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30 set 2011  |  31 Commenti

Il mito del merito e le quote

La Questione maschile è correlata a  molti diversi argomenti  e svela un certo numero di contraddizioni, di variabile  importanza. Una di queste è quella connessa alla c.d. meritocrazia. Il tema è tanto vasto che ci vorrebbero molte pagine anche solo per abbozzarne la trattazione, perciò mi limito ad esporre alcune “conclusioni”  con poche e sintetiche motivazioni.

Il Mito del Merito.

Ogni civiltà ha i suoi miti fondanti, non nel senso che esistettero alle origini per restarvi là confinati, a mo’ di icone senza vita, ma in quanto continuano ad esistere, ad essere vissuti dalle collettività e sono perciò attivi e fecondi. Quello del merito è un mito dell’Occidente e in particolare del suo paese guida, gli USA. Il mito collettivo/individualizzato del successo, con la sua ovvia partizione tra winners e losers, misurato sui parametri denaro, fama, rango, potere formale, potere reale etc. (Si noti che sono tutti caratteri pubblici, connessi dunque a quella che i moralisti chiamano “vanità”) . Niente di trascendentale, di spirituale o di nobilitante, dunque. Per intenderci: solo materia e vanità.

Seduzione.

Le potenza seduttrice del mito meritocratico è impareggiabile. Essendo impossibile trovare chi non si senta svalutato, svalorizzato, oscurato, negletto, sottopagato ed essendo quello del valore, del riconoscimento,  un bisogno primario, pressante quanto la sete, ogni promessa in tal senso fa crollare qualsiasi resistenza: la cattura è assicurata. Se non ci fossero i nemici del merito, le ideologie antimeritocratiche, il nepotismo, la corruzione etc. ciascuno otterrebbe la collocazione che merita davvero: in alto. Molto in alto, vicino all’apice. Tutti lassù …un’élite di massa. Contro questa seduzione anche gli déi lottano invano. Essa è un tabù: ci si può schierare solo a favore. Chi mai oserebbe proclamarsi antimeritocratico, leggi: difensore degli incapaci, dei fannulloni, dei parassiti. dei loser, dei falliti? Brrr…

Tautologia.

Il MdM è autorerefenziale e tautologico: afferma che chi vince se lo merita perché è migliore. Che sia migliore  lo si deduce dal fatto che …vince. Questa circolarità si connette anche alla lettura tradizional-popolare dell’evoluzione, secondo cui la selezione darwiniana seleziona il “migliore” (senza specificare cosa si intenda). Che sia “migliore” lo si sa però solo dopo che è stato selezionato.  Lo stesso dicasi per l’altra formula: “la selezione del più adatto”, ossia: la selezione di ciò che viene selezionato. Ad esse è poi associata la credenza che l’evoluzione selezioni il più intelligente, criterio applicato però (fatto davvero curioso) solo ai primati e soprattutto – furbescamente – alla nostra specie. Limitazione singolare ma necessaria giacché l’evoluzione – in effetti – ha selezionato anche i ruminanti e gli insetti, che non paiono particolamente brillanti. Dunque è utile restringere ai soli umani il parametro “intelligenza” come condizione filtrante. Questo quanto ai fondamenti “scientifici” del MdM.*

Ambivalenza.

Il MdM è intrinsecamente ambivalente perché intende al tempo stesso descrivere la realtà ma anche prefigurarla. E’  un racconto storico (fattuale) e insieme un’utopia (ideale). Le cose vanno bene così perché chi se lo merita va avanti. Anzi no, non vanno bene perché non c’è abbastanza meritocrazia,  ecco perché ci sono degli incapaci in alto.  In questa società la meritocrazia è un fatto  ma è anche sempre un obiettivo da realizzare, un traguardo che non si raggiunge mai. Così a chi denuncia la realtà effettuale viene opposta l’utopia, chi descrive “ciò che è”  viene dirottato verso “ciò che dovrebbe essere”.

Meritocrazia reale.

Come spesso accade, la realtà nega il sogno. La meritocrazia reale è la negazione di quella ideale. Non c’è,  non c’è mai stata e non può esserci. La sua esistenza provocherebbe un permanente ribollimento nella società  attraverso la “mobilità sociale” e distruggerebbe l’esistenza diacronica dell’élite. Come i ciclisti si alternano – senza sosta – a “tirare”  in testa al gruppo, così capaci, meritevoli, furbi, fortunati, aggressivi, volitivi, determinati  scalzerebbero continuamente gli apicali dal vertice.

Eterna rigidità sociale.

Tutte le statistiche sulla mobilità sociale dicono oggi quel che dicevano 50 anni fa, ad onta delle apparenze e delle nostre stesse sensazioni: la classe di destinazione dei figli dipende da quella di origine (=professione del padre). Le generazioni non si muovono dal basso verso l’alto, ma transitano orizzontalmente dalla classe A’ del tempo 1 alla A” del tempo 2. Ciò vale per ogni segmento sociale. Le tabelle di “Lettera a una professoressa” sono precise oggi come allora. Sono cambiati i dettagli, la struttura è la stessa. Anche i paladini del MdM lo dichiarano, anzi lo denunciano, come fece Luca di Montezemolo nel 2010, contrapponendo a ciò che è ciò che dovrebbe essere: più meritocrazia e meno classismo. Ma ciò è impossibile, perché le classi alte non permetteranno mai che i loro figli (e meno ancora le loro figlie) scendano di rango. Questo sì che sarebbe contronatura. Perciò ogni aumento della selezione, ogni giro di vite contro il “lassismo” colpisce, elimina, esclude dalla mobilità quote aggiuntive delle nuove generazioni delle classi basse. Deve essere così. Il busillis è qui, che la meritocrazia immaginaria serve alle élite per giustificare la propria posizione (“Siamo in alto per merito nostro!”) rango che però andrebbe perduto proprio se quella venisse applicata. La meritocrazia in atto sarebbe il peggior nemico delle élite.

MdM senza maschera.

