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05 mar 2010  |  101 Commenti

Uscire allo scoperto

VI RACCONTO QUESTA: non so per quale motivo, non chiedetemelo, decido di andare ad un dibattito pubblico sul tema “sessismo e razzismo presso la Facoltà di Filosofia di Roma 3, i cui relatori sono Giacomo Marramao, filosofo di sinistra nonchè correlatore della mia tesi di laurea, Raul Mordenti, docente di lettere ed ex leader storico sessantottino romano e Anna Maria Rivera, docente di non so cosa, ultrafemminista e militante di Rifondazione Comunista.
Mordenti non ho fatto in tempo ad ascoltarlo, Marramao ha fatto un bell’intervento sul tema del multiculturalismo e sul razzismo, e la Rivera si è prodotta in un panegirico femminista rispetto al quale, se dovessimo prestargli fede, l’unica cosa che ci resterebbe da fare in quanto uomini sarebbe quella di suicidarci in massa per la vergogna di appartenere al genere maschile.  

Non so se qualcuno di voi (spero tutti) ha visto il film “Arancia meccanica” di Stanley Kubrik. Chi lo ha visto ricorderà quella scena in cui il protagonista, sottoposto ad una sorta di lavaggio del cervello, inorridisce e urla disperato di fronte alle immagini di violenza e orrore che lo obbligano a vedere, fino a vomitare, a perdere i sensi.
Ebbene, durante l’intervento della Rivera (con gli altri relatori che annuivano ad ogni sua parola) ho provato le stesse sensazioni.
Mi stavo già chiedendo cosa fossi andato a fare e non sapevo darmi una risposta. Fatto sta che, sempre senza sapermi dare una spiegazione, al termine delle relazioni (quella della Rivera era l’ultima), decido di prendere la parola. Anzi, sono stato il primo a prenderla. Premetto che Marramao mi conosce abbastanza bene e gli portai illo tempore anche il mio libro “Le donne: una rivoluzione mai nata”. Mi conosce, molto meno, anche Raul Mordenti.
Esordisco chiarendo che il mio intervento potrebbe essere preso come una provocazione gratuita ma che in verità così non è. Naturalmente non avevo il tempo dei relatori ma solo pochi minuti. Ho cercato quindi di sintetizzare al massimo alcuni concetti. Sostanzialmente ho messo in discussione la validità della reinterpretazione femminista della storia (uomini sempre, comunque e dovunque oppressori – donne sempre, comunque e dovunque oppresse), il fatto che questa interpretazione ha molto di manicheo e molto poco di laico e razionale, che il femminismo è un’ideologia fondamentalmente qualunquista e interclassista e che la violenza non appartiene certo ad un solo genere, citando il formidabile servizio di Giovanna Botteri, donna, progressista e di sinistra, che magistralmente ci ha spiegato nel servizio televisivo che abbiamo pubblicato sul nostro sito dal titolo “Un brusco risveglio”, come negli USA il 50% e forse molto di più delle violenze e degli abusi sessuali sui minori siano commessi da donne e da madri. Anzi, è stata una delle prime cose che ho detto. Più qualcos’altro sulla mercificazione interpretata come al solito a senso unico ecc.
Ma al di là del mio intervento, la cosa interessante sono state le reazioni, che naturalmente mi aspettavo e che ho anche spiegato al termine del mio intervento: fase 1 problemi col materno e col femminile; fase 2 sfigato, maschietto represso, segaiolo, psicolabile; fase 3 maschilista, sessista, razzista, fascista.
Tutto ciò si è puntualmente realizzato con una precisione da orologio svizzero. Fantastico…Kafka ci avrebbe scritto un capitolo di qualche suo libro…
Fase antecedente alla fase 1, mentre sto parlando: gli sguardi e le espressioni dei presenti e delle presenti. Cominciano gli sbuffi, i sorrisi ironici, sarcastici, altri con un misto di sarcasmo e di commiserazione, chiacchiericcio nervoso e scocciato. Marramao comincia ad osservare me e il pubblico con un sorriso che vuole dire “E’ un povero pazzo (lo dirà più tardi), la Rivera comincia a scrivere nervosamente e non condivide l’idea di farmi passare per pazzo. Insomma non vuole “buttarla in caciara”, come si dice a Roma e come vorrebbe fare invece Marramao. E’ scura in volto, se potesse mi ucciderebbe e non lo dico metaforicamente. In quel momento il suo Nemico si sta materializzando sotto la forma (lo dirà più tardi nella replica) di un razzista e fascista infiltrato. Mordenti è basito al mio fianco sulla sua sedia.
