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03 apr 2013  |  31 Commenti

Se il capitalismo diventa di sinistra

Ringraziamo per la segnalazione l’amico Sandro Marroni e pubblichiamo volentieri quest’interessante articolo a firma  di Diego Fusaro.

Articolo uscito sul sito de Lo Spiffero (quello che gli altri non dicono) diretto da Bruno Babando. Di seguito il link: se il capitalismo diventa di sinistra.

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Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.

La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.


31 Commenti

Fabrizio Marchi 9:28 am - 4th aprile:

Condivido nella sostanza l’analisi di Fusaro (che è quella del suo maestro, Costanzo Preve) ma ho alcune osservazioni critiche da muovergli.
Intanto avrei dato un altro titolo all’articolo, perché formulato in quel modo rischia di essere depistante. Chi non lo leggesse per intero potrebbe pensare che il capitalismo è appunto diventato di “sinistra”, mentre l’analisi di Fusaro (che condivido) è più complessa e dice ben altro. E cioè che il capitalismo resta nei suoi caratteri fondamentali economicamente di “destra” (liberismo selvaggio), politicamente di “centro” (convergenza e rincorsa al “centro” dei due schieramenti di centrodestra e centrosinistra depurati dalle ali “estreme”, ormai del tutto intercambiabili) e culturalmente di “sinistra” (sostituzione del vecchio sistema “valoriale” e culturale “borghese” – Dio, Patria e famiglia – con la “nuova” ideologia sessantottina della (presunta) “liberazione” – diritti civili, matrimoni gay, spinello libero, desiderio illimitato e suo appagamento ecc. -). Il che significa, in sostanza, che si è verificato una sorta di passaggio di consegne, se così vogliamo definirlo, da una “sovrastruttura” ad un’altra, e una “falsa coscienza” è stata sostituita con un’altra (“falsa coscienza”), decisamente più funzionale alle esigenze e agli interessi del capitalismo. Questo processo (avvenuto da tempo) ha una doppia finalità: interna ed esterna. Interna perché culturalmente e psicologicamente depistante rispetto alla sostanza reale della questione (la perpetrazione e la riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici). Esterna perché funzionale alle politiche imperialiste e neocolonialiste, camuffate come una sorta di “nuove crociate” finalizzate all’universalizzazione dei diritti, della democrazia e della “liberazione delle donne dal burqa” (sarebbe poco credibile convincere l’opinione pubblica interna che si va a bombardare con i droni a 10.000 miglia per difendere i confini del suolo patrio…).
Per queste ragioni avrei preferito un titolo che esemplificasse meglio la complessità del processo in atto. Ma questa non è una critica nel merito, piuttosto appunto un’osservazione, un suggerimento.
Il secondo punto è il seguente ed è invece una critica nel merito.
Fusaro individua nel “sesso libero” una delle nuove bandiere del neoindividualismo post borghese di origine sessantottina. Forse lo è stato per qualche mese, quando l’ubriacatura era ancora in corso e qualche amplesso (o magari anche più di qualcuno) veniva consumato nei sacchi a pelo delle aule delle università occupate all’insegna della “liberazione dei corpi e delle menti”, al riparo da giudizi e dagli occhi dei genitori. Ma in realtà tutto ciò, come dicevo, è durato ben poco. L’obiettivo, anche in questo caso, era “liberare” la sessualità dai legacci della vecchia morale borghese (e piccolo borghese), bigotta e cattolica (nel nostro caso) per canalizzarla entro i binari della ragione strumentale e della mercificazione assoluta, concettuale, culturale e psicologica, prima ancora che pratica. Anche questo processo è stato portato a compimento e stupisce (per lo meno a me stupisce) che un giovane, brillante e intelligente filosofo come Fusaro non colga questo aspetto, con tutti gli enormi risvolti che ne conseguono, primo fra tutti, ovviamente, .il ruolo e la funzione che la relazione fra i sessi viene ad assumere all’interno del sistema capitalistico e della società industriale avanzata.
Terzo ed ultimo spunto di critica; il più “grave”, diciamo così, perché riguarda l’ambito teoretico.
Fusaro nella sua analisi (peraltro corretta) del passaggio dal vecchio sistema valoriale e culturale “borghese” al nuovo sistema “post sessanttottino”, non nomina neanche quello che è invece uno dei mattoni fondamentali di quella che lui stesso correttamente individua come la nuova ideologia “politicamente corretta” del capitalismo assoluto dominante, e cioè il femminismo.
Una dimenticanza? Possibile? Se così fosse saremmo di fronte ad un errore interpretativo molto grave e francamente ritengo Fusaro un uomo troppo intelligente per commetterlo.
O c’è qualcos’altro? Francamente penso proprio di sì. Il paradosso (solo apparente) vuole oggi che il capitalismo, cioè il sistema dominante, possa essere anche ferocemente criticato. Tutto sommato questo non comporta conseguenze di un qualche rilievo, per lo meno al momento (il sistema è troppo potente per preoccuparsi di qualche critica che, da un certo punto di vista, gli è anche funzionale, se non altro per ragioni di immagine). Anzi, in alcuni ambiti e ambienti (o “ambient”), penso ad esempio a quelli accademici (ma il concetto è estendibile a tutti gli altri, a cominciare da quelli mediatici e politici), una critica anche strutturale al capitalismo non compromette certamente una possibile carriera universitaria.
Criticare pubblicamente il femminismo (a volte solamente anche il non celebrarlo) comporta invece conseguenze molto pesanti. Di certo preclude in partenza qualsiasi possibilità non solo di carriera o avanzamento professionale ma anche di inserimento.
Il giovane Fusaro ben lo sa perché, come già detto, non è uno stupido, affatto. Non lo biasimo per questo, sia chiaro. Non è un giudizio il mio, anzi, comprendo bene il suo silenzio. E’ giovane, è colto, è intelligente, è preparato (molto più di tanti palloni gonfiati, trombe e tromboni che occupano tante, troppe cattedre universitarie), perché dovrebbe rinunciare ad una prospettiva brillante? Chi glielo fa fare?
Il suo maestro, Costanzo Preve, uomo di grandissimo spessore filosofico e da sempre fuori del coro (e non più giovanissimo, per sua e nostra sfortuna), può permettersi di farlo. Lui no. Per lui significherebbe chiudere prima ancora di cominciare.
E allora, se così stanno le cose (e al momento stanno così), la domanda che sorge spontanea è: qual è la struttura e quale la sovrastruttura? In che relazione sono il capitalismo e il femminismo?
E qui mi fermo per ovvie ragioni di spazio e tempo. Naturalmente il dibattito continua…

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Fabrizio Marchi 1:35 pm - 4th aprile:

mi viene segnalato su facebook che Fusaro nel suo libro “Minima Mercatalia” (che non ho letto) porta avanti una critica al femminismo. In tal caso sarei il primo a rallegrarmene e non avrei nessun problema a scusarmi con lui…

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armando 2:43 pm - 4th aprile:

