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16 feb 2014  |  10 Commenti

Norme in materia di medicina di genere

L’argomento è serio ed ha le sue ragioni. Ciò non di meno la dicitura “di genere” personalmente mi lascia sempre perplesso. La stessa infatti se associata a concetti negativi sta per  “maschile” (violenza di genere = violenza maschile). Se associata a concetti positivi sta per femminile o al massimo LGBT (medicina di genere = medicina femminile). Perplessità che si estende anche alle modalità di promozione della suddetta medicina. C’è davvero bisogno di una Legge? Non bastano Circolari, Raccomandazioni e quant’altro da parte del Ministero della Salute? Comunque, bando alle mie perplessità, quella che segue è la proposta presentata in Parlamento.

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Proposta di Legge n. 1485 d’iniziativa dei Deputati: Vargiu, Capua, Oliaro, Vezzali, Causin, Cimmino, Librandi, Matarrese, Piepoli, Quintarelli, Vecchio.

Norme in materia di medicina di genere
Presentata il 5 agosto 2013

ONOREVOLI COLLEGHI! – Donne e uomini presentano nell’arco della loro esistenza patologie differenti o differenti sintomi di una stessa patologia.
Le donne, ad esempio, si ammalano di più e consumano molti più farmaci rispetto agli uomini, mentre patologie comuni a entrambi i generi come osteoporosi, artrite, artrosi e disturbi psichiatrici vedono coinvolte più le donne che gli uomini per motivi legati a diversità biochimiche, fisiologiche e anche sociali.
I progressi della ricerca, benché ancora poco evidenziati dalla letteratura medico-scientifica, dimostrano dunque che le differenze di genere hanno un forte impatto sull’incidenza e sul decorso delle differenti patologie che spesso presentano sintomatologia, decorso clinico ed esiti diversi nell’uomo e nella donna.
Le malattie cardiovascolari rappresentano un caso tipico. È vero che esse costituiscono la causa principale di morte sia per gli uomini che per le donne, ma è anche vero che si manifestano nelle donne da dieci e venti anni più tardi rispetto agli uomini e, per lo più, con diversi quadri e decorsi clinici.
Per le loro peculiarità biologiche e comportamentali, le donne avrebbero dunque necessità di informazioni e di conoscenze specifiche in termini di prevenzione e di terapia delle patologie mentre, al momento, si applica loro una medicina a misura di organismo maschile, somministrando loro, in definitiva, cure meno appropriate rispetto agli uomini.
Finora, infatti, tutti gli studi sperimentali sono stati condotti considerando il genere maschile come destinatario della cura. Un errore metodologico frutto anche di paure e di pregiudizi scientifici, come sottolineato da molti ricercatori pionieri della medicina di genere.
Di conseguenza, a svantaggio delle donne, si sono creati nelle cure notevoli difetti e asimmetrie che vanno ridotti il più possibile diffondendo l’approccio di genere sia nella ricerca medica e farmacologica che nella progettazione, conduzione e gestione, ad oggi prettamente maschile, delle strutture sanitarie.
Raccogliendo molte delle considerazioni esposte, non è un caso che l’Organizzazione mondiale della sanità abbia contemplato la medicina di genere nell’equity act, a conferma che l’equità passa per cure appropriate e consone al genere. Una risoluzione del Parlamento europeo del 2011 ha poi raccomandato, tra le altre cose, una maggiore attenzione allo stato di salute delle donne, invitando a incoraggiare e sostenere la ricerca medica e farmacologica sulle patologie che colpiscono maggiormente le donne in tutte le fasi della loro vita.
La codificazione di una normativa nazionale che riconosca la medicina di genere e le conferisca il rilievo che merita anche all’interno della comunità scientifica rappresenta, dunque, un indubbio progresso nel settore, da molti atteso, e contribuisce alla diffusione di una cultura medica e farmacologica più largamente orientata all’intero ciclo di vita della donna, andando oltre le segmentazioni per singole fasi, in particolare quelle legate alla funzione riproduttrice.
Un intervento legislativo a livello na¬zionale è ritenuto poi indispensabile per garantire norme quadro che diano organicità alle esperienze già intraprese nelle singole regioni, che hanno fatto registrare alla medicina di genere importanti passi in avanti nel panorama italiano.
Alcune regioni, tra cui Toscana, Puglia, Piemonte ed Emilia-Romagna, si sono già dotate, infatti, di normative in tale materia introducendo anche la medicina di genere nel piano sanitario regionale. Altre esperienze positive nel settore sono l’azione dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, nato nel 2005 con l’obiettivo di studiare, informare, educare e stimolare a una grande attenzione sulla salute della donna, attivando sinergie con tutti gli istituti preposti a livello nazionale e quella del Gruppo italiano salute e genere che, dal 2009, ha predisposto programmi sulla cultura di genere per la popolazione generale e per gli operatori sanitari.
In definitiva, la presente proposta di legge intende promuovere il riconoscimento a livello nazionale della medicina di genere, condizione imprescindibile per venire incontro alla necessità di nuovi paradigmi sperimentali che considerino il genere e le relative differenze biologiche.
Obiettivo finale delle misure proposte sarà pertanto la realizzazione di una medicina basata sull’evidenza e personalizzata sulla base del genere, in modo da assicurare maggior adeguatezza e appropriatezza delle cure e la conseguente riduzione degli aggravi al sistema sanitario nazionale.
Al tale fine la proposta di legge prevede il coinvolgimento dei soggetti istituzionali e professionali per la diffusione di informazioni e la sensibilizzazione sul tema attraverso percorsi di aggiornamento e progetti di ricerca.
I soggetti parte del processo saranno il Ministero della salute, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, le regioni, l’Istituto superiore di sanità, l’Agenzia italiana del farmaco, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, e l’Agenzia europea per i medicinali.
I proponenti intendono sottolineare come l’universalità della ratio della nor¬mativa miri a superare una discriminazione presente nelle cure e nelle ricerche e soddisfi un diritto per le donne e per gli uomini, come richiesto dall’articolo 32 della Costituzione.
La proposta di legge è composta da sei articoli. Nel primo si esplicitano le finalità e l’oggetto della legge. L’articolo 2 riconosce la medicina di genere introducendola nel piano sanitario nazionale e promuovendone il recepimento nei piani sanitari regionali e delle province autonome. Con l’articolo 3 sono poi previste misure di sostegno e di promozione della ricerca in materia di medicina di genere, mentre l’articolo 4 indica un pacchetto di provvedimenti da adottare per la diffusione dell’approccio di genere nelle comunità scientifiche a partire dagli studenti di medicina e chirurgia. L’articolo 5 istituisce l’Osservatorio nazionale per la medicina di genere e l’articolo 6, infine, stabilisce l’entrata in vigore.