Poi ci sono le facce di alcuni uomini, abbastanza giovani, sui 30/35 anni, molto probabilmente ricercatori, collaboratori o roba simile, e quindi per definizione incapaci e impossibilitati anche solo a fare un fiato che non sia in linea con quello del loro prof. Il loro sguardo è forse quello più interessante o quello che a noi può interessare di più (quello delle donne femministe presenti è scontato). E’ come se si trovassero davanti per la prima volta nella loro vita a qualcosa di alieno, che non sanno decifrare e decodificare. Che cosa sta accadendo? Chi è questo? Che significa?
Termino l’intervento in un’atmosfera che non so descrivervi.
Prima reazione al mio intervento; tutto sommato la più onesta e la meno aggressiva, proprio di una donna, abbastanza sprovveduta per la verità sul piano culturale che in soli due minuti, forse meno, mi dice:”Io ho capito che tu sei un brav’uomo e che non ti va di essere criminalizzato ma devi renderti conto che non tutti sono come te, che la realtà è ben altra…ecc. …
Vabbè, paccottiglia, ovviamente, però non c’era livore nella sua risposta e nel suo atteggiamento. Veramente. L’unica che ha avuto un atteggiamento umano nei mie confronti e che non mi avrebbe scaraventato in un ospedale psichiatrico o in un manicomio criminale.
Inizia la fase 1) Attacca Marramao il quale esordisce dicendo, anche se con un sorriso a quattro ganasce (era emerso nella discussione che io ero stato un suo studente), che certo quelle cose che dicevo non le avevo apprese durante le sue lezioni…Dopo di che dice che gli ero sembrato uno dei personaggi dei film di Nanni Moretti che fanno la loro boutade, un po’ per essere notati un po’ per spirito di provocazione. Nel merito ribadisce che il mio esempio sui dati della violenza commessa dalle donne sui minori in USA non ha alcun valore perché la violenza è strutturalmente maschile (sic)…
Poi tocca alla Rivera la quale dice che io ho ascoltato un’ altra relazione, che lei ha detto tutt’altro (quindi che non ho capito nulla) e che comunque diffida di coloro che esordiscono dichiarandosi di una parte politica, come ho fatto io. “Quelli – spiega – che dicono “non sono razzista però…”, oppure “non sono di destra però…”. C’è da premettere che io avevo dichiarato di essere di sinistra, non perché volessi spiattellarlo a priori ma perché avevo esordito appunto criticando il conformismo che c’è proprio a sinistra su questo tema e che mi meravigliavo del fatto, io, uomo di sinistra, cercando di sollecitare i presenti ad un minimo dubbio, che a sinistra non ci fosse una sola voce che osasse solo avanzare anche una sia pur minima perplessità sulla giustezza assoluta della interpretazione femminista e sul ruolo delle donne nell’attuale contesto storico… Dopo di che prosegue con improperi malcelati e neanche tanto, apostrofandomi come “quel signore che ha detto quelle cose lì”…
Fase 3) Interviene un signore abbastanza anziano che dopo avere detto “l’intervento del signore mi sembra più dettato da tematiche di ordine psicologico personale” si rammarica dell’arretratezza culturale in cui versiamo, di cui il mio intervento è un esempio lampante. Aggiunge anche che ci sono in circolazione ancora delle vecchie e arretrate concezioni marxiste di vecchio stampo (mi viene da ridere ma presumo che ce l’avesse con me…).
E va bene. Termina la riunione e me ne vado. Esco dal corridoio un po’ stretto e una ragazza mi lascia passare o meglio si scansa, in un modo che sembra quasi dire “Non voglio neanche sfiorare uno come questo”.
Naturalmente non ho potuto fare a meno di riflettere sul perché del tutto. Perché ci sono andato, perché ho preso la parola. Non lo so. Onestamente non saprei dirvi perché l’ho fatto. Solo su una cosa sono certo di aver fatto bene e cioè a non cadere nelle provocazioni, a non reagire in modo scomposto e a dare per scontato (questo lo sapevo, onestamente) ciò che sarebbe accaduto e quali sarebbero state le reazioni.
Ovviamente c’è anche da dire che ero nella bocca del drago, sono andato a sfrucugliare il nido delle vipere.
Non poteva andare altrimenti.  Credo che in qualche modo, forse inconsciamente, ho voluto mollare l’ultima gomena, quella che ancora ti tiene, sia pur debolmente, ormeggiato al pontile. Forse ho metaforicamente  voluto testare le vele, lo scafo, il timone, la “tenuta” della barca, del “brigantino”, così mi sono sentito, veloce e pungente, in quei rapidissimi ma lunghissimi cinque minuti.

