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20 ott 2012  |  4 Commenti

Capitale, tecnica, etica, democrazia: che fare?

Pubblichiamo questo carteggio fra Armando, Cesare e Fabrizio Marchi, aperto, ovviamente al contributo di tutti:

Cesare:

“Le cose saranno vive e i vivi saranno cose”
(Philipe K. Dick nel racconto di fantascienza “IL Vulcano 3″)

In Francia sta passando la legge per cui su tutti i documenti non ci sarà più “padre” e “madre” ma “genitore 1″ e “genitore 2″. Fra un pò anche in Italia?
La perdita del concreto per l’astratto magari rappresentato da un codice alfabetico o numerico (o alfanumerico), ha un vantaggio. IL vantaggio è quello ben conosciuto nei lager: più difficile sentirsi in colpa per aver gasato non un padre di tre figli, di 40 anni, sposato con una ragazza, (ecc.) ma il numero, per esempio, 57320 o trentamila sequenze di numeri. Ma anche più difficile è soffrire l’impossibile se si è un numero. Nei supermarket invece, alle merci, è dato tutto un’altro rispetto e “naturalmente” è il contrario: compro Margherita, la lavatrice, o Mastro Lindo, il superdetersivo. Nessuno si sogna di chiamare la lavatrice Margherita coi termini “lavatrice H573″ o Mastro Lindo con “detersivo 1″. Si comincia sempre da lì, dal concreto sostituito con l’astratto. Ma poi, qui e ora, restano concretissimi e ineludibili la carne e il sangue di cui siamo fatti e ci dobbiamo tornare a fare i conti.

Fabrizio Marchi:

Sottoscrivo al 100%, caro Cesare. La tua lucidità nonché capacità analitica e interpretativa (così come quella di Armando), sono patrimonio solo di coloro che hanno una determinata formazione filosofica, se me lo consenti. Pensaci bene…
Le merci, dunque, vengono personalizzate (gli esempi che hai portato sono perfetti), mentre le persone vengono contestualmente spersonalizzate e spogliate della loro identità (psicologica, sessuale ecc.).
La merce diventa (è già diventata) il feticcio, così come il denaro del resto, l’oggetto (merce) per eccellenza, astratto e successivamente reificato e “feticizzato” al contempo, mentre gli esseri umani diventano (e sono già in larga parte diventati) gli strumenti attraverso cui la merce stessa si riproduce, con la inevitabile conseguenza che gli esseri umani stessi diventano di fatto merci. Uomini e merci diventano quindi concettualmente indistinguibili.
Il mega centro commerciale, per fare un esempio molto pratico, è la materializzazione simbolica, ma anche vivente e oggettivata di questo processo; più di una fabbrica, di un ufficio, di un luogo di lavoro dove, in qualche modo, nonostante i rapporti e le condizioni di produzione alienati e alienanti, gli uomini riescono comunque a non perdere completamente la loro identità, comunque minacciata e fortemente indebolita.
Mi pare di poter dire che il rapporto con la merce, concettualmente e non solo praticamente intesa, è più estraniante che non quello con lo strumento di lavoro, sia esso il computer , il compasso, il trapano o il martello pneumatico
Forse mai come oggi prima d’ora, questo processo è di fronte ai nostri occhi.
E in tutto ciò c’è chi si balocca con la differenza e l’oppressione di genere, le quote rosa per il paradiso, le primarie, i rottamatori e i rottamati (non so chi sia peggio…).

Armando:

Fabrizio: “Mi pare di poter dire che il rapporto con la merce, concettualmente e non solo praticamente intesa, è più estraniante che non quello con lo strumento di lavoro, sia esso il computer , il compasso, il trapano o il martello pneumatico
Assolutamente si, e per dirla con Guy Debord, quello con la merce “spettacolo” ancora di più, perchè virtualizza e rende definitivamente astratta la vita.
Il problema, per tutti, è come e da che parte uscirne, ossia come riconquistare quella “carne e sangue” di cui parla Cesare, che è poi semplicemente la vita, in un mondo nel quale la tecnologia sembra in grado di riprodurre a suo modo ogni processo vitale, distorcendolo e facendone un simulacro artificiale (il matrix) sempre più indistinguibile dall’originale. Il problema è enorme, implica ad esempio anche il concetto di libertà. Sembrerebbe infatti che la tecnologia consentisse all’uomo moderno alcune libertà che l’uomo antico, ancorato strettamente alla natura, non aveva. Ma se la tecnologia è quella che produce quel distacco dal naturale e quella reificazione e mercificazione della vita, quelle libertà sono davvero libertà? La risposta più apparentemente semplice sembrerebbe quella classica, per cui il problema si risolve se è l’uomo a mettere la tecnica al suo servizio e non viceversa. Ma non è così semplice perchè come in Matrix la tecnica tende ad autonomizzarsi e costituirsi in sistema in grado di progredire per logiche interne, anch’esse tecniche, che prescindono dai rapporti sociali di produzione, e che anzi li sussumono. Si pone allora il problema non di come usare la tecnica ma di come limitarla, nel caso anche drasticamente. E questo è un discorso assolutamente politico che sottende però una concezione antropologica e filosofica la consapevolezza della quale è totalmente assente in tutti, ma proprio tutti, i movimenti politici che contuinuano a baloccarsi con le cose che dici tu. Sono ciechi. E mi perdonerete se sostengo che, nonostante tutto, l’unica istituzione che questi problemi e interrogativi drammatici se li pone è la Chiesa, magari tentando risposte anche non interamente condivisibili. Anzi, diciamo meglio, non la chiesa ma le religioni trascendenti, tutte. Perché sono consapevoli, in quanto rimandano a un Dio creatore, il limite dell’uomo.

Fabrizio Marchi:

E mi perdonerete se sostengo che, nonostante tutto, l’unica istituzione che questi problemi e interrogativi drammatici se li pone è la Chiesa, magari tentando risposte anche non interamente condivisibili. Anzi, diciamo meglio, non la chiesa ma le religioni trascendenti, tutte. Perchè sono consapevoli, in quanto rimandano a un Dio creatore, il limite dell’uomo”. (Armando)

Ecco, hai fatto molto bene, Armando, a distinguere tra la Chiesa e le religioni. Questo ci consente, nel caso specifico, di mettere da parte l’analisi (inevitabile) su quello che è stato (ed è ormai solo in parte, perché il Capitalismo vincente in questa fase non ha più necessità della mediazione religiosa che potrebbe addirittura nuocergli) il ruolo politico e storico della Chiesa nel corso dei secoli, soprattutto nel determinare e nel perpetrare rapporti di dominio sociale e nell’assolvere al suo principale compito(all’interno di questo paradigma) , quello cioè di produrre falsa coscienza.

In tal senso (mi scuso sempre per i terribili “bignamini” a cui purtroppo il dibattito mi costringe, a viva voce potrei forse fare di meglio…), ma solo in tal senso, voglio ribadirlo,  le religioni organizzate hanno, come ho detto già altre volte, senz’altro rappresentato una forma di alienazione, quella che qualcuno definiva come “oppio dei popoli”.

Ora, come abbiamo detto, questa storica funzione è andata sensibilmente scemando per la semplice ragione che l’attuale forma di dominio capitalistico non solo non ha più necessità dell’elemento religioso e ancor meno di quello trascendente (proprio per le ragioni che spiegava Armando), ma addirittura comincia a pensare concretamente   (anche se non viene detto esplicitamente) all’ipotesi di liberarsi di un fardello così pesante che in qualche modo potrebbe costituire un ostacolo concreto al suo pieno dispiegamento (e al pieno dispiegarsi della “tecnica”, ormai del tutto sovrapposta al mercato e al capitale e alla loro ideologia) .

E questo per ovvie ragioni; la sfera religiosa (e quindi anche etica), per definizione, non può essere succedanea a nessun altra. Crollato il comunismo (o comunque quel sistema politico che all’ideologia comunista faceva in qualche modo riferimento) le ragioni della storica alleanza fra capitalismo e Chiesa cattolica e le religioni nel loro complesso, cominciano a venir meno (non parliamo poi dell’Islam, oggi individuato come il nemico pubblico numero uno).

Soltanto alcune religioni, vedi ad esempio alcune correnti del buddhismo (contro il quale, sia chiaro, non ho nulla, anzi), che è qualcosa a metà fra una filosofia e una religione, godono oggi di una relativa buona salute e vengono viste con simpatia in occidente, perché non vengono interpretate come antitetiche e/o pericolose per il sistema capitalistico stesso (per lo meno per ora).

Tornando al tema posto da Armando, che condivido e che preoccupa anche me per i possibili e purtroppo molto concreti risvolti che comporta il connubio fra tecnica e capitale, lasciati galoppare senza alcun freno di ordine etico-filosofico (quindi di fatto sottratti al controllo umano), la questione che si pone è (se vogliamo, anche antica) come riportare la tecnica sotto il controllo umano, e quindi democratico (e conseguentemente  come riportare l’Uomo al centro delle cose del mondo) senza necessariamente dover demandare questo compito fondamentale ad una istanza di tipo trascendentale, metafisica o religiosa, anche per non cadere per l’ennesima volta nell’errore, e cioè in quella estraniazione/alienazione di cui parlavamo sopra e che ha caratterizzato (e dominato) secoli, se non millenni di storia umana.

