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04 Dic 2021  |  4 Commenti

Il “caso Renatino” e la falsa coscienza delle classi dirigenti

Negli ultimi giorni, tra le tante polemiche che si susseguono, ne è emersa una che sembra meritare maggiore attenzione: si tratta del caso sullo spot della Parmigiano Reggiano, spot che è stato capace di offendere tanta gente che ha poi alzato un polverone tra social e articoli. Nello spot (che è un montaggio le cui scene sono prese da un cortometraggio prodotto sempre dal noto consorzio emiliano) si può vedere il noto attore Stefano Fresi che fa da guida a un gruppo di giovani in uno stabilimento nel quale viene prodotto il famoso formaggio. La scena incriminata arriva quando il gruppetto si ferma davanti a uno dei lavoratori dello stabilimento e Fresi dice: “nel siero ci sono i batteri lattici, l’unico additivo è il nostro Renatino che lavora qui da quando aveva diciotto anni tutti i giorni trecentosessantacinque giorni l’anno”. Successivamente a queste parole i ragazzi e le ragazze in visita iniziano a elogiare il bravo dipendente: “Renatino posso dirti? Sei un grande” o “sei il meglio”. Lo spot si conclude con una scena nella quale quegli stessi ragazzi si godono il crepuscolo fuori dal loro camper mangiando formaggio ed elogiando l’amore che Renatino mette nel proprio lavoro.

Nella bufera sorta da questo spot sono finiti anche alcuni spezzoni del cortometraggio non presenti nella pubblicità, alcuni secondi di scena successivi vedevano infatti i ragazzi chiedere a Renatino: “quindi non sei mai stato a Parigi, al mare, a sciare?” per sentirsi rispondere un sottomesso “no” e chiedere di rimando se in questo stato egli fosse felice, sentendosi questa volta rispondere “si”.

Non c’è dubbio che tutta questa scena sia assolutamente un delirante pugno nell’occhio per chiunque abbia a cuore i diritti dei lavoratori, in modo ancor più specifico rappresenta un’offesa nei confronti di tutti gli italiani colpiti in ambito lavorativo da tutti i problemi e le arretratezze che in tal senso ci caratterizzano, quindi non desta sorpresa il fatto che le polemiche insorte a seguito dello spot abbiano visto la stessa azienda essere accusata di sfruttamento o di apologia di sfruttamento del lavoro: ci sono però i presupposti per sostenere che questo modo di impostare il discorso da parte della pubblica invettiva sia lecito ma riduttivo e assolutamente non risolutivo.

La prima riflessione da fare in merito a tutto ciò è che l’immoralità e l’insensibilità del gesto non potrebbero mai essere state intenzionali o scaturenti dalla volontà di imporre un messaggio a favore di una “normalizzazione” dello sfruttamento: ne segue quindi la seconda riflessione per la quale si presenta uno scenario diametralmente opposto, dove nessun anello della catena di produzione e pubblicazione di un prodotto del marketing sembrerebbe essersi accorto del fatto che in quello spot una categoria veniva chiaramente offesa.

La terza riflessione arriva da sé: come è possibile che in un sistema nel quale i media e la comunicazione hanno l’ossessione di non offendere mai nessuno, una produzione di questo genere si lasci sfuggire questa incredibile gaffe? Ed è proprio da questo punto che andrebbe fatta partire l’analisi da fare sul caso, un’analisi che non si deve limitare a guardare il dito, sbraitando contro la Parmigiano Reggiano, ma che cerca di guardare la luna.

Non è una sorpresa, specie per chi è di stampo socialista o marxista, che nell’impalcatura ideologica occidentale la questione di classe sia stata abilmente sostituita (o volutamente fraintesa) con varie questioni sulle minoranze (con una prevalente logica di razza o di gender). Questa tendenza ha permeato politica, istituzioni, codici di comunicazione, morale e tanti altri aspetti della società, diventando egemone a livello intellettuale ed accademico ed espandendosi in particolar modo nelle materie umanistiche come filosofia e sociologia. Se si tiene vivo questo punto non diventa difficile comprendere come tutte le regole di comunicazione siano codificate in relazione a quelle medesime tendenze ideologiche e sociologiche, anzi si potrebbe proprio dire che la comunicazione ufficiale odierna si basa su quello che viene prodotto in tal senso dai militanti intellettuali delle politiche di minoranza (ampiamente disposti su tutte le caselle ideologiche, dal femminismo alle questioni etniche).