Comune a tutte le Destre  è la difesa della meritocrazia. In coerenza con ciò esse denunciano la  Sinistra per il suo carattere antimeritocratico. D’altra parte niente lo è di più di quelle istituzioni che garantiscono vantaggi derivanti dalla sola nascita, prima fra tutte l’eredità, di cui le Destre sono le massime paladine al punto da ritenere quasi sovversiva la semplice esistenza di imposte sulle successioni (“Un furto!”). Dunque i massimi sostenitori del MdM sono anche il primi difensori dell’istituzione che lo nega radicalmente sia in via di principio che in via fattuale. Come si spiega? Con il fatto che la meritocrazia è un mito cui non può  mancare un carattere mistificante, depistante (“ideologico” in senso proprio). Ora, le quote rosa ledono la meritocrazia, ma assai meno di quanto faccia l’istituzione ereditaria. Esse sono una forma minore e spuria di eredità la quale ne esce consolidata e  confermata. Compiuta. Le beneficiarie delle quote infatti non sono altro che le partner sociali dei maschi che occupano quelle posizioni. Sono le loro sorelle, mogli, amanti. Escono dalle stesse classi e dagli stessi ceti. Non ci saranno bidelle a sedere nei CdA. Chi si oppone alle quote sulla base della questione del merito, dovrebbe opporsi anche all’eredità. Non è così e questa contraddizione svela la mistificazione.  Vi si aggiunge un paradosso: la Sinistra antimeritocratica, se e in quanto favorevole alle imposte successorie e patrimoniali in genere, limando le differenze di partenza, finisce con l’operare a favore della  parificazione iniziale e quindi, in linea teorica e virtuale, del merito.

Introiezione.

Forse la più velenosa delle conseguenze del MdM è il fatto che una buona parte dei loser introietta la convinzione di avere fallito perché “è intrinsecamente fallita”. La distribuzione totalmente casuale delle posizioni sociali rispetto a capacità, talenti, impegno, etc. benché evidente, non basta a sradicare l’idea che la condizione di inferiorità sia da essi meritata. In quest’opera la scuola ha un ruolo capitale, come assegnatrice “oggettiva” di valore intellettuale generale. La convinzione che i risultati scolastici siano correlati all’intelligenza, che questa sia di una sola forma e per giunta dipendente dal livello di istruzione (come se la cilindrata dipendesse dal serbatoio) è radicata nella massa sia dei vincenti che dei perdenti. Posti di fronte alle performance delle femmine, una massa crescente di maschi matura la convinzione di essere intellettualmente inferiore. Questa tesi è stata peraltro sostenuta da sempre dalle élite a danno dei subalterni (dei bianchi sui neri etc.); solo ora, osservando che le femmine sono superiori scolasticamente, si è dovuto, con imbarazzo, riconoscerne il carattere mistificatorio. Solo adesso si vede che istruzione non equivale a intelligenza e che la diversità di risultati (lasciando stare le ovvie eccezioni) ha ben altra origine.

Scuola, sessi, ranghi.

Nella scuola la selezione denunciata da don Milani è invariata. Rimando – mutatis mutandis – alle sue tabelle. Vi si è ingigantito un trend presente già allora, il vantaggio femminile negli esiti medi (voti) e nei successi finali (promozioni). Va poi ricordato un fatto ovvio nelle dinamiche sociali. Data una società stratificata, i maschi dei segmenti inferiori non possono salire se non con la lotta individuale o di piccoli gruppi, le femmine invece lo possono fare sposandosi (nel regno animale associandosi a maschi di rango superiore). Questa possibilità è rintracciabile persino nella più rigida delle società umane, quella castale indiana, dove la sola violazione consentita al destino natale era l’ascesa della donna alla casta immediatamente superiore mediante matrimonio. Il contrario mai. Abbiamo dunque 1) la generale fluitazione delle generazioni da un segmento sociale all’equivalente, 2) la tendenza femminile a salire di rango attraverso il matrimonio (o i suoi surrogati) 3) il vantaggio femminile negli esiti scolastici con le sue conseguenze nella collocazione sociale e infine  4) le quote.  Per non tediare lascio a chi legge comporre le 4 cause/condizioni e ricavare  le conseguenze inevitabili di questa miscela esplosiva che  va a colpire  tutti i maschi con gravità esponenzialmente crescente al decrescere della posizione sociale. Per i maschi delle classi medie, medio-basse e inferiori si tratta di un disastro.

Rino DV

Nota personale. Ad onta di quanto sopra è del tutto sbagliato attribuirmi una posizione liquidatoria  del MdM o dell’eredità. I motivi sono diversi. Quasi ogni istituzione è polivalente e produce effetti positivi e negativi in dipendenza da moltissime variabili. Il MdM ha un carattere educativo positivo (“Devi darti da fare”) e l’eredità ha qualcosa a che vedere col valore maschile (il “patrimonio” è sia frutto del caso o di antiche rapine,  per dirla con N. de Chamfort, che dell’opera creatrice degli ascendenti etc. ).  La critica più dura e lo smascheramento delle mistificazioni non escludono valutazioni molto articolate. Certo è che non sono tra coloro (puerili) i quali credono che il bene generi solo il bene e il male solo il male. Qualsiasi cosa si intenda evocandoli. E non si può escludere che le civiltà, per nascere e durare, abbiano bisogno non solo di Miti (questo è ovvio) ma anche di un certo numero di menzogne e contraddizioni.  Ma se anche sono inevitabili e necessarie ciò non ci costringerà a chiamarle verità o coerenze.

*Ciò forse spiega perché Nicce si sia tenuto a debita distanza dalla teoria darwiniana. Dicono che fu perché non la capì. Può darsi, ma forse fu perché la capì …troppo bene: è davvero una pessima base per giustificare “scientificamente” aristocrazie e “meriti”.  All’occasione ne parleremo.


31 Commenti

Fabrizio Marchi 8:23 am - 1st giugno:

Straordinaria analisi di Rino che “riporta sulla terra” il mito (borghese) del “merito”, demistificandolo e disvelandone le intrinseche, strutturali e insanabili contraddizioni.
Le quote rosa niente altro sono se non l’altra faccia (speculare) della medaglia di quella stessa ipocrisia mirabilmente descritta nell’articolo in oggetto.
Non aggiungo altro perché lo condivido in toto e non sarei in grado di aggiungere (né tanto meno togliere) nulla a quanto già scritto dall’autore.
Fabrizio

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Redshift 3:03 pm - 1st giugno:

Io sono ancora più contrario di Rino e di Marchi al
mito del merito. Esso infatti non è solo una mistificazione dietro la quale si tutelano coloro che
stanno in alto, ma è anche una ideologia che giustifica la diseguaglianza e il potere autoritario
indipendentemente dal fatto che la mobilità sociale
sia fattibile o meno. E’ un mito permanentemente diseducativo perchè spinge gli uomini continuamente a lottare ognuno contro l’ altro per ottenere un compenso egoistico, che sia reale o immaginario. Rappresenta perciò un’ imbarbarimento dell’ umanità. Si dovrebbe ricostruire una mentalità alternativa che rimetta al centro la cooperazione tra gli uomini per il bene comune. Lavorare e studiare sono attività che devono essere finalizzate a migliorare se stessi e gli altri. Se invece il fine è egoistico l’ umanità può soltanto peggiorare. A questo riguardo, sul concetto di meritocrazia e sulle sue origini, vi linko
quanto segue:

Archivio 2010 Aprile – N. 118 L’inganno della meritocrazia L’inganno della meritocrazia
di Mauro Boarelli
La meritocrazia è sulla bocca di tutti, a destra come a sinistra. In una società come quella italiana, dove l’assenza di “merito” incancrenisce ogni articolazione della vita sociale e svilisce aspirazioni, competenze, passioni e idee, quale cittadino – indipendentemente dalle idee politiche professate – potrebbe essere pregiudizialmente ostile verso questo termine? Eppure è un termine ambiguo. Muta di senso a seconda di chi lo usa, ma al tempo stesso custodisce un insieme di significati non negoziabili che dovrebbero indurre a maneggiarlo con prudenza. Come ogni parola, anche questa non è neutrale. Va interrogata alla ricerca del senso profondo e delle sue implicazioni.

Il lavoro di decodificazione è facilitato dal fatto che, in questo caso, il vocabolo ha una paternità accertata. Fu Michael Young a utilizzarlo per primo nel 1958 nel suo libro The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia), tradotto in italiano nel 1962 dalle edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portò al successo elettorale il partito laburista e aprì la strada al governo di Clement Attlee, Young scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volontà di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza. La narrazione è affidata a un sociologo, entusiasta paladino della “meritocrazia” e critico ironico delle posizioni di coloro che si ostinano a frenare l’avvento definitivo del nuovo ordine. Dietro quell’ironia c’è Young, che insinua nel lettore una serie di dubbi attraverso le lenti deformanti del suo detrattore. Il racconto si snoda nel corso di un secolo e mezzo, il lungo periodo nel quale alcune riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunità – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza. Uno degli assi portanti del cambiamento è rappresentato dalla misurazione precoce delle capacità, ispirata allo studio dei tempi e dei movimenti introdotto dai fautori dell’organizzazione scientifica del lavoro, a partire da Taylor. Questa metodologia selettiva trasforma gradualmente il sistema scolastico. L’istruzione non è più impartita a tutti allo stesso modo, ma viene differenziata. I bambini sono indirizzati verso scuole diverse, organizzate gerarchicamente sulla base delle capacità individuali. Gradualmente, l’aristocrazia di nascita viene sostituita dall’“aristocrazia dell’ingegno”, e la stratificazione sociale si fa ancora più netta, fino a che le tensioni create dal nuovo sistema sociale sfociano – nel 2033 – in una rivolta delle classi inferiori.
L’ordine meritocratico è fondato sulla crescita economica: “La capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama ‘intelligenza’ (…)” (p. 173). La canalizzazione dei bambini nel sistema di istruzione è precoce e rigida, l’educazione delle intelligenze è sostituita dalla loro misurazione e classificazione: “Gli uomini (…) si distinguono non per l’eguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. (…) A che pro abolire le ineguaglianze nell’istruzione se non per rivelare e rendere più spiccate le ineluttabili ineguaglianze della natura?” (p. 122) E ancora: “L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata è un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale.
Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si è ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato è entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed è stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra. Poco prima di morire, Young affidò alle pagine di un giornale inglese una caustica lettera aperta a Tony Blair in cui accusava il leader laburista di averlo messo al centro dei suoi discorsi pubblici senza comprenderne i pericoli, e lo invitava a smettere di usarlo a sproposito (Down with Meritocracy, in “The Guardian”, 29 giugno 2001). Inutile dire che non fu ascoltato. Il progressivo capovolgimento di senso della parola da lui inventata è stato inarrestabile. Come spesso accade, questo slittamento è il risultato di una combinazione tra letture superficiali e stravolgimenti pianificati. Per cogliere questi meccanismi in azione è utile soffermarsi sul testo di Roger Abravanel intitolato Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008). Il libro è interessante non tanto per la riflessione teorica (quasi inesistente) né per le proposte (davvero deboli), ma perché presenta una efficace sintesi di tutte le argomentazioni dei sostenitori del modello meritocratico.
Abravanel non comprende la struttura narrativa del libro di Young. Vi scorge due narratori, uno “giovane ed entusiasta, che illustra i vantaggi della meritocrazia”, l’altro – che coinciderebbe con l’autore – “più vecchio e più saggio, che di tanto in tanto lancia qualche ‘siluro’ ironico” (p. 54). Forse colto (sia pure fugacemente) dal dubbio che Young non abbia scritto esattamente ciò che a lui piacerebbe leggere, inventa una scissione narrativa inesistente per sterilizzare i dubbi che emergono anche dalla lettura più superficiale del libro e confinarli nella mente di un anziano e pedante osservatore che paventa pericoli immaginari e rischia con il suo allarmismo di offuscare lo splendore della meritocrazia. Partendo da questi presupposti, Abravanel capovolge completamente le tesi del sociologo inglese, e le trasforma nel primo manifesto dell’ideologia meritocratica. La selezione precoce in ambito scolastico fondata sulla misurazione – tra gli obiettivi principali della polemica di Young – diventa uno dei fondamenti positivi del nuovo modello sociale: “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la ‘selezione naturale’ della società” (p. 65). Abravanel non si interroga sul fatto che la valutazione possiede una dimensione sociale e – di conseguenza – non è neutrale, come ha evidenziato Nadia Urbinati (Il merito e l’uguaglianza, in “la Repubblica”, 27 novembre 2008). Aggira il problema liquidando in poche righe – con lo stile apodittico che caratterizza il libro – l’intero patrimonio della riflessione pedagogica internazionale a favore di teorie pseudoscientifiche riassunte con approssimazione e delle quali non cita quasi mai la fonte, per indirizzarsi con sicurezza verso una conclusione estremamente chiara (e cinica) dal punto di vista ideologico: “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p. 83). In fondo è questo il succo del ragionamento dei “meritocratici”: la crescita economica come unico metro di giudizio (senza alcun interrogativo sulle componenti immateriali di tale crescita e sulla necessità di altri parametri di valutazione del benessere sociale), e il premio economico alla classe dirigente, ovvero ai depositari del merito. Il collante è, inevitabilmente, il mercato: “La società meritocratica è profondamente basata sugli incentivi per gli individui a competere, che sono l’essenza del libero mercato” (p. 67). Inutile rimarcare che ancora una volta il “libero mercato” viene usato come feticcio senza riflettere sulla sua esistenza reale e sulle conseguenze sociali derivanti da questa costruzione ideologica. Su un punto, però, l’autore si esprime con candida sincerità, senza troppi giri di parole: “Nelle società meritocratiche la diseguaglianza è giustificata dall’ideologia della meritocrazia (…)” (p. 62). E ancora: “(…) nelle società meritocratiche la disuguaglianza sociale conta molto meno della mobilità sociale” (p. 109). Da qui a teorizzare la necessità di un sistema educativo diseguale il passo è breve: “In genere si ritiene che per assicurare eguaglianza di opportunità bisogna dare a tutti la stessa qualità di istruzione (…). Questo luogo comune è profondamente errato: dando a tutti la stessa educazione non si aumenta la mobilità sociale e il merito muore” (p. 256). Di conseguenza, “(…) è necessario passare dall’Istruzione all’Educazione, da ‘istruire tutti allo stesso modo’ a ‘educare secondo il potenziale di ciascuno’, dall’eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunità nel ricevere la migliore educazione” (p. 314).
I ragionamenti di Abravanel e quelli dell’anonimo narratore di Rise of Meritocracy si sovrappongono perfettamente. Young aveva visto giusto, le sue non erano solo fantasie. Soprattutto, aveva intuito che le argomentazioni dei fautori della meritocrazia puntano diritto al cuore della democrazia. “La meritocrazia è (…) l’esatta antitesi della democrazia”, scriveva Cesare Mannucci nella prefazione all’edizione italiana del libro di Young, perché la scuola gerarchica su cui è fondato quel modello non è immaginata per insegnare la pluralità di culture e valori, ma per anticipare e inculcare le stratificazioni del sistema produttivo e finalizzare il sapere allo sviluppo economico. è un nodo esplorato anche da Bruno Trentin, che in un denso e lucido articolo (A proposito di merito, in “l’Unità”, 13 luglio 2006) evidenziava come il concetto di merito sia sinonimo di obbedienza e dovere, perché presuppone una legittimazione discrezionale da parte di qualcuno che occupa una posizione gerarchica superiore, o esercita un potere politico. Criticando duramente la subalternità culturale della sinistra verso un concetto proprio del liberismo autoritario e la confusione dei linguaggi che ne discende, Trentin rivendicava il primato della conoscenza sul merito. Solo il sapere rappresenta un criterio equo di selezione del valore individuale, e quindi occorre renderlo disponibile per tutti. In questo modo ciascun individuo sarà in grado di governare il proprio lavoro. è una prospettiva che concilia libertà e conoscenza, e lo fa per tutti, non solo per una ristretta élite tecnocratica.
Eguaglianza e democrazia. Ecco cosa mette in gioco il concetto di meritocrazia. Non esprime il riscatto dall’ineguaglianza delle opportunità, ma il suo contrario. Non si tratta di una sterile disquisizione lessicale. Meritocrazia è una parola densa di implicazioni sociali, una parola che traccia un discrimine e impone di scegliere da che parte stare, senza giocare sulle ambiguità, senza camminare sul filo dei mille significati possibili laddove ce ne sono in realtà ben pochi, chiari, coerenti, connotati ideologicamente e perfettamente riconoscibili.
Mauro Boarelli

