere i permessi per allattare con ripercussione sulla propria possibilità di carriera.
Questo a livello teorico e di mera analisi di un’ipotetica società fantascientifica post-femminista ideale (secondo il principio della sostituibilità e dell’intercambiabilità) in cui i servizi sociali (stabilita l’uguaglianza del “caregiver”) dovrebbero prendere in carico o soltanto i bambini, o tutta la famiglia, oppure stabilire qual è il genitore che ha più possibilità sul mercato del lavoro in quella particolare realtà e dire a quel genitore di trovarsi una sistemazione lasciando l’altro/a coi figli indipendentemente dal sesso.
Lasciando fuori tutto il discorso del welfare a chi si dimostra irresponsabile che aprirebbe un dibattito che ci porterebbe troppo lontano dal discorso della parità / trattamento di genere, secondo me.

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dia 3:18 pm - 4th Settembre:

se dobbiamo dare credito alle teorie dell’attaccamento, è bene che la madre (o chi ne fa le veci, allattante al seno o alal bottiglia) non scompaia di botto all’improvviso nei primissimi mesi di vita del bambino.
Ma nel caso di certi genitori, forse la loro scomparsa può solo aiutare. Dipende naturalmente da chi prenderà il loro posto.

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dia 3:50 pm - 4th Settembre:

Ancche qui non ne farei sempre una questione di genere. O di specie, anche. Per l’oca Martina, la mamma era un omone di 100 chili, Konrad Lorenz. E per me, la mamma era mio papà.

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cesare 4:52 pm - 4th Settembre:

Appartengo alla corrente di pensiero secondo la quale la trasmissione del bagaglio istintuale di genere è anche una questione di genere: la maschilità non te la trasferisce la madre, nè la femminilità il padre. Per cui si dice che l’educazione affettiva e la formazione psicologica equilibrata richiede la presenza di madre e padre. Queste tesi, per cui “l’uno o l’altra per me pari sono”, sono tesi, se non erro, di un femminismo radicale anni settanta, che trovarono spesso tragiche smentite nella pratica. In generale ogni volta che mi imbatto nella filosofia che per semplicità chiamerei dell’ “uguaglio”, temo per la libertà e la dignità umana.
Quanto a Konrad Lorenz, i suoi epigoni, più consapevoli delle dinamiche etologiche, oggi se vogliono alimentare un cucciolo di cicogna senza che si snaturi irrimediabilmente usano una mano a becco di cicogna.

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dia 5:22 pm - 4th Settembre:

il tema non era, almeno nel mio commento, la trasmissione del bagaglio di genere, ma la figura di riferimento affettivo del neonato.
Con l’esempio di Lorenz non stavo dichiarando: chiunque di noi può essere il genitore perfetto di un’oca e farne un’oca di successo. (Fin qui ci arrivo, cesare.) L’esempio di Lorenz era per dire che se ad allattare le due gemelle e a prendersene cura fosse stato il padre (con il biberon e il latte in polvere), sarebbe stato meglio ricoverare lui con le bambine, in una struttura protetta. Il bambino si attacca dve trova nutrimento (in tutti i sensi) se no col cavolo che si attacca.

Se un padre e una madre garantiscono la corretta trasmissione dell’istintualità di genere, gli omosessuali maschi e femmina di chi sono figli?

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armando 6:59 pm - 4th Settembre:

quoto totalmente Rita. una donna scelga, per il bene del bimbo, se vuole la carriera non lo faccia.
armando

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dia 8:50 pm - 4th Settembre:

mi limitavo in sostanza a dire quello che Bowlby diceva negli anni cinquanta del secolo scorso:
“… l’attaccamento è un qualcosa che, non essendo influenzabile da situazioni momentanee, perdura nel tempo dopo essersi strutturato nei primi mesi di vita intorno ad un’unica figura; è molto probabile che tale legame si instauri con la madre, dato che è la prima ad occuparsi del bambino, ma, come Bowlby ritiene, non sussiste nessun dato che avalli l’idea che un padre non possa diventare figura di attaccamento nel caso in cui sia lui a dispensare le cure al bambino.”

Parlavo dei primi mesi di vita – perché le gemelle in questione hanno tre mesi. Non è scontato che vada inclusa la madre ed escluso il padre, laddove non sia possibile includerli entrambi – per un qualsiasi motivo di ordine pratico o logistico.

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cesare 7:56 am - 5th Settembre:

Dia@Se un padre e una madre garantiscono la corretta trasmissione dell’istintualità di genere, gli omosessuali maschi e femmina di chi sono figli?

Sono figli di una coppia, un marito e una moglie, che nel profondo non è stata al suo posto di marito e moglie, di padre e madre per cui il figlio non è riuscito ad emanciparsi dalla fase di identificazione originaria con la madre e la figlia da quella con il padre. Nè il padre ha fatto il suo mestiere di tagliare il cordone ombelicale del maschio con la madre, nè la madre ha presidiato il suo “letto nuziale” e accolto la figlia. E tutti, figli e genitori, non sono riusciti a superare il desiderio inconscio dell’incesto che è tabù. E chi desidera il tabù diventa a sua volta tabù a se stesso.

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dia 8:51 am - 5th Settembre:

cesare: non ho capito niente. Esiste una fase originaria di identificazione col padre, per la figlia femmina? E non ho capito il rapporto che c’è tra presidiare il letto nuziale (immagino che voglia dire dare la giusta importanza al rapporto di coppia, non escludere il marito una volta diventata madre) con l’accoglimento della figlia.
Per la verità, quando entriamo nel campo dello psioanalitichese, dell’inconscio e così via mi perdo un po’. Mi sembrano sempre robe teoriche “appiccicate” a fatti che accadono. Ma la psicoanalisi non è una scienza, e non sappiamo quanto ci sia di reale e quanto di evocativamente simbolico nelle cose che dice.

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Rita 9:47 am - 5th Settembre:

ho sempre pensato che l’orientamento sessuale non c’entrasse molto con l’istintualità di genere.
Gli omosessuali “naturali” chiamiamoli così.. giacchè pare sia una percentuale presente i natura che, se non ricordo male è del 10%, poi taluno ipotizza che in certe situazioni aumenti (sovrappopolazione etc.) sono comunque di genere “maschile” e di genere “femminile”. Al di là delle preferenze sessuali hanno comportamenti maschili/femminili riferibili all’istintualità unita all’aver avuto figure di riferimento maschili e femminili come genitori.
Così gli omosessuali uomini hanno cervelli “maschili” e gli omosessuali donne cervelli “femminili”, tendenzialmente.
Poi il discorso, come sempre, è un po’ più complesso e le interazioni sono parecchie. Ma il fatto che la natura omosessuale dipenda dal comportamento errato dei genitori la vedo un po’ forzata.

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dia 10:11 am - 5th Settembre:

scusate l’OT.
Ma ecco dove un calcio nelle palle ci sta troppo bene. Non so chi abbia trasmesso la corretta istintualità (maschile) di genere a questa bambina, ma ha fatto un ottimo lavoro. Un calcio ben assestato è una reazione molto più schietta, virile e risolutiva di mille moine manipolatorie.

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dia 11:38 am - 5th Settembre:

rita scrive:
Poi il discorso, come sempre, è un po’ più complesso e le interazioni sono parecchie. Ma il fatto che la natura omosessuale dipenda dal comportamento errato dei genitori la vedo un po’ forzata.

sottoscrivo.

Nelle coppie omosessuali, però, registro sempre un femminile e un maschile, in qualche modo. Ma ne so troppo poco per dare giudizi definitivi.

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Marco Pensante 11:52 am - 5th Settembre:

Adesso viva i calci nelle palle? Va bene, allora ce la giochiamo a botte? Fantastico. Però fine del disarmo unilaterale. Vietato frignare se in risposta ci si becca un cazzotto nei denti.

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fulvio terzapi 12:02 pm - 5th Settembre:

cesare, guarda che il forum di Dio/Patria/Famiglia non è mica questo!

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armando 12:09 pm - 5th Settembre:

La questione dell’omosessualità è complessa, perchè in realtà, credo, può dipendere da più fattori. Nessuna delle cause ipotizzate mi sembra esaustiva e in grado di spiegare tutti i singoli casi. Di fatto l’omosessualità, o meglio comportamenti omosessuali, sono sempre esisiti. In questo caso occorre secondo me molto pragmatismo. L’omosessualità non va demonizzata o discriminata e non va esaltata come “cultura gay” e simili scemenze a cui assistiamo quotidianamente. E’ poi ovvio, per me, che una cosa è la non discriminazione una cosa è equiparare i matrimoni tradizionali con le unioni omosessuali.
E soprattutto si dovrebbe insistere su una cosa importante. Come scrive Rita, “gli omosessuali uomini hanno cervelli “maschili” e gli omosessuali donne cervelli “femminili”, tendenzialmente”.
Da parte maschile si dimentica spesso questo fatto e si “regalano” al campo antimaschile tutti gli omosessuali, anche se molti di essi ci mettono del proprio a “schifare” il genere a cui appartengono. Non così accade per il lesbsimo, che anzi rivendica la sua appartenenza al campo femminile più estremo in senso antimaschile.
Credo che questi fatti meriterebbero riflessioni ben più approfondite di queste poche righe, perchè sono importanti proprio per la battaglia di ogni movimento maschile che non sia una sgangherata riproposizione di un machismo di facciata.
armando

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armando 12:14 pm - 5th Settembre:

PS. Credo anche che non si debba tentare di convincere l’omosessuale di essere “sbagliato” o di essere nel “giusto”. Ma solo di far si che trovi la dimensione che gli è più consona per vivere serenamente. per cui può benissimo accadere che un etero che sente di essere scontento si scopra omo, e viceversa che un omosessuale che viva il suo stato con malessere trovi invece nella riscoperta dell’eterosessualità l’equilibrio che prima sentiva di non possedere.
armando

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Marco 12:41 pm - 5th Settembre:

@ dia
Ma ecco dove un calcio nelle palle ci sta troppo bene. Non so chi abbia trasmesso la corretta istintualità (maschile) di genere a questa bambina, ma ha fatto un ottimo lavoro. Un calcio ben assestato è una reazione molto più schietta, virile e risolutiva di mille moine manipolatorie.
@@@@
Al di là di tutto, noto che quella dei calci nelle palle è una fissazione molto femminile.
Bene, cosa ne diresti di un bel calcio sulle tette o sulla fica?