Non so quali siano i motivi personali di Fusaro per l’assenza almeno di qualche accenno al femminismo, ma certo concordo con Fabrizio sulla singolarità di tale assenza, anche mantenendoci “solo” sul terreno della sovrastruttura. Tralasciando la questione, secondo me molto complessa come ho già scritto altre volte, delle alternative fra sessualità borghese/cattolica compressa, totalmente mercificata da parte del capitalismo attuale, oppure davvero liberata, la mia principale obiezione a quanto scrive Fusaro verte piuttosto sulla sua ripetuta esaltazione di Gramsci. Ora, il problema è questo, mi sembra: Gramsci ha interpretato il marxismo in modo innovativo proprio nella sua “riabilitazione” della sovrastruttura, da lui considerata come strategica per la conquista del potere da parte del proletariato. In tal senso parlava anche della necessità di collegamenti a alleanza con la “borghesia progressiva”, e questa è stata la politica culturale del PCI di Togliatti prima, e dopo dei suoi successori. Quello che sta accadendo e che Fusaro coglie assai bene, da contemporaneamente ragione e torto a Gramsci. Ragione nel senso di avere intuito e capito benissimo dove si sarebbe giuocata la partita decisiva. Torto nel senso che se proprio gli sviluppi attuali ci fanno vedere con chiarezza quanto la sinistra sia stata funzionale al disegno di modernizzazione capitalistica, la sua deriva, diciamo così, “sovrastrutturalista” nel senso indicato da Fusaro, affonda le sue origini proprio nelle concezioni gramsciane. Di fatto, l’impossibilità di dare luogo alla parte “costruens” della rivoluzione (la società senza classi), testimoniata dal fallimento di tutte le rivoluzioni socialiste, combinata con l’accento gramsciano sulla “sovrastruttura”, ha fatto si che i partiti comunisti si siano trasformati, inevitabilmente, in partiti “radicali di massa” , assumendo interamente i canoni culturali del capitale ammodernato, ivi compreso il femminismo che ne è parte integrante.
Il tutto ci rimanda a un problema ancora più grande, ovvero al forte contenuto escatologico del marxismo come dottrina della salvezza quì ed ora, dottrina contrapposta ma debitrice del cristianesimo in quanto dottrina della salvezza sia pure nell’al di là. E più ancora ci deve interrogare sul significato reale dell’allocuzione “filosofia della prassi”, ossia, se non erro, di una prassi che si fa filosofia nel suo procedere storico, anzi in una prassi che è già in sè filosofia. Ma non esiste già in questo la possibilità/pericolo, di sconfinamento nell’empirismo e nel pragmatismo, ossia in concezioni che benissimo si modellano sul capitalismo? Pericolo che si allarga a dismisura allorchè entra in crisi la filosofia della storia come processo a tappe che porta necessariamente, sia pure attraverso fasi di intermittenza ed anche di regresso, verso la liberazione effettiva dell’umanità.
armando

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armando 3:08 pm - 4th aprile:

A proposito di sinistra e capitalismo, ecco una chicca a prova di quanto dicevo

Il fatto Quotidiano 2013,
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/29/usa-legalizzare-matrimoni-gay-multinazionali-si-battono-per-si/545856/

Non rimane che attendere che un Vendola o un Bersani rivendichino il merito di aver portato le multinazionali sul terreno del progresso nei diritti civili, come quella mosca che, posatasi sulla testa di un elefante, si vantava di essere lei a guidarlo: la famosa “mosca cocchiera”.
Armando

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cesare 3:56 pm - 4th aprile:

Cammina cammina, peccati, pentimenti e scuse sono oggi in dipendenza dei nuovi comandamenti e massime evangeliche rivelate dai chief executive officer (CEO) delle multinazionali e sono confessati con rituali mediatici quotidiani ed ossessivi dai progressisti e dagli uomini di buona volontà di ogni età, genere, ruolo e condizione. Chi non frequenta il sacramento della nuova pubblica confessione con relativo pentimento è fuori della comunità dei bravi cittadini e in sostanza è uno scomunicato. Dai Presidenti della Repubblica in giù è tutto un risuonare del grido Fantozziano a “diti” incrociati: “Mi scuso!”.

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paolo 4:16 pm - 4th aprile:

La separazione tra legalità e questione sociale è una cretinata colossale.
Certo, se per legalità intendiamo “legge ed ordine” e leggi liberticide contro immigrati, tossicodipendenti e altri soggetti deboli sarei d’accordo.
Ma un imprenditore che evade il fisco e non rispetta misure di sicurezza sul lavoro non pone anche un problema sociale ?
Dal politico corrotto possiamo aspettarci che abbia a cuore gli ultimi della società ?
La legge è anche una garanzia contro l’arbitrio del potere (stato di diritto si chiama).

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armando 9:01 pm - 4th aprile:

Sul principio di legalità bisogna intendersi. Non può essere un assoluto. La storia è piena di leggi ingiuste, sia pure votate rispettando le procedure democratiche e quindi formalmente ineccepibili ed emanate in nome del popolo. Rispettare tali leggi, quindi il principio di legalità, non legittima moralmente ed eticamente i soggetti che vi si adeguano. Il punto è se una legge trovi legittimità della sua fonte solo nella procedura (diritto positivo) o se invece debba, comunque, rispondere a principi a lei sovraordinati, violati i quali diventa moralmente legittimo violare la legge stessa. Per esempio, agire in conformità ad una legge razzista regolarmente votata da un parlamento democratico, rispetterebbe certo il principio di legalità, ma con ciò?
Quindi elevare a feticcio il principio di legalità riempiendosene la bocca come fosse la stessa cosa dell’etica e della morale, è sbagliato in linea di principio e spesso anche in linea pratica.
Ove, per esempio, non esistessero o fossero troppo blande le norme sulla sicurezza nel lavoro, quell’imprenditore che non mettesse in atto, motu proprio, misure atte a ridurre al massimo i rischi per i propri dipendenti, starebbe dentro il principio di legalità ma sarebbe comunque moralmente ed eticamente condannabile alla pari di quello che infrangesse le norme esistenti. Dice nulla il fatto che le multinazionali producono in paesi del terzo mondo non solo perchè ci sono salari bassi ma anche perchè sono molto più alti i risparmi diciamo così collaterali?
armando

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Fabrizio Marchi 12:59 am - 5th aprile:

armando,

Armando, in poche righe hai toccato (e distrutto) di tutto e di più: filosofia della storia (quindi anche Vico, Hegel, Croce e non solo Marx anche se è quest’ultimo il tuo reale obiettivo), filosofia della prassi,Gramsci, il marxismo in versione gramsciana, il marxismo in quanto dottrina escatologica della salvezza in terra (di questo, secondo me, sono per lo più responsabili i marxisti, dalla Seconda Internazionale in poi, non tanto o solo in parte Marx), originata e al contempo contrapposta a quella cristiana che invece rimanda all’alto dei cieli (sfido io che non perirà mai…).
Se dovessi risponderti punto per punto dovrei scrivere senza alzarmi dalla sedia per una settimana. E come sai sono argomenti che ho masticato un pochino nella mia vita…
Facciamo attenzione, però. Perché personalmente posso anche essere d’accordo nel mettere tutto e tutti in discussione (sulla filosofia della storia sono in larga parte d’accordo), a patto però di mettere veramente tutto e tutti in discussione, non solo qualcuno. Perché se questo è il metodo (e il vero obiettivo…), ti rispondo che sotto le macerie del muro di Berlino, direttamente o indirettamente, ci sono rimasti tutti, paradossalmente anche e forse soprattutto gli anticomunisti, e che la verità non ce l’ha in tasca a nessuno, men che meno chi crede di potersela cavare dicendoci che la salvezza sta in cielo, a meno di atti di fede con i quali però non si fa filosofia (nel senso di ricerca del “vero”)né tanto meno si conosce, perché la fede è una cosa e la conoscenza è un’altra. Per lo meno per me.
Paradossalmente, su questa strada si rischia di cadere proprio in quello che i credenti temono di più, e cioè il relativismo assoluto. A meno che non si pensi che esistano delle verità universali, immutabili ed eterne che debbano soltanto essere disvelate, ma questa, come ripeto, non è materia di indagine filosofica. Posso rispettarla e la rispetto senz’altro ma non può ergersi a verità né tanto meno a proposta filosofica in senso epistemologico (a parte che credo poco anche in questo, ma insomma…).
Una sola osservazione nel merito del tuo post. Non sono affatto d’accordo nell’individuare nel pensiero gramsciano la causa della deriva neoliberale e neoliberista degli ex partiti comunisti trasformatisi in partiti radicali di massa, come li definisci tu, peraltro giustamente. In realtà la filosofia della prassi gramsciana (e anche la concezione del materialismo storico di Labriola, il cui pensiero non è stato valorizzato quanto meritava) era già stata abbandonata dai partiti comunisti e in particolare da quello italiano. Il PCI che si avvicina alla svolta per trasformarsi in PDS è già da tempo un’altra “cosa” che a mio parere non può neanche essere definita “socialdemocratica” (magari lo fosse stata e magari ci fosse oggi un autentico partito socialdemocratico…). Ciò che resta in piedi in seguito al crollo del muro di Berlino è una scatola vuota che viene riempita (si fa per dire…) ex novo dalla nomenclatura di partito in cerca di riciclaggio. E qui hanno perfettamente ragione sia Preve che Fusaro: il PDS prima e i DS e il PD dopo sposano in toto l’ideologia liberale e capitalista e di questa si propongono addirittura come i più fedeli e autentici interpreti, i più realisti del re (Bersani si autocita da sempre, e a ragione, dal suo punto di vista, come colui che più di ogni altro ha perseguito le politiche di privatizzazione).
Ma tutto ciò con Gramsci non ha nulla a che vedere. Gramsci è stato sicuramente un pensatore di grande levatura ma a mio modestissimo parere il suo pensiero deve essere storicamente contestualizzato e non può essere “eternizzato” (anche se alcune sue intuizioni restano tuttora valide e anticipatrici). Il gruppo dirigente del PCI, per varie ragioni, anche e soprattutto di natura strumentale, lo ha celebrato molto più del dovuto (e in questo modo, paradossalmente, svilendolo), facendone una sorta di icona, perché l’obiettivo era quello, utilizzando strumentalmente il suo pensiero, di prendere le distanze da tutto il resto (Marx compreso) del mondo comunista (sia dal punto di vista politico che filosofico), diventato ormai scomodo rispetto a quelli che erano gli obiettivi reali di quel partito. Quando la realtà si è manifestata per quella che era (e di questo Gramsci non ne ha alcuna colpa anche perché è morto 50 anni prima in un contesto storico e sociale completamente diverso …) e ci siamo ritrovati scaraventati nel capitalismo assoluto, hanno buttato a mare anche lui (ma in realtà lo avevano già fatto, riducendolo ad una specie di icona, un vestito ancora buono da indossare, anche se un po’ sgualcito), si sono innamorati del “pensiero debole” e hanno deliberatamente interrotto ogni sorta di ricerca per imboccare la strada che sappiamo.
Tutto ciò per dire, in chiusura, che dobbiamo stare attenti a come ci muoviamo, a meno che, come ripeto, l’obiettivo recondito e forse neanche tanto, non sia quello di distruggere solo in un senso.
Perché se così è, io uso rispondere con una provocazione (che so essere brutale ma di cui sono pienamente convinto), e cioè che se il muro di Berlino è crollato, ben poco altro se non addirittura nulla (se questi sono i parametri) ha diritto di restare in piedi, eccezion fatta per la buona fede e le “buone azioni” (quindi la tanto vituperata prassi, che peraltro non è solo quella gramsciana) di qualche singolo uomo, indipendentemente dalla sua collocazione filosofica o politica. Ma non è e non può essere neanche questa la strada, perché gli uomini di buona volontà sono necessari ma non sufficienti. E la storia (decidi tu se scriverla con la minuscola o la maiuscola) ha dimostrato che anche gli uomini in buona fede possono combinarne di terribili. E il cane continua a mordersi la coda…

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armando 5:24 pm - 5th aprile:

Non ho alcun intento distruttivo, ma solo di ricerca critica. Vale per Marx come per Gramsci e per tutti coloro che hai citato, la grandezza del pensiero dei quali non disconosco certamente. D’altra parte esiste anche un filone “creativo” del marxismo che ha prodotto eccellenti intuizioni e analisi sulle tendenze del capitalismo postmoderno (Camatte, Debord), mettendo in luce nuove realtà non riscontrabili ai tempi in cui scriveva Marx e che esigono riflessioni. Ma neanche essi sono esenti da critiche e contraddizioni. Credo che se non vogliamo cristallizzare idee e autori in corpi dottrinari rigidi, che mal si confanno alle opere umane, la critica debba essere non solo libera, questo è ovvio, ma anche benvenuta. E’ il caso, ne sono convinto, di Gramsci. Poi è altrettanto ovvio che si possa essere in disaccordo con le mie osservazioni. Effettivamente credo che esistano verità sull’uomo metastoriche, quindi diciamo pure eterne, che però non debbono tanto essere disvelate dalla Rivelazione (quella è questione di fede), bensì ricercate senza sosta.Credo anche, e quì mi fermo ripromettendomi di non entrare più nel merito di certi argomenti non adatti ad essere discussi su un blog (anche se mi è difficile, comprensibilmente, spero), che se così non fosse, se non esistessero verità metastoriche, allora e solo allora si ricadrebbe nel relativismo., O meglio in un relativismo che, sia pure non aderendo all’indifferenza della modernità rispetto al bene ed al male, al vero ed al falso in quanto in sè inconoscibili, tuttavia assume quelle categorie relativizzandole rispetto alle epoche storiche.” L’uomo è la sua storia”, diceva appunto Gramsci. Eppure, fosse così, sarebbero proprio il marxismo ed materialismo storico a soffrirne di più. Significherebbe che anche la società senza classi costituirebbe al massimo una fase di transizione, anch’essa ovviamente “relativa” come relativo il concetto di giustizia. Ma in tal modo il marxismo non avrebbe mai e poi mai potuto mobilitare così tante energie, suscitare così tante e generose speranze, e fatto compiere altrettanti sacrifici di sè a tanti uomini. Quando parlo pertanto di componente escatologica del marxismo, o del suo essere una gnosi del cristianesimo, non voglio affatto disprezzarlo. Al contrario ne sto facendo un elogio di fondo, oltre le critiche filosofiche a cui, a mio parere, può o deve essere sottoposto.
armando