Questo è il punto vero della questione. E chi parla, come sapete, non ha un sentimento antireligioso ideologico fine a se stesso, perché non considera l’afflato religioso e spirituale (indipendentemente dal ruolo che, come abbiamo spiegato, hanno svolto le confessioni organizzate nella Storia) come una forma di alienazione bensì come una componente dell’umano. Ed è per questo che la domanda metafisica (e religiosa) non può essere soppressa per decreto o a colpi di ideologia. In questa fase storica l’offensiva antireligiosa viene più dal laicismo (da non confondere con la laicità), dallo scientismo e dal neopositivismo, come dicevamo, sovrapposti e declinati secondo i dettami dell’ordine sociale dominante, piuttosto che da quel che rimane del marxismo (anzi, come sappiamo, e abbiamo anche pubblicato un articolo in tal senso, i maggiori pensatori marxisti italiani, Tronti, Barcellona, Preve, Vacca, pur nella estrema diversità delle loro attuali evoluzioni filosofiche e delle rispettive collocazioni o non collocazioni politiche, sono su altre posizioni rispetto a questa questione).

Quindi l’interrogativo che si ripropone sistematicamente e puntualmente è: che fare?

La mia risposta, o per meglio dire, opinione (nessuno può avere oggi risposte certe in tasca, nel merito) è che sia necessario ripartire appunto dall’uomo, cioè dall’ente naturale, partendo da quelli che sono i suoi bisogni (intesi in senso lato, non solo quelli strettamente materiali, pur necessari) e le sue più sane aspirazioni e ambizioni, che possono avere una possibilità di realizzazione solo in un contesto realmente democratico, nel senso più ampio, pieno e profondo del termine, dove la libertà, la solidarietà, la civile convivenza, la giustizia sociale, l’equità e l’eguaglianza (pur nella loro difficile e complessa relazione) sono il Prius rispetto al mercato, alle leggi economiche e alla ragione strumentale, e naturalmente anche alla tecnica, che nessuno osteggia (per lo meno non io) in quanto tale, ma che non può godere, a mio parere, in quanto attività umana (fondamentale, come la scienza), di una giurisdizione  particolare. Non può cioè essere sottratta alla discussione e al dibattito democratico, e quindi al controllo pubblico (cioè democratico).

E qui si aprirebbe (e si apre), ma non lo faccio ora (eventualmetne nel prosieguo della discussione), un lunghissimo discorso sul tema della democrazia. Cosa è oggi la democrazia? Cosa è diventata o a cosa è stata ridotta?  Quali scenari si stanno aprendo e in parte si sono già aperti?

Da continuare…

 


4 Commenti

armando 10:31 pm - 23rd ottobre:

Mi scuso per la lunghezza, ma il tema mi appassiona. Gli argomenti sono enormi e mi sento abbastanza inadeguato a sviscerarli compiutamente, però qualcosa su tre dei punti toccati da Fabrizio si può dire.
Partirei da questa frase: “dove la libertà, la solidarietà, la civile convivenza, la giustizia sociale, l’equità e l’eguaglianza (pur nella loro difficile e complessa relazione) sono il Prius rispetto al mercato, alle leggi economiche e alla ragione strumentale, e naturalmente anche alla tecnica”, per accostarvene un’altra, questa:
“Quella che Joseph Schumpeter ha chiamato la « distruzione creativa » del capitalismo può essere spesso nemica delle usanze e delle forme di convivenza di un popolo. Se così fosse, il conservatore sceglierebbe di salvaguardare il modo di vivere tipico di quel popolo piuttosto che di ricercare sfrenatamente l’efficienza e il profitto. Difendere la libertà economica in nome dell’ideologia non è conservatore poichè postula che vi sia un unico movente dell’attività umana, ovvero il desiderio di guadagno materiale. Tale riduzionismo nega la libera volontà e il bisogno dei singoli di unirsi ai loro omologhi nel comune servizio in vista del bene di tutti. Così, coloro che fanno parte di quelle coalizioni politiche spesso denominate « movimento conservatore » – siano essi liberali o neo conservatori- , che vedono nel capitalismo una fonte di bene per l’uomo e la ragione del progresso nella prospettiva di una società e di individui sempre migliori, non sono, nel senso filosofico che sto quì sostenendo, dei conservatori » E’ di Bruce Fronen, autore conservatore che pur nell’ambito di una concezione che riconosce la proprietà privata e il mercato, non considera questi istituti come dei totem intoccabili, bensì sottoposti a una valutazione di merito che abbia come parametro la conservazione, appunto, di quegli usi, quelle consuetudini, di quel particolare modo di vivere che caratterizza un popolo e che ne costituisce la trama comunitaria. Non è mio intento fare equazioni improprie, e ho citato quella frase non per sostenere che esistono prospettive comuni fra due visioni critiche del capitalismo, ma per mostrare che non esiste un monopolio della critica ad una società , la nostra, che rompe ogni schema comunitario. So bene che il concetto di comunitarismo si presta a più declinazioni, alcune delle quali pericolose perchè non lasciano spazio alla libertà di pensiero dell’individuo, tuttavia ritengo significativo che esista una critica comune molto forte sia alle filosofie utilitaristiche a fondamento del capitalismo, sia alla concezione borghese dell’uomo come individuo che esiste a prescindere dalla trama di relazioni in cui è nato e cresciuto e in cui vive (la comunità d’appartenenza). E’ per l’appunto questa concezione che isola l’individuo e, facendogli credere di essere libero, in realtà lo indebolisce e lo rende facilmente manipolabile. E’ quello che Baumann definisce il soggetto « senza forma » della società « liquida », ovvero priva della struttura che gli viene dal passato, dalla rete di relazioni familiari e sociali, dagli usi e dai costumi ereditati dai propri avi. Ciò non significa che quegli usi e quei costumi siano per forza l’optimun e percò immodificabili, ma «solo » che senza un passato dal quale attingere e che non può essere considerato in toto sbagliato e da buttare, non esiste nemmeno direzione verso il futuro. Il gruppo si trasforma così, citando sempre Baumann, nello « sciame », raggruppamento mobile composto da soggetti di volta in volta diversi, privo di una gerarchia e un ordine interni, e che si muove quasi casualmente e alla cieca, mutando repentinamente direzione secondo le mode e gli indirizzi contingenti. Perfetto, aggiungo, per aderire alle esigenze del capitale che del rivoluzionamento continuo, materiale e psicologico, ha necessità per continuare all’infinito il processo di « riproduzione allargata », che altrimenti si incepperebbe.
Ora, se è così e se l’uomo è, aristotelicamente, un essere sociale e politico e non l’individuo borghese astratto che agisce solo in funzione della sua convenienza e così facendo fa il bene della comunità (la mano invisibile di Adam Smith), si pone il problema del rapporto fra l’individuo, la sua libertà e la società. E se da una parte è impensabile, anche volendolo, un ritorno al passato tal quale , dall’altra è altrettanto impossibile, a mio parere, pensare che il futuro sia edificabile senza tenere in alcun conto la storia dell’umanità quasi fosse una presitoria di cui liberarsi integralmente.
O meglio, non che sia impossibile, ma è esattamente quello che vuole il capitale. Ed è quello che i fautori del « progresso » , della libertà integrale dell’individuo e della modernità versus l’oscurantismo, gli forniscono su un piatto d’argento. In questo senso, Marx ha pur ben demistificato i meccanismi di funzionamento concreti e ideologici del capitalismo, ma il marxismo, a causa del materialismo storico, è stato, diciamo così, usato dal capitale per destrutturare ogni vincolo comunitario senza che, in nessuna parte del mondo, si sia riusciti a sostituirli con altri.