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Luigi Corvaglia 1:31 pm - 5th Settembre:

scusate l’OT.
Ma ecco dove un calcio nelle palle ci sta troppo bene. ……

Scusami Dia
o sono rimbambito del tutto io o manca qualche elemento. Di cosa stai parlando? Mi sono letto tutti gli ultimi commenti ma non trovo nessi di alcun tipo.
Spiegati meglio.
Penso di aver capito il concetto di fondo (anche se non so riferito a chi o a che cosa): meglio una reazione brusca che però metta subito in chiaro la questione, con un modus sicuramente più caratteristico del maschile, che una strategia come l’hai chiamata tu di manipolazione.
Però, hai usato un alfabeto maschile in modo errato. Andando a colpire un punto molto sensibile, non solo dal punto di vista fisico … sad
Gli uomini, anche in diverbi cruenti tra di loro (quando se le danno di santa ragione in altre parole) hanno dei codici non scritti ma a cui si attengono rigorosamente.
Per farla breve, un calcio nelle palle, non è indice di temperamento virile ma esattamente l’opposto. E’ da vigliacchi e scorretti. E’, vedi tu come lo stesso atto si può interpretare in maniera diametralmente opposta, da femminucce (bada bene che il diminutivo non l’ho messo a caso).
Da cui i commenti in replica che ti devi, giustamente, sorbire …. smile

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Leonardo 2:10 pm - 5th Settembre:

Luigi Corvaglia:
scusate l’OT.
Ma ecco dove un calcio nelle palle ci sta troppo bene. ……
Scusami Dia
o sono rimbambito del tutto io o manca qualche elemento. Di cosa stai parlando? Mi sono letto tutti gli ultimi commenti ma non trovo nessi di alcun tipo.
———————————————–
Non possiamo capire, noi siamo maschi: ci manca il gene della felicità, siamo meno intelligenti, non sappiamo trovare i calzini, non sappiamo controllare i nostri istinti bestiali, siamo inutili, viscidi, facciamo schifo e siamo peggio delle donne in tutto, come potete comprendere dove le donne danno i calci nelle palle?

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cesare 2:42 pm - 5th Settembre:

Fulvio a proposito di Dio Patria e Famiglia, un pò più di laicità non farebbe male: non si tratta di condannare comportamenti (che nessuno condanna e tantomeno li condanno io), ma di interpretarne la possibile origine. Se l’interpretazione coincidesse con il giudizio l’attività del conoscere non farebbe più un passo avanti. Nella mia vita ho trovato nel pensiero freudiano (da cui la mia lettura della omosessualità sommariamente fatta nella email precedente) un potente strumento di verità e libertà. E non mi risulta che i sostenitori di Dio Patria e Famiglia abbiano mai considerato Freud fra i loro riferimenti. E nemmeno godeva di buona fama in Unione sovietica dove la psicoanalisi era addirittura vietata. Insomma un pensiero critico, come ritengo quello freudiano, non è mai stato politically correct, nè a destra, nè a sinistra nè al centro.
Per i calci nelle palle come fissazione femminile mi sembra non sia difficile spiegarne, anche in questo caso freudianamente (lo ammetto io sto fissato con Freud), l’origine. E infatti un pensiero maschile in tal senso non è nemmeno immaginabile. Aggiungo che se un maschietto avesse steso una maestra con un pugno al plesso solare, dubito che i media ne avrebbero fatto un novello Davide come sembrano voler fare di questa povera bambina.

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dia 3:39 pm - 5th Settembre:

scusate ma il calcio nelle palle si riferiva al video trovato sul Corriere
http://video.corriere.it/insultata-prof-rifila-calcio/502f9e54-f730-11e1-8ddf-edf80f6347cb

solo che non l’avevo linkato.
Scusate ancora. Oltretutto, leggo ora della strage di bambini in Siria. C’è poco da scherzare.
Farei sempre meglio a contare fino a dieci prima di fare QUALSIASI cosa.

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Marco Pensante 7:35 pm - 5th Settembre:

Dia: va bene, ora la questione è più chiara. Ma anche molto più spinosa. Qui si sta parlando di una lezione a scuola, mi sembra di avere capito che sia una lezione di inglese in una scuola russa e il professore sta cazziando la bambina sul fatto che “you” vuol dire “tu”. Ora, il prof è una merda, su questo non ci piove, non si umilia così uno scolaro/a davanti a tutti. Detto questo, a chi non è successo qualcosa del genere da bambino? Per forza che ci si immedesima. E la reazione della bambina scatena automaticamente in noi l’entusiasmo: vai, così si fa coi prepotenti!
Vediamo questa scena, torniamo bambini e pensiamo a quella volta che qualcuno ci ha maltrattati. Magari avessimo reagito così anche noi!
Solo che questa non è una reazione “virile”. E’ una reazione infantile.
Tanto per cominciare, qui non ci si sta battendo contro un proprio pari. Il rapporto è squilibrato. E’ vero che una bambina può fare molto male a un adulto con un calcio nelle palle dato di sorpresa, ma non ci vuole molto coraggio. O meglio, attenzione che il male per il calcio nelle palle non dura mica per sempre. Il coraggio ci vuole DOPO. Non è che il calciato finisce K.O. e non si rialza più. E quando si rialza? Il prof (che, ripeto, è una merda, ma solo nel senso che è un pessimo insegnante, mica l’ha picchiata) cosa fa, reagisce e ammazza di botte una bambina grande la metà di lui? Ovviamente non può. Quindi deve stare zitto e subire 1) il male del calcio nelle palle 2) il ridicolo di finire su Internet sputtanato davanti al mondo.
In secondo luogo, se questa bambina (e le bambine italiane di tutte le età, ringalluzzite da questo esempio) pensano di risolvere i loro problemi con “un calcio ben assestato”, rischiano grosso, ma proprio tanto. Qui entriamo nel discorso sugli uomini e la violenza. Se questa esatta situazione si fosse verificata fra due uomini (non dico della stessa taglia o della stessa forza: basta che siano due uomini), il primo a usare violenza (tirare il calcio nelle palle dopo l’umiliazione) dà inizio a qualcosa che ESIGE RISPOSTA. Se il calciato non reagisce, ha perso ed è sputtanato PERCHE’ NON REAGISCE. Altrimenti, ce la vediamo a botte e Dio riconoscerà i suoi. Ora, non c’è dubbio che la grande maggioranza degli uomini (fra cui io) rifiuta a istinto l’idea di picchiare una donna, è proprio un meccanismo naturale. Però ce ne sono altri che non ci penseranno due secondi a rispondere con un bel cazzottone che fa saltare tre o più denti. E a QUESTI, un calcio nelle palle GLI FA SOLO RIDERE.
E’ di questo che devono avere paura le aspiranti calciatrici di testicoli, Dia: di chi le vede comportarsi come un uomo vigliacco e se ne frega che siano donne: reagisce come farebbe con un uomo vigliacco.
Luigi, come al solito, ha centrato esattamente la questione, e cioè il fatto che le donne considerano “virili” certe manifestazioni di aggressività, quando invece gli uomini le considerano segno di vigliaccheria, o comunque scorrettezza. Gli uomini odiano per natura la scorrettezza, l’inganno. Perfino il peggior criminale del mondo odia chi “bara”. Una volta barare a carte era motivo sufficiente per beccarsi una coltellata o una pallottola. E poi gli uomini fanno molto più affidamento sulla parte superiore del tronco, che è più muscolosa, più veloce e potente. I calci bisogna saperli dare, altrimenti sei ancora lì con la gambetta alzata che ti sei già preso un gancio che ti ribalta la testa. Il calcio alle palle è essenzialmente femminile. Il maschile è l’uppercut che ti fa svenire per un tot di minuti.
Queste sono le cose che le donne non capiscono. E nemmeno tu le capisci, Dia, in quanto donna. Non per mancanza di intelligenza, non dico assolutamente questo. Ma proprio perché le esperienze del mondo sono radicalmente diverse e incomunicabili. Si cresce assimilando modelli e ipotesi di comportamento diversi.
In palestra ho visto molte donne di varie età credere nella potenza magica, imbattibile, irresistibile del calcio nelle palle: l’arma miracolosa che permette a una fanciulla di un metro e mezzo di stendere un cristone di due metri. Nessuna, dico nessuna di quelle che ho conosciuto, si è mai posta una domanda semplicissima: “E poi?”
P.S. Il mio consiglio spassionato è:
“E poi, SCAPPARE.”

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dia 10:13 pm - 5th Settembre:

E’ esattamente quello che ha fatto la bambina – competente.

La virilità non sta nella violenza della reazione ma nel suo essere “diretta”. I due termini che contrapponevo non erano violento/indiretto, ma diretto/indiretto.

Gli uomini odiano per natura la scorrettezza? Uhm.

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Rita 10:31 pm - 5th Settembre:

laugh e infatti la bambina fugge subito dopo mi pare..
Nella fattispecie sono d’accordo con Marco P.
Una reazione virile, (ma direi semplicemente dignitosa) sarebbe quella tenuta dalla giovane Amy March (personaggio della saga Piccole Donne) che bacchettata sulle dita dal professore come punizione (il romanzo è dell’ottocento) porse la mani in avanti con la testa alta e trattenendo le lacrime, sopportando la punizione con sguardo fiero di fronte a tutti..dopodichè sempre a testa alta ritornò al suo banco e lì vi rimase fino alla fine della lezione con gli occhi asciutti (vado a memoria, ma più o meno il testo era così).
Perchè è una reazione che in genere suscita ammirazione e di conseguenza eleva chi subisce l’umiliazione come “superiore” moralmente a chi la infligge.
Però non è tanto “istintiva” ma in fondo calcolata. E quindi non so quanto attenga all’istintualità trasmessa quanto piuttosto all’educazione.
Tra l’altro… nel romanzo perchè Amy viene ammirata dai compagni? Perchè è una ragazza e in genere le ragazze piangono quando subiscono le umiliazioni e lei invece si comporta come un “ragazzo” in quell’occasione suscitando uno stupore ammirativo, tanto più contrasta la sua reazione col carattere particolarmente frivolo che l’autrice gli ha assegnato nel romanzo.

E’ vero, il calcio nelle palle o le dita negli occhi è tipicamente femminile, questo sì istintuale come meccanismo di difesa consigliato nell’eventualità in cui si sia “fisicamente” aggredite. Ma è istintuale proprio per il consiglio che dai tu. Perchè ti da un vantaggio di tempo nel fuggire.