Dal momento in cui queste analisi tendono ad escludere le categorie di classe e maschili, diventa logico il fatto che quell’ormai arcinoto maschio bianco etero cis non potrà mai essere identificato nei loro parametri come categoria a rischio di offesa: gli strumenti che vengono utilizzati dal mainstream ideologico corrente, quindi sono imposti in ambito di comunicazione, mancano di quei principi capaci di riconoscere in Renatino una figura oppressa. Ragionando in questi termini un fatto diventa evidente: La mancanza di sensibilità nei confronti delle questioni di classe e maschili non è solo voluta da una fetta di mondo intellettuale, è letteralmente interiorizzata dalla percezione collettiva di una intera classe dirigente, lo è a tal punto da non permettegli una idonea lettura del reale nemmeno dove gli è necessaria per gli scopi di controllo comunicativo.

Sotto questo aspetto diventa ironico pensare al fatto che mentre l’attore Fresi si difende dal polverone sostenendo che si tratti solo di finzione, lui ed il regista Genovese si sono involontariamente trovati fautori di una scena iper-realista, nella quale una realtà dura che si tocca con mano tutti i giorni viene rappresentata nella sua disarmante crudezza: un uomo qualunque, decisamente non desiderabile, che svolge un lavoro umile e con i diritti totalmente calpestati, si trova a dover dire si, chinando il capo, a un presunto padrone e a degli spensierati giovani che evidentemente hanno le risorse per andare lì a divertirsi. Questo è tutto fuorché fantasia.

Perché uno spot stagionato del Parmigiano Reggiano sta facendo scalpore - Dissapore

Fonte foto: da Google


4 Commenti

Andrea 6:46 pm - 6th Febbraio:

Una disamina magistrale, condivido tutto. Renatino rappresenta l’uomo medio, o appena sotto la media, il vezzeggiativo lo fa sembrare lo scemo del villaggio mentre i ragazzi in gita sono i figli viziati di famiglie bene.
Renatino per loro non è un uomo, ma un animale allo zoo.
Ed ecco i tratti distintivi dell’uomo medio: un aspetto fisico nella media appunto, remissività, umiltà, obbedienza, disponibilità e mancanza di virilità: l’uomo plasmato dalla società e dal femminismo, capace tuttavia di attrarre a sé ben poche donne.
Renatino infatti, sicuramente o è single da una vita, o da una vita vive una relazione che l’unica donna conosciuta quando aveva 18 anni. Altri vivono storie, fanno sesso, mentre la sua vita trascorre nella totale invisibilità.
E’ vero, uno spot con bingo bongo, uomo di colore recitante: “padrone buono con me, dare me tante banane buone, ora io andare in capanna” avrebbe suscitato giustamente veementi reazioni, così come uno spot con Maria Assuntina :”io lavo, stiro e cucino per mio marito da quando avevo 18 anni e sono felice” avrebbe generato ancora maggiore indignazione. Invece l’uomo medio sottopagato e castrato dalla società sfugge al radar dei pubblicitari, proprio perché l’uomo bianco etero cis è un privilegiato per antonomasia, senza pensare ai tanti “renatini” che si aggirano per le nostre strade, semplicemente perché per loro nemmeno esistono.
Aveva ragione Villaggio. Fantozzi faceva risaltare una condizione di schiavitù, ma aveva un posto fisso, un contratto da impiegato con ferie e malattia, mentre oggi la gente fa la fila per poter essere Fantozzi.
Renatino è Fantozzi 2.0 e non se ne sono accorti.