Quanto ho detto non è slegato dal discorso sulle religioni. Ho fatto quella precisazione che Fabrizio ha sottolineato, perchè tutte le religioni si pongono un problema che è l’essenza stessa dell’essere umano ( a meno di considerarlo un animale come un altro), ossia la ricerca di senso. Senso alla vita e alla morte. Si può, ovviamente, essere in disaccordo sulle risposte ma non sull’importanza di porsi la domanda. « Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza », scrisse il mio conterraneo Dante. Pier Paolo Pasolini, marxista e comunista insospettabile, scrisse che il marxismo forniva risposte sui fatti concreti di questo mondo, ma niente poteva dire all’uomo sulle domande di senso dell’esistenza, per le quali era d’uopo rivolgersi alle religioni, e in specie al cristianesimo. Perchè proprio al critianesimo ? A mio parere perchè, con specifico riferimento alla frase iniziale di Fabrizio sulla esigenza di libertà, uguaglianza, equità etc, il Cristianesimo occupa un posto speciale. Per la prima volta in assoluto un uomo, o un Dio fattosi uomo, Gesù Cristo, proclamò che ogni essere umano gode di identica dignità e che ogni vita umana vale l’altra e tutte sono intangibili. Le religioni pagane ammettevano la schiavitù, l’Induismo è una religione castale. Cristo, lo si dica Dio o uomo, ha significato la più grande rottura culturale che mai sia stata compiuta, ed ogni concezione di uguaglianza fra gli uomini e di libertà nasce da lì. In questo senso, ed a prescindere dalla Chiesa come istituzione che è altro discorso quì non affrontabile, è stato l’opposto dell’oppio dei popoli, è stata la base imprescindibile di ogni discorso che su quei temi stiamo facendo. Anche il marxismo, non a caso definito « religione terrena » o « eresia atea del cristianesimo » per la sua forte componente escatologica, gli è tributario. Quindi il concetto di « alienazione da religione » mi trova in disaccordo.
Infine qualche parola sul concetto di democrazia. Credo che, per prima cosa, la si debba definire in negativo allo scopo di decostruirne la concezione prevalente. La democrazia non può essere, cioè, solo una procedura, un insieme preciso di regole per la formazione del consenso e per l’emanazione delle leggi, seguito scrupolosamente il quale essa sarebbe compiuta. Nè credo che la sostanza della democrazia possa essere ridotta al puro gioco di maggioranze e minoranze comunque formatesi. Cerco di spiegarmi con un esempio, di fantasia ma poi neanche tanto visto che Hitler salì al potere non con un putsch, che attuò dopo, bensì con libere elezioni nella quali il partito nazionalsocialista ottenne la maggioranza. Dunque, se seguendo tutte le procedure democratiche, si formasse in un qualsiasi paese una maggioranza parlamentare che decidesse che un qualsiasi gruppo sociale, etnico, razziale, sessuale, sia da considerare « inferiore » o così perfido e portatore del male tanto da dover essere discriminato o addirittura eliminato fisicamente, e se quel parlamento votasse una legge in tal senso, quella legge sarebbe ineccepibile dal punto di vista della procedura, ma nondimeno sarebbe un orrore, democratico ma pur sempre orrore. Sarebbe allora accettabile ? No, e poi ancora no. Il mio è un esempio « al limite » per far capire il senso di ciò che intendo affermare, che è questo : che sia un singolo individuo (il Sovrano), o un gruppo ristretto, o il 99,9% del popolo a ritenersi slegato, ab-soluto, da ogni vincolo, la sostanza del problema è identica, perchè l’orrore perpetrato da un singolo non è peggiore dell’orrore perpetrato dalla maggioranza di un popolo anche se democraticamente legittimata . Il problema è quindi di contenuti, e non solo e non tanto di contenitori, di forme. Quando il « diritto positivo » crede di trovare solo in se stesso e nelle procedure di formazione del consenso la fonte unica della propria legittimità, quando cioè si pensa che la legge, purchè democraticamente formatasi, possa rendere legittima ogni decisione, la strada è già aperta verso l’abuso, qualsiasi sia il grado di partecipazione popolare a quelle decisioni.
Nell’Occidente democratico esistono ad esempio parlamenti regolarmente eletti che decidono per legge che sia legittimo e normale che ad un bambino sia negato di conoscere le proprie origini, cioè in pratica chi sia il padre, oppure che gli si possa negare per legge il diritto di essere cresciuto da entrambi i genitori, oppure ancora che sia lecito sopprimere un handiccappato grave quando si giudichi quella vita « non degna di essere vissuta » sulla base di parametri sempre decisi per legge, e taccio sul diritto di vivere del non ancora nato, che pure è primario e base di ogni altro diritto, perchè so che questo scatenerebbe polemiche.
E dunque ? Dunque la conclusione è inevitabile. Se non si vuol cadere nel relativismo più assoluto, facendo ancora una volta il giuoco del capitale che dell’etica, della morale e in generale dei “principi” che non siano quello del profitto, se ne frega per sua stessa natura, occorre che qualsiasi struttura sociale e politica sia fondata su riferimenti di verità esterni a se stessa, intangibili e intoccabili da qualsiasi legge comunque formatasi. Quei riferimenti possono essere la « verità rivelata » o il « diritto naturale », ma non possono non esserci, e di questi occorre parlare. Come hanno fatto Barcellona, Tronti, Vacca e Sorbi in quella lettera di cui si è scritto anche su questo sito.
armando