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dia 7:55 am - 6th Settembre:

c’è da dire, ma è anche questo un OT, che la rabbia espressa in modo diretto è meno tossica di quella compressa e dignitosa. Hitler aveva imparato a non battere ciglio quando il padre lo prendeva a cinghiate. Come il bambino del “Nastro bianco”. E poi…
In realtà, con quel link non volevo fare dichiarazioni sul genere o sulla violenza, ma sulla competenza (capacità di giudizio) dei bambini. Fare la superiore con un bullo fuori controllo e incompetente come quello sarebbe stato “virile”? Non so.
Ripeto, contrapponevo diretto/indiretto. Per eseperienza vedo più maschile il diretto che l’indiretto. E lo vedo anche più sano (la rabbia compressa prima o poi rispunta fuori) e mediamente risolutivo (salvo le solite eccezioni). Non è escluso che la bambina abbia calcolato il fatto che comunque, in quel contesto, al massimo rischiava una nota sul diario o la sospensione. Come riconosce anche Marco P., difficilmente il maestro merd* avrebbe rischiato lavoro e galera per ammazzarla di botte.

C’è da dire, come qualcuno ha osservato, che se fosse stato un bambino a fare lo stesso con la maestra, oggi avremmo un’ondata di post sul femminicidio in zona Zanardo/Lipperini.

Il maestro russo sa bene che l’umiliazione non paga (non la somministrerebbe se non l’avesse subita, e abbiamo visto tutti come sta messo). Eppure, insiste.

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Leonardo 2:20 pm - 6th Settembre:

Luigi Corvaglia:
http://webtv.ivg.it/2012/09/05/incatenato-davanti-al-tribunale-di-savona-la-disperata-protesta-di-un-papa-separato/
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Un’altro calcio alle palle!
Purtroppo gli uomini sono talmente tronfi di mostrare i loro attributi alle donne, che non si accorgono quanto siano presi in giro; solo dopo esperienze negative capiscono…

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Stefano 6:08 pm - 6th Settembre:

Scusate l’intromissione.

@dia
In effetti, quand’ero piccolo si insegnava (i papà insegnavano) prestissimo ai maschietti che non si devono dare calci nelle palle né mettere le dita negli occhi; anche se ovviamente i nostri genitori si preoccupavano per le conseguenze fisiche, il divieto dei calci era motivato soprattutto dalla slealtà e proditorietà di tale colpo.

E sì, magari a causa dei western classici di cui i nostri padri erano imbevuti, a noi maschietti si insegnava da piccoli a disprezzare le bugie ed i sotterfugi, e a non infierire sui deboli e gli sconfitti anche se avevamo ragione.

Anche se era già l’era di Sergio Leone e non più di John Ford, un abisso separa quei giorni e quegli insegnamenti da un oggi che si specchia nelle fantasie sociopatiche di Tarantino.

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Stefano 6:11 pm - 6th Settembre:

PS Non è solo un delirio nostalgico-passatista. Chiunque sia stato allevato quaranta anni fa sa di cosa parlo.

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armando 9:24 am - 7th Settembre:

Stefano ha perfettamente ragione. Si tratta del codice d’onore maschile, quello che fa di un maschio un uomo, e che lo perde come uomo quando non lo possiede o non lo applica. Allora il maschile mostra il suo lato peggiore.
E a proposito di codici maschile è interessante e vero quello che scrive Marco Pensante. Fra maschi esiste un codice di comunicazione tacito nel quale è implicito il fatto che l’ultima risorsa in una discussione è lo scontro fisico alla pari fra i due. Non importa che sia espresso, i maschi lo sanno benissimo, quella possibilità esiste sempre sullo sfondo, introiettata nella psiche anche oggi che sono stati elaborati modi di comporre le vertenze senza la forza fisica. Quando si parla del Guerriero che è in ogni maschio si fa riferimento a questo. Ma è, appunto, un codice che funziona solo nei rapporti fra maschi. In quello maschio femmina non funziona, perchè contemporaneamente i maschi hanno sviluppato anche un codice cavalleresco che li inibisce, personalmente con eccezioni, socialmente sempre, dall’uso della forza con le donne. Per questo di fronte ad una aggessione fisica femminile il maschio si sente paralizzato e spesso preferisce abbozzare o subire invece di reagire. Le donne lo sanno benissimo e sfruttano a loro vantaggio la situazione. Per cui attaccano senza starci tanto a pensare, poi se l’uomo reagisce si lamentano e lo accusano di essere violento e averle picchiate. Il bello (si fa per dire) è che ci credono anche, si sentono cioè legittimate a picchiare ma non ad essere picchiate portando come argomento che più fasullo non si può il differenziale di forza fisica.
Reagire, dunque, ma come? Questo per pgni maschio è un problema vero. Perchè se non fa nulla perde la sua dignità, se usa tutta la sua forza trasgredisce quel codice che si è dato, subisce la condanna morale della società e quella legale. Penso che la soluzione sia di mantenere (ma non è facile), tutta la freddezza necessaria per stopparla usando quel quid di forza necessario per farle intendere con chiarezza che da lì non passa e non passerà mai, e dunque per farla rientrare nei ranghi e rimetterla al suo posto. E’ un esercizio maschile difficile, questo, ma necessario per evitare le due derive opposte.
armando

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dia 10:11 am - 7th Settembre:

un film che affronta proprio questo tema, padri e figli, modelli maschili, violenza o non-violenza, è “In un mondo migliore” – della regista danese Susanne Bier.

Qui c’è un figlio (bullizzato a scuola), che non capisce la scelta non-violenta di un padre che pure è assolutamente coraggioso, virile e onesto (tra l’altro fa il medico in zone di guerra dei paesi del terzo mondo).

La scelta non-violenta può apparire come una resa. Immagino che si debbano cercare le parole e i gesti giusti per renderla “comprensibile” a un bambino, che è più concreto e istintivo. Spesso, invece, gli si fanno la lezioncina o la morale – che ovviamente non fanno breccia. Un po’ come quando ci dicevano: “mangia che in Bangladesh ci sono bambini che muoiono di fame”. E noi pensavano: e allora io mi devo abboffare? Dove sta la logica?

Il discorso sulla nonviolenza porterebbe lontano, mi limito a introdurre una variabile che in situazioni di conflitto è sommamente efficace: ll’umorismo, ma in particolare l’autoironia: siamo comici quando ci arrabbiamo, e spesso abbiamo pure torto. Comunicare questa intuizione (sono proprio un imbecille certe volte, a prendermela così…) smonta anche l’avversario più agguerrito.
E devo concedervelo, l’umorismo è molto più maschile che femminile. Sfruttatela, questa risorsa! Anche se Fabrizio vi dirà che non siete qui per scherzare, che dovete costruire un movimento universale eccetera.

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Fabrizio Marchi 10:54 am - 7th Settembre:

“Anche se Fabrizio vi dirà che non siete qui per scherzare, che dovete costruire un movimento universale eccetera”. (Dia)
Non ho mai, dico mai, sostenuto una cosa simile (cioè che non si possa scherzare…), e sono da sempre convinto che l’ironia (e anche l’autoironia, che è molto più difficile da fare…) sia un’ arma formidabile. Sono però altrettanto convinto che non sia facile fare della valida ed efficace ironia, proprio perché ci vuole molta intelligenza e se non la si ha si rischia di scivolare nella banalità, nella mal celata polemica e spesso nel cattivo gusto.
Ciò detto, cara Dia, se la piantassi (dal mio punto di vista, s’intende) di cercare sempre la frase ad effetto, quella risolutiva, quella del “ve lo dico io le cose come stanno”, quella delle “chiacchiere stanno a zero”, oppure del “troppe chiacchiere, troppa filosofia, le cose sono più semplici e stanno così e cosà” ecc. ecc., che è il tuo atteggiamento abbastanza costante, potresti anche dare un contributo significativo alla discussione anche perché, spesso, i concetti e le problematiche che esprimi e di cui sei portatrice, sono sicuramente pertinenti e degne di attenzione.

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dia 11:07 am - 7th Settembre:

ok
ma il film è interessante, credo, per chi si occupa di questi temi. I due padri rappresentati, di cui uno, tra l’altro, separato con moglie conflittuale, sono personaggi pieni di sfumature.

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Giorgio 2:56 pm - 7th Settembre:

armando
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Ma è, appunto, un codice che funziona solo nei rapporti fra maschi. In quello maschio femmina non funziona, perchè contemporaneamente i maschi hanno sviluppato anche un codice cavalleresco che li inibisce, personalmente con eccezioni, socialmente sempre, dall’uso della forza con le donne. Per questo di fronte ad una aggessione fisica femminile il maschio si sente paralizzato e spesso preferisce abbozzare o subire invece di reagire. Le donne lo sanno benissimo e sfruttano a loro vantaggio la situazione.
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E’ questo il punto: il vecchio codice cavalleresco, quindi un’usanza che, pur partendo da basi naturali, ha molto di culturale. Un modo di agire, di comportarsi e di relazionarsi che aveva senso in altre epoche, quando le donne non erano impegnate a voler “fare gli uomini”, né praticavano il karate, la boxe o la kick boxing.
Oggi no, oggi è tutto diverso, perciò credo sia giunta l’ora di iniziare a cambiare quel codice, per far sì che gli uomini non debbano sentirsi delle merde nel reagire di fronte ad una aggressione femminile.
>>>
armando
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Per questo di fronte ad una aggessione fisica femminile il maschio si sente paralizzato e spesso preferisce abbozzare o subire invece di reagire.
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In parte questo accade anche nelle palestre, dove si insegnano le arti marziali o altre discipline da combattimento. Ossia, mentre di fronte a un uomo una donna si impegna al massimo (oltre ad aver tutto da guadagnare in termini di apprendimento e di miglioramento), un uomo è (quasi…) sempre “frenato” da tale tabù sociale, specie se si trova di fronte ad altre persone. Il lato assurdo è che in tali circostanza gli uomini “tifano” per la donna, incitandola anche a picchiare l’uomo che ha di fronte…
Ulteriore e macroscopico esempio di mancanza si senso di appartenenza al proprio sesso e di sottomissione psicologica nei confronti del femminile (perlomeno qui, in Italia e nel mondo “avanzato” in genere).

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Giorgio 4:17 pm - 7th Settembre:

Notate attentamente: sono tutti neri in quei video, non per niente gli antifemministi americani dicono sempre che le femmine nere sono molto peggio delle bianche, in fatto di aggressività.

