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10 Lug 2023  |  0 Commenti

Bufalaro Scienziato

Sì, purtroppo esistono anche individui che vogliono difendere il mondo dalle bufale, salvo poi, col piglio arrogante di chi si nasconde dietro la scienza, diffonderne altre a loro volta. Sul Foglio del 1° luglio 2023 tale Enrico Bucci, biologo [1], commenta i dati del Rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap (GGGR2023) [2] in cui l’Italia appare al 79° posto scendendo di sedici posizioni dopo che era 63° nel 2022. Essendo una persona avvezza a materie scientifiche, ci si aspetta un ragionamento critico e perlomeno neutro, invece, fatta salva l’annosa questione della schwa che sarebbe, bontà sua, cosa di minore importanza, il commento prende delle derive che sono decisamente in linea col pensiero femminista dominante andando a prendere cantonate degne di un qualsiasi venditore di bufale; il che è grave per uno che dovrebbe fuggirle come la peste volendo fregiarsi dell’autorità dello scienziato.
Non ho il tempo in questo breve articolo di esaminare tutto quando viene scritto nell’annuale rapporto sul Global Gender Gap perché prende in esame molti fattori che andrebbero esaminati punto per punto, ma mi limito a commentare il più specifico problema del Gender Pay Gap che nel GGGR20233 deve essere considerato all’interno dell’indicatore definito come Economic Participation and Opportunity e che si riflette nel titolo dell’articolo di Bucci Prima di cambiare la lingua bisognerebbe cambiare gli stipendi delle donne.
Che un reale Gender Pay Gap a parità di mansioni nella pratica non esista è un fatto noto, almeno nei paesi anglosassoni. Claudia Goldin, Henry Lee Professor of Economics alla Harward University, afferma esplicitamente [3]: “prendi tutti coloro che lavorano 35 o più ore alla settimana per l’intero anno, trova la mediana per le donne, trova la mediana per gli uomini e dividi …78 centesimi rispetto a un dollaro. È molto semplice, ma non dice che uomini e donne fanno la stessa cosa. Non dice che lavorano la stessa quantità di tempo, le stesse ore durante il giorno o gli stessi giorni della settimana”. Secondo Goldin il divario retributivo non nasce perché uomini e donne sono pagati in modo diverso per lo stesso lavoro, ma perché il mercato del lavoro li incentiva a lavorare in modo diverso, per cui ammesso che esista il problema la soluzione non è certamente cambiare gli stipendi.
Come afferma la Goldin il Pay Gap, che in Italia sarebbe persino incostituzionale (trovatemi un contratto in cui a parità di mansioni le donne sono pagate meno degli uomini), è conseguenza del fatto che “in media” gli uomini guadagnano di più delle donne a causa di una serie di fattori strutturali e sociologici che sono difficilmente modificabili (nessun paese al mondo raggiunge questa parità) e che a grandi linee sono: la percentuale delle donne che hanno un lavoro, l’utilizzo femminile del part-time (vedi ancora [3]), la scarsa tendenza delle donne a perseguire con costanza la progressione di carriera, il fattore non trascurabile che tutti i lavori pesanti o pericolosi, e quindi anche ben retribuiti in alcuni casi, sono appannaggio degli uomini, e che quindi in generale hanno a disposizione anche più ampie opportunità di lavoro, dal muratore al nero all’operaio specializzato su una piattaforma petrolifera [4]. Possiamo disquisire a lungo sul perché l’Italia è al 104° posto in questa classifica, ma questo dipende dai fattori che ho descritto sopra e non da colpe specifiche degli uomini italiani (o del fantomatico patriarcato come piace dire alle femministe).
Ma quello che è sorprendente, di cui Bucci non si accorge, è scoprire poi che in realtà per quanto riguarda l’indicatore economico “Economic Participation and Opportunity” l’Italia è migliorata dal 110° (2022) al 104° posto. Infatti, è facile calcolare che le 16 posizioni perse dall’Italia nella classifica generale, che include anche gli indicatori della partecipazione politica, dell’educazione e dell’istruzione sono dovute solo ed esclusivamente al minor numero di donne parlamentari e ministri rispetto alla classifica 2022 (il mandato della Meloni come primo ministro incide ancora troppo poco per cambiare le cose). Peraltro, nella classifica generale se una variazione di soli 1.5 punti percentuali induce un così grande perdita di posizioni sarebbe necessario capire perché variazioni tanto piccole cambiano la classifica in assenza di una stima precisa di errori che il GGGR2023 non riporta in modo esplicito.
Come una femminista rabbiosa, Bucci sciorina i suoi argomenti ideologici e non basati su alcuna analisi scientifica concreta, nemmeno quella tentata nel GGGR2023, in cui vi è una grande massa di dati non omogenei di non facile lettura, e che evidentemente lui non ha letto. Ha solo lo scopo di dare addosso agli uomini italiani e dimostrare che l’Italia è patriarcale e arretrata. Afferma che è il Mozambico è 25° e quindi irraggiungibile per noi, perché dista 8,1 punti percentuali. Per spiegare questo scrive: “nella maggior povertà in cui si vive nelle nazioni citate, nonostante tutto, vi è una più dignitosa considerazione del cosiddetto sesso debole, con una molto più favorevole parità di genere”. Ma è molto probabilmente dovuto al fatto che quelle culture sono poco industrializzate e la famiglia tradizionale basata sul lavoro collettivo nel settore primario di uomini e donne è ancora molto diffusa: lavorano percentuali simili uomini e donne, e hanno bassi redditi più o meno uguali. Un confronto decente andrebbe fatto tra nazioni omogenee da un punto di vista demografico, educativo e industriale, comparare l’Italia alla Liberia (39°) che è al primo posto per la parità salariale non ha senso: perché non vanno tutte in Liberia a fare le contadine a guadagnare poco più di mille dollari all’anno? Nemmeno ha senso comparare l’Italia all’Islanda (1°) che, come popolazione, è poco più grande di un quartiere di Roma o Milano.
Eppure, in conclusione scrive: “La voce delle donne e il loro stipendio: questo è il fronte dove è necessario che le cose siano davvero cambiate… bisogna pensare a stipendi e potere democratico di una metà dei cittadini italiani che è tenuta ai margini da una cultura arcaica e controproducente”. Lasciando perdere la retorica della “cultura arcaica” ed il problema del “potere democratico”, (ovvero l’accesso alla politica: come detto non me ne occupo qui) oltre al resto del frullato di luoghi comuni femministi che scrive poco dopo, Bucci afferma che bisogna “pensare a stipendi”, mentre come abbiamo visto non è il Pay Gap a determinare la posizione dell’Italia, tutt’altro: la migliorerebbe.
L’esistenza di un Pay Gap a parità di mansioni è una delle introvabili pietre filosofali del femminismo nei paesi sviluppati, e il GGGR2023, con buona pace dell’oggettività, nemmeno valuta il fatto che in certi paesi, europei per lo più, sarebbe persino incostituzionale e illegale. Anzi il GGGR2023 peggiora le cose à la mode femminista, rendendole più aleatorie e meno concrete: vuole offrire una valutazione del “problema” della “parità di mansioni” (il sub-indicatore Wage equality for similar work) ma compie un’operazione abbastanza oscura della quale ogni serio scienziato dovrebbe diffidare: si affida al parere soggettivo tramite un sondaggio fatto su un insieme di manager (executive) di una parte, nemmeno tutti, dei paesi interessati [5] che si limitano a dare un voto da 1 a 7 (per alcuni paesi questo dato non esiste nemmeno: ad esempio non esiste per Liberia e Mozambico, e nemmeno per la Norvegia che è 11° nella classifica dell’indice economico, ma perderebbe molte posizioni se questo sub-indice fosse presente, dato che il valore più alto non è 1.000 ma 0.858 ed è relativo all’Albania [6]). Per l’Italia questo indicatore è 0.616 (quindi circa un 4 di media per i punteggi dati nel sondaggio), peraltro migliorato rispetto al 2022 quando era 0.567. Sarebbe interessante capire quali siano questi “executive d’oro” italiani (forse un’ottantina perché in tutto sono 12000 in 146 paesi data anche la medietà dell’Italia come popolazione) e cosa ne pensano del “pay gap” e se credono che sia possibile pagare una donna meno di un uomo a parità di mansioni. Non ho molta fiducia nell’imprenditore italiano, persone di cui l’esimio rappresentante è ad esempio il parassita Briatore. Ma a parte questo è chiaramente un dato biased, come si direbbe in statistica: il pensiero dominante impone l’esistenza del Pay Gap e per questo tutti, compresi i manager, pensano che esista, anche se sarebbero i primi ad assumere solo donne se potessero pagarle di meno.
In conclusione, l’essere l’Italia retrocessa di 16 posizioni nel GGGR2023 non ha nulla a a che vedere con gli stipendi delle donne (bufala che è nel titolo dell’articolo di Bucci), il GGGR2023 è quanto meno criticabile per l’uso di criteri soggettivi e non scientifici (bufalata nascosta nelle pieghe del rapporto), il confronto di mele con pere, Italia con Mozambico, ma anche con l’Islanda, non è realistico (bufaletta che dovrebbe essere comprensibile da “uomini di scienza”).

