preload
24 Mar 2021  |  0 Commenti

Surrogati di amore

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Il tema della repressione della naturalità del bambino, che sta al centro della rifles­sione di Jacques Camatte, si ripropone ad ogni generazione, sicché vederne gli esiti attuali ci dice qualcosa non solo sul presente, ma su come ad esso si è pervenuti, nonché sulle alternat­ive rimosse.

Questi temi si presentavano fino ad un anno fa con una qualche problematicità, pur vantan­do la versione progressista un’ampia condivisio­ne tra­guardata ai fasti dell’I.A. L’«emergenza» della pandemia Covid-19 ha consumato i margi­ni, i re­sidui, le ambiguità su cui si fondava l’otti­mismo, interessato o ingenuo che fosse, intorno alle nuo­ve generazioni tecnologiche, gratificate dai so­cial e dalle famiglie arcobaleno.

La situazione dell’infanzia e dei bambini in questo anno è stata ed è trascurata, sottovaluta­ta, rimossa, ma ciò non in contrasto, anzi in conti­nuità col degrado educativo e formativo pre-pan­demia; quest’ultima viene infatti a dare coper­tura ai disastri pluriennali della scuola, e a confondere nella generale frustrazione e disagio il ben piú grave danno che stanno subendo i bam­bini e i ragazzi, a cui sono stati tolti tempo, spazi e modi della crescita e formazione.

Cosí l’attuale situazione favorisce il sistematiz­zarsi di tendenze già insite nella società da decen­ni, e normalizza in un’emergenza permanente pro­cessi già in atto, tutti nel segno della repres­sione della naturalità del bambino, di sopravviven­za della famiglia solo come centro di consumi, di li­quidazione delle comunità e di ogni sponta­neo aggregarsi delle attività e delle persone.

Tali processi, considerati l’uno di seguito all’altro, appaiono saldati in un progetto compless­ivo, che passa dalle burocrazie di organismi e fondazioni internazionali alle istituzioni e ammin­istrazioni, fino ai media e alla pubblicità:

  • politiche eutanasiche e pianificazioni abortiv­e; manipolazione biotecnologica ed eugenetic­a;
  • banalizzazione dell’allattamento artificiale e della nutrizione industriale;
  • istituzionalizzazione e delega della cura e dell’educazione con svalutazione della figura pa­terna;
  • normalizzazione della precocizzazione ses­suale in chiave gender, con «educazione sessua­le» parapornografica.
  • promozione della tecnologizzazione digita­le estesa alla scuola;
  • sicurizzazione deresponsabilizzante affidata alla tecnologia;

A queste si accompagnano il consumismo ad alta nocività (cibi, vestiario, videogiochi, disposit­ivi elettronici ecc…), la sovraesposizione mediatic­a ad un immaginario di violenza, di abbrutiment­o sensoriale e pornografia, nonché la banalizza­zione del ricorso a psicofarmaci.

Molti aspetti di questo complesso di artificia­lizzazione hanno avuto, nell’isolamento e immob­ilità conseguente ai provvedimenti sulla pande­mia, un’applicazione totalitaria, mentre l’ipocri­sia mediatica mostra come eccezioni epi­sodi estre­mi che ne sono l’espressione piú tragicamente­ fedele.

Liberalismo dei mezzi, totalitari­smo dei concetti.

L’addestramento omologante, di perpetuaz­ione della minorità e della dipenden­za non avviene quindi attraverso l’azione repres­siva (a cui si può reagire), né il lassismo d’antan, ma attraverso un precocissimo — anche prena­tale, deidentificante — inserimento in una gab­bia ideologica pianificata, col liberalismo dis­sennato dei mezzi e il totalitarismo dei concetti; imponen­dosi nell’area prenatale, si completa entro l’adolescenza, che non è piú fase evolutiva e di emancipazione, ma di fissazione e ripiega­mento del processo su se stesso.