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Fabrizio Marchi 5:02 pm - 7th Settembre:

Va bè, e con ciò, Giorgio, cosa vogliamo dimostrare, che i neri in quanto neri sono più violenti dei bianchi o degli asiatici o dei latinos o degli appartenenti a qualsiasi altra razza? Non scherziamo…
Piuttosto, in quei video mi sembra di assistere proprio a quelle dinamiche relazionali spiegate egregiamente da Marco Pensante. Siamo cioè di fronte a uomini che sopportano l’aggressione verbale e fisica da parte di alcune donne e poi sbottano con delle reazioni senz’altro abnormi rispetto all’aggressione subita. Abnormi perché subite da donne, perché qualsiasi uomo, di fronte a quelle stesse aggressioni ad opera di altri uomini reagirebbe in maniera ben più violenta rispetto a quanto hanno in fondo fatto quegli stessi uomini nel vari video. Nel secondo, il nero corpulento, si limita ad indietreggiare e a controllare la donna, aiutato dal suo amico. Solo successivamente, continuando ad essere incalzato, insultato e schiaffeggiato, sempre indietreggiando colpisce la donna al volto con delle sonore manate. E’ comunque una reazione esagerata, sia chiaro, proprio perché si tratta dell’aggressione subita da una donna, ma è altrettanto evidente che non c’era in lui l’’intenzione di farle veramente del male altrimenti, come è evidente, l’avrebbe potuta massacrare.
E questa considerazione in fondo vale anche per gli altri video dove assistiamo più o meno alle stesse scene. In particolare in due casi una donna viene mandata KO, e questa reazione abnorme è dovuta proprio al fatto che molti uomini (specie nei ceti più bassi e culturalmente e psicologicamente più disarmati) hanno smarrito quell’autorevolezza e quella consapevolezza necessarie a controllare e a dominare, dosando oculatamente forze e maniere, quel tipo di aggressività e di situazioni. Per questo la reazione diventa estremamente contraddittoria: si continua a subire finchè alla fine si sbotta così come si farebbe con un uomo (nei confronti del quale ci sarebbe comunque una reazione immediata).
L’atteggiamento aggressivo reiterato da parte di quelle donne ci offre il termometro della situazione: “Insulto, aggredisco, meno, schiaffeggio, spintono, sputo in faccia,tanto so che non ci sarà una risposta nella stessa misura, perché sono una donna, e so che nessun uomo avrà una reazione speculare alla mia aggressione”.
Il tutto ricorda il tragico episodio della donna rumena rimasta uccisa in seguito al colpo ricevuto dal giovane romano nella stazione di una metropolitana, dopo che lo aveva ripetutamente inseguito, insultato e preso a spintonate.
Questi video sono in effetti significativi di quello che stavamo discutendo. La questione razziale non c’entra proprio nulla…

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Giorgio 5:09 pm - 7th Settembre:

>>
Va bè, e con ciò, Giorgio, cosa vogliamo dimostrare, che i neri in quanto neri sono più violenti dei bianchi o degli asiatici o dei latinos o degli appartenenti a qualsiasi altra razza? Non scherziamo…
>>
Fabrizio, ho soltanto evidenziato un dato di fatto: in America le donne nere sono solitamente più aggressive di quelle bianche. Non lo dico io, ma gli antifemministi americani, che si occupano di certe tematiche da molto tempo prima degli italiani e fra i quali ci sono molti uomini di colore. Poi, perché lo siano non sta a me stabilirlo, visto e considerato che delle questioni razziali non me ne importa proprio nulla.

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Fabrizio Marchi 5:18 pm - 7th Settembre:

P.S. a fronte di quelle reazioni maschili che abbiamo visto nei video in questione, ci sono tantissimi casi in cui gli uomini subiscono in silenzio, anche di fronte agli stessi trattamenti ricevuti e spesso anche peggiori. Uomini succubi psicologicamente e talvolta anche non troppo fisicamente prestanti. Ma è evidente che la questione è innanzitutto di ordine psicologico.
Purtroppo, guarda caso, video che mostrano uomini maltrattati dalle donne, non se ne trovano, molto probabilmente neanche sul web. Come mai?…

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Leonardo 5:20 pm - 7th Settembre:

Le nere e pure le slave hanno spesso una corporatura più robusta rispetto ad altri tipi di donne e, finché se la prendono con uno della loro stazza o più grosso possono essere stese (ho visto che vanno molto bene al tappetosmile ma se l’uomo è più piccolo non so’ come può andare a finire.
Tra le cose che dimostrano quei video è, che l’aggressività non è affatto un carattere maschile come le femministe (e molti uomini, anche della QM) decantano.

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Giorgio 5:35 pm - 7th Settembre:

>>>>
Uomini succubi psicologicamente e talvolta anche non troppo fisicamente prestanti.
>>>>
>>>>
Purtroppo, guarda caso, video che mostrano uomini maltrattati dalle donne, non se ne trovano, molto probabilmente neanche sul web.
>>>>
No, Fabrizio, di video del genere se ne trovano, e sono solitamente provenienti da quel paese di M comunemente denominato USA.
Guarda questo video, con la cicciona nera seduta su quel ragazzo, che peserà quaranta chili meno di lei:

(Io l’avrei frantumata…).

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Giorgio 5:42 pm - 7th Settembre:

Mi autocito:
>>>>
Io l’avrei frantumata…).
>>>>
Anche perché sono ben più prestante di quel ragazzo, oltre ad aver praticato il kung fu (stile Wing Chun) per diversi anni.

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Fabrizio Marchi 7:06 pm - 7th Settembre:

“Io l’avrei frantumata…)”. (Giorgio)
E avresti fatto un errore. Intanto perché il Kung Fu, come tutte le altre arti marziali, è una disciplina e una pratica filosofica, che ha fra gli altri, come obiettivo, quello di essere consapevoli delle proprie forze (e di quelle dell’eventuale avversario) e di saperle controllare e gestire in modo equilibrato.
Secondo poi, saresti incappato proprio nell’errore di cui stiamo discutendo. Avresti cioè dimostrato di non essere un uomo equilibrato in grado di gestire l’aggressività di una donna o comunque di un soggetto fisicamente più debole.
In altre parole, la violenza manifesta e sproporzionata, sia pure per reazione, da parte di un uomo nei confronti di una donna (o di un bambino o di un anziano) , è sempre sintomo di uno squilibrio psichico e psicologico. Peraltro il video che hai postato ci mostra una scena abbastanza pietosa, una lite fra una donna visibilmente disturbata e fisicamente molto malmessa e un uomo di fatto nelle sue stesse condizioni (a parte una migliore condizione fisica). Uno spettacolo triste, che mescola emarginazione sociale e conflitto di relazione nello stesso tempo.
La mia sensazione è che le società occidentali, e in particolar modo quella americana, si stiano letteralmente spappolando da un punto di vista sociale, culturale e psicologico assieme. E’ uno degli effetti del trionfo del capitalismo assoluto.

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Giorgio 7:10 pm - 7th Settembre:

>>>>>>> (Leonardo)
Le nere e pure le slave hanno spesso una corporatura più robusta rispetto ad altri tipi di donne e, finché se la prendono con uno della loro stazza o più grosso possono essere stese (ho visto che vanno molto bene al tappetosmile ma se l’uomo è più piccolo non so’ come può andare a finire.
Tra le cose che dimostrano quei video è, che l’aggressività non è affatto un carattere maschile come le femministe (e molti uomini, anche della QM) decantano.
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Sì, ma è anche vero che alcuni vecchi della qm sostengono da diversi anni che la natura femminile è ben diversa da quella che ci è stata raccontata fin da piccini, ed inoltre che l’odierno femminismo non ha fatto altro che “sdoganare” e accentuare certi tratti psicologici intrinsechi – e non indotti – nel femminile.
Non solo: secondo alcuni il tanto deprecato patriarcato aveva in realtà contenuto e nascosto per secoli la vera indole delle donne.
Riguardo alle slave devi però sapere un’altra cosa: e cioè che gli uomini dell’est non sono ancora rincoglioniti come quelli dell’ovest, perciò quelle donne prima di “allargarsi” più del dovuto ci pensano ancora mille volte…
Ti racconto un episodio, di cui alcuni anni fa mi parlò un amico: in una palestra di kick boxing, dove si allenavano anche delle ragazze, c’era un rumeno che a differenza dei ragazzi italiani se ne fregava altamente di fare il “cavaliere”, e ad ogni occasione (ossia in allenamento) bastonava regolarmente le kickboxer, tanto è vero che a un certo punto l’allenatore italiano lo cacciò via dalla palestra…

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Giorgio 7:19 pm - 7th Settembre:

>>>>
Secondo poi, saresti incappato proprio nell’errore di cui stiamo discutendo. Avresti cioè dimostrato di non essere un uomo equilibrato in grado di gestire l’aggressività di una donna o comunque di un soggetto fisicamente più debole.
>>>>>>>>>
Fabrizio, in certe circostanze la filosofia, gli ideali e le belle parole possono non contare più nulla, soprattutto nel momento in cui ci si rende conto che da parte femminile c’è solo rancore e risentimento; anzi, una vera e propria guerra non dichiarata apertamente.
Ragion per cui resto dell’opinione che, al di là di quello che dice la legge e il politicamente corretto, in certi momenti una bella lezione sia salutare, esattamente come quando si ha a che fare col bullo del quartiere.
Sai perché in Occidente e soprattutto nella disastrata società americana le donne si “allargano” sempre più?
Perché non temono più gli uomini, li considerano solo dei coglioni, dei poveri dementi da gestire a piacere.

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dia 7:45 pm - 7th Settembre:

cioè il rispetto e l’autorevolezza si fondano sulla paura?

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Fabrizio Marchi 8:04 pm - 7th Settembre:

Giorgio, non ho detto che bisogna subire. Ho detto che bisogna avere una reazione proporzionata all’aggressione ricevuta, equilibrata ma autorevole. Credo che non sia necessario entrare nei particolari.
Per capirci, visto che pratichi le arti marziali (l’esempio può quindi aiutarci), ti assicuro che un allenatore di boxe degno di questo nome (normalmente un ex pugile professionista) sa come rimettere in riga un ragazzetto che si è montato la testa e gioca a fare lo strafottente magari con ragazzi meno forti di lui, senza procurargli nessun danno e spedendolo anzitempo a farsi la doccia (e se è ormai anziano delega il compito al pugile serio e maturo che fa le sue veci) .
Sono convinto che un simile modo di procedere sia in grado di raffreddare gli animi senza la necessità di frantumare chicchessia.
Consapevolezza ed autorevolezza. Questo è il motto.

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Luigi Corvaglia 8:07 pm - 7th Settembre:

Perché non temono più gli uomini, li considerano solo dei coglioni, dei poveri dementi da gestire a piacere. (Giorgio)
Ma secondo te le donne li hanno mai temuti gli uomini? Ma fammi il piacere.
Stai dando, di fatto, ragione al fermminismo. Le donne opresse e schiavizzate per millenni e bla … bla … bla…
Penso e spero che tu volessi dire “Perchè non rispettano più gli uomini, …..”
Ma se non erro l’obiettivo della QM non è proprio quello di ridare dignità e rispetto agli uomini?

