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14 Apr 2022  |  0 Commenti

Il femminismo che finge di non vedere

Nessuna femminista ha avuto nulla da ridire sul fatto che il governo (fantoccio) ucraino abbia consentito alle donne di uscire dal paese obbligando invece gli uomini dai diciotto ai sessant’anni a restarvi per combattere.  Si tratta di una palese discriminazione ai danni della popolazione maschile ma nessuna – e sottolineo, nessuna – ha aperto bocca.

Nella stessa misura in cui nessuna aprì bocca quando si trattò di chiudere la centrale nucleare esplosa di Chernobyl, proprio in Ucraina, che all’epoca faceva ancora parte dell’URSS. Lo “sporco lavoro” fu svolto solo dagli uomini. Decine di migliaia furono impegnati in una prima fase per tamponare la situazione e altre centinaia di migliaia furono inviati successivamente nel corso degli anni per bonificare l’intera area. Soldati, tecnici, operai, minatori, ingegneri ecc. Tutti uomini, che conoscevano le conseguenze molto spesso terribili cui andavano incontro e nonostante tutto hanno scelto di farlo, semplicemente per dovere, perché qualcuno doveva pur farlo. Un sacrificio immane sul quale nessuno/a riflette mai.  Le cose andarono, ovviamente, nella stessa maniera, in occasione dell’esplosione della centrale atomica di Fukushima in Giappone.

E’ stupefacente la capacità del femminismo – in tutte le sue declinazioni – di glissare ogniqualvolta accadono dei fatti (o gli vengono sottoposti dei fatti) che minerebbero alla radice il suo postulato ideologico, quello cioè in base al quale gli uomini godrebbero tuttora, sempre e comunque, di una condizione di privilegio e di dominio all’interno dell’attuale contesto sociale e storico (ma, come abbiamo appena visto, anche nel caso dell’allora società sovietica). Fare ora l’elenco di tutti questi fatti (oggettivi) sarebbe fin troppo lungo e non è lo scopo di questo breve articolo. Mi limito a citarne uno per tutti: la tragedia di classe e di genere dei morti sul lavoro. Una ecatombe senza fine che a parti invertite, sarebbe stata considerata (da me per primo), giustamente, intollerabile.

Da molto tempo proviamo, invano, a sollevare queste contraddizioni. Da molto tempo cerchiamo, invano, un confronto ma nessuna/o, mai, ha accettato di sedersi ad un tavolino per discuterne.  Una cappa plumbea impedisce che queste contraddizioni emergano.  Le ragioni di ciò sono semplici. Il femminismo, o se preferite “neofemminismo”, cioè quello che concretamente si è determinato e affermato, è diventato uno dei mattoni fondamentali della narrazione ideologica neoliberale attualmente dominante, al punto di essere elevato ad un vero e proprio feticcio, un tabù incriticabile, una Verità Assoluta incontestabile. Per trovare altre forme di simile dogmatismo dobbiamo tornare ai tempi in cui si pensava che i monarchi fossero una sorta di emanazione divina e che la realtà fosse, appunto, espressione della volontà di Dio.

Concludo con un messaggio rivolto alle donne e in particolar modo alle mie tante amiche e compagne. Questo articolo non vuole essere divisivo. Al contrario, Il mio intento è esattamente quello opposto, e cioè di unire la maggioranza degli uomini e delle donne che in questa società vivono una condizione di subordinazione e oppressione che si declina, spesso, anche sulla base delle rispettive specificità sessuali, femminili e/o maschili.  Il sistema capitalista è intrinsecamente asettico e – come abbiamo spiegato tante volte – può essere e in effetti è stato, storicamente e culturalmente, tutto e il contrario di tutto, sulla base dei suoi interessi, cioè in base a ciò che meglio favoriva e favorisce la sua illimitata riproduzione. Per questo è stato razzista e antirazzista, liberale o autoritario, democratico o totalitario, religioso o laico, patriarcale e oggi femminista, in base ai differenti contesti storici e culturali.

So bene che la questione di genere (che il femminismo interpreta a senso unico) va molto più indietro nel tempo rispetto alla nascita stessa del capitalismo ma proprio per questo urge un riposizionamento per poter analizzare lucidamente la realtà attuale. Altrimenti non si fa che applicare all’attuale contesto storico delle categorie ideologiche a dir poco obsolete che ci allontanano dalla comprensione della realtà attuale e che per questa ragione finiscono inevitabilmente per essere organiche alle classi dominanti e alla loro narrazione ideologica.

Laura Boldrini e Michela Murgia sono uscite dal letargo mediatico -  L'Universale


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