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31 ott 2011  |  11 Commenti

Maschile e femminile in via di estinzione? Il nuovo orizzonte del Capitale globale

Le società preindustriali e premoderne, altrimenti definibile come patriarcali in senso proprio (essendo il patriarcato ormai superato, o sconfitto, nei fatti dall’evoluzione sociale come lo stesso femminismo ammette), avrebbero quindi avuto il grande pregio di rispettare la femminilità e offrirle un suo proprio spazio d’espressione oggi negato. Dal che si deduce che le donne di oggi sbagliano completamente bersaglio, dovendo invece , per logica necessitata dalla premessa, puntare alla ri-scoperta dell’antico, per tornare non a quelle strutture socio economiche ma a quelle strutture psichiche del maschile e del femminile. A quando cioè i sessi concepivano se stessi come diversi dall’altro, e potevano esprimersi in un ambito di complementarietà e dono, nonché diritti e doveri, reciproci. Diciamo, a grandi linee, che il concetto è molto simile a ciò che Ivan Illich definiva la società del “genere vernacolare”, in cui M. e F. cooperavano da spazi diversi (pubblico quello maschile, privato quello femminile), in cui ciascuno esercitava la sua prevalenza. C’erano, scriveva Illich nel suo libro “Genere e sesso”(1982) ormai introvabile e che alla sua uscita suscitò molte polemiche, cose “adatte” ai maschi e cose “adatte” alle femmine. Fu solo la società industriale, col superamento della produzione agricolo/artigianale domestica e la diffusione totale del lavoro salariato, a far saltare l’equilibrio. Da allora maschi e femmine furono “scaraventati” in fabbrica a fare lavori tendenzialmente “neutri”, con ciò stimolando fortemente la guerra fra i sessi ora costretti a misurarsi sullo stesso terreno per lo stesso obbiettivo (il salario come fonte di sussistenza). Sempre Illich sosteneva allora che questa era anche l’origine del sessismo, ossia della prevalenza maschile nella lotta fra i sessi, concetto che però in linea teorica avrebbe potuto essere anche rovesciato (e lo stesso Illich se ne mostra consapevole quando accenna agli obbiettivi di potere del movimento femminista americano).
Tornando allo scritto di Cesare, viene immediatamente da fare un’obiezione. Come si concilia il concetto di indisponibilità dell’Occidente ad accettare il femminile con la sua esaltazione quotidiana? E, si badi bene, non solo come capacità di fare meglio degli uomini le stesse cose che gli uomini hanno sempre fatto, ma anche come supposto portatore di valori moralmente superiori, quali pace, non violenza, non competitività? Logica vorrebbe che una società indisponibile ad accettare il femminile dovrebbe esaltare solo le caratteristiche maschili e “limitarsi” a spingere le donne a farsi “uomini”. C’è, qui, una contraddizione all’apparenza inspiegabile, che si salda con la domanda di Rita, la quale coglie l’altro aspetto della questione quando sottolinea che esiste “anche una forte svalorizzazione sociale del maschile e del modelo di identificazione maschile, quando ad assumerlo è un uomo”.
La risposta dovrebbe essere cercata, penso, nelle nuove esigenze della società postmoderna, che già Illich lascia intravedere anche se non le sviluppa e approfondisce come avrebbe potuto. Al di là delle scoperte di Freud, per il quale può comunque essere utile sottolineare che studiava casi clinici della borghesia viennese del primo novecento, si può dire che la modernità è inconciliabile sia col “maschile” che col “femminile”, intendendo per tali le strutture psichiche millenarie che da sempre hanno contrassegnato i due sessi. Il “nuovo” modello di umanità che si confà alla società tecnica postmoderna non necessita più né dei caratteri classici del maschile (idealismo, creatività, slancio spirituale, rischio, coraggio