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dia 8:23 pm - 7th Settembre:

le madri afroamericane sono tra le più violente. Ricordo una lunga discussione – in un forum americano su infanzia e educazione – il giorno dopo che l’attore nero Jamie Foxx, ricevendo l’Oscar, ringraziò sua nonna che da piccolo lo picchiava con l’ombrello. (Questo trattamento avrebbe dovuto “formarlo”). Il giorno dopo, sul forum le utenti nere si scatenarono: tanto lavoro e impegno – nella comunità afroamericana – per combattere ignoranza, violenza e abusi di ogni genere, e arriva Foxx a dire che no, andava bene così.

Ovviamente i geni non c’entrano, ma la cultura sì. E gli afroamericani sono ancora oggi i primi nemici di se stessi.

Confermo quanto scrive Giorgio: il problema, nella comunità afrocamericana, esiste. Nella recente serie tv americana “The wire”, per esempio, tra tanti supercattivi maschi, la palma della ferocia va alla madre (nera) di uno dei protagonisti, che finirà ucciso da un killer che lo ammazza con la benedizione di lei.

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Fabrizio Marchi 9:47 pm - 7th Settembre:

“Ovviamente i geni non c’entrano, ma la cultura sì”. (Dia)
Su questo posso senz’altro essere d’accordo. Solo in parte invece quando affermi che “gli afroamericani sono ancora oggi i primi nemici di se stessi”.
Non c’è alcun dubbio che molti di loro si siano, come dire, avviluppati, nella loro condizione, fino in qualche modo a crogiolarvisi, da un certo punto di vista. E’ una reazione socio-psicologica abbastanza comprensibile e molto frequente che può sfociare in atteggiamenti di vittimismo e autocommiserazione che hanno comunque origine in una persecuzione subita (reale, in questo caso, non inventata).
Però è altrettanto vero che tanti altri si sono affermati, e in tutti i campi, in quella stessa società che li ha pesantemente discriminati (è un eufemismo perché i neri americani hanno veramente subito sofferenze inaudite) fino ad appena una trentina di anni fa. Oggi infatti esiste una borghesia nera americana e proprio l’elezione di un presidente nero lo dimostra (non sarebbe mai potuto accadere fino a qualche decennio fa). Nello stesso tempo una gran parte della comunità nera non riesce a chiamarsi fuori da una pesante condizione di minorità e di emarginazione sociale che sembra schiacciarla.
In linea di massima, pur condividendo in parte ciò che dici (non siamo dei manichei) , opto per la considerazione che risollevarsi da secoli di oppressione non sia affatto facile. I neri americani hanno finito con l’ interiorizzare la loro condizione di “inferiorità”. E in fondo anche la violenza con cui si esprimono sia nei modi che negli atteggiamenti niente altro è che una manifestazione di quella interiorizzazione.
Per quanto si possa dire o fare, è impensabile che un uomo o una donna che fino a trent’anni fa non potevano sedersi sul sedile di un autobus vicino ad un bianco possano riacquistare nell’arco di un così breve tempo quel livello di consapevolezza necessario e sufficiente per “sentire” di essere proprio come tutti gli altri.
Sarà necessario ancora molto tempo.
P.S. Dia, prima o poi qualcosa di sinistra riuscirai a dirla oppure è ancora in corso il parricidio (e/o matricidio) dei tuoi genitori, vecchi militanti comunisti? smile Perdonali e perdonati, vedrai che a quel punto ce la farai…smile Sto scherzando, eh…prima che diamo la stura ad una nuova polemica…

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dia 8:09 am - 8th Settembre:

è ancora in corso il genitoricidio, eccèrto!Giustissimo. Lo riconosco e lo dichiaro sempre apertamente. Dichiarare il proprio “bias” mi sembra il minimo, nel ramo onestà.

non so se dirò mai qualcosa di sinistra, non credo perché tra l’altro questa definizione divnta ogni giorno più confusa e inconsistente – secondo me. Alla fine, la scelta sarà fra Big State e No State, con tutte le possibili posizioni intermedie, credo. E la vera destra è schierata dalla parte del Big State tanto quanto la sinistra.

Tornando al discorso sugli afroamericani.
Pensa solo ai modelli di ruolo che continuano a scegliersi: rapper drogati e violenti (gangsta-rap) con il mito di soldi, gioelli e donne scosciate (Bling).

Non so, ma credo che per i neri valga un po’ il discorso che fai sull’oppressione femminile. Comunque siano andate in passato le cose, oggi è oggi. E finché continueranno a battere la strada dell’Affirmative Action, delle quote e del rivendicazionismo vittimista e ricattatorio, non sarà mai possibile una vera assunzione di responsabilità. Lo ha capito Bill Cosby, nero e self-made man, che ha sempre criticato e continua a criticare la cultura afroamericana prevalente (cultura in senso filosofico, psicologico, politico – l’orizzonte valoriale, come diresti tu). Lo ha capito anche l’economista nero Thomas Sowell, anche lui critico verso la propria comunità. Il traffico della droga nelle maggiori città americane è nelle loro mani. Eppure, per quanto possano arricchirsi, i genitori continuano a tramandarlo ai figli come stile di vita e di lavoro. Perché invece non li mandano ad Harvard? Se studi e hai i soldi, ad Harvard ci entri. Invece a entrarci sono i figli degli asiatici – coreani, filippini, cinesi e via dicendo – altrettanto poveri e discriminati, ma con orizzonti valoriali diversi. Eccellono, nel rendimento scolastico.

Cosby made public remarks critical of African Americans who put higher priorities on sports, fashion, and “acting hard” than on education, self-respect, and self-improvement, pleading for African-American families to educate their children on the many different aspects of American culture.

Molti afroamericani, dice, continuano a educare i figli a pseudo-valori come la moda, lo sport, i soldi e le spacconate. Anziché al rispetto di sé, allo studio e all’impegno a migliorare se stessi. Il cambiamento comincia da questo, invece. Per vent’anni, nella sua sit-com “I Robinson ha parlato di questo, cercando di proporre un paradigma educativo e culturale diverso.

Come vedi, non riesco a dire niente di non-individualista. Il mio moto è sempre “Comincia da me, il cambiamento”.

Basta con le politiche protezioniste e assistenzialiste. Sì all’assunzione di responsabilità: ognuno si impegni e pedali. Come i figli dei coreani, che lavorano nei negozietti dei genitori il giorno e studiano la sera. Per entrare in una buona università, con borsa di studio, e l’obiettivo di fare qualcosa della propria vita che non sia solo comprarsi un Suv, bei vestiti e belle ragazze. O diventare un divo del basket o della boxe, miliardario,drogato e violento.

Ovviamente, famiglie che cercano di dare un’impronta diversa all’educazione dei figli e al loro destino ci sono anche tra gli afroamericani, ci mancherebbe. Ma per ogni Bill Cosby, Thomas Sowell o Denzel Washington, ci sono mille Snoop Dogg.

Non è che per non essere definiti “razzisti” si può negare la realtà. I geni non c’entrano, ripeto. Ma il nostro destino è in buona parte nelle nostre mani. Quello che facciamo della nostra vita è una nostra responsabilità – prima di tutto.

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dia 8:24 am - 8th Settembre:

p.s. e fabrizio: non obiettarmi che ai neri americani i modelli negativi (gangsta rap) glieli “impongono” i bianchi. Perché altrimenti ti toccherà dare ragione anche alle zanardo e lipperini e al loro procurato allarmismo sul modello unico di donna imposto alle povere italiane. Ah, ecco, per quello fanno a botte per entrare i provini di Mediaset e ballare in mutande alla tv, o essere invitate a cena da Berlusconi…

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dia 9:04 am - 8th Settembre:

p.p.s. i miei genitori li ho perdonati, al punto che ho portato mia madre (novantenne, allettata e con ossigeno), da me, per poterla assistere al meglio. Il perdono non c’entra.
Nel mondo di comunisti in cui sono cresciuta, osservando tutto e tutti, ho visto cose che voi umani… Mi è stato impossibile, da allora, aderire a qualcosa o a qualcuno. Se non al motto: “Chi fa da sé fa per tre”.

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dia 9:10 am - 8th Settembre:

p.p.p.s Il perdono come salvezza, ecco un bel retaggio cattolico… Uno non fa a tempo a prendersi un cazzotto, che subito gli si dice che la cura è il perdono. La cura, almeno per me invece, è la consapevolezza. Vedere e sapere che cosa è successo veramente. Questo cura sommamente.

Perdonare o non perdonare sono scelte personali e legittime entrambe, poi ognuno si salva come e se può – ma la salvezza è altrove.

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Giorgio 9:51 am - 8th Settembre:

Luiigi
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Ma secondo te le donne li hanno mai temuti gli uomini? Ma fammi il piacere.
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Sì, in passato li hanno pure temuti, ed altrove li temono ancora.
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Luigi
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Penso e spero che tu volessi dire “Perchè non rispettano più gli uomini, …..”
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Timore e rispetto vanno di pari passo: finito il primo finito il rispetto (femminile).
Questo perché le donne, come genere, non hanno mai stimato gli uomini e pertanto in passato “li rispettavano” solo perché “gli toccava rispettarli”.
Ossia, per le donne gli uomini sono sempre stati una massa di coglioni, solo che un tempo non potevano dirglielo in faccia, oggi sì.
Ed infatti ce “lo ricordano” ad ogni pié sospinto.
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Luigi
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Stai dando, di fatto, ragione al fermminismo
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A me non interessa il dar ragione o meno al femminismo, perché i datti di fatto sono dati di fatto e di ciò non bisogna averne paura.

