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23 nov 2011  |  14 Commenti

Marxismo e religione, politica e spiritualità, relativismo etico e laicità

Su segnalazione di Armando, pubblichiamo volentieri questo interessante articolo del filosofo politico Costanzo Preve, a proposito della lettera sottoscritta da Pietro Barcellona, Mario Tronti, Paolo Sordi e Giuseppe Vacca, di cui ci siamo occupati di recente, che proponeva l’apertura di una riflessione sui temi della relazione fra politica e spiritualità,  marxismo e religione, relativismo etico, laicità (e laicismo)  e valori cosiddetti “non negoziabili.

Di seguito all’articolo di Costanzo Preve mi sono permesso di aggiungere alcune mie (modeste) riflessioni.

“Alla vigilia del convegno politico dei cattolici a Todi (17 ottobre 2011) un gruppo di intellettuali di formazione marxista ha firmato una interessante lettera aperta. Si tratta del filosofo del diritto Barcellona, del sociologo Paolo Sordi, del filosofo già teorico dell’operaismo italiano Mario Tronti e dello storico bavarese Giuseppe Vacca, autore di studi apologetici su Togliatti e la linea politica del PCI negli anni Settanta e Ottanta.                

Benché io non abbia assolutamente nulla che fare con l’ambiente intellettuale di questi distinti signori, e sia uscito dalla loro cultura e dai loro riti di appartenenza identitaria da molto tempo, devo dire che concordo pienamente con loro nel metodo e del merito, e mi permetto di fare alcune ulteriori osservazioni.
1. Essi si collocano sul terreno del PD, ” partito di credenti e di non credenti”, e lo invitano ad un dialogo con la Chiesa cattolica (e quindi non solo con generici e indifferenziati credenti), a partire da una nuova emergenza antropologica il cui aspetto più allarmante è la manipolazione biologica genetica della vita. Inoltre propugnano l’apertura di un dialogo pubblico su due temi del magistero di Benedetto XVI, e cioè rispettivamente il rifiuto del relativismo etico ed il concetto di valori non negoziabili.                                                     

 La risposta laica non è mancata, ed è venuta con una lettera sull’Unità dello storico PD Francesco Benigno, che ha parlato di “marxisti ratzingeriani”, i quali avrebbero compiuto una doppia semplificazione: ridurre il ruolo della religione nel mondo contemporaneo a quello della presenza della sola Chiesa cattolica, escludendo la pluralità delle fedi, e di sorvolare non solo sulle divergenze del mondo cristiano ma anche su quelle interne allo stesso mondo cattolico.                                                                                                       

Ripeto: sono completamente estraneo al mondo dei cosiddetti ” intellettuali di sinistra”, e tanto più al mondo dei fiancheggiatori culturali del Partito democratico, ma l’argomento mi interessa molto, e per questo ritengo opportuno fare alcune osservazioni.
2. In primo luogo non ha nessun senso parlare di ” marxisti ratzingeriani”, in quanto oggi nessuno sa seriamente dire chi è ancora marxista e chi non lo è più da tempo. Venuto meno il canone marxista comune, sia eretico che ortodosso, frantumate le discipline specialistiche su basi universitarie (filosofi, politologi, economisti, storici, sociologi, eccetera), il marxismo segue ormai nel mondo intero il principio pirandelliano del ” così è se vi pare”.                                                                                                                                               

Si è qui invece palesemente di fronte non tanto di un discorso sul marxismo e la religione, il suo ruolo sociale ed il suo contenuto o meno di verità o di falsità, quanto ad una valutazione sul laicismo assai più che sulla laicità costituzionale, che nessuno mette più seriamente in discussione. I quattro firmatari (che hanno tutto il mio assenso) rifiutano il terreno laicista alla Pannella-Bonino (No Taleban , No Vatican), che è disposto al massimo a riconoscere ai cattolici un ruolo caritativo subalterno di assistenza a drogati, malati e poveracci vari, e che riconosce ipocritamente un ruolo ai cattolici come belatori ritualistici in cortei pecoreschi di generiche grida di “paceee, paceee” approvando simultaneamente le guerre e di bombardamenti contro i dittatori barbuti o baffuti. È questa la linea dei vari Bertinotti, Diliberto, Vendola, eccetera: la Chiesa non ficchi il suo naso medievale sui costumi modernizzati e sui diritti assoluti degli individui, e poi le si può riconoscere un ruolo integrativo subalterno sui “valori”, e sull’integrazione dello smantellamento dei sistemi di welfare state. Eutanasia, manipolazione genetica incontrollata, matrimonio gay, eccetera, e poi si può sempre concedere ai preti di fornire ciotole di minestra ai poveracci ed alle suore di pulire caritatevolmente il culo agli invalidi e paralitici che non sono in grado di pagarsi privatamente badanti rumene o moldave.           