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Fabrizio Marchi 1:16 pm - 6th aprile:

armando,

Caro Armando, solo qualche brevissima considerazione perché vorrei che alcuni punti siano chiari.
Sono il primo a pensare che tutto debba essere sottoposto a ricerca e riflessione critica. Purchè questo venga fatto a 360°, e non a senso unico. A volte si ha invece l’impressione che questo modo di procedere sia tendenzialmente unidirezionale.
Stiamo continuamente a discutere ( e va benissimo…) sulle aporie e sulle contraddizioni del pensiero di Marx e dei suoi “derivati”: un’infinità di scuole di pensiero che sarebbe necessaria un’ enciclopedia dedicata solo a questa raccolta. Ai due che hai elencato (Camatte e Deborde) mi tocca, per dovere, aggiungere:Bernstein, Kautsky, Harendt, Adler, Lukacs, Korsch, Bloch, Garaudy, Althusser, Labriola,Gramsci, Sartre, Horkeimer, Adorno, Marcuse, Kosik. Ne ho citati solo alcuni (e ne mancano moltissimi), perché se allargassimo il discorso (come sarebbe giusto fare se facessimo una ricerca seria) i filoni e le correnti filosofiche che hanno comunque a vedere con il marxismo non si contano neanche…
E allora, in virtù di questa nostra verve critica (benedetta, sia chiaro) ci sbizzarriamo, come è giusto che sia (ma sempre in una sola direzione):marxismo=scienza o filosofia?, determinismo, meccanicismo, positivismo, concezione escatologica di cui il marxismo è o sarebbe intriso (per la gioia di alcuni e il dolore di altri), messianesimo secolarizzato (dal Positivismo) seppur mutuato dal Cristianesimo, attualità o inattualità della teoria marxiana del valore, limiti filosofici e teoretici del materialismo storico, paradossi del materialismo dialettico (invenzione di Engels sposata da Bucharin e divenuta teoria ufficiale del marxismo sovietico) che identifica e sovrappone natura e storia applicando le leggi (presunte anche queste) della dialettica storica alla natura (e in questo caso sono completamente d’accordo con la critica a questa concezione), limiti e contraddizioni della dialettica sia come metodo che come approccio ermeneutico (per me resta in parte valida ma non è certo il solo strumento interpretativo), limiti della filosofia della storia (che come abbiamo già detto, non riguarda solo Marx, ma Vico, Fichte, Hegel, Gramsci, Croce, lo stesso Gentile in una qualche misura), limiti e aporie della filosofia della prassi che sconfinerebbe necessariamente nel relativismo o comunque non la metterebbe al riparo da questo. Di tutto e di più. Mi fermo, per ovvie ragioni.
Tutto questo, mi pare, ma posso sempre sbagliarmi, per arrivare a dire che alla fin fine tutto l’ambaradam di cui sopra non è proprio aria fritta ma insomma, diciamo “materiale” succedaneo (sto brutalmente semplificando, è ovvio, ma ci capiamo, so bene che non sei un rozzo, tutt’altro…) perché esistono o esisterebbero delle verità metastoriche anche se non di ordine trascendentale, per lo meno non nel tuo caso specifico (ti guardi bene però dal sottoporre a critica quelle trascendentali, sarà un caso ma è così, sta di fatto che mentre Marx avrebbe sbagliato quasi tutto, Ratzinger e Woityla c’avrebbero azzeccato su quasi tutta la linea……) bensì di natura ontologica, che costituirebbero la struttura della realtà, verità che la cultura o le culture tenderebbero ad offuscare o addirittura ad occultare. Il che, in buona parte, è anche vero e condivisibile perché non c’è alcun dubbio che la cultura, anzi, le culture, cioè le società umane organizzate, da sempre fondate sul dominio di classe (ontologico anche questo? Questione interessante da affrontare…) tendono ad intervenire in modo massiccio sulla natura (ivi comprese se non di più, le società e gli stati organizzati su base confessionale) . Ma ecco che torniamo all’eterna diatriba (per chi la vive come tale) e cioè alla relazione (o alla separazione, per alcuni) tra natura e cultura, rispetto alla quale dire che ce ne siamo occupati, è dir poco…
Conosci la mia posizione nel merito quindi non ci torno. Mi limito a dire che essendo l’uomo parte della natura, ed essendo l’uomo stesso il creatore della cultura e della civiltà, anche la cultura fa parte in qualche modo della natura (banalissimo sillogismo aristotelico: premessa maggiore, premessa minore, conclusione). A meno che per natura non si intendano solamente i laghetti con i cigni o gli inospitali (a dir poco) altipiani del paleolitico (quando già la cultura stava facendo capolino, e va bè, lasciamo stare…). Il problema, se mai, è capire quanto la cultura ha “invaso” e “invade” la natura, in che misura la natura condiziona la cultura, e quale sia la natura della natura (scusate il gioco di parole), perché anche su questo, come sappiamo, non c’è convergenza, non solo fra noi ma fra i più autorevoli pensatori. E non mi riferisco in questo caso ai classici a cui io stesso ho fatto riferimento in quell’articolo ormai un po’ datato dal titolo “Natura e cultura” (che dovrei rivedere), e cioè Hobbes e Rousseau ma a tantissimi altri. Ne cito altri tre (classici anch’essi) e cioè Schopenauer e Nietzsche da una parte e Shelling dall’altra, portatori di due e forse tre concezioni completamente diverse della natura stessa.
Mi fermo di nuovo per ovvie ragioni. Qui si dovrebbe continuare all’infinito e discutere di logica, psicologia, dialettica, ontologia, di tutto, e di più, senza fermarsi mai e molto probabilmente se non certamente senza trovare delle risposte definitive e condivise …
Tutta questa filippica per dire:
1) I temi che affrontiamo sono di una complessità infinita e come tu stesso hai già detto, un blog non può essere lo strumento più adatto;
2) Ci vorrebbe un mare di tempo ad affrontarli,cosa che cerchiamo di fare, nonostante tutto, in parte, con gli inevitabili limiti che questo comporta;
3) QUESTO E’ UN PUNTO FONDAMENTALE: tutti sono liberissimi di esprimere la loro opinione, quindi continua pure a dire ciò che credi in assoluta libertà, ci mancherebbe che io ponga dei limiti al dibattito. Ciò significa però che io stesso mi vedo talvolta costretto risponderti, non per fare il muro contro muro ma perché, come ben sappiamo, tu appartieni ad un altro movimento con una diversa sensibilità e un diverso orizzonte filosofico. E il sottoscritto ha il DOVERE prima ancora che il diritto di mantenere la barra ideal-filosofica- politica (un parolone ma ci capiamo…) di questo movimento, pena la vanificazione di tutto il nostro lavoro.
Perplessità e dubbi ne ho moltissimi, forse e senza il forse, più di quanti ne hai tu che hai una ferma convinzione nell’esistenza di verità assolute, eterne e metastoriche (non ho ancora compreso, per la verità, se tu credi solo in quelle non trascendentali o anche in quelle trascendentali). Ma proprio per questo, nel sottoporre tutto a critica (anche quelle verità metastoriche, di qualsiasi natura…), ho scelto un metodo, che è appunto la prassi, e un orizzonte valoriale (che è quello riportato nella nostra Carta dei Principi, e cioè a grandissime linee la sintesi del pensiero democratico e socialista, al di là delle innumerevoli correnti e sottocorrenti, che ha originato i grandi processi rivoluzionari dei secoli scorsi) senza la pretesa di rendere universali e oggettivi quegli stessi valori perché so perfettamente che per molti non lo sono affatto e senza nascondermi gli elementi di contraddittorietà presenti al suo interno (vale per tutti i sistemi, si tratta di scegliere, e di scegliere cosa essere nella vita). Nel dubbio radicale in cui sono immerso ho scelto quel sistema di valori non perché abbia (magari, sai quanto starei meglio…) una concezione finalistica della realtà e della storia (credo nella dialettica intesa come polarità in opposizione ma non come processo storico razionale e necessario) ma perché penso che quel sistema di valori sia il solo che possa mettere qualche punto di sutura alla tragedia in cui da sempre è immersa l’umanità.
Per questa ragione ribadisco che per me, oggi come ieri, e domani come oggi, “o è socialismo o è barbarie”.
Curioso il fatto che a pronunciare queste parole sia stata una donna… http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gifMa noi non siamo sessisti e non badiamo certo al sesso di chi dice cose sensate (o insensate).