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PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.
(Finalità e oggetto)

1.    La presente legge reca disposizioni finalizzate al riconoscimento della medicina di genere per garantire maggiori qualità e appropriatezza alle prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale.
2.    Nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, la presente legge:
a)    riconosce a livello nazionale la medicina di genere come approccio interdisciplinare tra le diverse aree mediche indispensabile per garantire l’appropriatezza delle cure;
b)    promuove l’insegnamento e la ricerca e garantisce adeguati livelli di formazione e di aggiornamento del personale medico e sanitario nonché di informazione dell’opinione pubblica sull’influenza delle differenze di genere sulle patologie cliniche e sulle relative cure;
c)    istituisce l’Osservatorio nazionale per la medicina di genere;
d)    promuove e sostiene la ricerca sulla medicina di genere.

Art. 2.
(Promozione e sostegno della medicina di genere)

1. Il Ministero della salute, d’intesa con le regioni e con le province autonome di Trento e di Bolzano, inserisce tra gli obiettivi del Piano sanitario nazionale del triennio 2013-2015 la promozione e il sostegno della medicina di genere quale approccio interdisciplinare tra le diverse aree mediche, al fine di prevedere criteri adeguati di erogazione delle prestazioni del Servizio sanitario nazionale che tengano conto delle differenze di genere.
2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano adeguano i rispettivi piani sanitari a quanto disposto dal Piano sanitario nazionale ai sensi del comma 1, valorizzando lo specifico interesse per la medicina di genere.