Parlano ormai lingue diverse, incomunicabi­li, da una parte le acquisizioni scientifiche sulle fasi e le esigenze della crescita del bambino e dall’altra l’ufficialità mediatica ed istituzionale. In sede di ricerca psichiatrica è affermata la ne­cessità dell’autoidentificazione generazionale, del rapporto fisico e costante — allattamentona­turale, «portare il bambino»[1] — con la madre nel­la prima infanzia, della stabilità di un nucleo familiare con madre e padre, di un ambiente che favorisca gioco, moto, esperienze, relazioni, spontanei e non istituzionalizzati. E a fronte di ciò cosa è avvenuto ed avviene? Lobotomia televis­iva da esposizione precoce e continuata, dan­ni fi­sici anche irreversibili derivanti dalla sedentar­ietà e dall’uso e abuso dei dispositivi digitali, e danni psicologici quanto alla percezione di sé, le relazioni con gli altri, il linguaggio.

Ma sono gli stessi fenomeni resi «inevitabili» dal confinamento e dalla chiusura delle scuole, dei centri culturali, ricreativi e sportivi! Oggi tali danni sono presentati come un disagio provvisor­io, un male minore; ma fino a ieri lo stesso complesso di artificializzazione è stato indotto, presentandone le modalità e i mezzi come neu­tri, interpretabili, gestibili, mentre è loro stessa na­tura imporre il messaggio col mezzo.

Le acquisizioni scientifiche e statistiche sul­l’argomento,[2] già impressionanti e conclusive pre-pandemia, sono state a suo tempo emargi­nate dai media e dalla politica in un’area di stravaganze­ o di allarmismo, e sempre con abbon­danza di punti interrogativi, e in contraddittori vacui.

Ci vuole un sforzo d’immaginazione per trovar­e gl’intimi spazi in cui può essersi rifugiata la na­turalità del bambino, in qualche modo rimos­sa sin dal concepimento, estraniandolo dalla specie come oggetto di desiderio possessivo-egoistico, poi come oggetto biotecnico, poi neo­nato, bambi­no piccolo, via via sempre piú coin­volto nella trama delle tensioni individuali e so­ciali e del­l’insicurezza affettiva, fino all’istituzionalizzaz­ione totalitaria della delega ai dispo­sitivi digi­tali.

Si sono venute cosí a combinare, come facce della stessa medaglia, la pianificazione della dei­dentificazione sessuale con la sessualizzazio­ne precoce e violenta (di cui la pornografia è un set­tore specializzato legittimato), la banalizza­zione delle forme di approccio in rete (di cui quello pe­dofilo è un settore specializzato verso cui non mancano spinte di legittimazione).[1] E si arriva per questa via, all’ultimo paradosso di ov­viare all’abuso dei dispositivi elettronici da parte dei bambini attraverso congegni di controllo automat­ici parimenti impersonali, in un contesto di adul­ti a loro volta dipendenti dagli stessi disposit­ivi e che si affidano sempre piú ad essi per ogni attività e sorveglianza dei propri figli.

A fronte della ben risoluta offensiva mediati­ca e pubblicitaria a pro del consumismo digitale, ci troviamo di fronte ad un laissez-faire, ad un’as­senza di pensiero sull’argomento che è se­gno for­se di una rinuncia piú profonda, di una resa, dell’assumere la realtà che ci circonda come un mondo irrimediabilmente mutato e ingovernabil­e, in cui lo stesso pensare alle nuove generazioni appare incongruo, privo di adeguata prospettiva temporale.

Rottura della continuità madre-figlio.

Questo quadro ancor piú attira l’attenzione sulla fase decisiva della primissima infan­zia, come quella in cui non potendosi (ancora per il momento) operare una presa completa da parte del paradigma tecnologico-virtuale, pote­vano e forse potrebbero porsi resistenze e alter­native.

La continuità fisica del rapporto con la ma­dre contiene elementi di naturalità che il bambi­no porta in sé e impone come realtà e necessità. La madre li vive in modo contraddittorio e conflitt­uale, ma li vive.

Ma cosa accade se la madre recide in se stessa l’emergenza di tale naturalità, negandola alla base, nella sua natura biologica ed identitaria? Se la madre scinde la sua identità generatrice dalla sua «voglia di maternità», e addirittura vede la prima come ingombro, «schiavitú biolo­gica» a cui ovviare con la tecnologia? E non parlo della co­siddetta maternità surrogata[2] che è di questa scis­sione la mostruosa variante colo­niale.

Per la donna non vi è piú bambino-salvatore, che presume una comunità per quanto piccola da salvare, ma bambino-feticcio, privato non solo della sua naturalità, ma anche di una sua con­cretezza e spontaneità di movimento, espression­e, comunicazione, nutrizione.[1] Può farlo perché a sua volta ha negato la propria identità materna integrale, è letteralmente svuotata, con progres­sivo impoverimento e dismissione delle sue risor­se — intellettuali e istintive — predi­sposte alla cura del complesso generazionale, educativo e co­munitario (condizione primeva della sopravvi­venza della specie umana).