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Fabrizio Marchi 9:57 am - 8th Settembre:

Dia, non solo non riesci a dire neanche una virgola di sinistra, tu sei proprio di destra, e manco poco…
Naturalmente questa è una semplificazione terribile, sono sicuro però che ci capiamo.
Il tuo discorso potrebbe essere applicato a TUTTO e a TUTTI, ivi compresi noi. Te ne rendi conto? “Invece di lamentarvi che le donne sono così e colà e piangervi addosso –potrebbero dirci (e infatti ci dicono) – perché non muovete il culo e vi date da fare per migliorare voi stessi, per rendervi più interessanti (tradotto: andate in palestra per farvi il fisico, cercate di fare carriera, di affermarvi socialmente, di rendervi interessanti, di apprendere le arti della seduzione (cioè della finzione e della manipolazione…) ecc. ecc.)? Il problema è vostro proseguono – non sono le donne, non è l’attuale situazione della relazione fra i sessi, non è il sistema in cui viviamo, siete voi il problema, siete voi che non siete e non vi sentite all’altezza, siete voi gli inadeguati (gli sfigati). Cambiate impostazione, anzi, rovesciatela del tutto, cambiate voi stessi, piantatela di piangervi addosso e di scaricare la responsabilità della vostra condizione sugli altri (le altre) e vedrete che cambierà la vostra vita”.
Insomma, di volta in volta, c’è sempre qualche “negro”, qualche “palestinese”, qualche “napoletano”, qualche “meridionale” che gioca a fare la vittima ma la realtà è che non ha voglia di fare un cazzo. Come ripeto, il concetto potrebbe calzare a pennello anche per noi.
Tornando alle questioni etnico-razziali, tu salvi gli asiatici, i coreani i cinesi ecc. che invece sgobbano dalla mattina alla sera (dando per scontato che sgobbare dalla mattina alla sera per sedici ore al giorno sia la Via, la Verità e la Vita…). E va bè, qualcuno da salvare ci deve sempre essere, altrimenti il tuo discorso, che poi è quello di una moltitudine di persone – avrò ascoltato queste banalità qualche migliaio di volte (scusa la franchezza ma fra noi ci siamo sempre parlati sinceramente) non potrebbe avere nessun fondamento.
Cambiando genere:“Guarda quello come è bravo e diligente e guarda tu come sei svogliato e pigro”. Quante volte le nostre maestrine (e le nostre mamme) ci hanno propinato questa musica? (e poi dicono che il genere femminile sarebbe quello progressista e quello maschile conservatore, bah…)
Ora, , per essere chiari, proprio perché, ripeto, non siamo dei manichei ideologizzati (tu lo sei in realtà, eccome, anche se affermi il contrario oppure non te ne rendi conto), c’è del vero anche in quello che dici, sia chiaro. D’altronde vale per tutto e per tutti, sempre Anche il regista afroamericano Spike Lee (che non è un perdigiorno che gioca a basket dalla mattina ala sera sui marciapiedi) in qualche modo, nel suo bellissimo film “Do the right thing” (Fai la cosa giusta”), che ti consiglio di vedere, ha messo l’accento anche su questo aspetto della condizione dei neri in America. E il termine di paragone che ha utilizzato è stato proprio quello che hai usato tu, cioè quello dell’immigrazione asiatica. Ora, il discorso si farebbe non lungo, ma lunghissimo, e dovremmo scrivere per settimane se non per mesi, senza fermarci, sulle ragioni storiche, culturali, religiose ecc. ecc. che hanno determinato questo diverso modo di essere e di integrarsi ( o non integrarsi) in un determinato contesto sociale di questo o quell’altro gruppo etnico o sociale. Una per tutte (ma ce ne sono tante altre) : gli asiatici sono sempre andati di loro sponte in America (per quanto l’immigrazione non sia anch’essa una dolorosa costrizione…), i neri ci sono stati portati, in catene e con la frusta. Per secoli sono stati resi schiavi, gli era proibito anche imparare a leggere e a scrivere, perché dovevano interiorizzare la loro condizione di “inferiorità”. Successivamente sono stati “liberati” ma fino, ripeto, ad una trentina di anni fa, la loro condizione era quella che era. Ripeto, non entro nei particolari perché credo che tutti conosciamo un po’ di storia.
Il bello (si fa per dire) è che dalle nostre parti si va in analisi per superare delle nevrosi o delle problematiche psicologiche legate (è solo un esempio) al rapporto con i nostri genitori e ai condizionamenti che abbiamo subito da ragazzini. Problematiche dalle quali il più delle volte non ci liberiamo mai completamente. Possiamo imparare a conviverci ma è assai raro liberarsene del tutto.
Tu invece pretenderesti che una intera comunità i cui membri per secoli e fino a pochi anni fa sono stati considerati meno che animali da soma, si liberassero d’incanto e aderissero alle sorti magnifiche e progressive di quel sistema che li ha sempre tenuti in una condizione prima di schiavitù e poi di pesantissima e violentissima discriminazione.
Cara Dia, io non solo penso che tu sia di “destra”, la qual cosa ci può tranquillamente stare, ma che tu sia anche decisamente superficiale e anche un po’ sciatta nel tuo modo di procedere e di analizzare le cose del mondo (e questo invece non è bene). Potrei risponderti alla tua maniera. Muovi il culo, non dare la colpa agli altri della tua maldestra superficialità, frammista a ignoranza (le due vanno sempre a braccetto), e datti da fare. E poi ritorna quando sei preparata…
Naturalmente sto scherzando, non lo farei mai, perché io non sono come te e non la vedo come te…
Un’altra cosa. Leggo in te (è abbastanza evidente, lo hai confermato tu stessa) che la relazione con i tuoi genitori è ben lontana dall’essersi risolta. Sei ancora in una fase antagonista nei loro confronti, diciamo così, e questo è il tuo “leit motiv” principale. Tutto il resto è succedaneo. Il mio consiglio è di superare questa fase (Nietzsche nel “Zarathustra” parlava delle tre metamorfosi; dal cammello al leone e infine al fanciullo, tu sei ancora nella fase intermedia…) perché se non la superi rischi di rimanere in un impasse che non ti consente di osservare la realtà (e anche te stessa) con la giusta e necessaria lucidità. E’ un atto di presunzione quello che ti sto dicendo, e anche un’ingerenza nei tuoi affari privati, ne sono cosciente, ma è quello che penso, e te lo dico.
Fai “pace”, per quanto è possibile con tuo padre e tua madre, e forse anche il tuo punto di vista sui neri d’America (e su tutto il resto) potrebbe essere diverso.

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mauro recher 10:38 am - 8th Settembre:

Naturalmente questa è una semplificazione terribile, sono sicuro però che ci capiamo.
Il tuo discorso potrebbe essere applicato a TUTTO e a TUTTI, ivi compresi noi. Te ne rendi conto? “Invece di lamentarvi che le donne sono così e colà e piangervi addosso –potrebbero dirci (e infatti ci dicono) – perché non muovete il culo e vi date da fare per migliorare voi stessi, per rendervi più interessanti (tradotto: andate in palestra per farvi il fisico, cercate di fare carriera, di affermarvi socialmente, di rendervi interessanti, di apprendere le arti della seduzione (cioè della finzione e della manipolazione…) ecc. ecc.)? Il problema è vostro proseguono – non sono le donne, non è l’attuale situazione della relazione fra i sessi, non è il sistema in cui viviamo, siete voi il problema, siete voi che non siete e non vi sentite all’altezza, siete voi gli inadeguati (gli sfigati). Cambiate impostazione, anzi, rovesciatela del tutto, cambiate voi stessi, piantatela di piangervi addosso e di scaricare la responsabilità della vostra condizione sugli altri (le altre) e vedrete che cambierà la vostra vita”.
Insomma, di volta in volta, c’è sempre qualche “negro”, qualche “palestinese”, qualche “napoletano”, qualche “meridionale” che gioca a fare la vittima ma la realtà è che non ha voglia di fare un cazzo (Fabrizio ) ….
Cosi vero che ,non tanto tempo fa,mi sono preso questi “suggerimenti”(uguali a quelli detti da Fabrizio ,ne più ne meno ) ,ovvio che si deve sempre migliorare ,ma già dire che loro sono perfette ,noi siamo gli “imperfetti” ,non vorrei dirlo ,se no sembra che abbia sempre quello in mente ,ma la razza perfetta non era una prerogativa nazista?

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Fabrizio Marchi 10:59 am - 8th Settembre:

P.S. Dia, questa nostro scambio rischia di diventare, ed è già diventato, un affare privato fra te e me. Peraltro, stiamo andando anche decisamente O.T. Non credo che tutto ciò abbia senso.
Ragion per cui la mia proposta è la seguente. Scrivimi o scriviamoci in privato, se vuoi, oppure, al limite, sentiamoci anche telefonicamente. Però evitiamo di battibeccare sul sito, specie perché ciò avviene ogniqualvolta (e ciò accade regolarmente) tu vai O.T.
Finchè resti in argomento QM, le cose vanno tutto sommato bene. Purtroppo, abbiamo punti di vista completamente diversi su tutto il resto, e anche questo potrebbe starci (a parte il fatto che non ho nessuna voglia di giocare a botta e risposta con te sull’universo mondo). Il fatto è che inevitabilmente scivoliamo nell’ambito personale , né potrebbe essere altrimenti, dato quello che ti ho appena detto nel precedente post che, a mio parere, è il cuore della vicenda.
Nulla di male neanche in questo, sia chiaro, però è evidente che tutto ciò riguarda te e me e non gli altri. Se ne hai voglia, io sono disponibilissimo a un confronto privato. Anche perché risparmieremmo un sacco di tempo.
Potrei scegliere di ignorarti, ma non posso farlo, perché a differenza tua, in questo luogo ricopro un determinato ruolo, volente o nolente, e devo costantemente mantenere la barra e rimettere sulla giusta rotta il vascello, altrimenti se lasciassi che tutti venissero qui a sparacchiare a ruota libera, capisci bene che tutto finirebbe in un gran casino, come accade e sta accadendo peraltro in altri blog.

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Fabrizio Marchi 12:43 pm - 8th Settembre:

P.S 2 scusa, non intendevo tornare sull’argomento ma ho riletto i tuoi post successivi che mi erano sfuggiti. Non ti ho detto che devi perdonare i tuoi genitori. Ho detto che devi risolvere (psicologicamente, con te stessa., è ovvio) il rapporto che hai con loro, cosa che ancora non hai fatto. Il problema non è prendersi cura della propria madre o del proprio padre. Sto parlando di altro. E cioè del superamento di una fase conflittuale e di una relazione psicologica irrisolta che ha condizionato tutta la tua vita (e non vale solo per te). Se non fai questa operazione rischi che tutto ciò che pensi o che fai nella vita sia di fatto la reazione ad un rapporto appunto irrisolto con i tuoi genitori (ripeto, vale per tutti).
Scusa, ma ho riletto solo più tardi anche questo tuo secondo post.
P.S. 3 approfitto per dire che paragonare la questione femminile a quella dei neri d’America, è assolutamente ridicolo. E’ proprio quello che fa il femminismo, strumentalmente e ipocritamente. Nessuna donna ha subito, in quanto tale (cioè in quanto donna) quello che hanno subito i neri africani deportati nelle Americhe (forse nessuno ha mai subito tanta violenza, ammesso che sia possibile mettere sulla piatto della bilancia le sofferenze e le violenze subite).
Di conseguenza, il piagnisteo vittimistico ipocrita e ideologico femminista non ha nulla a che vedere con le questione e la storia dei neri africani . Oggi addirittura si è arrivati a parlare di olocausto femminile. Siamo alla follia. Lasciamo questi deliri agli altri.