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Rino 9:45 pm - 1st giugno:

Il tema è intrigante e quasi inesauribile.
Prendo un paio di affermazioni per due commenti:

“…riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunità – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza…”

Sbagliato. Se seleziona, la scuola misura e valorizza un certo tipo, una specifica forma di intelligenza, non l’intelligenza tout court che è multiforme. Ci sono più forme di intelligenza che discipline sportive. Un sollevatore di pesi non vincerà mai la maratona. Non può nemmeno parteciparvi. Quella stessa selezione opera in modo puro (per quanto possibile) solo tra ragazzi/e provenienti non solo dalla stessa classe sociale, ma dagli stessi segmenti in cui le diverse classi si dividono, dove conta ad es. la distanza della residenza dal centro della città (che rilievo può avere un simile particolare? Altroché se ne ha!). Seleziona il migliore tra i figli degli avvocati (ma non è detto che poi diventi il miglior avvocato!) il migliore tra i figli dei commercianti del centro storico, il migliore tra quelli della periferia. Il migliore tra i figli degli operai di fabbrica, tra quelli dei muratori, tra quelli degli agricoltori etc. Ma migliore in cosa? Nella capacità di fornire gli output che la scuola si attende, nel modo e nelle forme confacenti alla stessa: seleziona i sollevatori di pesi. E i podisti, i pallavolisti, i centometristi (di tutte le classi sociali)? Queste discipline (=intelligenze) non la riguardano.

Don Milani accusava la scuola di essere selettiva, Abravanel di non esserlo abbastanza. Di fatto non è selettiva (se non marginalmente entro lo stesso segmento sociale): chi proviene dalla classe sociale A esce a livello A, chi proviene dalla D esce nella D. Questa è la regola. In questo senso non c’ è alcuna selezione (restano sempre salve le eccezioni. Conosco il figlio di piccoli commercianti cinesi – genio matematico – che è stato chiamato a sé dalla Normale di Pisa, posto riservatogli prima ancora che finisse le superiori).

E ancora mi ripeto: se la scuola selezionasse sulla base dell’intelligenza dovremmo riconoscere che le femmine sono più intelligenti dei maschi, essendo i loro risultati migliori (per ogni classe sociale).

“…ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni”.
.
Verissimo: chi a 7 mostra A’, a 37 guadagna A”.
Solo che si tratta di un bellissima tautologia. Infatti le performance in lettura/scrittura a 7 anni ( e dopo) sono direttamente connesse alla classe sociale (e segmento) di provenienza. Come avere a 7 anni punteggio A’? Basta provenire dalla classe A°. Il motivo per cui hai reddito A a 37 anni è lo stesso per cui a 7 parlavi e scrivevi come un professorino: la tua origine sociale.
Occuparsi delle performance scolastiche a 7 anni è un depistaggio. Si potrebbe fare lo stesso comparando il costo dei vestiti indossati a 12 anni con il reddito a 45. Chi esce da A° si troverà in A” transitando – momentaneamente – per A’. Appunto.
Non è necessaria alcuna “ricerca approfondita”.
E’ acqua liquida.