Il patriarcato è finito, diciamolo.

È giunta cosí ad esito la contraddizione tra la naturalità del bambino e quanto il femminis­mo ha pervicacemente indotto e propagan­dato, odio dell’uomo e odio di sé. Le derive del femmi­nismo nelle teorie del gender e del transumanes­imo ne sono la nemesi spettacolare, ma il falli­mento del femminismo sta nella narrazio­ne falsa­ta del rapporto uomo-donna, nella ri­nuncia, anzi il rifiuto a vivere la maternità come espres­sione integrale dell’essere naturale e mo­rale del­la donna. Anche non essendo madre — per scelta o per qualunque altro motivo — la donna ha in sé questa forza profonda, questo senso. E al con­trario, anche volendo o avendo un figlio può pro­sciugarne, in ossequio ai mo­delli del politica­mente corretto, le fonti istintive e il senso etico.

Il fatto che l’obiettivo della massimizzazione delle tutele ambientali e sociali per la maternità (nonché per la famiglia e l’infanzia) sia stato colpevolmente abbandonato dalle schiere «pro­gressiste» basta e avanza per inchiodare il femmin­ismo come un’ideologia subalterna e merament­e funzionale al Sistema.

In tale contesto l’inimicizia tra la madre e il bambino, che poteva trovare un correttivo potent­e nel — pur ambiguo — slancio materno, è isti­tuzionalizzata. La donna si svuota, volente o no­lente, ignara o no, della sua naturalità resi­dua, e la maternità è totalmente concettualizza­ta. Si va ben oltre l’egoismo possessivo, la ritor­sione verso il maschio, il rigiocamento del pro­prio vissuto infantile.[2] L’autonegazione dell’i­den­tità femmi­nile è piú feroce di quella maschi­le, perché porta con sé in forma poten­zialmente omicida (aborto) la negazione del bambino e della naturalità del suo esistere, per sé e per la specie.[3] Dice Camat­te:[4]

Per affermarsi l’individuo ha bisogno di un «nemico», si afferma contro un altro, un’altra. L’intero ambito di vita della spe­cie è impregnato d’inimicizia. Essa fonda il suo comportamento in relazione con la separazione dalla natura, di cui una con­seguenza essenziale è la separazione tra il potere e l’amore, che si aggregano preva­lentemente l’uno, il potere, al polo uomo, l’altro, l’amore, al polo donna, ma coesi­stono anche in seno all’uomo, come alla donna, e ciò costituisce uno dei fondament­i dell’ambiguità.

Nel momento in cui il femminismo ha fatto della sua ideologia una questione di potere, la po­larità è stata totalmente assorbita nell’ambiguit­à. Se il polo di amore è cosí vacante, quello del potere — affollatissimo — mette in scena con ac­canite quanto esauste repliche una pretesa lot­ta al patriarcato, istituzione ormai scomparsa in oc­cidente, e caso mai viva e vegeta altrove, dove lotta non ce n’è. Alla narrazione falsata di una storia in cui tutto è riducibile al dominio del­l’uomo sulla donna, si sovrappone una lettu­ra ideologica del presente in cui si agita l’irriducibil­ità di una perpetua rivalsa. Ciò a copertura del­la verità dell’incompatibilità, profonda e crescent­e, tra umanità e Sistema.

Vi sono state vie alternative?

Il femminismo aveva in sé inesorabilmente tale nemesi distruttiva, fino alle perversioni futuriste partenogenetiche? Vi sono stati moment­i, movimenti, esperienze, che hanno tenta­to un riequilibrio tra le varie istanze, depurando la tra­dizione e discernendo tra le lusinghe del «pro­gresso»? La via antiistituzionale comunita­ria, ha lasciato traccia dei suoi percorsi? La catastrof­e della pedagogia sessantottina, sfociata nel­la lobotomia tecnologica, è cosí totale? La no­stalgia della famiglia tradizionale è solo vis­suto personale o è il richiamo ad una salvezza ancora possibile?

