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08 Ago 2026  |  0 Commenti

Oltre la retorica: la vera storia del delitto d’onore e le falsificazioni che non vi raccontano

In questi giorni, con il pretesto dell’anniversario dell’approvazione della legge n. 442 del 5 agosto 1981 (che abrogò la rilevanza penale della causa d’onore), nei social e nei media tradizionali vengono regolarmente pubblicati articoli – come il recente pezzo diffuso da Tgcom24 – che diffondono le solite falsificazioni femministe. Sfruttando la ricorrenza, si veicola una narrazione ideologica il cui unico scopo sembra essere quello di alimentare odio contro gli uomini, dipingendo il passato come un’epoca in cui “il maschio” aveva la licenza legale di uccidere impunemente le donne della propria famiglia.

Ma la realtà storica e giuridica è ben diversa da quella che la vulgata odierna cerca di imporci e in questo breve articolo cercheremo di smontare questo altro pezzo di narrazione unilaterale.

La prima grande menzogna da confutare, che rende articoli come quello sopracitato parziali e fuorvianti, è l’idea che l’articolo 587 del Codice Penale fosse un privilegio esclusivamente maschile. Al contrario, la legge parlava chiaro: a beneficiare delle attenuanti del delitto d’onore erano anche le donne. Se una donna sorprendeva il marito in una relazione illegittima e lo uccideva (o uccideva l’amante di lui) nello stato d’ira determinato dall’offesa recata al proprio onore, godeva del medesimo, identico sconto di pena.

In secondo luogo, la narrazione odierna omette sistematicamente un dato statistico e criminologico fondamentale: la maggior parte delle vittime del delitto d’onore erano di sesso maschile. Come evidenziano gli archivi della giurisprudenza dell’epoca e le analisi di criminologia storica sui fascicoli processuali (soprattutto nel Sud Italia), il bersaglio primario e principale della vendetta d’onore era il cosiddetto “drudo”, ovvero l’amante uomo o il seduttore1.

Perché il legislatore sottolineava così apertamente e puniva la figura dell’amante uomo? Perché la norma si basava su una precisa simmetria sociale: immaginava che fosse l’uomo a cercare la relazione sessuale, a fare la parte attiva. Il messaggio implicito del legislatore ai maschi era inequivocabile: “se vai in giro cercando relazioni con donne sposate, o se seduci la figlia altrui, rischi la vita”. L’amante uomo diventava a tutti gli effetti la vittima sacrificale designata da immolare sull’altare del decoro sociale.

A riprova di ciò, la cronaca giudiziaria è piena di casi in cui la società ha giustificato l’eliminazione fisica dell’elemento maschile. Un episodio su tutti: era il 1964 quando a processo per l’art. 587 c.p. finì un padre, un maestro delle scuole elementari, che aveva ucciso il professore della giovane figlia, reo di aver sedotto la studentessa diciottenne. L’imputato scaricò sulla vittima tutti i proiettili della sua pistola mentre il professore teneva lezione dinanzi a un certo numero di studenti. Il risultato? Fu condannato a soli 2 anni e 11 mesi.

L’uomo ucciso, in questo e in migliaia di altri casi, era colpevole di aver preso l’iniziativa. Ma la narrazione e la pubblicistica femminista (quindi l’unica narrazione e l’unica pubblicistica ammessa e veicolata nell’infosfera e in ogni agenzia istituzionale) produce una rappresentazione degli eventi del passato innanzitutto parziale (quindi sostanzialmente falsa) e in secondo luogo svincolata dalle complesse coordinate socio-culturali dell’epoca. La sessualità è sempre stata considerata e tutelata dalla società come una preziosa risorsa femminile: per questo motivo esisteva uno stigma sociale su talune condotte delle donne (e, del resto, che stigma potresti mai avere su chi non dispone di quella risorsa?).

Ma di riflesso, proprio per difendere quella risorsa, le condotte maschili erano sanzionate nella loro totalità mille volte di più e mille volte peggio. L’uomo che violava queste regole non subiva lo stigma: subiva la morte, approvata dallo Stato. Senza contare le dinamiche di classe, dove se un uomo povero lanciava uno sguardo di troppo a una donna dell’aristocrazia, poteva essere giustiziato seduta stante; o ancora, per andare più a fondo nella storia, pensiamo agli eunuchi, uomini letteralmente castrati e mutilati pur di “proteggere” la virtù delle donne.

Celebrare la fine del delitto d’onore può essere pure un atto di civiltà. Ma usarlo come strumento per riscrivere la storia, trasformandolo nella prova di un inesistente complotto patriarcale mirato all’eccidio femminile, non è solo storicamente falso: è l’ennesimo tentativo di nascondere come, per secoli, la vita e il corpo degli uomini siano stati considerati totalmente sacrificabili.

1 Il termine drudo è un vocabolo letterario italiano che significa principalmente amante, innamorato o persona fedele e devota. Oggi il termine è raro e si usa quasi sempre in senso spregiativo per indicare un amante segreto o illegittimo.


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