Rino DV

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armando 11:49 am - 2nd giugno:

Intrigante discussione e lucida logica di Rino, anche nel riconoscere la contraddittorietà della faccenda.
Per parte mia aggiungo.
1) Il merito non è affatto un concetto assoluto. Merito per chi e rispetto a cosa? Un esempio. Molti anni orsono lavoravo in banca. Un collega addetto alla borsa fu promosso per merito. Quale? L’aver appioppato ai clienti un cospicuo numero di azioni, in portafoglio della banca, di una società che di lì a poco sarebbe clamorosamente fallita , e le azioni diventate carta straccia. Merito per la banca, senza dubbio, ma demerito per i clienti turlupinati. Lo stesso per i bond argentini o quelli parmalat. Così come merito è quello del manager che tagliando posti di lavoro, disgregando pezzi di aziende, comprando e vendendo, fa guadagnare gli azionisti e se stesso, ma nuoce alla collettività dei lavoratori (vedasi il film Wall Street, con Miachael Douglas).
2) Rino ha già dimostrato che la meritocrazia perfetta non può esistere, come il mercato perfetto. Ma ammettiamo che lo fosse e si realizzasse una mobilità sociale assoluta in base al merito, che a sua volta fosse oggettivamente definibile. Cambierebbe molto a livello dei singoli, certo. Non esiterebbero più gli “ottimati”, le caste comunque definite, e questo è bene. Ma sul piano del funzionamento sociale complessivo?
Se la società è piramidale (mai vista una società che non lo sia), necessariamente i posti al vertice saranno x, quelli immediatamente sotto saranno x+1 e così via fino alla base. Ne discende che qualsiasi sia il metodo di selezione, molti saranno esclusi, pochi promossi. La realtà della stratificazione come meccanismo di funzionamento della società si riproporrebbe comunque inalterata nella sua struttura. L’uguaglianza di opportunità, ripeto benvenuta, non cambia nulla da questo punto di vista. E poi, ineluttabilmente, i promossi farebbero ovviamente di tutto per mantenere se stessi e i propri figli al vertice.
Dunque: il concetto di merito dipende dai punti di vista e da chi ha il potere culturale di definirlo e proporlo come un fatto oggettivo. Le caste cristallizzano la nascita, ed è un male. La mobilità sociale perfetta è utopia ma anche quando si realizzasse, a parte che tenderebbe immediatamente a una nuova e diversa cristallizzazione, non cambierebbe la struttura della società, la quale è sempre stata di tipo piramidale e dove l’uguaglianza assoluta non è meno utopica della mobilità sociale assoluta.
Sembra un busillis da cui è impossibile uscire, e sicuramente è così se il traguardo è la società perfetta, la quale presuppone l’uomo perfetto. Ogni tentativo di costruirlo si è risolto nel suo opposto e in tragedia. Non rimane, aimè, che prendere atto di tutto questo e cercare di limitare i danni. Come? Riconoscendo l’imperfezione umana e cercando di far si che gli strati dirigenti, comunque selezionati, abbiano coscienza, oltre che di essere più privilegiati che meritevoli, di avere una grande responsabilità verso la comunità. Non pretendo in un comportamento ascetico, che è dei santi e non degli uomini, ma l’atteggiamento di chi si ritenga non un proprietario assoluto di ciò che ha ed è, quanto piuttosto l’usufruttuario di ciò che non è suo ma di tutti, che a tutti deve rendere conto e a tutti deve prima o poi restituire conservato al meglio e possibilmente migliorato.
Altro non so dire.
armando

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Fabrizio Marchi 12:31 pm - 2nd giugno:

Ciò che affermi è realisticamente vero e condivisibile, Armando. Tuttavia…
Tuttavia per parte mia credo che l’umanità progredisca (in questo caso uso il termine nella sua accezione positiva, depurata dal significato corrente…) perché ci sono alcuni uomini che gettano il sasso oltre la siepe. Esattamente quello che stiamo facendo anche noi. E non siamo i primi e, fortunatamente, non saremo gli ultimi a farlo.
Oltre la siepe dello stato di fatto, dell’impossibilità di trasformare la realtà e il mondo perché “le cose sono sempre andate avanti in un certo modo e sempre in quel modo andranno…”, di quella sorta di pragmatismo spicciolo o “volgare” rappresentato da quella specie di “buon senso comune” che serve sostanzialmente a non cambiare mai nulla e soprattutto a stroncare sul nascere proprio quell’anelito vitale, quella spinta al cambiamento, alla trasformazione, che invece è parte integrante dell’umano che agisce e opera nella realtà.
Non è vero che il mondo non è cambiato. Chi sostiene questo fa un’affermazione qualunquista e non vera. Il mondo è cambiato e cambia costantemente, anche se non sempre in meglio (quando il “progressismo” diventa ideologia provoca gli stessi danni di qualsiasi altra), grazie a quegli uomini (un po’ di più, a mio parere)e a quelle donne (un po’ meno, sempre a mio parere) che lo hanno cambiato e trasformato.
Se non fossimo convinti (non ideologicamente)di questo non saremmo neanche qui nel tentativo di “muovere la classifica”, come si dice in gergo calcistico, di modificare una situazione che sembra apparentemente ma anche concretamente immodificabile. Eppure lo facciamo. E se lo facciamo vuol dire che ci sono le condizioni per farlo.
E’ in questo modo, procedendo su questo binario, che l’umanità progredisce e si assesta, avrebbe detto un vecchio grande leader socialista scomparso da tempo, su “equilibri sempre più avanzati”.
La bacchetta magica (leggi ingegnerie di qualsiasi genere) non esiste, su questo hai perfettamente ragione. D’altronde parli con uno che, tranne quando era giovanissimo (e meno male, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi…) non ha mai creduto nelle bacchette magiche. Forse proprio per questo, continuo ad essere persuaso che la realtà possa e debba essere trasformata con una lavoro paziente, sul medio,lungo e lunghissimo periodo ( a volte ci sono anche le accelerazioni, sia chiaro…).
Senza farsi condizionare da coloro che ti dicono:”Ma chi te lo fa fare, tanto non cambierà mai nulla…”. Questi non vanno ascoltati, sono quelli che beneficiano del lavoro e del sacrificio degli altri.
E anche questo, visto che siamo in tema, me lo ha insegnato mio padre.
Però, quanti insegnamenti ho avuto da mio padre…Quante volte mi avrà ripetuto:”Oggi mi contesti ma un giorno ti troverai a pensare: mio padre aveva ragione…”. E’ così, mannaggia smile è proprio così…
Fabrizio

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Redshift 7:13 am - 3rd giugno:

Penso che un progresso già grande consista nello
smascherare l’ ideologia del merito ed indirizzare
lo studio ed il lavoro verso altri fini. Dovremmo ristrutturare la società in modo che le persone non vengano selezionate, ma che a ognuno venisse garantita la possibilità di individuare e sviluppare le
proprie capacità e in ogni caso di veder soddisfatti i
propri bisogni. “Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. E’ la
frase più bella di Marx.