 Sono intervenuto migliaia di volte in riunioni pubbliche di vario genere, spesso, anzi molto spesso, esprimendo posizioni critiche. Ma mai in un frangente di quel genere.

Mi interrogo ancora, nonostante siano passati ormai diversi anni da quando ho iniziato ad occuparmi di questione maschile , sul fatto che mai e poi mai avrei immaginato che mi sarei ritrovato nella vita a fare quello che sto facendo ora. Me lo sono chiesto tante di quelle volte in tutto questo tempo e naturalmente anche in questi giorni e ancora mi sembra inverosimile. Ancora c’è una parte di me che si interpella stupefatta, che non riesce a credere a ciò che è avvenuto, a ciò che sta accadendo e a ciò che sto facendo.

Sarei disonesto se non ammettessi che ho provato un imbarazzo profondo pronunciando quelle parole in quel contesto, in mezzo a quella gente ostile.  Per un attimo, mentre intervenivo, è come se si fosse materializzata quella “cosa” alla quale non siamo ancora riusciti a trovare un nome; il terrore, la vergogna, il senso di colpa, il disprezzo, l’isolamento.  Irriso,  commiserato, disprezzato, non tanto e non solo con le parole, ma con gli sguardi, i gesti, le espressioni .

Ho combattuto tante e tante volte in vita mia, con il corpo e con la mente, con le parole, con la lotta, contro altri uomini che combattevano contro di me con le mie stesse armi.  Ho combattuto anche contro lo Stato e le Istituzioni quando ero molto più giovane e irruento.

Ma quello che ho provato in quella riunione non ha nulla a che vedere con tutto questo. Ho capito finalmente che cos’ è la forza che abbiamo di fronte. Ho sentito il brivido corrermi lungo il corpo. E’ il brivido dell’ignominia, della vergogna. E mentre parlavo sentivo la violenza insopportabile della loro potenza.  Una vergogna doppia, nel mio caso. Uomo di Sinistra, doppiamente fedifrago, ai loro occhi, apostata,  rinnegato.

 E’ a questo che andiamo incontro, Uomini Beta,  è questa la loro arma, è questo il fantasma, è a questo che va incontro l’Uomo Consapevole.    Gli uomini non sono preparati a combattere contro questa forza.  Sanno usare il corpo e la mente, la forza e la ragione, ma sono completamente disarmati di fronte a questa forza oscura, tremenda. Salire su un ring, se siamo allenati, affrontare un esame, se abbiamo studiato, parlare davanti a migliaia di persone, se ci siamo preparati, è un gioco da ragazzi, al confronto.

Il battesimo del fuoco. L’ennesimo per me. Contraddizione in termini. Solo apparentemente. Incredibile a dirsi, ma il più sottilmente feroce. Pensavo di aver superato tutte gli ostacoli possibili e concepibili ma non avrei mai immaginato che la vita mi avrebbe portato a confrontarmi con la vergogna,  spettro della nostra psiche, immaginaria eppure reale. E subito dopo la vergogna, il senso di colpa. “Cosa ho fatto!”  Questo balena nella mente! Come quando si profana pubblicamente un simbolo sacro, qualsiasi simbolo sacro, come alzare le mani sulla propria madre, come violare un tabù inviolabile. Ecco, questa è la loro forza. Terrificante.

E’ a questa che dobbiamo ribellarci. E’ contro di questa che siamo chiamati a combattere. Tutto quello che gli uomini hanno fatto finora non serve a nulla. E’ per affrontare questa forza che dobbiamo psicologicamente attrezzarci. Per questa ragione, cari amici, insisto sul fatto che questo NON è un gioco ma forse, per quanto mi riguarda, la battaglia più ardua che mi sia mai trovato a combattere.

Se noi la si possa vincere in questa fase storica, non lo so. Ma so che si può combattere. Gli Uomini Consapevoli possono combattere e vincere in un solo modo contro questo Spettro: uscire allo scoperto,  manifestarsi, esporsi, metterci la faccia. Sempre, comunque e dovunque.

Dobbiamo fare questo salto.  Anche qui. Sul sito. Non più nick o pseudonimi ma nomi e cognomi, per  chi se la sente.  