Art. 3.
(Promozione e sostegno della ricerca in materia di medicina di genere)

1.    Il Ministero della salute, nell’ambito delle azioni di promozione della ricerca finalizzata, finanzia annualmente progetti strategici sulla medicina di genere e predispone strumenti di incentivazione fiscale per sostenere lo sviluppo della ricerca scientifica, medica e farmacologica in materia di medicina di genere.
2.    Il Ministero della salute, d’intesa con le regioni e con le province autonome di Trento e di Bolzano, promuove nel triennio 2013-2015 il potenziamento, omogeneo nel territorio nazionale, della ricerca scientifica, medica e farmacologica in materia di medicina di genere, con il concorso dell’Istituto superiore di sanità (ISS), dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) e degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, nonché di enti di ricerca, università e aziende sanitarie locali e ospedaliere, al fine di tutelare, in attuazione di quanto stabilito dall’articolo 32 della Costituzione, la salute di tutti gli individui, promuo¬vendo l’appropriatezza terapeutica e la personalizzazione delle terapie, con particolare riferimento alle variabili legate al genere.
3.    Il Ministero della salute, in collaborazione con l’AIFA e con l’ISS, e in conformità a quanto stabilito dall’Agenzia europea per i medicinali, emana apposite raccomandazioni affinché nelle fasi di sperimentazione clinica dei farmaci e dei dispositivi medici sia vietata ogni discriminazione di genere.

Art. 4.
(Insegnamento della medicina di genere; campagne e percorsi di formazione e di aggiornamento del personale medico e sanitario in materia di medicina di genere)

1.    Le università degli studi, statali o non statali, nell’ambito della loro autonomia, possono inserire la medicina di genere nei corsi di laurea in medicina e chirurgia e nelle scuole di specializzazione di area medica al fine di favorire l’inter-disciplinarietà nell’ottica di genere, anche attraverso corsi di perfezionamento, master e dottorati di ricerca dedicati.
2.    Il Ministero della salute predispone iniziative di prevenzione sostenute da periodiche campagne destinate all’opinione pubblica al fine di favorire una corretta informazione sulle diversità di genere in medicina.
3.    Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono promuovere, presso le aziende pubbliche che erogano prestazioni sanitarie nonché presso le strutture della medicina accreditata e convenzionata, campagne d’informazione per la diffusione della medicina di genere destinate al personale medico sanitario e ai pazienti. A tale fine, le regioni e le province autonome tengono conto dell’esperienza maturata in materia in altri Stati membri dell’Unione europea.
4.    L’AGENAS provvede a redigere specifiche linee guida che tengano conto delle differenze di genere.

ART. 5.
(Istituzione dell’Osservatorio nazionale per la medicina di genere)

1. Senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica in collaborazione con l’AIFA, con l’AGENAS, con l’ISS e con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, è istituito presso il Ministero della salute l’Osservatorio nazionale per la medicina di genere, con il compito di raccogliere, coordinare e trasferire dati epidemiologici e clinici al fine di assicurare il raggiungimento dell’equità nel diritto alla salute.
2. L’Osservatorio di cui al comma 1 trasmette annualmente alle Camere una relazione che evidenzia l’evoluzione delle azioni di promozione e di sostegno della medicina di genere attuate nelle regioni.

ART. 6.
(Entrata in vigore)

1. Le disposizioni della presente legge entrano in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.


10 Commenti

Luigi Corvaglia 10:09 pm - 16th febbraio:

Sarò malizioso ma …. provate a scrivere “medicina di genere” su google. E cliccate sul primo primo link …

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andrea 1:18 am - 17th febbraio:

Mi sembra,sottinteso,il preludio a un’altra discriminazione verso gli uomini;un po’ come il cosiddetto Ministero delle Pari Opportunità(tra donne,in realtà,ed escludendone gli uomini).Se vogliono un occhio particolare per le donne anche per la medicina speriamo almeno che in nome della contrabbandata parità inventino una cura per farci campare di più(a noi basterebbe),visto che nonostante queste “carenze di attenzione medica” verso le donne la vita media delle donne è più lunga di quella maschile.Anche tenendo conto delle centinaia di migliaia morte per mano della “ferocia maschile” domestica.

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Riccardo C. 4:20 am - 17th febbraio:

Il principio guida mi sembra giusto: siamo biologicamente diversi quindi probabilmente necessitiamo di trattamenti diversi.
Non sono un giurista e comunque non abbastanza informato in materia per giudicare se l’applicazione di questa legge comporti rpercussioni negative.