fisico, spirito di sacrificio in favore della comunità e della famiglia, intelligenza logica) , né di quelli classici del femminile (intuito, propensione all’accudimento, costruzione e cura del proprio spazio domestico, attenzione all’intimità, intelligenza emotiva). Diciamo meglio che mentre alcuni di quei caratteri sono del tutto a-funzionali (slancio spirituale, coraggio, intimità, sensibilità) e quindi da eliminare, altri diventano funzionali solo se “sussunti” sotto, e gestiti da, apposite strutture “sociali” impersonali all’uopo delegate (cura/accudimento, intelligenza logica ed emotiva). E’ la pervasività del Capitale, che non si identifica più con l’antico “padrone” ma con tecnostrutture impersonali e astratte. L’importante è che i caratteri tradizionali maschili e femminili non siano più integralmente incarnati in uomini e donne concrete, perché individui fortemente identificati con se stessi sono individui autonomi e molto meno facilmente manipolabili, ossia indotti a credere di trovare una effimera identità nel consumo di merci alla moda e nell’acquisto di oggetti che diano loro uno “status simbol”. Il nuovo individuo funzionale e adattato alle esigenze del modo di produzione “deve” essere androgino o metrosexual (e qui si pone anche la questione, non moralistica, del significato della “celebrazione” moderna dell’omosessualità), nel senso però non di sommare i caratteri dei due sessi, operazione peraltro impossibile, ma di sottrarre ad esso i caratteri propri. Un individuo, insomma, omologato per sottrazione, al ribasso. Per questo, secondo me, la nuova, vera, grande questione della post modernità è prima ancora antropologica che sociale ed economica. Sono in gioco la concezione stessa dell’uomo e il modo con cui percepisce se stesso come individuo sessuato, dotato di corpo e psiche indissolubilmente connessi. Questione che implica anche il giudizio/valutazione del senso vero delle ingegnerie genetiche e dello strisciante eugenismo.
Ma, se quello sopra tratteggiato è l’obiettivo verso cui si marcia, la strategia per centrarlo necessita di tattiche diversificate e tappe intermedie. Ecco che, allora, inizia a chiarirsi il senso della contraddizione che indicavo, ed anche la risposta alla domanda posta da Rita. Da un lato è necessario “de-identificare” il maschile facendolo sentire come sbagliato e oppressore affinchè rinneghi la sua antica identità (corrispettivo maschile dell’invidia penis), e qui si pone immediatamente la questione paterna in tutte le sue implicazioni come perno della strategia. Dall’altro e parallelamente, è necessario de-identificare il femminile facendogli credere di essere stato costretto in un ruolo innaturale e spingendolo contemporaneamente ad odiare e imitare l’oppressore (invidia penis). Il femminismo, scivolato nel femdominismo, è diventato lo strumento di questo disegno e, lungi dal rappresentare un qualsiasi simulacro di opposizione, è direttamente e immediatamente funzionale all’obbietivo strategico della società di cui si dichiara oppositore. E, ovviamente, non otterrà affatto, per la generalità delle donne, nessuna“liberazione” autentica. Fatto il lavoro “sporco”, la tecnostruttura del Capitale lo metterà tranquillamente da parte. Così, solo per fare un esempio, la necessità per i figli di stare con la madre, celebrata e presa a pretesto per far fuori i padri, sarà accantonata qualora osti alla produttività del lavoro femminile, e si teorizzerà la bontà delle così dette strutture educative socializzate. Il risultato complessivo sarà (o già è) quel disastro antropologico di cui parlano anche Barcellona e Tronti. Donne e uomini nel caos identitario, confusi su se stessi e in guerra con l’altro sesso, senza peraltro nessunissima possibilità di assumerne i caratteri più autentici se non come caricature.