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Rino 8:10 pm - 3rd giugno:

Arm.
>>
Dunque: il concetto di merito dipende dai punti di vista e da chi ha il potere culturale di definirlo e proporlo come un fatto oggettivo.
>>
Precisamente.

>>

Infatti. La mobilità sociale perfetta avrebbe come presupposto un ribollimento sociale permanente, ma al tempo stesso la conferma della struttura piramidale. “Tutti in alto” è impossibile. Sembrerebbe invece possibile il “Tutti in basso”, ma non è vero neppure questo, per ragioni sistemiche.

E allora?

In quel post ho cercato di fare l’autopsia al concetto-valore “merito” come è inteso in Occidente e secondo il parametro scelto dalla nostra epoca: quello del successo e quindi della “vanità” limitandomi, ancora una volta alla pars destruens.

Rino DV

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mauro recher 7:37 pm - 14th giugno:

comunque tra merito e quote ,mi è venuta in mente una considerazione ,o meglio un esempio ….
mettiamo il caso che abbia bisogno di cure e il medico curante azzecchi la diagnosi. Credo che, in questo caso, abbia veramente poca importanza se il medico sia uomo, donna, bianco, nero, giallo, a pois verde e blu ecc ecc ….Ragioniamo per quote; una ricerca (ovviamente è un esempio) conclude che chi ha gli occhi verdi è stato fortemente discriminato negli anni passati e quindi bisogna rimediare. La suddetta persona con gli occhi verdi è bravissima a fare molte cose ma alla vista del sangue sviene, oppure non riesce a fare una puntura. In questo caso, non reca un danno alla società ?? Eppure, secondo la logica delle quote, ha diritto a quel posto, togliendolo di fatto ad uno sicuramente più bravo

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Jas 12:25 am - 29th giugno:

Trovo del tutto errata l’interpretazione dei termini di evoluzione, darwinismo e dello stesso approccio che ne avrebbe fatto Nietzsche. Qui, il termine “mito” va inteso come ostacolo funzionale ad un processo di crescita. E per funzionale si intende ad un sistema culturale. Parliamo di elite socio-culturali, non di esseri “biologicamente” meritevoli. Nella corda tesa fra bestia e superuomo, che dite, il processo è biologico o culturale? Il Mito racconta solo ciò che un tempo era vero ed ora non è più, ciò che un tempo era fatto ed ora è narrazione utile a qualcuno. Non nascondetevi dietro le parole, che uomini Alfa sareste? smile

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mauro recher 7:20 pm - 29th giugno:

botta e risposta tra me e la terragni

mauro recher | 29 giugno 2011 alle 17:50
sulle quote “forzate” io ho una mia idea, ovviamente personalissima,
faccio un esempio …….
mi ammalo e vado in ospedale, il medico curante indovina la diagnosi. A me importa qualcosa se il medico è uomo,donna, bianco ,nero a pois verdi e gialli ,vestito da clown ecc ecc ??? Credo proprio di no.
Facciamo adesso l’esempio della quota “forzata” . Ammettiamo che per assurdo quelli con gli occhi verdi siano stati fortemente discriminati ,per varie ragioni. Si tenta di “rimediare” forzando queste persone a far parte dell’impianto ospedaliero . Queste persone ,bravissime a fare altro ,svengono alla vista del sangue o non riescono a fare una puntura. In questo caso alla società gli si fa un favore o gli si reca un danno ??…
Altro esempio sportivo …
Nel 1985 ci sono i mondiali di ciclismo a Treviso . Nella prova valida per i dilettanti (oggi sarebbero gli under 23) partecipano 4 ragazzi del Kenya .simpaticissimi tra l’altro, solo che alla partenza, dopo appena un chilometro, questi qui arrancano a 500 metri ,che senso ha la loro partecipazione ?
Questo cosa significa ,mai farli partecipare a eventi del genere ?? assolutamente no ,ma prima di inventarsi “forzature” non sarebbe meglio accedere per merito ?
Marina Terragni | 29.6.2011 alle 18:40
Al momento non si accede per merito. soprattutto se donne. Senza una forzatura non cambierebbe niente. Inutile girarci intorno.
Nella neonata giunta di Roma c’è una sola donna. In quella di Barletta neanche una. L’Italia è questa.
Dove si accede per concorso le donne sono la maggioranza, perché sono più brave.
Ma nella politica e anche nei board i meccanismi di selezione sono diversi, e privilegiano gli umani di sesso maschile.

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Damien 11:28 pm - 29th giugno:

@Mauro recher
Come puoi notare.. le donne non hanno una nozione logica come gli uomini..

ti faccio la disamina, hai proposto, per esempi, il meccanismo che ogni uomo comprende in tali escussioni razionali, come ha risposto lei? come fa la maggioranza!

non comprendendo la logica del tuo discorso, esse si basano su una parte (o piu’) per controbattere, in questo caso si evince che non solo non ha compreso quanto esposto, (oggetto: l’inesattezza del metodo usato per agevolare la donna in ogni campo senza l’onere di dimostrarne a priori le proprie reali capacità) ma ha preso semplicemente un punto del ragionamento che appare in superficie (oggetto:il merito) applicandolo quindi di conseguenza alla sua innata emotività femminile che funge da metodo di valutazione dell’oggetto espresso, convogliandolo sotto l’ottica nazifemdominista che impone a priori un filtro che non fa passare tutte le informazioni logiche se non quelle utili al femminismo stesso, ergo, in questo caso, il ragionamento è stato eradicato dalla sua ragione logica, DEVIATO verso l’ottica femminista e contestato sulla scorta emozionale che ha portato infine il tutto ad essere valutato esclusivamente nell’ottica femminista e non nel contesto stesso.

Fa parte del brainwashing che da anni colpisce le donne e la maggioranza di uomini con caratteristiche ben precise (ego maschile e femminile poco sviluppato, macismo indotto e mascolinizzazione camuffata da emancipazione femminile)

Tutto questo genera una mancata consapevolezza del proprio io, inducendo le persone a rifiutare se stesse a favore di quanto viene imposto dall’esterno.