[1] https://www.ilfoglio.it/societa/2023/07/01/news/prima-di-cambiare-la-lingua-bisognerebbe-cambiare-gli-stipendi-delle-donne-5450266/

[2] https://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2023.pdf

[3] https://www.harvardmagazine.com/2016/05/reassessing-the-gender-wage-gap

[4] che poi le donne possano fare questi lavori è un’altra sciocchezza, in primo luogo perché non li vogliono fare, in secondo è perché fisicamente non sono adatte a farli. Le migliori pilote da caccia del mondo non saranno mandate in missione operativa, perché il rischio di finire dietro le linee nemiche con un fisico meno resistente è troppo grande perché qualsiasi comandante se lo assuma.

[5] L’esatta dicitura è: “a qualitative indicator gathered through the World Economic Forum’s annual Executive Opinion Survey (wage equality for similar work)”.

[6] in questa speciale classifica i primi cinque paesi sono nell’ordine: Albania, Burundi, Egitto, Oman e, solo quinta, l’Islanda. Molti paesi di dimensione approssimativamente simile all’Italia (81°) hanno indici persino peggiori: la Germania è 89°, la Francia 82°. La Svezia e il Regno Unito sono rispettivamente 43° e 41°. Solo gli Stati Uniti sono 9°, oso pensare che gli executive americani hanno letto Claudia Goldin.


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