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10 gen 2014  |  8 Commenti

Viva la classe operaia che sudava, lottava e “trombava”!

Qualcuno (e credo parecchi) della mia generazione si ricorderà senz’altro di questo fumetto a sfondo “pornografico”, se così si puo’ dire, come ce ne erano tanti a quei tempi. Non so se ce ne siano ancora ma penso proprio di sì. Di sicuro però non come quello in oggetto.

Il “montatore” infatti aveva delle peculiarità che lo rendevano unico rispetto a tutti gli altri.

Il protagonista era un operaio metalmeccanico ultrasindacalizzato e politicizzato di una grande fabbrica chiamata ironicamente “Ettore Piselli” (parafrasi satirica della famosa Ettore Marelli, una delle più grandi e note fabbriche del milanese ormai da tempo dismessa) che, oltre ad essere un’ avanguardia delle lotte operaie e sindacali sia nella fabbrica che fuori, era anche un grande “tombeur de femmes”, come si suol dire. Tutti i racconti di questo (celebre) fumetto ruotavano intorno a questa duplice veste del protagonista che tra una battaglia sindacale e un assemblea operaia per discutere dei ritmi, del salario, della produzione, del tempo libero per i lavoratori ecc. si “trombava” alla grande le sue colleghe (naturalmente il fumetto non lesinava sui particolari…), tra una pausa e l’altra, che naturalmente non resistevano al suo fascino e alla sua virilità di maschio “ruspante” ma al contempo di autorevole e carismatico dirigente operaio e sindacale.

Per cui tra scioperi, cortei interni ed esterni, manifestazioni, assemblee, occupazioni di case per gli operai, scontri con la polizia, picchetti contro i crumiri e le politiche “padronali”, il “Montatore” si scopava a rotta di collo le operaie, le “compagne” (di lavoro e di lotta)e ancor più le impiegate che più delle altre aspiravano ad essere “montate” dal “Montatore”, naturalmente nei luoghi e nelle situazioni più disparate (nei bagni e negli uffici o nei magazzini della fabbrica ecc.).

Molto spesso le storie erano anche assai articolate, e la componente erotica e sessuale si imescolava sempre  con un forte connotato di classe, con una tensione politica altissima.

Oggi può farci sorridere ma quel fumetto certamente era in qualche modo un prodotto di quel contesto e di quella fase storica. L’eroe non era un playboy  né tanto meno un divo ma un operaio, un proletario politicizzato, a tal punto che, come tanti altri, era addirittura in rotta con le gerarchie sindacali che lui accusava di cedimento nei confronti dei padroni e dalle quali (e dai quali) era accusato di estremismo.

Insomma,  un personaggio sicuramente positivo che capovolgeva l’immagine dell’operaio “sfigato” trasformandolo in un protagonista,  osteggiato dalle gerarchie sindacali, combattuto da quelle aziendali, ma al contempo invidiato, per il fascino che esercitava sulle donne, tutte, operaie, impiegate o dirigenti, che preferivano lui al manager o all’impiegato in colletto bianco sempre pronto a chinare il capo davanti al padrone.

Naturalmente oggi quel fumetto (e quel personaggio) sarebbe sottoposto al bombardamento politicamente corretto e femminista, sarebbe criminalizzato e accusato di maschilismo, sciovinismo, misoginia, fallocrazia, di voler ridurre le donne ad oggetti sessuali più tutto il pastone colpevolizzante femministardo, neoperbenista, neo bacchettone, politically correct castigante e repressivo di ogni sano istinto che ben conosciamo perché ce lo fanno trangugiare tutti i giorni in tutte le salse.

Resta il fatto che, senza nessuna enfasi, sia chiaro, perché era pur sempre un fumetto che serviva da trastullo pseudo sessuale per tanti giovani e giovanissimi, “Il Montatore” era portatore di un messaggio che oggi, dato lo spirito del tempo, sarebbe rivoluzionario: non il divo del cinema o della televisione, non il calciatore, non il top manager, ma un operaio diventa protagonista e oggetto di interesse sessuale, fin quasi ad essere elevato a “mito”. Una sorta di eroe “altro”, diciamo così, o forse un “antieroe”, come si suol dire, ma sarebbe improprio definirlo anche in questo modo, perché il personaggio del “Montatore” era in effetti un “eroe”, anche se il suo “eroismo” era ovviamente ridimensionato dalla interpretazione necessariamente ironico-satirica del fumetto.

Viva il “Montatore”, Viva la classe operaia che sudava, lottava e “trombava”!


