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18 feb 2010  |  3 Commenti

Capitalismo liberista e di stato

Le inevitabili implicazioni politiche, e soprattutto filosofico-politiche, della Questione Maschile (QM) rendono necessarie alcune analisi. Abbiamo deciso quindi di dedicare questo spazio a questo genere di riflessioni, anche quando sembrano apparentemente non avere a che fare con la QM stessa.   Stimolato da un commento di Rino Della Vecchia, ho pensato di scrivere questo articolo che di seguito riporto. 

Sembra proprio che il crollo del comunismo abbia messo in difficoltà un po’ tutti, non solo i suoi orfani ma anche i suoi storici oppositori che si trovano oggi, paradossalmente più di ieri, nella necessità di offrire delle risposte agli esseri umani in un mondo che mantiene intatte e forse ancor più profonde, le sue contraddizioni. Prima c’era un’utopia che in molti ritenevano in qualche modo praticabile, anche se la sua applicazione concreta (ammesso che sia stato questo il cosiddetto socialismo reale, e io ho diversi dubbi in proposito…) è stata quella che è stata.  Avevano dunque buon gioco, tutto sommato, gli ideologi delle borghesie e delle classi dominanti di tutto il mondo , finchè era in piedi quel sistema in qualche modo riconducibile o ricondotto a quella stessa utopia.

Non si trovavano infatti nella condizione di dover offrire delle risposte o delle soluzioni. Anzi, questa era l’incombenza degli altri, dei critici del capitalismo, di coloro che sostengono che “un altro mondo è possibile” e che in una qualche maniera devono dimostrare anche la possibilità di una sua concreta realizzazione .   Era sufficiente contrastare quel sistema e tessere le lodi del proprio e il gioco era fatto. Paradossalmente (la storia è piena di paradossi) era proprio l’esistenza del blocco sovietico e/o capitalista di stato (ma ideologicamente identificato come comunismo) che, da un punto di vista ideologico, rafforzava il capitalismo liberista, quello tradizionale, diciamo così.

Oggi,  quegli stessi ideologi del capitalismo liberista, ora dominante a livello planetario, sono un po’ nei pasticci, perché non avendo più un modello “alternativo”, scassato e sbilenco, con cui paragonarsi e competere per poi  decantare le sorti magnifiche e progressive del proprio, si trovano a fare i conti con la realtà oggettiva che rischia di apparire, ad un numero sempre più crescente di persone, sempre meno progressiva e soprattutto sempre meno magnifica.

 Da qui le difficoltà in cui si dibattono, in modo anche abbastanza evidente. D’altronde la “pars denstruens” è sempre la più facile, è la “pars construens” che è sempre più problematica;  per tutti, non solo per gli utopisti o per quelli che credono che “un altro mondo è possibile”. E quindi per la prima volta, dopo secoli, si trovano nella condizione di dover dare delle risposte e di dover giustificare, anche da un punto di vista ideologico, le contraddizioni strutturali, checché se ne dica, del loro sistema. Prima del comunismo, questo problema non l’avevano. Ora lo hanno. Non possono eluderlo.  Per lo meno in questo , il comunismo a qualcosa è servito.  Nulla può essere cancellato nella storia, anche se i vincitori ci provano sempre.  L’idea della possibilità della trasformazione della realtà non potrà mai più essere rimossa del tutto. Per  la semplice ragione che è stata concepita e rimane nella memoria storica.

Staremo a vedere come se la caveranno. Non è affar nostro e non saremo certo noi a dargli una mano…

Ritorno ad alcuni dei temi sollevati nella discussione dei giorni scorsi senza naturalmente la pretesa di dare delle risposte ma solo di offrire degli spunti di riflessione, ricordando sempre a tutti che in questo luogo affrontiamo, in poche righe,  argomenti di una enormità spaventosa e quindi è inevitabile che si semplifichi fino all’inverosimile.