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Fabrizio Marchi 3:34 pm - 24th ottobre:

Per chi fosse interessato è uscito questo libro:

L’emergenza antropologica

Circa un anno fa, Paolo Sorbi, Giuseppe Vacca, Pietro Barcellona e Mario Tronti hanno promosso una lettera aperta che ha stimolato una lungo dibattito su una nuova alleanza possibile tra credenti e non credenti sui temi dell’antropologia umana.
Quella lettera, pubblicata su l’Unità e su l’Avvenire, ha ricevuto critiche ed elogi che sono stati ora raccolti in un volume, pubblicato dalla casa editrice Guerini, uscito in libreria da qualche settimana.
http://www.guerini.it/index.php/home-page/emergenza-antropologica-978-88-6250-352-5.html

Di seguito, la lettera dei quattro intellettuali:
“L’EMERGENZA ANTROPOLOGICA: PER UNA NUOVA ALLEANZA
di Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti, Giuseppe Vacca
La manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte ad una inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia. Germina sfide che esigono una nuova alleanza fra uomini e donne, credenti e non credenti, religioni e politica. Pertanto riteniamo degne di attenzione e meritevoli di speranza le novità che nel nostro Paese si annunciano in campo religioso e civile.
A noi pare che negli ultimi anni – un periodo storico cominciato con la crisi finanziaria del 2007 e in Italia con il crepuscolo della “seconda Repubblica” – mentre la Chiesa italiana si impegnava sempre più a rimodulare la sua funzione nazionale, un interlocutore come il Partito democratico sia venuto definendo la sua fisionomia originale di “partito di credenti e non credenti”. Sono novità significative che ampliano il campo delle forze che, cooperando responsabilmente, possono concorrere a prospettare soluzioni efficaci della crisi attuale.
Il terreno comune è la definizione della nuova laicità, che nelle parole del segretario del Pd muove dal riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose e nel magistero della Chiesa da una visione positiva della modernità, fondata sull’alleanza di fede e ragione. Nel suo libro-intervista “Per una buona ragione”, Pier Luigi Bersani afferma che il “confronto con la dottrina sociale della Chiesa” è un tratto distintivo della ispirazione riformistica del Pd e che la presenza in Italia ”della massima autorità spirituale cattolica” può favorire il superamento del bipolarismo etico che in passaggi cruciali della vita del Paese ha condizionato negativamente la politica democratica. Ribadendo, infine, la “responsabilità autonoma della politica”, Bersani esprime una opzione decisa per una sua visione “che non volendo rinunciare a profonde e impegnative convinzioni etiche e religiose, affida alla responsabilità dei laici la mediazione della scelta concreta delle decisioni politiche”.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica vi sono due punti della relazione del cardinale Bagnasco alla riunione del Consiglio permanente dei vescovi del 26-29 settembre 2011 che meritano particolare attenzione.
Il primo riguarda la critica della “cultura radicale”: essa è rivolta a quelle posizioni che, “muovendo da una concezione individualistica”, rinchiudono “la persona nell’isolamento triste della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da ogni relazione sociale”.
Il secondo è la proposta di nuove modalità dell’impegno comune dei cattolici per contrastare quella che in una precedente occasione aveva definito “la catastrofe antropologica”: “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”. E non è meno significativa la sua giustificazione storica: “A dar coscienza ai cattolici oggi non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori dell’umanizzazione [che] sempre di più richiamano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente”. In altre parole, la “possibilità” di questo nuovo soggetto origina dall’impegno sociale e culturale del laicato, nel quale i cattolici sono “più uniti di quanto taluno vorrebbe credere” grazie alla bussola che li guida: la costruzione di un umanesimo condiviso.
La definizione della nuova laicità e l’assunzione di una responsabilità più avvertita della Chiesa per le sorti dell’Italia esigono uno sviluppo dell’iniziativa politica e culturale volta non solo a interloquire con il mondo cattolico, ma anche a cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa, nell’interesse del Paese. A tal fine appare dirimente il confronto su due temi fondamentali del magistero di Benedetto XVI che nell’interpretazione prevalente hanno generato confusioni e distorsioni tuttora presenti nel discorso pubblico: il rifiuto del “relativismo etico” e il concetto di “valori non negoziabili”.
Per chi dedichi la dovuta attenzione al pensiero di Benedetto XVI non dovrebbero sorgere equivoci in proposito. La condanna del “relativismo etico” non travolge il pluralismo culturale, ma riguarda solo le visioni nichilistiche della modernità che, seppur praticate da minoranze intellettuali significative, non si ritrovano a fondamento dell’agire democratico in nessun tipo di comunità: locale, nazionale e sovranazionale. Il “relativismo etico” permea, invece, profondamente, i processi di secolarizzazione, nella misura in cui siano dominati dalla mercificazione. Ma non è chi non veda come la lotta contro questa deriva della modernità costituisca l’assillo fondamentale della politica democratica, comunque se ne declinino i principii, da credenti o da non credenti.
D’altro canto, non dovrebbero esserci equivoci neppure sul concetto di “valori non negoziabili” se lo si considera nella sua precisa formulazione. Un concetto che non discrimina credenti e non credenti, e richiama alla responsabilità della coerenza fra i comportamenti e i principii ideali che li ispirano. Un concetto che attiene, appunto, alla sfera dei valori, cioè dei criteri che debbono ispirare l’agire personale e collettivo, ma non nega l’autonomia della mediazione politica. Non si può quindi far risalire a quel concetto la responsabilità di decisioni in cui, per fallimenti della mediazione laica, o per non nobili ragioni di opportunismo, vengano offese la libertà e la dignità della persona umana fin dal suo concepimento.
Ad ogni modo, se nell’approccio alle sfide inedite della biopolitica ci sono stati e si verificano equivoci e cadute di tal genere non solo in scelte opportunistiche del centrodestra, ma anche nel determinismo scientistico del centrosinistra, la riaffermazione del valore della mediazione laica che sembra ispirare “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica” rischiara il terreno del confronto fra credenti e non credenti. Quindi dipenderà dall’iniziativa culturale e politica delle forze in campo se quella “possibilità” acquisterà un segno progressivo o meno nella vicenda italiana.
A tal fine noi riteniamo che il Pd debba promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico.
Tanto sull’uno, quanto sull’altro, la storia dell’Italia unita dimostra che la funzione nazionale assolta o mancata dal cattolicesimo politico è stata determinante e lo sarà anche in futuro.