11 Commenti

Fabrizio Marchi 1:59 pm - 31st ottobre:

Ho scelto di pubblicare questo post di Armando come un vero e proprio articolo, per due ragioni.
La prima perché è un contributo estremamente interessante e lucido al dibattito.
Ma ce n’è un’altra ancora più importante. Fino ad oggi il Momas (Movimento maschile) è stato diviso e frammentato un po’ su tutto. Non c’era (e in larga parte con molti ancora non c’è) una questione sulla quale fosse possibile non dico arrivare ad una sintesi condivisa ma neanche ad un approccio comune rispetto a questo o a quell’aspetto dell’intera questione (QM).
Sento di poter affermare che, pur partendo da approcci interpretativi in larga parte diversi (e con orizzonti in egual misura in parte diversi), alcuni di noi, appartenenti a differenti correnti del Momas, hanno finalmente trovato un minimo comune denominatore (e questo intervento di Armando così come molti di Cesare, lo dimostrano) , e cioè che la critica al Femminismo (oggi Femdominismo) è inscindibile da una critica più generale del Capitalismo, della Ragione Strumentale, della cosiddetta “Modernità” o “Post modernità” e della Tecnica (nella misura in cui quest’ultima viene di fatto concepita e gestita come del tutto funzionale e succedanea agli interessi e alla riproduzione del Capitale Globale stesso e del Mercato).
Non è poco. Mi sembra un notevole passo in avanti che è il risultato di un dibattito che stiamo portando avanti da almeno un paio d’anni.
Ciò che auspico, anche se in tal senso sono pessimista, è che anche gli altri attivisti del Momas siano in grado di avviare un percorso di riflessione in questa direzione, necessario per liberarsi di vecchie ruggini e gabbie ideologiche obsolete, anacronistiche e strutturalmente viziate all’origine che hanno impedito, a mio parere, al movimento maschile stesso di decollare, aprire una breccia e aggregare consensi.
Senza nessuna enfasi, sia chiaro, però credo di poter dire che una fase nuova si è finalmente aperta per il Movimento maschile, se non altro perché ora c’è una maggior chiarezza dal punto di vista dell’analisi e quindi della strategia da adottare.
Fabrizio

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Rino 2:53 pm - 31st ottobre:

Fabrizio:
>
Ho scelto di pubblicare…
>
Ben fatto perché lo merita.

RDV

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Fabrizio Marchi 9:33 am - 23rd marzo:

Abbiamo appreso con tristezza che la madre del nostro amico Armando si è spenta due giorni fa alla veneranda età di 98 anni.
Tuttavia una madre è sempre una madre, come si suol dire…
Ad Armando le condoglianze e la vicinanza da parte di tutti noi.

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Mauro recher 9:56 am - 23rd marzo:

Fabrizio Marchi:
Abbiamo appreso con tristezza che la madre del nostro amico Armando si è spenta due giorni fa alla veneranda età di 98 anni.
Tuttavia una madre è sempre una madre, come si suol dire…
Ad Armando le condoglianze e la vicinanza da parte di tutti noi.

Mi unisco alle condoglianze

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armando 2:36 pm - 23rd marzo:

Fabrizio Marchi,

grazie a tutti voi
armando

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giovanni carducci 4:21 pm - 23rd marzo:

mi associo amici

Mauro recher: Mi unisco alle condoglianze

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Luigi Corvaglia 5:56 pm - 23rd marzo:

Leggo solo ora …
Io l’ho persa dieci anni or sono. A “soli” 69 anni. Mi sembrò (e mi sembra tuttora) ingiusto. Ma non per me, non per noi. Per lei. Era una persona cosi solare e avida di vita…. Sarebbe bello invece che ognuna, ognuno, se ne potesse andare solo quando è “stanco”.
Ti sono vicino anch’io Armando.

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romano 11:26 pm - 23rd marzo:

armando,
Condoglianze anche da parte mia

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cesare 12:10 am - 24th marzo:

Armando mi associo alle condoglianze della comunità maschile di Uomini Beta per la morte di tua madre.
Per comune esperienza sappiamo quanta forza, quanto sostegno, quanta profondità di sentire, quanta intelligenza della vita è stato ed è in grado di esprimere il nostro cuore e il nostro spirito quando lo condividiamo con uomini riuniti spiritualmente in comunità maschile.
Sono certo che anche di fronte alla morte e alla morte della propria madre, anche questa volta tu ci senti al tuo fianco, senti al tuo fianco la presenza di questa comunità che ha per te un particolare affetto perché, sono certo di interpretare il sentire di tutti, sei un uomo appassionato di giustizia, di libertà e di verità.

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Rita 10:42 am - 24th marzo:

un abbraccio ad Armando.

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Luigi Corvaglia 2:57 pm - 24th marzo:

Ops … era finito nello spam e l’ho inavvertitamente cancellato. Scusami anticristo (penso infatti sia un tuo messaggio…), puoi reinviarlo?

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