Ribadisco che il concepire un “altro mondo possibile”, per quanto mi riguarda, non è il risultato di un’astrazione filosofica che possa condurci alla elaborazione di chissà quale modello o ideale da applicare o, meglio faremmo a dire, da imporre nella realtà quotidiana (una sorta di Repubblica platonica o di Città del Sole o di Utopia alla Campanella e alla Moro) .  Il paradosso (uno dei tanti della storia) è che proprio la filosofia della prassi per eccellenza, il marxismo, è stata rovesciata come un guanto e trasformata nel suo esatto contrario, cioè in una sorta di ideologia messianica ed escatologica, quasi come una religione (direi senza il quasi). Altri invece, deformandone completamente la natura e l’approccio interpretativo, lo hanno concepito in modo meccanicistico e deterministico, sottraendo al marxismo la componente della soggettività che è assolutamente centrale e senza della quale quella stessa filosofia non potrebbe neanche darsi. Insomma, per dirla in parole poverissime, la realtà non si trasformerà da sola o in virtù di un processo meccanico e inevitabile, perché così sta scritto (nella versione messianica o in quella deterministica), ma perché qualcuno (la soggettività) la trasformerà. Senza di questa non si ha trasformazione. La soggettività è libertà, naturalmente. E’ possibilità.

E come si estrinseca questa libertà/possibilità?  Nella trasformazione dello stato di cose presenti e quindi a partire dalle proprie condizioni reali di esistenza. E’ questo il cuore della filosofia marxista. E nel momento in cui questa soggettività viene a mancare il processo si ferma; la trasformazione non è possibile.  Ed è esattamente quanto sta avvenendo oggi  nel nostro mondo.  Paradossalmente è quanto accaduto anche nel sistema sovietico che è rimasto immobile, stagnante, per decenni, senza una soggettività che intervenisse a modificarlo. Il quale sistema sovietico, è importante chiarirlo, non è crollato per l’ intervento di quella stessa “soggettività” di cui parliamo, ma per una anche abbastanza rapida (dati i tempi della storia) auto liquefazione, essendo quella variante del capitalismo (di stato) impossibilitata a reggere la competizione con l’altra, quella doc, il capitalismo liberista. E’ ovvio che una trasformazione c’è stata ma, dal mio punto di vista, non nella struttura delle categorie di dominio e di comando che anche in quel sistema, come nel sistema capitalistico doc, sono rimaste inalterate. Infatti, il proletariato e le classi subalterne, anche nell’URSS, erano completamente espropriati, non solo dei mezzi di produzione di proprietà di uno stato leviatano che stava “sopra” le masse, ma anche di qualsiasi forma da parte di queste ultime di poter esercitare una qualsivoglia forma di controllo e di comando nell’ambito della decisione politica. In parole sempre più povere, in quel sistema non c’erano né le libertà cosiddette” borghesi”, né le libertà cosiddette “comuniste”. A quel punto, una volta venuti meno, con la caduta dello stalinismo, l’ideologia (a quel punto ridotta a mera icona in cui nessuno credeva più) e il terrore di massa, era rimasta solo una scatola vuota, un sistema statalista dominato da oligarchie burocratiche e militari, altamente gerarchizzato (anche se in forme appunto diverse dalle nostre) e incapace di reggere il confronto economico con il suo alter ego, il capitalismo occidentale. Rimaneva, unica variante nonché il vero compromesso, il patto sociale su cui si reggeva quel sistema, e cioè uno stato sociale, anche se non certo di elevata qualità, che garantiva in tutti gli ambiti (occupazione, casa, sanità, istruzione) una certa sicurezza e stabilità per tutti. E infatti, una volta passata la sbornia capitalista-liberista, una gran parte delle popolazioni di alcuni di quei paesi  (lo dicono i sondaggi non il sottoscritto) ha nostalgia del vecchio regime. Una nostalgia che arriva a dei livelli molto elevati (dal 60 al 70% nelle repubbliche della ex URSS, alla Russia stessa, alla Romania, alla Bulgaria e in parte (minore) anche in realtà più avanzate e legate in tutto e per tutto all’ Europa come la ex Germania Est. 