Solo la consapevolezza del proprio io, della propria posizione spazio temporale in questo universo, del tempo e il conciliare il logos con i sentimenti puo’ darci la consapevolezza della nostra esistenza e del nostro ruolo naturale, la maggior parte della popolazione è troppo impegnata a seguire quanto loro imposto per preoccuparsi di essere se stessi, e quando questo si traduce in privilegi, il pensare diventa inutile, l’automatismo appare logica, la presunzione diviene un diritto egoistico piu’ che giustificato.. in altre parole, la società in cui viviamo.

La maggioranza delle donne, oggi, vive una vita fasulla, in un tempo innaturale, piene di aspettative illusorie, che le porta non solo verso il rifiuto di essere donne, ma stà radicalmente cambiando gli equilibri naturali in qualsiasi campo.

Come potete capire, è totalmente inutile ragionare con queste femmine in quanto sono in grado di argomentare esclusivamente in maniera emozionale, pertanto, privo di logica. e sempre e comunque verso la medesima direzione, risultando spesso piu’ che prevedibili, in quanto usate dalla maggioranza, tranne qualche rara eccezione, hanno una identità collettiva e non singolare..

NOI SIAMO LE NAZIFEMDOMINISTE BORG, SARETE RIEDUCATI, OGNI RESISTENZA E’ INUTILE!

o se preferite, la razza femminile è la migliore.. HEIL VAGINA!

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Damien 11:01 am - 15th luglio:

ed ecco uno dei tanti episodi che vede esprimere il devastante effetto delle quote rosa:

http://ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2011/07/15/visualizza_new.html_785920622.html

15/07/2011 11:31

“ROMA – Annullata dal Tar del Lazio la Giunta del Comune i Roma, per il mancato rispetto delle ‘quote rosa’. Lo hanno deciso i giudici della seconda sezione, presieduti da Luigi Tosti, i quali hanno accolto i ricorsi proposti dai Verdi di Bonelli, dalle consigliere comunali di Roma di Pd e Sel Monica Cirinnà e Maria Gemma Azuni, ed dalle consigliere di Parità della provincia di Roma e della regione Lazio, Francesca Bagni e Alida Castelli.”

Chi era partecipe delle quote rosa ha le effettive capacità e competenze richieste per far parte della Giunta di Roma? a questo non c’è risposta.. ovviamente, ma di certo c’è la reazione legislativa che punisce a priori..

tutto cio’ mi fa pensare ad una allegoria presente in una ben rinomata gag del buon Lino Banfi:

“E benvenuti a ‘sti frocioni belli grassi e capoccioni. E tu che sei un po’ frì-frì dimme un po’ checciai da dì’..”Non siamo frocioniiii..non ci chiamiamo fri friii, siamo gli ometti zerbino e le nazifemdoministe, e vi facciamo un culo cosiiiii””

TAR del Lazio: Heil VAGINA!

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cesare 5:56 pm - 15th luglio:

Ecco, mi domando che cosa mi offende delle quote rosa e sono giunto a darmi questa risposta: è l’offesa alle donne che io personalmente conosco e che godono della mia stima. Donne che non mi hanno imposto l’uguaglianza della loro diversità col braccio violento e arrogante di una legge incostituzionale, ma che hanno trovato in se stesse la capacità di arricchire la mia vita di una libertà aggiuntiva: la libertà di incontrare un femminile, femminilmente capace, e femminilmente forte, e femminilmente di successo; non la copia mal riuscita e caricaturale del maschile. Donne nella mia esperienza di vita che con il loro valore hanno raggiunto vertici professionali nel settore in cui si sono impegnate. E le quote rosa fanno loro torto per cui mi offendono: un miserabile accattonaggio, una pietosa consapevole resa ad un giudizio di inadeguatezza. Evocano la visione di incompetenti e angoscianti burocrazie kafkiane, maleodoranti opportunismi, arroganze da zero meriti e nessuna capacità: “Le Anime morte” descritte da Gogol nel suo romanzo omonimo.
Adesso che il “commissario politico donna” sarà imposto in adeguate percentuali con misure poliziesche in ogni riunione al maschile, altrimenti “sediziosa”, si apprezzerà e si capirà lo straordinario valore di libertà che uomini e donne da sempre hanno conquistato e scoperto nel riunirsi in comunità divise per genere. Come nella tradizione degli ordini regolari di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutte le ispirazioni religiose.
Pertanto uomini e donne liberi, non avete che da riscoprire la vita tra appartenenti al vostro medesimo genere, per ritrovare il desiderio e la gioia di incontrare la ricchezza di chi ha la fortuna di incarnare il genere opposto al vostro. Le quote rosa sono un’umiliazione dello Spirito e della dignità umana.

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cesare 3:56 pm - 18th luglio:

Le quote rosa sono di due tipi: 1) le quote rosa fai da te, 2) le quote rosa per legge. Le prime tenderanno a diventare le seconde e le seconde le prime. E la politica sempre più un caravanserraglio di somari e somare selezionati sulla base esclusiva del vigore dei loro appetiti, di ogni tipo.

http://parma.repubblica.it/cronaca/2011/07/18/news/corruzione_mogli_e_compagne_tra_assunzioni_viaggi_e_favoritismi-19273667/?ref=HREC1-12

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Marco 7:34 am - 22nd marzo:

Oh, non vi è giorno in cui non tocchi leggere articoli in cui sono celebrate le donne…
http://it.finance.yahoo.com/foto/storie-di-donne-imprenditrici-slideshow/?nc
Non hanno un difetto: veri e propri esseri “superiori”.
Che noia…

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cesare 10:10 am - 22nd marzo:

Il senso assolutamente cinico e strumentale di questa lode delle donne ormai inserita a illimitata ripetizione come uno spot pubblicitario in ogni programma televisivo, l’ha colto con micidiale acutezza in una vignetta (di Altan?) che recita all’incirca così: “Le donne sono più forti, più resistenti, durano più a lungo e… tengono meglio la strada”. Opel: Wir leben women

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Leonardo 2:47 pm - 9th settembre:

Il cervello maschile e quello femminile:

Il finale è bello.