Questa è la strada. Non ci sono scorciatoie. Prima o poi tutti i “Risvegliati” dovranno percorrerla. Meglio accelerare i tempi. Traccheggiare non è mai servito a niente e a nessuno. Meno che mai agli Uomini Beta.

Fabrizio Marchi


101 Commenti

Silver 2:14 pm - 4th aprile:

Luca
“Vorrei rivolgervi una domanda: non siete del parere che se il potere morale femminista ha potuto attecchire così profondamente nella nostra società, è perché gli uomini delle generazioni precedenti alle nostre, avevano creato il terreno fertile perché ciò accadesse? Non pensate che chi è totalmente scevro da sensi di colpa, sia inattaccabile sul piano morale? Perciò, se gli uomini delle ultime generazioni, lo sono stati, non credete che questo sia da ricondurre a cause precedenti che trascendono il femminismo?”
Naturalmente il discorso è complesso e in merito altri avranno idee diverse dalle mie.
Personalmente ritengo che una delle cause sia la seguente (trattasi di un post che già scrissi su U3000). Anzi, sono del parere che per quanto riguarda la storia recente dell’Occidente, questa sia la causa principale.
(Poi, naturalmente, ci sarà chi andrà a parare a duemila anni fa. E va beh. Volendo, io potrei andare a ricercare la causa di tutto nel DNA…)
__________________

Nel dopoguerra, l’aggressività umana era l’apparenza e la sostanza di ogni dibattitto fra psicologi, psichiatri, criminologi, etologi, ecc.
Con le camere a gas, le esecuzioni di massa e la distruzione programmata il comportamento umano aveva dato il peggio di sé.
Per di più, quando il mondo occidentale tirò le somme, una volta calmate le acque, non fu più possibile non tener conto delle efferatezze commesse nel cuore dell’Europa da parte di persone per altri versi civilizzate.
I paragoni con gli animali spuntavano da tutte le parti: si sosteneva che gli animali sono privi di inibizioni, che non hanno cultura, e che quindi doveva essere stato qualcosa di animale, qualcosa di presente nel nostro corredo genetico a infrangere la patina di civiltà e a mettere da parte ogni forma di decenza umana.
Questa “teoria della patina”, come la chiamano alcuni scienziati, divenne un tema dominante della discussione post-bellica.
Nel profondo, noi uomini siamo violenti e amorali: una marea di libri popolari indagava questa questione sostenendo che abbiamo un’incontenibile spinta aggressiva che cerca uno sbocco nella guerra, nella violenza e nello sport.
Un’altra teoria sosteneva che la nostra aggressività è una cosa nuova, che siamo gli unici primati a uccidere i propri simili e che la nostra specie non aveva mai avuto il tempo di sviluppare le inibizioni appropriate e per questo non riusciamo a tenere sotto controllo il nostro istinto alla lotta come fanno invece i “predatori di professione”, i lupi o i leoni.
Siamo prigionieri di un temperamento violento che non abbiamo gli strumenti per padroneggiare.
Non è difficile riconoscere in tutto questo il profilarsi di una razionalizzazione della violenza umana in generale e della Shoah in particolare, e il fatto che la voce più eminente dell’epoca parlasse tedesco non agevolò le cose. L’austriaco Konrad Lorenz, esperto di pesci e oche rinomato in tutto il mondo, era il grande sostenitore dell’idea che l’aggressività, la violenza è scritta nei nostri geni.
Ammazzare divenne il marchio di Caino dell’uomo.
Al di là dell’Atlantico, una visione analoga veniva propagandata da Robert Ardrey, un giornalista americano che prendeva spunto dall’ipotesi che l’Australopithecus fosse un carnivoro che inghiottiva la sua preda viva, smembrandola pezzo per pezzo e dissetandosi col suo sangue ancora caldo.
Ricavata da studi relativi e poche ossa del cranio, era una ricostruzione piena di fantasia, ma Ardrey ne fece la base del suo mito dell’antropomorfa assassina.
Nel libro African Genesis (“L’istinto di uccidere: le origini e la natura animali dell’uomo”), ritrasse il nostro progenitore come un predatore mentalmente disturbato che sconvolgeva il precario equilibrio della natura.
Secondo la prosa demagogica di Ardrey “non discendiamo da angeli caduti, ma da scimmie antropomorfe che si sono raddrizzate e che erano delle assassine armate. E allora di cosa ci meravigliamo? Dei nostri omicidi, dei massacri, dei missili e dei nostri eserciti sempre in conflitto?”.

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