È difficile oggi, a fronte della narrazione fem­minista sotto il segno dell’inimicizia, la qua­le nonché non fare autocritica, pretende dalle leggi la censura di ogni dissenso, discernere i fram­menti di positività nel quadro di movimenti epo­cali che sono per lo piú confluiti senza resi­dui nelle ideologie progressiste e della globalizzazion­e postcapitalistica; tali vie alternative sono state riassorbite o isolate, in modo che è ar­duo rico­struirne una continuità; esse forse po­trebbero ave­re sorprendentemente un riscontro di consen­so maggioritario, se non fossero venuti meno nel frattempo i canali della partecipazione e rap­presentatività democratica.

Possiamo collocare nel femminismo anni 70 l’emergere e intrecciarsi di spinte reali, esigenze profonde, progetti e lotte che non hanno saputo (voluto? potuto?) coordinarsi in una razionalità ed etica dell’agire. Parificando le donne in quan­to tali ad una classe sfruttata si è via via per­so di vista la specificità strutturale delle di­verse collocazioni nel mercato del lavoro e non si è previsto il ruolo che esse venivano assumen­do nel consumismo; e la valorizzazione — la scoperta? — della fisicità è finita nella mercifi­cazione del corpo e nella versione riduttiva della cosiddetta libertà sessuale, che finisce nell’apo­logia dell’aborto.[1] Nel complesso, si ha l’impres­sione di un’enorme eterogenesi dei fini.

In certe aree era presente una visione piú integ­rale, che valorizzava il legame sesso/generazion­e e la maternità, pur facendone una questio­ne «tra donne». Si trattava quindi di esperienze «al positivo», che non possono non aver lasciato trac­ce, trasmesso esperienze vere, e che sono certo confluite in quel sostrato culturale che bene o male è la base di resistenza all’attuale do­minio ideologico dissolutorio e sopraffatorio.

Vi sono state a questo proposito sporadiche posizioni autocritiche,[2] con la percezione che dello slancio e rivendicazione di una piú ampia responsabilizzazione delle donne nella società siano giunti ad esito — dalle «quote rosa» al pro­tagonismo mediatico — solo gli aspetti di af­fluenza al sistema economico, a discapito degli al­tri. Ma è proprio la rinuncia all’analisi struttur­ale che porta a subire e farsi complici dei process­i in atto come essi fossero piú complessi e miste­riosi di quello che sono. No, purtroppo, i tempi hanno portato ai temi del rapporto tra i sessi e della generazione una crudele semplifica­zione, e il dilagare dell’infelicità e del disagio psichico segnala una mutazione antropologica direttamen­te e cinicamente indotta e pilotata dal Siste­ma economico-finanziario e sostenuta e fatta propria da una «cultura di sinistra», che fornisce ad esso la piú efficiente e gradita coper­tura ideo­logica.[3]

Nodi strutturali dell’alternati­va.

I movimenti intorno al parto naturale, al­l’allattamento materno e alla sua durata, al­l’educazione libertaria antiistituzionale e stei­ne­riana, che hanno costituito a suo tempo ele­menti di novità e insieme di continuità della tra­dizione, avevano in sé, oltre ad una fondatezza scientifica, una valenza strutturale. Essi avrebber­o potuto-dovuto costruire progetti-rivendicaz­ioni-conquiste dei movimenti delle donne. Si è andati invece nella direzione opposta, nel qua­dro dell’autolesionistica «lotta agli stereotipi», con i parti indotti su appuntamento, allattamen­to artificiale e congedi agli uomini, asili-nido precoci. Ma ciò opportunamente combaciava con lo sgretolamento del welfare, che ha restituit­o alle caste e alle classi privilegiate l’esclusi­vità della salute del corpo, beninteso in forme che talvolta sembrano ironicamente autopuniti­ve. E veniva poi ad assorbire nella generale disoccupaz­ione e precariato la condizione delle lavoratrici. Ma le femministe di professione non sono turba­te dal peggioramento dell’esistenza di tante ma­dri e bambini, tra malasanità, lavori provvisori e casuali, babyparcheggi purchessia, città invivibi­li; a ciò indifferenti, da una parte ri­petono la la­mentela delle minoranze in chiave LBGT, dall’altra, se intrufolate nelle élites, esi­biscono squallidi modelli di costume e di consu­mi (ivi compreso l’utero in affitto).