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evoliano 7:32 pm - 8th aprile:

il difetto della sinistra è di aver promosso l’egalitarismo, uno dei grossi abbagli del secolo scorso. esistono differenze insormontabili tra i due sessi così come tra diverse etnie e razze.

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sandro marroni 2:09 pm - 11th aprile:

Devo in parte dissentire dall’amico Fabrizio.In effetti Diego Fusaro parla delle politiche di genere nel suo libro “Minima Mercatalia” (Cap 5 par.1 e 7),ho dovuto rileggermi 5 capitoli ma e’ stato comunque un piacere,perche’ e’ un gran bel libro.Un estratto.”…A mancare oggi,sono un “macro-orizzonte” simbolico e una grammatica condivisa in grado di decifrare le contraddizioni che albergano nel realee,insieme,di attivare una prassi comune orientata al loro toglimento,riaprendo il futuro come luogo delle possibilita’.Tale assenza si reverbera sulla classe degli schiavi del salario,che non ha coscienza di se’ per motivi in parte fisiologici e in parte sistemici:infatti,la frantumazione della “coscienza di classe” e’ oggi ottenuta tramite l’imposizione di una ricca gamma di dicotomie sterili come quella atei-credenti,fascisti-comunisti,autoctoni.stranieri,uomini.donne,destra-sinistra,ecc.,il cui fine e’ l’impedimento che i conflitti assumano la forma unitaria di un solo,grande scontro anticapitalistico…”

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Rino 3:09 pm - 11th aprile:

evoliano:
il difetto della sinistra è di aver promosso l’egalitarismo, uno dei grossi abbagli del secolo scorso. esistono differenze insormontabili tra i due sessi così come tra diverse etnie e razze.

>>>
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Non si può negare che su questo sito l’apertura alle opinioni “difformi” sia quanto mai ampia.
Magari vado su un sito nazifascista a scrivere quanto segue:
“Bambini Maori adottati da indoeuropei hanno mostrato di essere assolutamente indistinguibili in tutto e per tutto dai figli genetici”.
Se si pensa che a scriverlo è nientemeno che E. O. Wilson (quello della sociobiologia) e che i Maori si sono separati dagli indoeuropei 45.000 anni fa, se ne può ricavare qualcosa.
Ma a ricavarlo è la neocorteccia, non il sistema limbico (il ns cervello rettiliano, sede dell’odorato) che non ha mai imparato niente e non imparerà mai nulla.
Continuerà a fare il suo eterno mestiere: seminare odio per i secoli a venire.

RDV

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Roberto Micarelli 10:23 pm - 11th aprile:

L’egalitarismo non è un abbaglio ma uno strumento di civiltà; non è sinonimo di equivalenza tra gruppi sociali bensì di rispetto reciproco, rispetto che si fonda proprio sul riconoscimento di una differenza necessaria. Nel campo sessuale ma non solo, l’egalitarismo è stato deviato dai poteri in un suprematismo; in una condizione dove la differenza, invece che spunto per l’elaborazione del rispetto, è diventata spunto di contrapposizione faziosa alimentata con kit lanciati dall’alto sui popoli, contenenti tutte le armi retoriche e propagandistiche per criminalizzare nella storia, nella natura e nella cultura, l’universo maschile e paterno.

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Roberto Micarelli 10:38 pm - 11th aprile:

Predicare l’egalitarismo tra gruppi sociali identici è come predicare lo scontro leale tra giocatori della stessa squadra. Un esercizio di stile ridondante. In realtà l’unica cosa che rende privo di significato l’egalitarismo è proprio l’abolizione delle differenze.

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Fabrizio Marchi 11:14 pm - 11th aprile:

Roberto Micarelli,

Roberto, sul gruppo di facebook che ho aperto in seguito alla riunione di ieri si è aperta una vivacissima discussione di cui è naturalmente protagonista Eretika…sarebbe il caso che seguisi anche tu…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gif

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Rita 10:48 am - 12th aprile:

discussione su un gruppo chiuso o fruibile e leggibile?

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Fabrizio Marchi 1:47 pm - 12th aprile:

Rita,

chiusa, ma ti ho inserita anche a te, Rita…
p.s.per tutti gli altri: abbiamo avuto un riunione alcuni giorni fa con alcuni amici del Movimento femminile per la parità genitoriale e abbiamo deciso, di comune accordo con loro, di formare un gruippo di discussione su facebook per discutere sulla possibilità di promuovere delle iniziative congiunte.
Nessun segreto, insomma…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wink.gif Non potevamo inserire tutti altrimenti sarebbe stato un casino, anche perchè il loro gruppo su FB ha migliaia di iscritti…

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Rita 4:23 pm - 12th aprile:

non c’è problema, anzi mi scuso, per quanto mi riguarda non è senz’altro un problema voler mantenere alcune discussioni non aperte al mondo, per una questione di maggior fruibilità. E’ comprensibile e anche logico.
Semplicemente pensavo avessi dimenticato il linkhttp://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_bye.gif

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Fabrizio Marchi 5:40 pm - 12th aprile:

Rita,

no, no Rita, ti avevo inserita fin dall’inizio, forse, essendo un maldestro, può darsi che abbia cancellato il tuo nome mentre stavo scrivendo gli altri…http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wacko.gif

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Luigi Corvaglia 7:36 pm - 6th maggio:

Non è attinente al thread. Lo inserisco qui per concentrare in un unico posto gli articolo dell’autore: Violenza, cuore segreto della società – Scritto da Diego Fusaro

…………………………….
Domenica 28 aprile si è verificato un grave episodio di violenza davanti a Palazzo Chigi. Disoccupato, divorziato e dipendente dai videopoker: è questo il tragico profilo di Luigi Preiti, il quarantanovenne di Rosarno, che ha premuto il grilletto. “Sono disperato”, ha affermato: non è certo una giustificazione, ma è indubbiamente un tema su cui è opportuno riflettere seriamente. Onde evitare ogni equivoco – e nell’epoca dell’odierna confusione globale è sempre bene essere chiari fino all’estremo – , lo diciamo subito: il gesto di Preiti dev’essere incondizionatamente condannato e punito secondo la legge. Non è nostra intenzione deresponsabilizzare gli individui. E, tuttavia, il gesto di Preiti offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sullo statuto della violenza nell’odierna società.