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dia 2:12 pm - 8th Settembre:

x fabrizio – hai ragione anche tu, ma forse la mia “mission” esistenzial-aziendale è mettere in discussione non solo i miei genitori ma tutti quelli che vogliono farmi o fare da genitori. Le “authority figures”, come le chiamano gli americani. E’ una mission suicida, magari, ma questa mi è toccata e ormai è tardi per ripensamenti.
Il motivo per cui mi rivolgo a un “te” e non a un “voi” non è personalistico, è una scelta di campo. Non ho dimestichezza con i noi e voi indistintoi Tra te e luigi o tra te e armando ci sono differenze, anche importanti. A ognuno di loro dò del tu non del voi. Ma ci siamo capiti.

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Leonardo 3:14 pm - 8th Settembre:

Giorgio:
Non solo: secondo alcuni il tanto deprecato patriarcato aveva in realtà contenuto e nascosto per secoli la vera indole delle donne.
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Anche oggi le femministe nascondono la vera indole delle donne, insieme al patriarcato. Invece bisogna mostrare la verità, come hai fatto anche tu postando i video, e come facciamo tutti qui, perché è da secoli che ci prendono per i fondelli. Cosa vorresti il baciamano? L’ufficiale che batte il tacco e si toglie il cappello davanti alla dama? L’amore nelle corti medievali con le donne chiamate madonne? I cavallier serventi?
Non esistono più gli uomini di una volta che regalano fiori, fanno la serenata, aspettano il matrimonio…Oppure le famiglie dei contadini dove il marito, la sera, dopo aver lavorato come un mulo, va all’osteria ad ubriacarsi e a casa lo aspetta una bestia (non fisicamente).
_____________________________
Giorgio:
Riguardo alle slave devi però sapere un’altra cosa: e cioè che gli uomini dell’est non sono ancora rincoglioniti come quelli dell’ovest, perciò quelle donne prima di “allargarsi” più del dovuto ci pensano ancora mille volte…
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Sarà merito del comunismo?

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mauro recher 3:54 pm - 8th Settembre:

Hai ragione Fabrizio ,sarebbe da lasciar stare questi deliri ,però questi deliri portano a decreti leggi come quelli che stiamo discutendo ,ed ho letto portare esempi che l’aggravante di femminicidio ,sarebbe uguale ed identica all’aggravante razziale ,come hai detto te sui neri americani , da tener conto comunque una cosa ,che l’aggravante razziale puo essere posta in maniera “viceversa” cioè trovo che sia razzista che un nero offenda un bianco per la sua pelle ,ne più ne meno che succeda l’inverso ,per il femminicidio si può dire la stessa cosa?

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sergio 4:22 pm - 8th Settembre:

Timore e rispetto vanno di pari passo: finito il primo finito il rispetto (femminile).
Questo perché le donne, come genere, non hanno mai stimato gli uomini e pertanto in passato “li rispettavano” solo perché “gli toccava rispettarli”.
Ossia, per le donne gli uomini sono sempre stati una massa di coglioni, solo che un tempo non potevano dirglielo in faccia, oggi sì.
Ed infatti ce “lo ricordano” ad ogni pié sospinto.
[Giorgio]
++++++++++++++++++
In linea di massima credo proprio che tu abbia ragione.
Al di là di casi singoli (es: stimare il proprio padre o fratello), è vero che le donne non esprimono, né hanno mai espresso, il benché minimo apprezzamento nei confronti degli uomini. Per non parlare del femminismo, capace solo di evidenziare ciò che vi fu di male.

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Fabrizio Marchi 11:54 pm - 8th Settembre:

“E’ una mission suicida, magari, ma questa mi è toccata e ormai è tardi per ripensamenti”. (Dia)
Per i ripensamenti non è mai troppo tardi. Solo gli ottusi e i dogmatici non ne hanno mai.
“la mia “mission” esistenzial-aziendale è mettere in discussione non solo i miei genitori ma tutti quelli che vogliono farmi o fare da genitori. Le “authority figures”, come le chiamano gli americani”. (Dia)
Se il riferimento è al sottoscritto ti rassicuro, perchè non ho nessunissima intenzione di farti da genitore e men che meno da “authority figure”. Però, come già ti ho spiegato e come è ovvio e normalissimo che sia, il sottoscritto ricopre oggettivamente, in questa sede, un determinato ruolo, che è appunto quello di mantenere la rotta. Tu sei una di quelle che fa di tutto per deviarla. In parte lo fai per partito preso e un po’ anche per divertimento (come una volta hai già ammesso). A mio parere, come ripeto, questo atteggiamento deriva anche da un rapporto irrisolto con i tuoi genitori. Per questa ragione senti il bisogno di metterti in conflitto con tutte quelle figure che, in qualche modo, come dici tu, rappresentano un “auctoritas” (preferisco il latino all’inglese, abbiamo una lingua tanto bella e ricca, perché optare per l’inglese?…). Fossi in te ci rifletterei.
In questo modo però, cara Dia, non andiamo da nessuna parte. Anche perché non sarebbe un confronto costruttivo ma solo una sorta di metaforico braccio di ferro che francamente non suscita in me alcun interesse. Posso capire che questa sia la tua “mission” (io me ne troverei qualcun’altra più stimolante), ma sicuramente non è la mia.
Per cui, come ormai ti ho ripetuto per lo meno quattro o cinque volte nell’arco di qualche mese , se hai intenzione di darci una mano relativamente ai temi che noi trattiamo (anche in modo critico, sia chiaro), sei la benvenuta. Per tutto il resto e in particolare per la tua “mission” ti invito a considerare la possibilità di cercarti altri interlocutori (ben disposti nei confronti di questi giochi di ruolo) oppure di intraprendere altri percorsi, senza escludere a priori quello di una buona psicoterapia (che non fa mai male, io stesso ho alle spalle un percorso psicoanalitico e ne ho tratto giovamento).

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Luigi Corvaglia 7:01 am - 10th Settembre:

Ritorniamo On Topic.
Molto interessante quest’intervista:
http://www.mentesociale.it/libri-e-film/pillole-di-libri/31-criminologia/802-ancora-in-tema-di-denunce-di-falsi-abusi.html
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Ancora in tema di denunce di falsi abusi
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Intervista ad Antonio Gerbino, autore di “Felice non ha voce. Una storia vera”. I bambini tra conflitti genitoriali, falsi abusi e giustizia degli adulti.
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Un prolungato conflitto all’interno di una coppia che sfocia in una denuncia per abuso sul figlio, un processo interminabile che si conclude con l’assoluzione dell’accusato in due gradi di giudizio, un abuso che si rivela un falso abuso, un bambino a cui per tutto questo tempo viene negato un normale rapporto col padre. È la storia raccontata da Antonio Gerbino in FELICE NON HA VOCE, un ebook scaricabile dal sito http://www.felicenonhavoce.com.
Il testo rilegge gli atti del processo dai quali emerge come nell’aula di un tribunale, meccanismi, riti, tempi e attori possano essere devastanti per la vita di relazione di un bambino coinvolto in un’esperienza dove contano solo gli interessi degli adulti, anche se sono i suoi genitori.Un atto di accusa verso l’insensibilità degli operatori del diritto ed i suoi sottosistemi, spesso autoassolti in nome del formale rispetto del sistema giudiziario. Da leggere soprattutto per fare autocritica e riflettere sulle modalità di approccio ai problemi connessi alle relazioni familiari.

L’autore, il Dottor Antonio Gerbino, ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune mie domande sul suo lavoro, per condividere esperienze, emozioni. E speranze verso un mondo più a misura di bambino, soprattutto quando entrano in lotta le figure che per dovere naturale dovrebbero occuparsi del suo “superiore interesse”: i genitori.

Dottor Gerbino, quando ho letto alcuni stralci dalla prefazione del Suo e-book, ho capito che doveva trattarsi di un libro molto interessante, drammaticamente vero. Ora che l’ho letto integralmente (e tutto d’un fiato, debbo dire) sono certa che Lei si è imbattuto in uno di quei casi, statisticamente in aumento, in cui al cieco conflitto genitoriale si associa un ancor più sordido interesse al mantenimento della conflittualità da parte dei diversi operatori professionali coinvolti, a discapito totale dei minori.

Nella mia attività di Consulente Tecnico specializzato in diritto di famiglia (separazioni, divorzi, affidamento della prole, ecc.), anch’io assisto ad una epidemia di denunce di falsi abusi che spesso vengono presentate in corso di separazione coniugale da madri che vogliono escludere i padri dal diritto alla bigenitorialità (che prima di tutto, lo ricordo sempre, è un diritto dei figli!!) sancito dalla pur non perfetta legge n. 54 del 2006 (conosciuta come legge sull’“Affidamento Condiviso”).

E purtroppo:

– taluni avvocati sembrano avere tutto l’interesse a cavalcare l’onda – anche emotiva – di separazioni altamente conflittuali: più la causa va per le lunghe, più alte sono le parcelle, atteggiamento stigmatizzato anche da molti avvocati-mediatori, decisamente più sensibili al fondamento del superiore interesse del minore;

– certe assistenti sociali non sono particolarmente formate a tenere testa alla manipolatività ed all’aggressività che si muovono all’interno di alcune coppie in fase di disgregazione e non riescono a gestire adeguatamente le proprie spinte controtrasferali, a leggere con spirito di terzietà le dinamiche in essere tra coloro che confliggono (spesso tentano una salomonica quanto pericolosa attribuzione di responsabilità al 50%) finendo per esacerbare i rapporti e i conflitti tra i coniugi;

– alcuni psicologi non conoscono abbastanza a fondo, o non tengono comunque nella dovuta considerazione, le norme etiche e deontologiche che regolamentano l’attività psicologica in generale e psico-forense in particolare. Pensiamo soltanto al frequente non rispetto dell’Art. 31 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani che impone al professionista l’acquisizione preventiva del consenso informato di entrambi i genitori per incontrare a qualsiasi titolo un minore; alla disinvolta ‘interpretazione’ dei disegni prodotti dai bambini, nei quali è fin troppo facile (nonché sommamente scorretto) trovare proprio quello che serve per sostenere un’accusa pregiudiziale; alle errate metodologie di ascolto del minore, in specie nei casi di sospetto abuso sessuale, in cui domande mal formulate e suggestive possono costringere il minore a fare affermazioni devastanti per il prosieguo del giudizio.

Tutto ciò è talmente vero, talmente strumentalizzato, talmente dannoso per i bambini che gli autori anglosassoni parlano di “vittimizzazione secondaria” e di “abuso istituzionale” per denotare il ruolo di vittima dei minori maciullati da un simile sistema.