Storicamente, le aree di politica organizzata — e sembra archeologia — che avrebbero potu­to contribuire a rafforzare la difesa delle comu­nità, familiare e locale, sono a suo tempo con­fluite senza residui nel filone progressista (PCI, organizzazioni cattoliche), appoggiando come priorità lo sviluppo industriale, l’urbanesimo e il consumismo.

L’area di origine marxista, oltre ad avere al proprio interno una componente statalistica di derivazione ottocentesca, ha promosso l’ideolo­gizzazione dell’area comunitaria e formativa in funzione egemonica, poi in funzione meramente elettorale. La tematica di rivendicazione sulla tu­tela della maternità è stata sacrificata ad un modello brutale d’industrializzazione e urbaniz­zazione (prima parasovietico, poi americano), quindi «superata» nelle collaudate forme di op­portunismo politico, e di mutazione della base di consenso verso aree di popolazione a supporto dell’establishment.

La difesa della famiglia nel mondo cattolico andava per parte sua incontro a crescenti con­traddizioni, nel momento che si recepiva una sorta di neutralità del medium — la televisio­ne[1] —  in un’alfabetizzazione delle masse cattoli­che alla modernità. La deriva sociologica ha fi­nito per collocare la tematica familiare e comu­nitaria in un ambito relativistico, tutto sommato teolo­gicamente indifferente, rispetto ai poli dell’indi­viduo (la religione come fatto privato) e la collet­tività (obbligatoriamente laica e confor­mata ideologicamente alle esigenze del Siste­ma). An­che in questo caso e su questi temi, nell’assenza di autocritica (mentre altre, e ana­cronistiche, ne abbondano) oggi la Chiesa nella sua politica ap­pare allineata anzi partecipe del progressismo in­dividualistico, e da certe oscilla­zioni (sull’o­mo­sessualità, l’aborto, il matrimo­nio) ri­sulta un’omologazione della Chiesa stessa agli or­ganismi internazionali e alle priorità dell’agen­da mediatica.

Per sua parte la cultura tradizionalista è stata ambigua ed arrendevole su tali tematiche, né pare averle approfondite ed elaborate in modo adeguato.

La situazione attuale, se colloca ciascuno nelle sue responsabilità storiche, segna una ce­sura epo­cale, nella quale le forme della politica e le istitu­zioni stesse appaiono fantasmatiche e non credi­bili. È per questo che il tema delle «vie alternati­ve», che difficilmente può avere siste­mazione teo­rica, è ricco oggi di indicazioni ed evenienze pra­ti­che: l’uscita da «questo mondo che bisogna abbando­nare», la difesa e la rico­struzione delle collettivi­tà, delle identità, delle integralità uma­ne, è sem­pre piú opposizione, re­sistenza, ma an­che ricerca dei frammenti di veri­tà, di empatia, per ricompor­re una nuova con­divisione.

Surrogati di amore.

In questo quadro, cos’è, dov’è l’amore? Come può isolarsi un moto affettivo a sé stante, ove venga meno la naturalità madre-figlio, la solle­citudine nel quotidiano, l’accompagnamento fisic­o e morale, il parlare, il custodire, il controllar­e, il nutrire, l’insegnare, il giocare, l’assu­mersi la responsabilità di educare, affrontando­ne anche i rischi e le contraddizioni? Ove l’eco­nomia dome­stica è solo consumo, ove tutto si compra, si istituzionalizza, si monetizza; ove le relazioni sono assorbite e si identificano nei fa­migerati so­cial?

L’indotta e poi proclamata crisi della fami­glia, i modelli imposti mediaticamente di false fa­miglie anomale e allargate, e sempre provviso­rie ed aleatorie, hanno in questo mito dell’amo­re il nucleo oscuro, un vortice di disperazione e va­nità. Tanto che ne nascono i surrogati, ci sono piú animali da compagnia che bambini, o magari bambole,[1] e poi di nuovo i social, i media, il «vo­lere un figlio» per se stessi, per immagine, o non si sa per cosa. Non certo per lui, che ontologicam­ente non esiste, ove sia interrotta la se­quenza del grembo della vita, di un’attesa anche incon­scia, anche inadempiuta, ma vera, nel cuo­re, nel corpo, nel pensiero, nell’anima di una donna.

La natura, da cui l’uomo si è distaccato, af­ferma nella generazione il suo irriducibile, forse ultimo richiamo.