Nell’ordine della manipolazione organizzata di cui siamo abitatori, è invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato degno di essere ricordato con il solo obiettivo di guadarsi dai suoi errori. Si tratta di una maniera – tutto fuorché ideologicamente neutra – di innocentizzare il presente, creando la grandiosa illusione – la falsità organizzata – secondo cui l’oggi sarebbe esente dalla violenza. Questo modo di pensare è largamente maggioritario: esso, come si dice a Torino, “fa fine e non impegna”. Infatti, esenta chi lo segue dalla fatica di spiegare le forme di violenza che, sia pure in maniere diverse da quelle del passato, attraversano carsicamente la società dei consumi. Sotto questo profilo, il messaggio dell’ideologia dominante è forte e chiaro: la violenza è solo del passato (in una indecente riduzione del Novecento a museo degli orrori, a semplice teatro delle “idee assassine”) o, quando esplode nel presente, è legata a singoli episodi di pazzia individuale, come nel caso del pazzo di Oslo, qualche anno fa, o come nel caso di Luigi Preiti, il 28 aprile 2013.

Un simile modo di impostare la questione è falso e, di più, ideologicamente connotato, perché cela il fatto che la violenza oggi è il cuore segreto della società, sia pure in una forma diversa a cui ci ha abituati il Novecento, con la sua terribile “estetica dei supplizi”, secondo la felice formula di Foucault. Oggi la violenza è invisibile, perché è economica. Il mancato rinnovo dei contratti di lavoro dovuti all’inflessibile ordo oeconomicus, così come l’innalzamento dell’età pensionabile, il taglio selvaggio degli stipendi, i sacrifici dei popoli in nome del mercato (nel 2011 è stato il turno di quello greco, immolato sull’altare di Monsieur le Capital), e, più in generale, l’esproprio forzato del futuro come dimensione progettuale per il nuovo “esercito industriale di riserva” dei giovani ridotti alla schiavitù formalmente libera del lavoro flessibile e precario: sono tutti segnali che rivelano in modo adamantino, se ancora ve ne fosse bisogno, non soltanto che la “mano invisibile” del mercato è tale perché non esiste, ma anche che l’economia è, insieme, politica e violenza.

Occorre, allora, congedarsi dall’idea, propria delle inguaribili anime belle di ogni tempo, secondo cui l’economia, di per sé, è neutra e la violenza è prerogativa esclusiva della politica: la realtà globalizzata ci mostra ogni giorno che la violenza esiste anche come “categoria economica immanente”, per riprendere la feconda espressione che usava Lukács nella sua Ontologia dell’essere sociale. Se per violenza intendiamo una forza senza misura che diventa potere se – come suggerito da Elias Canetti nel suo capolavoro, Massa e potere – si stabilizza nel tempo, coincidendo con la capacità di costringere altri a fare ciò che di per sé non farebbero (o impedendo loro di fare ciò che di per sé farebbero), ebbene il mancato riconoscimento del carattere eminentemente economico della violenza e del potere nel nostro tempo rientra a pieno titolo nelle molteplici forme dell’ideologia e della sua dinamica di santificazione dell’esistente. Difficile non percepire il carattere del potere economico – nel senso della violenza stabilizzata nel tempo – che oggi pervade ogni cellula della nostra società.

La retorica ideologica – questo il punto – ripete compulsivamente che la violenza è una categoria politica del passato, dei totalitarismi fortunatamente estinti, o, nel presente, di singoli individui impazziti, mai della società in quanto tale, delle perverse norme dell’economia che sacrifica impietosamente sul suo altare le vite umane. Rispetto ai totalitarismi del passato, che se non altro assegnavano un volto e un nome ai loro carnefici, quello del mercato opera nell’anonimato, occultato dall’invisibile coltre delle leggi silenziose dell’economia e della sua spettrale oggettività. Il fatto che la violenza non si veda non vuol dire, tuttavia, che non esista: basta recarsi in una delle tante stazioni italiane per sentire ogni settimana annunci di treni soppressi per suicidi sulla linea. E tali suicidi, quasi sempre, rimandano alla questione economica, alla violenza che non si vede e alle molteplici forme dell’asservimento invisibile che permea la società di mercato.

Di questi temi ci eravamo occupati in un saggio qualche anno fa, Karl Marx e la schiavitù salariata. Uno studio sul lato cattivo della storia (Il Prato, 2007, con prefazione di André Tosel): a distanza di ormai sei anni, le tesi di quel libro sembrano, per paradossale che possa apparire, tragicamente più attuali rispetto ad allora. La violenza esercitata dal potere sui corpi e sulle vite degli individui viene presentata come conseguenza naturale e fisiologica di quella ristrutturazione internazionalizzata dei sistemi produttivi, commerciali e finanziari che viene pudicamente definita globalizzazione e che, nei suoi tratti essenziali, è autoritariamente governata dall’alto ad opera delle politiche neoliberali. La riduzione generalizzata della spesa pubblica e dei servizi sociali, la coartazione economica che ottiene tramite la semplice distribuzione differenziata delle ricchezze (peraltro secondo dislivelli sempre più scandalosi) l’asservimento di individui formalmente liberi ed economicamente schiavi rispondono perfettamente alle politiche neoliberiste e, insieme, vengono sempre di nuovo imputati alle sacre leggi dell’inevitabilità sistemica: sono i segni di quella schiavitù economica che convive con la libertà formale e che è la cifra del nostro presente. È, se vogliamo, il “teorema di Marx”: nel primo libro del Capitale, Marx spiega che la differenza tra l’antico schiavo e il moderno salariato sta nel fatto che il primo era legato al suo padrone da catene, mentre il secondo è vincolato al capitale e al mercato da fila invisibili, da una violenza, appunto, che non si vede ma che, non di meno, è ben presente.

Se si fa eccezione per le nuove forme dell’imperialismo presentate con l’altisonante nome di “missioni di pace” o di “esportazione della democrazia”, tendenzialmente il dominio non si esercita più, oggi, nella tradizionale forma dell’imposizione autoritaria e della violenza politica. Si determina, invece, come soppressione della possibilità di alternative, in modo che l’adesione alle leggi sistemiche sia necessitato e, insieme, appaia libero. Da una diversa prospettiva, al soggetto non è autoritariamente imposto di agire in un determinato modo. Semplicemente, le leggi dell’economia lo pongono nella condizione di non poter fare altro, secondo la cifra stessa della violenza capitalistica che non si esibisce apertamente. Il controllo oggi non è coercitivo, perché preordina lo spazio delle possibilità d’azione e di pensiero. È in questo scenario, crediamo, che deve essere inquadrata e interpretata la vicenda di Preiti, il suo folle gesto in linea con la follia organizzata del sistema del mercato. Non si può condannare incondizionatamente – come noi facciamo – la violenza folle di Preiti senza condannare, in pari tempo, la violenza altrettanto folle della società di cui siamo abitatori. Condannare l’una e legittimare l’altra è una contraddizione, ed è bene sottolinearlo.