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Tiziano 5:20 pm - 9th settembre:

Leonardo.
l cervello maschile e quello femminile:

*****************************************

http://www.lucidamente.com/1802-quel-maledetto-crucco-di-moebius/
———-
«Ciò che generalmente è ritenuto vero e buono, per le donne è in realtà vero e buono. Esse sono rigide e conservatrici e odiano le novità, eccettuato, s’intende, il caso, in cui il nuovo arrechi loro un vantaggio personale. Si dà così l’apparente contraddizione che le donne, strenue a difendere le vecchie usanze, corrano dietro, tuttavia, ad ogni nuova moda; sono conservatrici, ma accolgono per buona ogni assurdità per poco che questa venga abilmente suggerita».
——————-
«La loro morale è soprattutto morale di sentimento; la morale che deriva dal ragionamento è loro inaccessibile e la riflessione non fa che renderle peggiori. A questa unilateralità s’aggiunge una ristrettezza di visuale. Giustizia, senza riguardo alla persona, è per esse un concetto vuoto di senso. Esse, nel fondo, non hanno il senso del giusto. Ne consegue la violenza degli affetti, la incapacità al dominio di se stessi. La gelosia e la vanità, insoddisfatta o ferita, suscitano tempeste che non concedono campo a nessuna riflessione d’ordine morale. Se la donna non fosse fisicamente debole, essa sarebbe un essere altamente pericoloso».

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Leonardo 2:32 pm - 10th settembre:

Tiziano
http://www.lucidamente.com/1802-quel-maledetto-crucco-di-moebius/
————————————————-
Esiste una mentalità rozza e volgare, fondata su pregiudizi contro le donne: il termine che sintetizza tale atteggiamento precostituito è molto noto ed è misoginia. Assolutamente contraria a questa, ma ugualmente del tutto fondata su prevenzioni nella stessa misura acritiche, vi è altresì un’altra posizione ideologica – probabilmente influenzata dal sentimentalismo ottocentesco di marca romantica e oggigiorno molto di moda, anzi un must che accomuna tutte le posizioni politiche -,
secondo la quale tutto ciò che è inerente al mondo femminile e alle sue rivendicazioni è bello, buono, vero e giusto. Il termine – meno noto del primo – e che definisce o potrebbe definire tale pregiudizio è filoginia.
——————————-
Interessante questo passaggio, dove il recensore usa come termine contrario alla comune misoginia, la FILOGINIA.

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Leonardo 3:27 pm - 10th settembre:

Fottuti filogini, io vi odio!
Suona bene smile

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Rino DV 6:57 pm - 11th luglio:

Prove INVALSI (prove standard nazionali di italiano e matematica, tutte uguali, somministrate da alcuni anni in tutte le scuole superiori d’Italia).
Da queste prove emerge che i licei sono “meglio” dei professionali (sic!) il nord meglio del sud (sic!) e … le femmine meglio dei maschi.
Ma i tre prevedibilissimi risultati hanno ben diversa valutazione.
Si noti qui ad es. la posizione de Cobas e della CGIL.

http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_11/rapporto-invalsi_08090f34-ea0f-11e2-8099-3729074bd3db.shtml

RDV

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Pappagallulus demens rincoglionitus 7:59 pm - 11th luglio:

Per Rino DV e per chi vorra`rispondere:
Non scherzo, ma io a 7 anni “leggevo e scrivevo” e ragionavo come un adulto. Piccolo genio. Maestri e genitori nutrivano enormi speranze, qualcuno parlo`di potenziali da futuro Nobel. E non scherzo. non mi sto vantando; infatti, vi rendo noto che adesso, vicino ai famosi 37, non sono NESSUNO, non capisco UN CAZZO, non conto UN CAZZO, non guadagno UN CAZZO, sono un PERDENTE. Mi spiega qualcuno chi mi ha spezzato nel frattempo? Chi CI ha spezzato? http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_sad.gif
PS. Piccola nota marginale. Vengo da famiglia relativamente de poracci. Significa qualcosa?

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Luigi Corvaglia 9:13 pm - 11th luglio:

Pappagallulus parvulus ho ripescato il penultimo commento dallo spam. Lo lascio insieme all’altro, quello di tuo cugino, Pappagallulus demens rincoglionitus?

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Pappagallulus demens rincoglionitus 11:49 pm - 11th luglio:

Luigi Corvaglia,

No, butta pure quello del mio Alterego semiomonimo, grazie. Il secondo e`piu`conciso, per quanto puo`essere conciso il commento di un imbecille. Purtroppo e`un imbecille racchiuso qui nel mio cranio, fra molti altri… babrfjhndfl! Grazie

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Pappagallulus demens rincoglionitus 11:57 pm - 11th luglio:

Luigi Corvaglia,

Cioe`, scusa, per essere chiaro, ti chiedo di buttare il commento a nome P.Parvulus che inizia: ““…ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni”.”
Io a 7 anni leggevo…”. Parvulus non si offendera`, te lo giuro. Si limitera`a perseguitarmi come le tante voci che si rincorrono nel mio cervello bruciato.http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wacko.gif

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Luigi Corvaglia 12:03 am - 12th luglio:

OK. Fatto.
Pappagallulus demens rincoglionitus, sei un mito.

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Pappagallulus demens rincoglionitus 10:50 am - 12th luglio:

Luigi Corvaglia,

Brrrlghhhh bubbu`! http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_wacko.gif

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Luigi Corvaglia 1:15 am - 23rd gennaio:

Dalla proposta di legge elettorale Renzi-Berlusconi: http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/01/legge-elettorale.pdf?adf349
………..
9. All’articolo 18bis del «decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957», sono apportate le
seguenti modificazioni
a) il primo periodo del comma 1, è sostituito dal seguente: “La presentazione delle liste di candidati
per l’attribuzione dei seggi nei collegi plurinominali deve essere sottoscritta da almeno 1500 e da non
più di 2000 elettori iscritti nelle liste elettorali di comuni ricompresi nei medesimi collegi, o. in caso
di collegi ricompresi in un unico comune, iscritti alle sezioni elettorali di tali collegi.”
b) il comma 3 è sostituito dal seguente:
«3. Ogni lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati, presentati secondo
un ordine numerico. La lista è formata da un numero di candidati pari almeno alla metà del numero
di seggi assegnati al collegio plurinominale e non superiore al numero di seggi assegnati al collegio
plurinominale. A pena di inammissibilità, nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al cinquanta per cento, con arrotondamento all’unità superiore, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali non possono esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere».

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Alessandro 3:28 pm - 23rd gennaio:

Quindi, la popolazione chiede di poter esprimere le proprie preferenze sulla scheda elettorale, la corte costituzionale si esprime nella stessa direzione, e la politica risponde nisba. Poi la lobby femminista chiede il 50% delle candidature di sesso femminile e cosa fa la politica? Subito sull’attenti ed esegue il diktat. Questo è oggi l’Occidente.

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Luigi Corvaglia 9:42 pm - 23rd gennaio:

Alessandro,
….
Se pensassimo di stare in una democrazia in effetti tutto ciò suonerebbe assurdo.
Se pensassimo ….
Io quantomeno ho smesso di pensarlo.

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