La natura come fisicità, emozioni, intelligen­za: che è ciò che si crea nella generazione, ed è necessario per vivere e generare.

Se è piú agevole estromettere il maschio da tale processo, banalizzando la scissione sesso/ ge­nerazione fino allo shopping del seme, lo sgre­tolamento dell’identità femminile richiede una mutazione antropologica piú drammatica, piú radicale.

Per questo le teoriche femministe «ultima ge­nerazione» (letteralmente), non paghe dei fasti della combinatoria sessuale e della biotecnolo­gia, propugnano la fine della specie, il cyborg, la manipolazione genetica fino all’interspeciosi. È suggestivo che siano donne a trastullarsi con si­mili orrori. È vero che sono sortite carrieristi­che, meri prodotti di mercato. Ma vi è in essi il compiersi della parabola distruttiva del femminis­mo, che non avendo piú l’uomo da odiare, non potendo odiare la donna stessa piú di cosí, odia alla fine, finalmente e francamente, l’uma­nità tutta. Ma anche in questo caso[2] non si trat­ta di un’anticipazione visionaria, bensí di un cal­colo ragionieristico sulle varianti possibili, in un dopo­bomba che pasticcia connubi, come fanno i marziani di Mars attacks!

Non apocalissi, quindi, ma parodia.

[1]J. Camatte dà tale importanza alla necessità di «porta­re il bambino», da averne istituito una voce del suo Glos­sario (v. Il Covile №480 del novembre 2018), in quan­to tale continuità fisica è condizione dell’aptogestaz­ione: «PORTARE [Porter]. Il bambino deve esse­re costantemente portato (Franz Renggli e vedi Tra­gling). Non farlo, induce una dinamica ontosica molto consistente: ricerca di un supporto, di una persona che ci porta (da cui il rigiocamento della dipendenza); ma è anche far portare agli altri ciò che ci ingombra (riversam­ento, carico), ci ossessiona (dati inconsci in re­lazione ai traumi subiti). I derivati da portare veicola­no anch’essi un dato ontosico: supportare, trasportare, ri­portare, rapportare, deportare, importare. Portare il bambino è permettergli di rimanere in continuità con la sua speciogenesi. L’uomo, la donna furono portati dagli alberi e gli adulti sono alberi per i bambini.(…).» Camat­te amplia il concetto nella voce «Tragling» del Glossario stesso.

[2] Quanto al Quoziente d’Intelligenza, varie ricerche promosse da organismi scientifici concordano nel rilevar­e una certa diminuzione dalla generazione degli anni 70. Tra le probabili cause il cambiamento degli stili di vita dei bambini e dei sistemi educativi: troppo tempo passato alla televisione, videogiochi ecc.., poco movi­mento e relazioni con l’ambiente e le persone, poca o nessuna lettura e anche alimentazione inadatta alla crescita. A tale fenomeno la Cina (prima della pande­mia) intendeva porre rimedio con una serie di li­miti e di­vieti al digitale, in base all’età, gli orari, la du­rata, la spesa ecc. Tali vincoli agirebbero automatica­mente nel­le modalità d’uso dei vari apparecchi. Nel frattempo la situazione è ovviamente ovunque peggio­rata, ed è pa­radossale che si aspetti dai gestori delle va­rie piatta­forme la soluzione del problema. ¶ Quanto all’Italia, i risultati dell’indagine 2018 sulle competen­ze scolasti­che (PISA, studio internazionale, a cui ade­riscono 72 paesi e 600.000 studenti, effettuato ogni tre anni con lo scopo di valutare le competenze scolastiche di stu­denti adolescenti in matematica, scienze e rea­ding) se­gnava un sensibile peggioramento, soprattutto per quan­to riguarda la comprensione di lettura e le scienze, rispetto ad una collocazione in graduatoria già non bril­lante. Sugli effetti della televisione, già nel 2011 il li­bro di Michel Desmurget TV lobotomie (ed. Max Milo), prospettava i risultati di ricerche interna­zionali sull’argomento, ed oggi le sue conclusioni circa i danni sui bambini dell’esposizione precoce e prolun­gata alla televisione, sono quasi scontate. Desmurget ha denun­ciato in seguito la nuova «lobotomia»: La fa­brique du crétin digital. Les dangers des écrans pour nos enfants. Éditions du Seuil, 2019. In Germania, il prof. Manfred Spitzer porta avanti da anni la raccolta e valutazione di dati di ricerca sul tema, che pervengo­no ad esiti simili. I titoli dei suoi libri, nelle traduzioni italiane edite da Il Corbaccio, sono eloquenti: Demen­za digitale (2013), Solitudine digitale (2016), Connessi e isolati. Un’epide­mia silenziosa (2018), Emergenza smartphone (2019). Sul recentissimo Pandemie, vedi Il Covile №588 del marzo 2021.