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Antonio 12:55 pm - 2nd Luglio:

Tra i tanti danni che il femminismo ha fatto a mio parere c’è quello di aver impedito una costante critica del lavoro come schiavitù, e di conseguenza averne bloccato potenziali istanze progressiste sui diritti umani, tipo la riduzione dell’orario di lavoro o l’aumento dei salari, si perché anteporre ossessivamente per 70anni il mantra :la donna è discriminata perché non lavora, l’uomo è privilegiato perché può lavorare”, fa ombra a quello che è ed è sempre stato un problema vecchio come il mondo, la schiavitù, subita in prevalenza se non esclusivamente dagli uomini.
Dopo anni io sono giunto alla conclusione che la vera forza del femminismo sia nella mente maschile, l’uomo antepone ai suoi diritti quelli femminili, è stato cresciuto da secoli come uno schiavo, non devi piangere, non devi lamentarti, devi essere virile.
Devi trovarti moglie mantenere lei e la prole.
Insomma per pensare a proteggere le donne ci si è dimenticati di pensare a proteggere anche se stessi.
La difficoltà nel costruire una critica al femminile e alle donne è resa difficile anche dalla soggezione e paura che hanno gli uomini nel rischiare di essere emarginati e non scelti dalle donne per via della loro presa di posizione,situazione alla quale ovviamente contribuiscono anche le donne che hanno tutto da guadagnarci, non è raro infatti quando si prova a muovere qualche osservazione sulle contraddizioni del femminismo tipo il dover offrire una cena in un epoca di “parità” – sentirsi rispondere:”se ragioni così sei da evitare”

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Arturo 5:04 pm - 25th Luglio:

Antonio,

Hai pienamente ragione. Da secolo la figura maschile è quella più schiavizzata in cui non importa alla società dei suoi problemi in quanto considerata priva di sensibilità che lascia il posto alla virilità.
Io è da una vita che sono solo, nella mia famiglia nessuno si è posto il perché e avrei gradito il sospetto che potessi essere omosessuale : sarebbe stato un segnale di interessamento.

Per il resto conto solo come ingegnere elettronico e servo per rivedere i progetti dei microcircuiti e apporre variazioni circuitali quando necessario.

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Lorenzo 11:37 pm - 7th Agosto:

Parlando di Fantozzi,credo che l’antenato di Fantozzi e Renarino sia lo Charlot del film PayDay(Giorno Di Paga) del 1922 di Charles Chaplin.
Il protagonista di questo film è un operaio svogliato che odia il suo lavoro(già Chaplin nel 1915 aveva girato un film in cui criticava aspramente il mondo del lavoro).
Questo operaio è sposato con una moglie non proprio bella,ma un giorno si innamora della figlia del suo capo cantiere che abitualmente all’ora di pranzo portava il panino al padre.
Questa bella ragazza però non lo degnerà di uno sguardo.
Arriva il giorno di paga,e la moglie del povero Charlot si presenta all’uscita dal cantiere per riscuotere il salario al marito visto che teme che lui li dilapidi nei bar.
Infatti l’unica distrazione del povero Charlot è l’alcolismo.
Lungo il tragitto dal cantiere verso casa,è costretto a prenedre dei tram affollatissimi di operai ed impiegati,ne perde uno dove è costretto a salire sopra le teste dei passeggeri i quali lo scaraventano fuori dal mezzo.Ne riesce a prendere un secondo ma stando appeso fuori.

Lo scenario domestico è deprimente: qui per la prima volta la fotografia chapliniana si sposta dagli ambienti della Los Angeles altolocata,alla Los Angeles dei sobborghi popolari con tristi edifici.Rientrando a casa sua,Charlot sorprende dei gatti randagi divorare la sua cena che prontamente caccia via; questa scena dà una sensazione di abbandono.
La moglie è in camera da letto che dorme col mattarello in mano pronto a menarlo.
Lui per timore e un senso di ribrezzo va a dormire nella vasca da bagno che non si accorge che questa è piena d’acqua.
Il rumore sveglia la moglie che sorprendendolo dormire nella vasca passa da uno stato di collera ad uno stato di compassione verso il marito.
Il film finisce che la sveglia suona all’alba non appena lo Charlot si è addormentato,facendo i conti oltre al poco sonno al disagio di essere bagnato,cosi cerca di ascuigarsi si veste e torna al lavoro con la moglie infuriata che gli urla dietro.

Questo film mi ha colpito molto, e credo che sia uno dei migliori film di Chaplin,dopo Luci Della Città.
Però ho sempre amato la sensibilità di Chaplin e le aspre critiche verso il sistema capitalismo.
In payDay espone la condizione dell’operaio e dell’uomo medio.

C’è da dire che dal 1918 in poi,Chaplin tende a divenire più “cupo” e serioso.

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