8 Commenti

Mauro Recher 5:50 pm - 10th gennaio:

Riporto il mio commento che ho fatto anche su facebook … Non conosco il fumetto in questione (troppo giovane ? ) anche se c’erano altri fumetti di quel tipo ,uno che conoscevo era “lando” (penso in onore ,quelli si ,a Lando Buzzanca) anche lui uno squattrinato senza arte ne parte ma ,ovviamente ,grande seduttore (aveva una particolarità il pene con tre “attributi”) ,detto questo si ,i tempi sono notevolmente cambiati ,un fumetto del genere ,oggi sarebbe preso a pesci in faccia e ,senza ombra di dubbio ,chiesta la rimozione perchè troppo “esplicito” e avrebbe portato al femminicidio ..c’è da notare comunque che ,se il montatore, un operaio ,se la faceva tutte, quel tipo di uomo ,con la tuta blu ,non piace più e sono pronti libri della collezione Harmony (io mi ricordo quelli) dove al posto di una fredda fabbrica situata in val padana ,vengono dipinti posti esotici con grandi uomini avventurieri ,non ne ho mai letto uno ,ma dalla copertina( anche se non si giudica mai un libro dalla copertina) ,lasciava ben poco spazio all’immaginazione. Ci sono state anche le soap opera (le vedevo gioco forza ,ritornavo a casa a quell’ora) dove si raccontavano storie di famiglie ,dove il più povero aveva tre ferrari , per finire con 50 sfumature di grigio dove c’è una punta di BDSM ma il ricco non manca mai … beh ,se questo è il presente e il futuro ,ripiango di non aver mai letto il montatore

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Fabio C. 7:30 pm - 10th gennaio:

Oggi si scatenerebbe il finimondo anche per canzoni come queste.
….

….

….
Boldrini porterebbe la questione in Parlamento e quella femminuccia di Letta le darebbe ragione.

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Peppe 7:30 pm - 10th gennaio:

C’è qualcosa di Fabrizio che invidio.
È capace di vedere certe cose in un fumetto porno dell’epoca e di scovarci addirittura un messaggio “rivoluzionario”…
Complimenti!

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Fabrizio Marchi 8:03 pm - 10th gennaio:

Peppe,

Caro Peppe (Giubizza), se invece di cercare sempre la polemica (è evidente che è un tuo modo di stare al mondo, da cosa sia originato non lo so e non è neanche affar mio…) e di far finta di non cogliere i messaggi che si vogliono trasmettere quando si scrivono degli articoli (come, nella fattispecie, quello in oggetto), utilizzassi la tua intelligenza in modo costruttivo e positivo, potresti anche essere utile a te stesso e agli altri.
Credo che anche gli asini abbiano capito che non intendevo dire che quel fumetto fosse rivoluzionario (e ovviamente lo hai ben capito anche tu che hai molti difetti ma di certo non sei un asino). L’intento era altro e cioè quello di rimarcare come fosse diverso quel contesto storico rispetto a quello in cui ci troviamo ora. E lo era a tal punto che anche un fumetto semipornografico (ma è improprio definirlo tale) che era indirizzato a un pubblico di ragazzi che lo leggevano per farsi quattro risate e magari spararsi anche una sega, era comunque ispirato a tematiche sociali e politiche e aveva come protagonista quel personaggio lì.
Lo hanno capito tutti e ovviamente anche tu. Però il tuo bisogno psicofisiologico di cercare a tutti i costi la polemica con tutti o di distinguerti a tutti i costi dagli altri, è irrefrenabile. D’altronde sei conosciuto in tutta la rete per questa tua specificità.
La domanda sorge spontanea anche se, come ripeto, non è affar mio: perchè?
Hai battuto la testa da piccolo? Hai avuto un’infanzia difficile? Non sei stato amato dai tuoi genitori (succede a tanti…) ? Vogliamo provare a fare un pò di outing? Magari può aiutarti, se vuoi puoi anche scrivermi in privato, sia chiaro, non c’è nessun problema, sono uno che parla molto ma in taluni casi sa anche ascoltare…
Ok?
P.S. chi conosce Peppe Giubizza mi ha già capito. Chi non lo conosce potrebbe pensare che in questo caso il sottoscritto sia stato un pò troppo brusco. Non è così, ve lo assicuro, fidatevi e affidatevi… http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cool.gif

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armando 7:10 pm - 12th gennaio:

Quel fumetto non lo ricordo, e mi spiace. In quegli anni, o forse prima perchè non so quando era in edicola, c’era anche l’operaio di Lotta Continua, odiato dalle compagne femministe di quel movimento perchè maschilista. La faccenda è del resto semplicissima..
Allora la sinistra non era ancora stata colonizzata dal femminismo, e essere rivoluzionario e maschio erano cose che stavano assieme. Anzi, nell’immaginario collettivo, quanto più si era rivoluzionari tanto più si era anche maschi. Forse non era esattamente così, ma comunque sempre meglio di ora, quando prevale il concetto opposto. Per essere “rivoluzionari” (inteso come contrari a questa società) sembrerebbe si dovesse essere “non maschi”. Tutte balle sesquipoidali, enormi scemenze culturali, naturalmente, ma che testimoniano della regressione compiuta in questi sciagurati decenni.
armando

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cesare 8:19 pm - 12th gennaio:

Concordo con Armando. Si guardava alla classe operaia non solo come portatrice di un nuovo assetto sociale ma anche come espressione di un tipo di uomo integro nella sua umanità. Un uomo non scisso tra ragione e istinto, tra conscio e inconscio: un uomo potente sessualmente e dalla sessualità freudianamente genitale. Di contro c’era il tipo di uomo borghese, estenuato nelle energie sessuali e vitali per l’irriducibile antinomia che la sua condizione sociale poneva tra ragione e istinto: il suo ruolo storico progressivo era terminato e si opponeva al naturale affermarsi di un nuovo ordine funzionale ad accogliere le nuove forze appunto di una nuova classe. L’operaio incorrotto e potente, pieno di “virtus”, era percepito pertanto anche come portatore di una salvezza, di una “guarigione” che atteneva al personale. In un certo senso richiama quanto oggi, ma senza la classe operaia, è attribuito al Selvatico che salva, l’uomo incorrotto in piena armonia con i suoi istinti e ispirato all’archetipo junghiano del selvatico. In questo significato si davano i continui riferimenti ,all’epoca, alla potenza sessuale dell’operaio, alle dimensioni fantasticate del suo membro, che per i compagni maschi era modello di identificazione mentre per le compagne riscoperta di una virilità che soddisfacesse sia il desiderio di raggiungere un pieno piacere sia quello di avere un uomo portatore di un progetto vitale. A parte le sparute femministe (allora) le riunioni dei comitati di base vedevano, per esempio, la partecipazione in massa di stupende femmine dell’alta borghesia milanese. Al simbolismo sessuale e guerresco della chiave inglese del dodici, si è oggi sostituito lo sventolare di mutande dei disoccupati di Full Monty, alla classe operaia la corsa di masse maschili disorientate, corsa ad assumere atteggiamenti di passività sessuale. La sconfitta della classe operaia non poteva avere simbolo più chiaro e terribile dell’operaio diventato stripper. Dopotutto un maschio sessualmente passivizzato e infantilizzato non può che essere il modello più funzionale che le esigenze del dominio e del dominio capitalistico possano auspicare: a chi gli domandava senza rivoluzione che sarebbe successo, Marx rispose che proletariato e borghesia avrebbero condiviso la medesima rovina. Probabilmente non avrebbe mai pensato che la bandiera dell’uomo nuovo, ma capitalistico, fossero le sue mutande sventolate davanti ad un pubblico di donne eccitate.

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Fabrizio Marchi 10:54 am - 13th gennaio:

cesare,

Sottoscrivo in toto http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_good.gif

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armando 2:54 pm - 13th gennaio:

certo che questa regressione culturale pone un problema enorme.
La classe operaia era vissuta come il soggetto liberatore. Tramontata quella speranza (oltre che per motivi di ordine, diciamo così ,psicologici, ovvero di introiezione dei canoni culturali del capitale, anche perchè le trasformazioni del capitalismo ne hanno oggettivamente diminuito l’importanza quantitativa), qualcuno aveva voluto pensare alle donne, e se solo si conosceva un attimo la storia sarebbe stato evidente fin da subito l’errore. Prima ancora le speranze erano state riposte nei popoli del terzomondo, ma anche in questo caso con esiti scarsi o comunque contraddittori.
Cesare ci parla del selvatico, l’uomo che salva. Certo, ma è possibile individuare uno spazio sociale o culturale privilegiato dove trovarlo o è ancora una entità ubiqua, rintracciabile in ogni uomo indipendentemente dalla sua appartanenza?
La domanda non mi sembra banale, anche alla luce delle analisi di autori che si richiamano a Marx quali Camatte, Cesarano o gli stessi Preve e Fusaro?
armando

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