È giusto ricordare il passato e le sue violenze, ma non certo per restare ciechi di fronte a quelle del presente. Il nuovo Hitler non ha la svastica né i baffetti: parla un ottimo inglese, legge “The Economist” e identifica la libertà con la liberalizzazione integrale. Non impone di aderire ai suoi progetti criminali, ma disarticola alla base la possibilità di alternative rispetto ad essi. Non firma i suoi crimini, né ci mette la faccia: nasconde sempre le sue scelte esiziali dietro il teologumeno “ce lo chiede il mercato” (o, oggi sempre di più, “ce lo chiede l’Europa”). È pronto a condannare ogni forma di violenza che non sia quella, anonima e silenziosa, dei mercati.

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Luigi Corvaglia 5:01 pm - 20th maggio:

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Luigi Corvaglia 6:36 pm - 2nd agosto:

Monoteismo del mercato e metafisica dell’illimitatezza – di Diego Fusaro
Un passaggio:

“L’odierna feticizzazione del mercato nella forma di un vero e proprio monoteismo[5], in cui la volontà imperscrutabile del Dio trascendente viene sostituita da quella dei mercati ipostatizzati, si regge sul principio metafisico dell’illimitatezza, l’«exigence d’accumulation illimitée du capital» (Boltansky-Chiapello 1999, p. 37). Segreta teleologia del capitale fin dal suo momento genetico, l’illimitata produzione in vista del “cattivo infinito” del profitto raggiunge il suo più coerente e pieno sviluppo con il quadro storico schiusosi con il Sessantotto[6], momento di transizione verso l’odierna individualizzazione ultracapitalistica e postborghese, che – come suggerito da Costanzo Preve – ha rimpiazzato la vetusta forma autoritaria borghese con un fondamentalismo economico che, centrato sulla religione immanente della merce, non conosce più limiti morali e impedimenti etici al suo movimento di mercificazione universale.
Il potere flessibile e liquido del nuovo ordine del mondo è infatti caratterizzato dall’incondizionata liberalizzazione di ogni realtà, con annessa delegittimazione integrale del Super-Io, nella disintegrazione completa di ogni autorità, da quella paterna a quella religiosa, e perfino a quella del merito professionale: l’odierno sistema globalizzato si configura, allora, come la prima società della storia umana in cui regna sovrano il principio metafisico dell’assenza di ogni limite, e più precisamente il “cattivo infinito” della norma dell’accumulazione illimitata del capitale, del cupio dissolvi dell’accrescimento smisurato del profitto – a scapito della vita umana e del pianeta – e della legge del costante “voler-avere-di-più” che la produzione impone ai suoi atomi sociali, nel trionfo di quello che Elias Canetti, nel suo capolavoro, definiva come il «moderno furore dell’accrescimento» (Canetti 1960, p. 566). Si tratta di un’inedita visione del mondo che si contrabbanda come asettica, laica, anodina e puramente economica, ma che è in realtà una posizione a elevato tasso ideologico e religioso, perché “vincola” (religat, secondo l’etimo originario della religio) tutti gli uomini del pianeta all’onnipotenza di un solo principio direttivo della totalità delle relazioni sociali feticizzate, il mercato appunto. Supporto ideale per l’universalizzazione della forma merce, il laicismo liberale diventa allora l’involucro ideologico per la globalizzazione, ridicolizzando la religione tradizionale in ogni sua forma e costringendola a giustificarsi al cospetto della ragione strumentale e del sapere scientifico, assolutizzati e assunti dogmaticamente come unica forma di conoscenza legittima.”

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Luigi Corvaglia 8:00 pm - 30th settembre:

L’ultimo articolo di Fusaro sullo Spiffero: Dialogo tra due papi

……
Si è recentemente svolto, sulle pagine di “La Repubblica”, un dialogo epistolare tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari. Si tratta di un avvenimento importante, su cui occorre soffermare l’attenzione, sia pure da una prospettiva differente rispetto a quella che si è imposta come egemonica negli scorsi giorni.

Ho già affrontato la questione in una lunga intervista apparsa – a cura di Moreno Pasquinelli – sul blog “Sollevazione” e, pertanto, in questa sede non farò altro che riprendere cursoriamente alcuni punti che reputo particolarmente degni d’attenzione e che, in quell’intervista, ho sviluppato più estesamente. In primo luogo, merita di essere analizzata la tragicomica inversione delle parti a cui si è assistito: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il Papa; dogmatico, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari.

Prescindendo dalle tesi esposte e dalla notorietà dei due personaggi, a leggerli si sarebbe potuti plausibilmente essere indotti a ritenere che, tra i due, il pontefice non fosse Bergoglio. Il fondatore di “Repubblica” si pone oggi come pontefice di una religione atea e scientista, intollerante verso ogni forma di sapere che non sia quello piegato ai moduli della ratio strumentale, sotto i cui raggi risplende l’odierna barbarie della finanza e dell’austerity, dell’eurocrazia e della religione neoliberale.

Tale religione promuove compulsivamente il disincantamento e il congedo dalle utopie, la riconciliazione con la realtà presentata come inemendabile, la precarietà come stile esistenziale e lavorativo, l’abbandono del pathos antiadattivo e dell’attenzione per la questione sociale, il culto demenziale dell’antiberlusconismo come unica fede politica possibile: essa è la prova di quanto vado sostenendo da tempo, ossia che il capitalismo si riproduce oggi culturalmente a sinistra (è la tesi al centro del mio saggio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, a cui mi permetto di rimandare per eventuali approfondimenti). Si pensi anche solo alla trasformazione dei costumi – propugnata urbi et orbi dalla sinistra – in vista di una società interamente liberalizzata, postborghese e postproletaria, individualistica e iperedonistica, affrancata dalla morale borghese e dalla religione.

Anche in quest’ottica, destra e sinistra si rivelano pienamente interscambiabili: l’anticomunitaria e globalista “Destra del Denaro” detta le regole econonomico-finanziarie tutelanti gli interessi della global class, mentre la “Sinistra del Costume” – espressione dell’ideale del comunismo in un uomo solo, trasformando quest’ultimo in atomo di volontà di potenza innervata dal capitale – fissa i modelli e gli stili di vita funzionali alla riproduzione del sistema dell’integralismo economico.

Coerente con questa visione del mondo, Scalfari parla dell’inesistenza di Dio con una sicurezza dogmatica che andrebbe resa oggetto d’attenzione (e che, con buona pace del coro virtuoso dei sedicenti neoilluministi, nulla ha a che vedere con la matrice culturale dell’illuminismo critico). Analogamente, il pontefice di “La Repubblica” rivela una fascinazione quasi commovente – e, a suo modo, teologica – per la scienza innalzata a verità ultima.

Se anche è troppo presto, forse, per valutare l’operato del nuovo Papa, certo è possibile individuare in lui, con diritto, un profilo complessivo non affine alla visione dominante della ragione, ossia quella della ratio strumentale su cui – come ricordavo poc’anzi – si fonda l’odierna teologia economica. Questo è già, di per sé, un aspetto ampiamente positivo, da valorizzare massimamente in una prospettiva che individui il nemico principale non nella fede, ma nella ratio strumentale stessa, che tutto riduce a quantità misurabile, calcolabile e trasformabile in profitto. Si veda, a questo proposito, lo splendido discorso pronunciato dal pontefice a Cagliari domenica 23 settembre, tutto centrato sui temi del lavoro e della dignità offesa dalla disoccupazione coessenziale al regime neoliberale.