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Luigi Corvaglia 11:41 pm - 13th marzo:

Riccardo C.,
….
Certo, il principio guida è giustissimo. Non lo mette in dubbio nessuno. E’ il retropensiero che sembra nascondere ad inquietarmi. Detto banalmente: mi sembra che si voglia adombrare una nuova colpa maschile. Aver colpevolmente e storicamente discriminato le donne nella sperimentazione e quindi nella cura delle più disparate patologie.
Ripeto, mi sembra, è una mia impressione ben inteso (posso tranquillamente sbagliare) che non sia altro che l’ennesimo mattone per innalzare e cementificare il sempiterno muro della “colpa maschile”.
D’altronde converrai con me (leggere il link: La salute degli italiani, 1861-2011 ) che si tratta di una ben strana discriminazione che ha permesso alle donne, agli inizi del ’900 con aspettativa di vita equivalente a quella maschile, di vivere mediamente cinque anni più degli uomini.
Naturalmente il discorso è più complesso ed entrano in gioco anche altre variabili, ma insomma ….
Ci ritonerò su con più calma. Nel frattempo sull’argomento segnalo il seguente post:
La disparità di genere nei trial clinici
L’Italia è al 72esimo posto nella graduatoria della disuguaglianza tra uomo e donna per livello di salute e cure
Le donne vivono di più degli uomini ma sono meno in salute: rispetto a loro, infatti, soffrono di più di malattie della tiroide (+500%), di osteoporosi (+736%), cefalea ed emicrania (123%), sclerosi multipla (+200%), solo per citare alcune patologie. Inoltre, nella fascia di età 15-54 anni, consumano più farmaci degli uomini. Eppure, per ragioni economiche e mediche, spesso le donne sono escluse dalle sperimentazioni cliniche con gravi conseguenze in termini di effetti indesiderati o mancanza di efficacia.
Alla parità tra uomo e donna nella buona salute e nella cura l’Istituto Neurologico “Carlo Besta”, la Direzione Generale Sanità di Regione Lombardia ed Éupolis Lombardia dedicano giovedì 13 marzo 2014, presso la sala Biagi della Regione Lombardia, un convegno dal titolo: “Tutta cuore e cervello – la sclerosi laterale amiotrofica in un’ottica di genere”.
L’Istituto Neurologico Besta, tramite il Comitato Unico di Garanzia per le Pari Opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG), dal 2009 promuove azioni formative sulla medicina di genere, organizzando ogni anno un evento su una patologia neurologica in cui vengono affrontati sia gli aspetti medico-scientifici che gli aspetti sociali. Dati il grande rilievo e costo sociale della patologia, questa edizione dell’evento è focalizzata sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), malattia che secondo dati di AISLA, la principale associazione italiana dei malati di questa patologia, attualmente colpisce circa 5.000 persone nel nostro Paese.

Sottolinea Alberto Guglielmo, presidente dell’Istituto Neurologico “Carlo Besta”: “Purtroppo, secondo i dati del Global Gender Gap Report del World Economic Forum, l’Italia è al 72° posto al mondo nella graduatoria della disuguaglianza tra uomo e donna per livello di salute e cure.
Per questa ragione il nostro Istituto si impegna da sei anni a tenere alta l’attenzione su questo tema promuovendo questo evento. Quest’anno il focus è sulla SLA nella speranza che la ricerca su questa malattia, nota da più di 150 anni ma di cui sappiamo ancora poco, proceda sempre tenendo ben presenti le diverse caratteristiche ed esigenze di uomini e donne”.

I trials clinici: perchè sono preferiti gli uomini
I farmaci sono sperimentati prevalentemente sugli uomini e per tale ragione non sempre sono adatti alle donne. La scelta di non arruolare le donne è stata presa in passato per ragioni etiche, per timore di una gravidanza durante la sperimentazione. Un caso eclatante sono stati gli oltre 12.000 bambini nati focomelici negli anni ’60 a causa del talidomide, un farmaco antiemetico usato anche nelle donne in gravidanza. Vi sono però anche ragioni economiche, in quanto le donne non sono una categoria omogenea in considerazione della variabilità ormonale che caratterizza la loro vita e questa variabilità aumenta il numero dei campioni e prolunga la ricerca aumentando i suoi costi. La mancanza di una sperimentazione clinica sufficientemente approfondita nelle donne porta che il numero delle reazioni avverse ai farmaci nella fascia di età 35-44 anni è quasi doppio nel genere femminile.