Ho voluto portare alla vostra attenzione questa mia breve riflessione perché ritengo che una corretta e lucida analisi dei fatti e dei processi storici sia fondamentale per una migliore comprensione della realtà. Molto spesso infatti, a causa di una non corretta e il più delle volte strumentale rivisitazione storica, non siamo in grado di leggere quegli stessi fatti nella loro vera natura, per quello che realmente erano e hanno rappresentato e per quelli che sono stati i loro effetti.

Ci ritorneremo.

Fabrizio Marchi


3 Commenti

Roberto 1:49 am - 2nd marzo:

>Il paradosso (uno dei tanti della storia) è che proprio la >filosofia della prassi per eccellenza, il marxismo, è >stata rovesciata come un guanto e trasformata nel suo >esatto contrario, cioè in una sorta di ideologia >messianica ed escatologica, quasi come una >religione (direi senza il quasi). Altri invece, >deformandone completamente la natura e l’approccio >interpretativo, lo hanno concepito in modo >meccanicistico e deterministico, sottraendo al >marxismo la componente della soggettività che è >assolutamente centrale e senza >della quale quella >stessa filosofia non potrebbe >neanche darsi.
°°°°°°°°°°
Della serie: come aggrapparsi agli specchi.
Voi sinistroidi non cambierete mai.
Vi consiglio di andare a vivere qui…
http://www.azionegiovani.org/con-il-popolo-birmano-contro-ogni-comunismo

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Fabrizio Marchi 8:22 am - 2nd marzo:

La dittatura militare in Birmania non ha nulla di ideologico. Se lo ha avuto lo avuto in misura molto pallida qaurant’anni fa quando i militari andarono al potere con un golpe militare. Non hanno mai aderito nè stretto alleanze con nessun paese comunista, neanche con la Cina ai tempi di Mao nè tanto meno con il Vietnam.
Si tratta di un regime militare in affari da trent’anni con grandi multinazionali di tutto il mondo, molte europee (vedi Total). La gran parte dei militari al potere sono losche figure corrotte che lucrano sulla esportazione di materie prime, in particolare legname e risorse minerarie e sul business con le stesse multinazionali.
Definire quel regime comunista (non parlo in termini solo ideologici ma anche pratici) non ha alcun senso. E in effetti per la verità nessuno, ma veramente nessuno, neanche della tua parte politica, lo definisce tale. E tanto meno i militari birmani si guardano bene dal dichiararsi comunisti.
La verità è che, al di là delle chiacchiere, nessuno fa nulla per cambiare la situazione in quel contesto. Perche l’inziativa si prende solo quando si hanno degli interessi in ballo. E proprio quegli interessi dicono che quel regime rimarrà. Nessuna delle grandi potenze dell’area ha interesse ad una destabilizzazione dell’area. L’occidente (ma non tutto), per parte sua, fa finta di fare la faccia incazzata ma solo perchè non riesce a penetrare in quel mercato sottoposto al rigido controllo della giunta militare (nel senso che fanno entrare solo quelli che fanno affari con loro). La Cina sa bene che un eventuale crollo della giunta militare birmana porterebbe inevitabilmente ad un regime (altrettanto corrotto) filoamericano, sulla falsariga di quello thailandese. E siccome la seconda superpotenza capitalista del mondo (la Cina) ha necessità di controllare quell’area anche dal punto di vista geopolitico e strategico, evita di metterci mano e si limita a dare qualche scappellotto ai militari quando esagerano e si lasciano prendere la mano.
D’altronde hanno già la coalizione occidentale e gli americani in particolare, dietro l’angolo, cioè in Afghanistan, protesi nello “sforzo di portare la democrazia e la libertà in quel paese”. Perchè dovrebbero favorire il processo democratico in Birmania? Per avere un altro stato ostile nell’area (ostile non per motivi ideologici, sia chiaro…)?
D’altro canto, al di là delle chiacchiere, anche l’occidente non ha poi tutta questa urgenza di portare la “democrazia” in Birmania così come non ne ha nessuna di portarla in Tibet (sempre al di là delle chiacchiere). E perchè? Perchè l’occidente (tutto) è in affari (grossi) con la Cina la quale, in cambio di chiudere un occhio in Birmania e in Tibet (al di là delle chiacchiere) paga lo stesso occidente attaverso gli affari che la stessa Cina fa in Africa e in America latina. La Cina, per chi non lo sapesse, è in grande espansione commerciale in quele aree. Insomma sta nascendo, anche se ancora solo a livello economico e commerciale, una nuova forma di imperialismo. D’altronde non potrebbe essere altrimenti. E’ la logica stessa della crescita e dell’espansione capitalistica che porta a questo processo inevitabile. Quindi la Cina paga il “dazio” altrove per non avere rotture di coglioni nel giardino di casa sua, chiudendo gli occhi sul fatto che i maggiori interlocutori e soci in affari della giunta militare birmana, sono aziende e multinazionali occidentali.
Questo è uno dei motivi per i quali l’occidente non ha tutta questa fretta di “andare a portare la democrazia” in Birmania, oltre al fatto che un’occupazione militare come quella a cui è sottoposto l’Afghanistan sarebbe destibilizzante se fosse fatta nel cortile di casa della Cina. Destabilizzante per i loro affari, si intende, non certo per lo stato cinese che è solidissimo, anzi, è il regime al mondo, ahimè, che gode del maggior consenso popolare, come recenti studi hanno dimostrato, più di qualsiasi altro regime, democratico o meno…(speriamo che le cose cambino nel futuro…)
Questo il quadro della situazione in quell’area, caro Roberto, talmente noto e conosciuto che, come ripeto, nessuno, ma veramente nessuno, e di nessuna parte politica, consapevole di come stanno le cose, osa parlare di “comunismo” nè ci pensa un secondo a colorare ideologicamente la questione…
Poi che ci sia sempre qualche giovane entusiasta in buona fede (pochi, per la verità, in questo caso) oppure qualche gruppo politico che strumentalmente ha bisogno di colorarla dal punto di vista ideologico, è un altro discorso…
Ma la realtà è ben altra…
Fabrizio Marchi

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Alessandro 8:41 am - 3rd marzo:

“Voi sinistroidi non cambierete mai. Vi consiglio di andare a vivere qui”.
Forse tu e qualcun altro pensa che questo sia un sito di nostalgici del Comunismo. O forse identifica, in maniera molto sottile, la sinistra con il Comunismo, come fa qualche grande uomo alfa nostrano che magari tu anche celebri. Personalmente ho sempre pensato che il Capitaliasmo di stampo social-democratico sia stato il migliore tra i sistemi socio-economici sperimentati. Quindi al limite sarei potuto andare a vivere in Germania Ovest, poi unita, dal 1960 fino a quasi i giorni nostri, perchè là si è manifestato in maniera più compiuta. Te lo sta scrivendo un orgoglioso sinistroide. Aggiungo anche che, alla fin fine, non sarei andato a vivere neanche lì, perchè l’ideologia della tua parte politica, suppongo tu sia di destra visto il livore che dimostri per l’altra parte politica, ha reso questo mondo ostile a chiunque emigri e non sia ovviamente un uomo/donna alfa, ossia un uomo o una donna di potere o benestante. Quindi me ne sarei rimasto a condurre la mia modestissima vita da uomo beta dove sono nato e cresciuto, continuando a pensare che un mondo migliore è possibile per tutti.

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