[3 ]Ricordare alle nostre giulive femministe che nel 1977 Simone de Beauvoir, da esse accreditata come filosofa e modello, firmò, anche a propria discolpa, con altri «in­tellettuali» il «Manifesto in difesa della pedofilia». At­tualmente la Francia ha «scoperto» le depravazioni di Gabriel Matzneff, altro propagandista della pedofi­lia chic. Quando toccherà finalmente a Simone de Beau­voir? Per ora, in occasione del centenario di Sar­tre, c’è chi rivendica per lei un’autonomia nella storia della cul­tura. Conviene invece alla De Beauvoir restare nel cono d’ombra del partner, a copertura dello squal­lore umano e della mediocrità e futilità delle sue opere. D’altra parte l’induzione della precocizzazione sessua­le in chiave gender porta con sé l’eventualità dell’anticipaz­ione del consenso, già cavallo di battaglia dei fir­matari del suddetto Manifesto.

[4] Non è esagerato definire schiavistico il «contratto» che sta alla base della transazione in cui consiste la gravi­danza per conto terzi. Non vi sono termini di parago­ne, se non appunto negli stati di schiavitú istituzionalizz­ati nell’antichità e fino al XIX secolo, e caso mai in senso peggiorativo, se si tiene presente l’ufficializzazio­ne via internet, l’intermediazione in forma di racket, e la mera compravendita di un essere umano, che è l’oggetto della transazione. I paladini dei diritti piú stravaganti sono indifferenti, anzi svergognati compli­ci, di contratti in cui per denaro una donna cede non solo il suo utero, suo figlio, e quanto di sé vi sta intor­no, ma ogni diritto altrimenti proprio di qualunque transa­zione d’affari, da quello di recesso a quello di ri­valsa ecc.. Questo è accuratamente silenziato, quando si parla di vip che hanno comprato figli mediante «matern­ità surrogata» e poi sono le icone del politicamente corretto; e si capisce perché: in primo luogo businnes, tanto denaro, e poi completamento istituzionale del progetto egemonico omosessualista. È un discrimine: donne e movimenti femminili che su tale questione sono possibilisti e fanno distinguo mascherandone la natura socioeconomica schiavistica, ribadiscono la propria ceci­tà o infamia. ¶ Sull’argomento vedi v. Il Covile № 491 del gennaio 2019 e https://www.provitaefamig­lia.it/blog/utero-in-affitto-leggiamo-qualche-contratto-tipo.

[5]Insieme alla naturalità, anche la spontaneità finisce per essere un concetto inafferrabile. Il bambino-consumator­e è bersaglio, prima attraverso i genitori, poi direttam­ente, di una pubblicità onnipresente prima di tutto su giochi e alimenti. È quindi puramente teorico che il bambino spontaneamente scelga cibo sano, gio­chi di gruppo e di movimento ecc.. Ove il martella­mento pub­blicitario viene contrastato, ciò invece av­viene.

[6] V. la voce «Rigiocamento» nel Glossario dei testi di Jacques Camatte in Il Covile №480 del novembre 2018.

[7] L’impotenza della scienza di fronte alla pandemia ha messo temporaneamente la sordina alle farneticazioni del transumanesimo che tanto piace a certe leader fem­ministe.

[8]Jacques Camatte, «Inimicizia ed estinzione» pp. 1-2 in Il Covile №521 del settembre 2019.

[9] Anche l’orrore ha i suoi testimonial. L’attricetta Mi­chelle Williams alla cerimonia di consegna dei Golden Globes 2019 ringraziò di aver potuto abortire, perché liberarsi del corpo estraneo le aveva permesso di far car­riera e quindi ricevere un premio.