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armando 6:19 pm - 24th ottobre:

Sai che ho molto apprezzato quella lettera. Ma come era prevedibile con facilità, fino ad ora nessun passo è stato fatto dal PD in quella direzione. Mi pare anzi il contrario, si veda la discussione sui matrimoni gay. La ragione sta in una voluta ambiguità del PD. Culturalmente la grande maggioranza del suo gruppo dirigente ha abbracciato proprio il relativismo etico e le concezioni antropologiche “radicali” che la lettera condanna. Solo che non può dirlo espressamente, vuoi per la presenza di cattolici nel gruppo dirigente e nell’elettorato, vuoi per la cultura togliattiana degli ex PCI, la quale privilegia, in certo senso giustamente, il realismo politico alle affermazioni di principio che rischiano di produrre effetti negativi al partito stesso. Perciò è mia opinione che andrebbero “stanate” le vere ed autentiche convinzioni di Bersani e d’intorni. Cosa che ovviamente tutti, dai giornalisti ai politici, si guardano bene da fare. Esiste in tutto questo un grande (per me, ovviamente) rischio. Che pian piano, un passo dietro l’altro, venga intaccato irrimediabilmente quel patrimonio antropologico di cui parlano Barcellona e gli altri. Compromesso dopo compromesso,alla fine proprio quel relativismo etico che il PD sostiene di rifiutare sarà diventato un fatto compiuto e sarà la base ormai consolidata da cui spingersi ancora in avanti. Non è una previsione cervellotica, è una strategia precisa, applicata ad esempio dagli organismi internazionali per far digerire la teoria del Gender, ossia che la differenza fra maschi e femmine è solo un costrutto culturale di cui gli uomini si sono avvalsi per opprimere le donne, e non un dato naturale. Questa è l’altissima posta in gioco. Credo sia assolutamente necessario rendersi conto che il relativismo etico, le teorie Gender e il femminismo, sono pienamente dentro al Capitale, e che coloro che le fanno proprie, in qualunque modo, stanno lavorando per il Re di Prussia, anche se sono ciechi e sordi.
armando

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Fabrizio Marchi 8:28 am - 17th maggio:

Questo di seguito è un mio commento in risposta ad un post su facebook di un amico (“scientista”)del MFPG.
Ho pensato di pubblicarlo anche qui.
Non ho nessuna intenzione di criticare la “corazzata Potemkin”, grande film ispirato ad altrettanto grandi eventi rivoluzionari realmente accaduti (ci fossero oggi, uomini con il coraggio di quelli…e invece si cagano addosso anche solo ad aprire bocca…). Caro Ettore, te l’ho detto una volta e te lo ribadisco, nella tua furia antiideologica (che oggi va molto di moda, dobbiamo dirlo…) diventi più ideologico di tutti…
Non sei il solo, sia chiaro. Oggi sono molto di moda lo “scientismo” e la “tecnica”, diciamo pure che vengono celebrate, mentre tutto il resto viene buttato nel secchio della spazzatura (cultura, filosofia, religioni, cioè il pensiero umano) o comunque “materiale” di seconda mano perché non veritativo…
Naturalmente non è un caso, perché l’obiettivo (del sistema capitalistico dominante) è quello di far passare la scienza e la tecnica come gli unici strumenti di approccio veritativo alla realtà, come procedure “asettiche” (diciamo così, anche se è improprio), “fredde”, per loro stessa natura svincolate quindi da tutto il resto, dalla politica, dalla filosofia, dalla cultura, dal dibattito pubblico, insomma dalla “chiacchiera”, perché così viene declinato tutto ciò che non fuoriesce da un laboratorio scientifico. Per questa stessa ragione la scienza e la tecnica diventano le uniche depositarie della verità assoluta, al riparo appunto dalla “chiacchiera”, perché solo la scienza ci direbbe cose certe. In questo modo scienza e tecnica assurgono a ideologie, anzi, addirittura a nuove religioni, anche se secolarizzate, in quanto uniche depositarie della verità (assoluta).
Come dicevo, tutto ciò non è casuale. Si tratta di una sorta di abdicazione (fondamentalmente nichilistica) dell’umano. Come a dire, gli uomini non sono in grado di fare alcunché, solo la scienza (eretta di fatto a ente sovra-umano, ad una sorta di tribunale ultimo della Verità) può darci dati certi (appunto la Verità), buttiamo nel secchio tutto il resto (o comunque releghiamolo appunto nell’ambito della chiacchiera…) e affidiamoci in toto alla scienza e alla tecnica. “D’altronde, ci spiegano – questo il messaggio – guardate le vostre filosofie e le vostre ideologie che fine hanno fatto, dove ci hanno portato. Avete avuto la malsana idea o la presunzione di voler cambiare il mondo, di trasformarlo? Ecco come sono finiti i vostri tentativi, non c’è possibilità di trasformazione, tutte cazzate, la sola cosa che possiamo fare è affidarci alla scienza e alla tecnica…”.
Sono molto furbi i padroni del vapore e infatti in tanti ci cascano (molti gonzi ma anche uomini e donne intelligenti ma ideologicamente offuscati). Questo modo di vedere le cose si fonda sull’idea di “intrasformabilità” della realtà da parte degli uomini e delle donne, cioè su una concezione ultrapessimistica, che ovviamente si sposa con il nichilismo e il relativismo assoluto (oggi tanto di moda anche quest’ultimo) della realtà stessa. Naturalmente i sostenitori di questa tesi sono gli stessi che sostengono che il capitalismo apparterrebbe alla sfera ontologica, che il capitalismo e il Mercato non sono soltanto una forma dell’agire umano che si è storicamente e socialmente determinata ma parte stessa dell’umano. Potremmo dire, parafrasando Spinoza (che certo era solo un filosofo, me ne rendo conto…) “capitalismo sive natura”.
Et voilà, il gioco è fatto. La realtà diventa intrasformabile, e quindi anche non interpretabile (è la necessaria e logica conseguenza) dagli uomini, e tutt’al più la sola cosa che si può fare è affidarsi, diciamo pure abbandonarsi completamente alla scienza e alla tecnica che essendo “apolitiche” (stronzata di proporzioni galattiche…) o comunque sottratte al dibattito e alla decisione politica, possono darci verità certe e inconfutabili (“lo dice la scienza”…)
Torna inevitabilmente anche qui il famoso ritornello della “fine della storia”, concetto sempre molto caro (ma guarda un po’…) ai vincitori, cioè ai gruppi sociali dominanti di ogni epoca.
Naturalmente la scienza non è affatto asettica. Non lo è stata nel passato e tanto meno lo è oggi. Ma qui mi fermo perché altrimenti non la finisco più.
Chiudo ricordando che moltissimi filosofi (forse la maggior parte) erano anche scienziati (non è un caso e non è una contraddizione, anche se oggi vorrebbero farla apparire tale…) e che tutt’oggi molti scienziati (non tutti, fortunatamente, hanno portato il cervello all’ammasso o peggio, al monte dei pegni…) per primi rifiutano recisamente di considerare la scienza e la tecnica come le Verità Ultime, come la Nuova Escatologia Messianica Secolarizzata.
Propongo di seguire il loro esempio e, laicamente (non “laicisticamente”…) continuare ad utilizzare quella irriducibile componente dell’umano che è il pensiero.
Tutto il resto è ideologia. E delle più subdole, perché camuffata da anti ideologia.

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