Uno di questi bambini è senz’altro Felice, il ragazzino con difficoltà psicomotorie e della comunicazione di cui Lei ripercorre la tragica esperienza nel Suo e-book “FELICE NON HA VOCE”. Nel raccontare tale esperienza giudiziaria Lei, giornalista di professione ma anche laureato in Psicologia, è stato più colpito dalla ingiustizia del Sistema o dall’evidente sofferenza del bambino? Che cos’è che Le ha fatto decidere di occuparsi del caso?

La sofferenza del bambino è un fatto scontato in qualunque situazione di conflitto genitoriale. È evidente, anche nel caso che io racconto, che le strutture pubbliche sono troppo spesso incapaci di prevenire il deteriorarsi delle situazioni per cercare di proteggere i minori. Ma ciò che mi ha veramente colpito e che mi ha spinto a scrivere di Felice è l’assoluta contraddittorietà del sistema giudiziario che, nel perseguire un presunto reato di violenza commesso da un adulto, ignora tutti gli altri comportamenti violenti nei confronti del minore, messi in atto da diversi soggetti, alcuni dei quali certamente perseguibili anch’essi.

La storia di Felice è la storia di un errore (anzi, direi di una infausta sommatoria di errori, come spesso accade quando gli operatori vengono presi nella spirale del verificazionismo): Lei che conosce bene gli Atti di causa, può dirci se c’è stato almeno qualcuno (un perito di parte, un professionista più preparato in psicologia giuridica) che abbia tentato di dare voce a Felice, ossia di considerarlo come portatore di diritti?

Una sola professionista, in questa lunga e drammatica storia, è entrata nel procedimento con la dovuta attenzione alla presenza di Felice: la psicologa consulente del primo Pubblico Ministero che ha condotto le indagini preliminari chiedendo l’archiviazione del caso, poi rigettata dal G.I.P.. Non è un caso che questa perizia sia stata ignorata per tutto il processo e invece ripresa nella sentenza di assoluzione. Lo schema culturale adultocentrico e gli interessi economici che si muovono intorno all’intreccio tra giustizia e professioni sono stati più forti dei diritti di Felice che nessuno rappresentava e tutelava.

Indipendentemente da simili tentativi, quali ritiene siano state le azioni che più sono risultate nocive all’interesse di Felice, che – ricordiamo – mai nessuno potrà risarcire adeguatamente?

Di azioni negative nei confronti di Felice ne sono state commesse veramente troppe e da parte di troppi dei soggetti coinvolti. Ma una in particolare è indegna di una comunità civile e di una civiltà giuridica: il tentativo della madre di Felice e della sua consulente psicologa di far recitare al bambino, davanti a una telecamera e per più sedute in giorni diversi, le scene della presunta violenza subita dal padre. Il contenuto di quella videocassetta, formalmente inammissibile sul piano procedurale perché realizzata senza neanche il minimo rispetto delle regole e della deontologia professionale, ha attraversato tutte le fasi del processo anche se è stata ritenuta inutile e inutilizzabile dalla sentenza. Nessuno però ha censurato il comportamento gravissimo della psicologa e nessuno ha mai chiesto l’intervento dell’Ordine professionale. Neanche questo è un caso!

Nel Suo libro Lei dà conto, utilizzando gli Atti originali di causa, di tutto l’iter giudiziario patito da Felice, dalla denuncia-querela della madre contro il padre (per presunti abusi sessuali sul figlio) alle diverse consulenze tecniche e perizie sulla coppia genitoriale, dal Tribunale dei Minori al Tribunale Ordinario Penale, passando per gli incontri con assistenti sociali e psicologi.

Ritengo che il Suo libro sia interessante da leggere anche da parte di chi lavora in tale ambito, proprio perché riporta molti esempi di malpractice e di cattiva gestione di un “potere” istituzionale che sembra viaggiare al di sopra di ogni sospetto.

Cosa ne pensa delle richieste di maggiore trasparenza, di formulazione di linee-guida condivise, di audio-videoregistrazione obbligatoria in questo tipo di sedute, che da più parti si stanno levando per scongiurare altri errori come quelli da Lei citati nel Suo libro?

Sono totalmente d’accordo. Sono strumenti utilissimi anche se da soli forse non del tutto bastevoli.

Infine, per quanto di Sua conoscenza, a che tipo di sanzione va incontro un genitore che strumentalizzi (fosse pure in ‘buona fede’) l’ipotesi di presunti abusi sul figlio per evitare che l’altro genitore possa intervenire nella bigenitorialità?

Come dimostra la storia di Felice, a nessuna sanzione. Angela, la madre, ha dimostrato ripetutamente e, a volte, clamorosamente di non essere credibile ma non è mai stata sanzionata dai Tribunali anche quando ne ha violato le decisioni. Ciò, in linea di principio, rischia di rendere possibile la riproposizione di situazioni, come racconta il mio libro, devastanti per i bambini.

Dottor Gerbino, La ringrazio per aver preso così a cuore la storia di Felice, emblema di tanti bambini “stuprati” dalle false accuse nelle tragiche fasi di separazione dei propri genitori.

Speriamo che sia presto istituito un Osservatorio Nazionale per assicurare una maggiore uniformità di azione nelle diverse aree professionali e geografiche e per evitare per quanto possibile errori ed imperizie negli operatori di questo delicatissimo e difficile campo.

Nel frattempo, quale può essere un Suo suggerimento, tecnico e umano, per arginare la ‘moda’ delle denunce di falsi abusi sui minori?

Affrontando il caso di Felice, ho capito che il presupposto per “costruire” una storia come quella è la durata dell’iter giudiziario. Poiché al denunciato, da subito e fino alla fine dei processi e anche oltre, è negato il diritto al normale rapporto genitoriale (Felice ha sempre incontrato il padre in strutture protette e per pochissimo tempo), l’obiettivo dell’allontanamento viene intanto subito raggiunto. È evidente che, se la denuncia è strumentale, ciò risponde solo agli interessi del denunciante. Io non sono un giurista, ma forse il Parlamento di un Paese in cui tutti i giorni si discute inutilmente di riforma della giustizia, potrebbe approvare una norma che stabilisca la durata massima (brevissima) dei processi penali quando vedono coinvolti i bambini. Potrebbe essere una utile integrazione delle leggi esistenti e togliere efficacia alle false denunce.

Grazie ancora, Dottor Gerbino, per la Sua sensibilità e per la disponibilità a rispondere alle mie domande.
Dr.ssa Marisa Nicolini

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Alessandro 5:29 pm - 30th Settembre:

L’articolo di Mazzola è al limite del rivoluzionario. Come ricordato spesso da Fabrizio, la subordinazione degli uomini beta non è solo un fatto di giurisdizione in tema di separazioni, però prendere la parola in quei termini in un giornale a orientamento femminista è sicuramente da uomo coraggioso. Complimenti d’obbligo.

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Luigi Corvaglia 10:59 am - 26th Novembre:

Il padre non era un pedofilo. Per scoprirlo ci sono voluti dieci anni
Un bambino conteso. Una madre che denuncia l’ex marito, costretto a vedere il figlio sotto sorveglianza. Alla fine, l’assoluzione. Ma chi risarcirà il piccolo Felice?
di Bianca Stancanelli

«Il padre è violento: insulta la moglie, maltratta il bambino». «Il padre è irascibile: ha scagliato un’automobilina sul figlio, per punirlo d’averlo svegliato». «Il padre è morboso: in classe, con i suoi alunni, parla ossessivamente di masturbazione». «Il padre è pedofilo: tocca il bambino e si fa toccare, lo bacia sul sederino, sul collo, gli succhia le dita».
Un bambino conteso. Una madre che lancia contro il marito un crescendo di accuse, fino a denunciarlo alla procura della Repubblica per abusi sessuali. Un processo che, tra rinvii, primo grado, appello, va avanti per dieci anni. Un padre che deve accontentarsi di vedere suo figlio quando può, in strutture protette, in incontri strettamente sorvegliati. Fino all’assoluzione.
E’ la storia di Felice, una storia che somiglia a quella di Leonardo, il piccolo sottratto alla madre e riconsegnato al padre con un blitz di polizia a Cittadella. In più, nel caso di Felice, c’è la fragilità di un bambino con un disturbo del linguaggio e il peso tremendo dell’accusa di abusi sessuali scagliata dalla madre contro il padre per sottrargli la patria potestà. «Ma la differenza vera con ciò che è accaduto a Leonardo è che il padre di Felice ha avuto la lucidità e la saggezza di non rivolgersi mai ai carabinieri, di non rispondere colpo su colpo agli attacchi della moglie quando la risposta avrebbe intercettato il bambino» osserva Antonio Gerbino, che ha ricostruito la vicenda in un e-book, Felice non ha voce.
Giornalista, Gerbino ha ripercorso l’intera vicenda giudiziaria, il turbine di perizie, convocazioni di esperti, interventi di psicologi e ha calcolato anche il prezzo di tutto questo: 78mila euro, spesi per avvocati e consulenti, dalla denuncia all’assoluzione. Dietro i bambini contesi, alle spalle degli stessi genitori che si sfiancano in guerriglie ostinate e crudeli, si profila un business opaco. «C’è una complicità dei tecnici, avvocati, periti, psicologi, legati da un comune interesse economico» dice Gerbino. «E c’è un interesse delle comunità che accolgono i minori contesi, con un giro d’affari impressionante».
Felice, che aveva sei anni quando sua madre denunciò il marito dichiarando, spalleggiata dalla sua famiglia d’origine, che era un pedofilo, non ha mai recuperato il suo ritardo. Una volta sola un pubblico ministero provò a sentirlo: il bambino fece un sorriso, disse quanti anni aveva e uscì dall’aula. Frequentava la scuola quando un giornale sparò nei titoli e nelle locandine la notizia: «Bimbo handicappato violentato dal padre». Non ha mai concluso gli studi. Al processo, la madre accusò il padre di fotografare il figlio nudo, esibì cinque immagini. «Anch’io ho centinaia di foto dei miei figli nudi», commentò il giudice. In una videocassetta girata con l’assistenza di una psicologa, si sente la madre suggerire al figlio: «Anche il diavoletto vuole sapere che cosa ti faceva papà sul pippo».
Conclusa con la seconda assoluzione in appello la guerriglia giudiziaria, la madre ha deposto le armi. «Il padre può vedere il figlio con tranquillità, vanno insieme allo stadio, i rapporti con l’ex moglie sono diventati normali» racconta Gerbino. E conclude: «Bisognerebbe approvare una legge che stabilisce il tempo massimo di durata dei processi quando sia coinvolto un minire. Dieci anni, nella vita di un bambino, sono un’eternità».

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