Temo che questo concetto – di per sé chiaro come il sole – non passerà facilmente presso l’armata Brancaleone dei cosiddetti “laicisti”. Illudendosi che il gesto più emancipativo che possa darsi sia la ridicolizzazione del Dio cristiano (o, alternativamente, la soppressione del crocifisso dalle scuole), essi non cessano di contrastare tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il monoteismo idolatrico del mercato: il laicismo integralista, in ogni sua gradazione, si pone come il completamento ideologico ideale del fanatismo del mercato e del “cretinismo economico” (secondo la stupenda espressione di Gramsci), in cui “The Economist” diventa “L’Osservatore Romano” della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale.

Capirà mai l’armata Brancaleone dei laicisti che la lotta contro il Dio tradizionale è, essa stessa, uno dei capisaldi dell’odierna mondializzazione capitalistica, la quale si regge appunto sulla neutralizzazione di ogni divinità non coincidente con il monoteismo mercatistico?

Riusciranno mai costoro, inguaribili lavoratori per il re di Prussia, a comprendere che ciò di cui più si avverte il bisogno, oggi, è un nuovo illuminismo che contesti incondizionatamente l’Assoluto capitalistico e l’esistenza di presunte leggi economiche oggettive della produzione, sottoponendo a critica l’onnipervasivo integralismo della finanza? Quando capiranno che l’ateismo, oggi, ha come matrice principale non certo l’aumento della conoscenza scientifica (con buona pace di Odifreddi!), ma il processo di individualizzazione anomica che disgiunge l’individuo da ogni sostanza comunitaria? E, ancora, che la “morte di Dio” da loro salutata con entusiasmo corrisponde al momento tragico della perdita di ogni valore in grado di contrastare il dilagante nichilismo della forma merce?

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Luigi Corvaglia 10:11 pm - 8th ottobre:

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Fabrizio Marchi 8:21 am - 9th ottobre:

Bè, a questo punto , senza nulla togliere al giovane Fusaro che è sicuramente molto preparato e intelligente, ma che non ha inventato nulla di nuovo rispetto al suo maestro (ma è molto bravo e capace dal punto di vista divulgativo e comunicativo), direi che la cosa migliore sia quella di ascoltare direttamente dalla fonte e da colui che li ha effettivamente partoriti, i concetti da lui espressi.
Su you tube ci sono decine di video interviste a Costanzo Preve realizzate in larghissima parte proprio da Fusaro. Alcune hanno l’audio molto basso ma se avete delle casse appena decenti si sentono benissimo.
Queste di seguito sono solo alcune che fanno parte di un unico blocco di tre interviste dal titolo “Filosofia e capitalismo” e che per possono fungere come primo approccio per coloro che hanno meno dimestichezza, diciamo così, con la materia filosofica, ma ce ne sono ovviamente moltissime altre, tutte a mio parere estremamente interessanti, dove vengono affrontati e interpretati tanti filosofi e correnti di pensiero, da Lukacs a Gramsci, da Adorno a Marcuse, da Nietzsche ad Heidegger, nonché tanti altri temi quali la tecnica, la religione, la dialettica e via discorrendo.
Come ho detto già altre volte, sono un estimatore di Preve, di cui apprezzo moltissimo l’originalità del suo pensiero filosofico pur non condividendo alcune sue impostazioni dal punto di vista geopolitico. Per quanto mi riguarda è uno dei pochissimi filosofi veramente liberi e fuori dal coro tuttora viventi.
Purtroppo non è in buone condizioni di salute. Gli rivolgo quindi un grande “In bocca al lupo” perché abbiamo necessità come dell’aria che respiriamo di uomini come lui.
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Ethans 10:34 pm - 9th ottobre:

Sto vedendo bene? Ore 23:30 Diego Fusaro ospite di Gianluigi Paragone su LA7 nella trasmissione “La Gabbia”?

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armando 12:50 pm - 10th ottobre:

Concordo con quanto scrive Fusaro nell’articolo del dialogo fra i Papi, e segnalo quest’altro.
Al di là della destra e della sinistra: verso un comunitarismo dell’emancipazione umana
Anche quì per me l’analisi è convincente, mentre le soluzioni più deboli e cerco di spiegarmi. Non sono affatto convinto che il Comunitarismo (che anche Preve caldeggia), possa fare a meno del Sacro e della religione come cemento. Non mi sembra basti, cioè, la derubricazione della religione da nemico a amico (o quasi). Il problema mi sembra più profondo. In certo senso Preve e Fusaro, in modo più direttamente politico, la pensano come il compianto Pietro Barcellona che però, è una mia sensazione, viveva il tema religione in modo più inquieto ed anche personalmente drammatico. In ogni caso discutere con questi personaggi, anche quando non d’accordo su tutto, è una boccata d’aria fresca in un ambiente, l’attuale sinistra, del tutto irrespirabile.
armando

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armando 6:50 pm - 11th ottobre:

Un’altra cosa di Fusaro che mi lascia perplesso è l’insistenza sullo Stato nazionale. Intendiamoci, rispetto al superstato globalista sarebbe già meglio, Curiosamente (ma non tanto) Fusaro concorda su questo aspetto col filosofo conservatore Roger Scruton. I miei dubbi nascono dal fatto che il processo di formazione degli stati nazionali non è stato affatto indolore e per così dire il naturale sbocco politico di omogeneità culturali preesistenti. Gli Stati nazionali, per formarsi, hanno dovuto distruggere usi, costumi, tradizioni, culture locali radicate nei popoli. E molti Stati in effetti non possono propriamente chiamarsi anche Nazioni. In altri termini è stata la modernità capitalista ad aver indotto e sponsorizzato quel processo. Ora il tentativo del superstato globalizzato mi sembra la continuazione aggiornata alle esigenze attuali del mercato capitalista di quel processo. Credo che il rispetto delle differenze culturali debba risalire oltre lo stato. Ma naturalmente si pone a questo punto la domanda che facevb nel post precedente. Cosa fa si che un aggregato di persone possa definirsi comunità? Intorno a quali elementi (che non possono essere solo razionali o utilitaristici) si diventa comunità?
E che compiti deve avere l’autorità centrale?
armando

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Luigi Corvaglia 10:33 pm - 8th giugno:

Una volta la Sinistra faceva le cose di sinistra lottando per il lavoro e battendosi contro le diseguaglianze sociali.
Adesso la sinistra “fa le cose di sinistra” se lotta (quale lotta poi, governa ed ha tutti i numeri per approvarsi quel che vuole, quando vuole) per le unioni civili (alle quali peraltro non sarei nemmeno contrario) e i diritti civili declinati secondo il capitale.
E tutto qui il metro del ribaltamento della realtà.
Renzi e l’urgenza di fare qualcosa di sinistra. Così il premier ora punta sui diritti civili

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RDV 6:44 pm - 17th settembre:

Fusaro anti- Femen”
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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/16/femen-contro-lislam-lidiozia-trionfa/2038556/
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Con ciò pare che il Fusaro allarghi il campo della critica rivolta non più solo al genderismo. Inizia ad estenderla, lambendo adesso il femminismo. Per ora con riferimento alle manifestazioni estreme ed eclatanti. Cmq se procede così, un poco alla volta si avvicina a noi.

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