[10] Prendiamo come esempio un testo del 2013 di Marzia Bisognin, dell’Associazione «Il Melograno, centri in­formazione maternità e nascita», pubblicato sul n.12–13 della rivista Gli Asini. Ripercorrendo la sua espe­rienza nel movimento femminile dagli anni 70, l’autri­ce evi­denziava come all’interno di esso il tema della materni­tà, coinvolto in un rifiuto dei ruoli e della fa­miglia tra­dizionali, finisse per essere escamotato: «Il movi­mento femminista non rivendicò e non riconobbe la gra­vidanza e il parto come esperienze formative, di cre­scita personale, di scoperta di sé.» Allora, di fronte alla polarizzazione di due scuole di pensiero, quella del na­turismo e quella del modernismo tecnologico, la Bisog­nin concludeva invocando i tempi per la metabolizzaz­ione e il discernimento tra le nuove opportunità date dalle biotecnologie. Ma la pretesa libertà di scel­ta, a cui lei si appellava è —l’abbiamo visto— inganno e illusio­ne: in realtà la via verso cui il sistema induce ed obbli­ga, è quella tecnologica, che corrisponde agli in­teressi degli investimenti capitalistici nel settore, al totalitaris­mo ideologico e consumistico, potendo contare sulla piú gigantesca pressione istituzionale e mediatica. È la via che permette il dispiegamento pubblicitario dei pri­vilegi vip, il consumismo illuso dei loro imitato­ri, e la piú feroce indifferenza verso le condizioni reali della ge­neralità di madri e bambini. Infine anche la Bi­sognin, in un intervento del 2017 (http://marziadoula.blogspot.c­om/search/label/biotecnologie) finí per guardare a ciò come ad un progresso ineluttabile e for­se benefico, of­ferto da una scienza neutrale e disinte­ressata.

[11] È il woke capitalism, «vale a dire capitalismo dotato di una maschera progressista che è quasi l’equivalente di una «coscienza progressista», che gli viene gentilmente fornita da tante frazioni progressiste e gauchistes che condividono gli obiettivi destrutturanti e dissolventi del Sistema» v. Philippe Grasset «Passione fusionale ca­pitalismo-gauchisme» Il Covile №532 del novem­bre 2019.

[12] Gli anni 70 videro levarsi un allarme — tempestivo quanto inascoltato — di educatori e sociologi sui gua­sti della televisione nella crescita dei ragazzi e nelle relaz­ioni familiari; si tratta nel 1976 di Neil Postman con The disappareance of chilhood (trad. it. La scom­parsa dell’infanzia, Armando ed.), nel 1977 di Jerry Mander con Four Argoments for the Elimination of Television (trad. it. Quattro argomenti per eliminare la televisione ed. C.E.F.) e di Marie Winn con The Plug-in Drug (trad. it. La droga televisiva, ed. Armando).

[13] Sí, è vero, ci sono persone che coscientemente, anzi in modo organizzato (il gruppo Reborners), si dotano di «surrogati» di bambini, cioè bambole iperrealistiche, con le quali interagire nel quotidiano. È ironico che dopo anni di messa in stato d’accusa delle bambole-gio­cattolo, in quanto imposizione alle bambine di ste­reotipi femminili, le donne siano ridotte a giocare con le bambole per mimare una «maternità» posticcia, tri­stissima ma certo poco impegnativa. In realtà le Reborn­ers (e le fotografe che le propagandano nel mon­do) fanno parte del circo dell’arte contemporanea, e le loro agghiaccianti bambole — che evocano piú bambi­ni morti che tenere creaturine — sono un’ennesima specia­lizzazione pseudo artistica che si compiace del maca­bro e patologico. Però la questione surrogato esi­ste, e questi orrori — come del resto le bambole eroti­che — normalizzano la solitudine e l’infelicità in chia­ve post­moderna.

[14] Si tratta, fra le altre, dell’orrida Donna Haraway, che prospera con la sua trovata del cyberfemminismo, lo­cupletandolo via via con qualche stralunato aggiorna­mento. Subodorando che l’entusiasmo ipertecnologico transumano sia in disgrazia, si butta sul postecologico, recuperando in Staying with the Trouble (trad, it. Ch­thulucene ecc.) un po’ di zoologia, con amene parente­le, ibridi ed interspeciosi.

 

Fonte articolo: https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_590_Rouf_Surrogati.pdf

Fascia portabebè, perché è utile e come sceglierla

 


Lascia un commento

* Richiesto
** Il tuo indirizzo email non verrà reso pubblico
Markup Controls

 

Aggiungi un'immagine