Alcuni casi di sperimentazioni non paritarie: i casi del passato
Tra gli anni ’70-80, per proteggere la donna e il nascituro la Food and Drug Administration americana ha escluso le donne dagli studi clinici di fase III, tra cui una sperimentazione sugli effetti (Physicians’ Health Study) dell’aspirina sulle malattie cardiovascolari in cui furono arruolati 22.071 uomini e nessuna donna (1989 N. Engl. J. Med. 321:129–135). Anche nel Multiple Risk Factor Intervention Trial (MRFIT), condotto tra il 1973-1982 per valutare le correlazioni tra pressione arteriosa, fumo, colesterolo e malattie coronariche, non fu coinvolta nessuna donna a fronte di 12.866 uomini.
Nel Longitudinal Study sull’invecchiamento del National Institute on Aging di Baltimore (1958-1975) le donne erano escluse, nonostante le donne costituivano i 2/3 della popolazione con più di 65 anni. Infine il primo studio (1984) sul ruolo degli estrogeni come possibile trattamento nella prevenzione delle malattie cardiache fu condotto esclusivamente su uomini con gravi conseguenze in termini di tumori e femminilizzazione.

Le differenze tra uomo e donna
L’organismo maschile e quello femminile rispondono in maniera diversa ai farmaci a causa delle diversità fisiologiche e anatomiche: le donne hanno un minore peso corporeo, una maggiore massa grassa e in generale hanno più difficoltà nell’assorbimento gastrico dei farmaci. Spesso i sintomi di una malattia possono essere diversi tra uomo e donna. Un esempio tipico è l’infarto del miocardio che nella donna non si presenta quasi mai con il “classico” dolore toracico che i testi medici riportano ma con disturbi simil-influenzali: astenia profonda, nausea, a volte vomito, sudorazione profusa e un dolore più frequentemente dorsale, irradiato alle braccia e al collo. Ma queste differenze non sono così note e quindi l’infarto nella donna non viene subito riconosciuto, anche se uno studio condotto negli Stati Uniti ha dimostrato che tra il 1979 e il 2000 la mortalità delle donne per patologie cardiovascolari ha superato quella degli uomini.
Redazione MolecularLab.it (13/03/2014)

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Daniele 12:06 am - 14th marzo:

Ho una proposta: quote rosa anche nei trial clinici, magari al 60%, per recuperare le “discriminazioni” del passato.

>>>
ps: certe cagate non si possono neppure leggere.

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Rino DV 8:21 am - 14th marzo:

Gli UU hanno sperimentato su se stessi tutto. Ben oltre la medicina, perché l’esperimento è un rischio e come tale gli UU se ne sono fatti carico.
Quindi qs è solo un altro ambito in cui il bene ricevuto da F viene rovesciato in male per maledire ancora una volta il Benefattore. Per condannarlo alla morte morale.
E’ solo misandria infinita.
Tutto qui.
RDV

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Fabrizio Marchi 8:58 am - 14th marzo:

Luigi, ho fatto un collage con questo tuo (ottimo) articolo e ne ho scritto un altro (molto breve), che ho pubblicato fra gli articoli per postarlo su facebook.

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Luigi Corvaglia 10:15 am - 14th marzo:

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Rita 1:04 pm - 14th marzo:

Io ricordo solo velocemente, che in assenza di legge sulla medicina di genere, nella mia regione (Piemonte, non so potrebbe pure essere che esista qualcosa di simile in altre regioni d’Italia) esiste il piano “prevenzione Serena” che consente a tutte le donne rientranti nelle fasce a rischio di fare prevenzione gratuita per quanto riguarda il tumore al seno e al collo dell’utero. Che mi sembra abbastanza palese sia medicina di genere… leggo solo ora (non ne ero a conoscenza) che lo screening è anche offerto per i tumori al colon retto, ma solo dietro richiesta del medico curante nel caso si sia soggetti a rischio, mi par di capire. Mentre per quanto riguarda gli altri due tumori (specificamente femminili) non c’è bisogno di quello, in genere arriva a casa la lettera con indicato il giorno fissato per lo screening a scadenze periodiche a TUTTA la popolazione femminile rientrante nella fascia d’età, anche senza farne richiesta.

Tanto per dire.. che magari, come giustamente fa osservare Luigi, circolari, convenzioni, (in una parola “attenzione” alla salute femminile) esiste già da tempo.

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Manlio Converti 7:50 am - 10th marzo:

La medicina di genere NON E’ la medicina delle Donne Eterosessuali, ma di tutte le diversità di Genere, quindi anche delle persone LGBTI (lesbo, gay, bisex, trans, intersex).
Questa norma proposta inventa un nuovo significato di GENDER, applicato solo alle donne eterosessuali, diverso da quello Europeo, allo scopo di discriminare, ancora una volta, le persone Lgbt…riproducendo al femminile lo stereotipo patriarcale.

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