Di fronte a questa cialtroneria da ipocriti è evidente che il manifesto dei quattro intellettuali è tutto oro colato.
3. Ma vediamo ora il problema filosofico del “relativismo etico”. E’ noto che il corpaccione intellettuale colto di “sinistra” è passato in massa negli anni Ottanta da Hegel e Marx (sia pure letti storicisticamente con gli occhiali croce-gentiliani di Gramsci) a Nietzsche e Heidegger letti con gli occhiali di Vattimo e di Cacciari. Questo passaggio al postmoderno è basato proprio sul relativismo etico come terreno del rifiuto di un concetto normativo di natura umana, che parte da Aristotele e giunge anche alla fine al concetto marxiano di “ente naturale generico” (Gattungswesen), che però non è affatto un involucro vuoto destinato ad essere riempito di ogni aleatoria casualità storica, ma significa adeguamento alle potenzialità (l’aristotelica dynamei on) della vera natura dell’uomo.                                                                                                                        

L’antropologia ratzingeriana è aristotelismo puro, ed a mio avviso prescinde completamente dalla credenza in un disegno intelligente o in un creazionismo più o meno antropomorfizzato. So bene che il teologo bavarese Ratzinger non la ammetterebbe, ma personalmente credo che la sua visione antropologica sarebbe valida anche se Dio non esistesse (etsi Deus non daretur).
Detto questo, Ratzinger, nel suo rifiuto di Marx (evidentemente ridotto ad economista ricardiano ateo ed a politologo dittatoriale totalitario), non riesce spiegare le radici economiche sociali del relativismo, e si ha allora il paradosso del fatto che da un lato accetta il capitalismo, e dall’altro non vuole il relativismo, che ne è un portato culturale inevitabile. La moderna forma assoluta, totalitaria e “speculativa” di capitalismo, infatti, si è lasciata alle spalle i vecchi limiti borghesi e proletari, e nella sua deriva post-borghese e post-proletaria “relativizza” ormai tutto alla forma di merce e alla solvibilità monetaria del suo portatore. Non a caso il fondatore filosofico dell’auto-istituzione su se stessa della società capitalistica, lo scettico relativista scozzese David Hume, aveva rifiutato ogni fondazione religiosa (Dio), filosofica (il diritto naturale), politica (il contratto sociale), propugnando la totale auto-fondazione dell’economia politica su se stessa, e cioè sull’abitudine allo scambio radicata nella natura umana. È quindi impossibile essere “marxisti ratzingeriani”, con tutta la buona volontà. Si tratta di un epiteto laicista, tipico della cultura odiosa dei Bonino-Pannella, che va molto al di là delle nicchie dei radicali propriamente detti.
4. Passiamo ora al concetto di valori non negoziabili. Nell’ottica cattolica si tratta essenzialmente se non esclusivamente della vita, con il correlato rifiuto dell’eutanasia, accettando però il rifiuto del cosiddetto “accanimento terapeutico”, che però ormai è diventato un dato della prassi medica informata largamente non ideologico ed accettato da tutti. Ma quali sono i valori non negoziabili ? Certamente la vita, ma come allargarne la natura? Il discorso qui si fa simile a quello del tempo del giusnaturalismo, in cui si trattava di stabilire quali fossero, e se vi fossero, dei diritti naturali. Qualcuno ne toglieva, e qualcuno ne aggiungeva (ad esempio, il diritto di resistenza alla tirannia).                                                                                                     

Per la Chiesa cattolica, la famiglia è un diritto non negoziabile. Sono pienamente d’accordo. Non nascondiamoci dietro un dito. La cultura laicista odia la famiglia, e non perde occasione per delegittimarla, partendo dalle sue innegabili patologie, senza tener conto che esistono certamente patologie della famiglia, ma esistono patologie ancora maggiori dei cosiddetti single, e cioè della non-famiglia. Dietro l’apologia delle coppie gay non ci sta soltanto un giustificato riconoscimento dei diritti delle convivenze (che non mi sogno minimamente di negare, impedire o rendere difficili), ma ci stavano proprio odio futuristico per la cosiddetta “normalità” piccolo-borghese, ereditata dalla vecchia cultura avanguardistica novecentesca.                                                                                                 

E tuttavia fra i diritti non negoziabili io inserisco il diritto alla casa, alle cure mediche, all’abitazione per tutti ed al lavoro. A mio parere, se ci mettiamo sul piano dei diritti umani non negoziabili, anche questi sono valori non negoziabili. Accettando il capitalismo, e per di più nella forma americana globalizzata neoliberale gestita oggi dal partito degli economisti contro quello dei politici, la Chiesa cattolica di fatto promuove l’ipocrisia. Certo, il quotidiano “Avvenire” è culturalmente molto meglio di “Repubblica”, ma Casini ed il suo elettorato cattolico, ed anche Fioroni ed il suo, credo proprio che non estendano il principio della non-negoziabilità dei valori anche a quanto detto sopra.                                                                                                                                                      

A parole, la sinistra è per l’egualitarismo, ed ecco perché si è tanto riconosciuta nel libro di Bobbio a proposito della dicotomia Destra/ Sinistra. Ma nei fatti, avendo delegato la riproduzione sociale al partito degli economisti (più a destra di Gengis Khan e di Attila, re degli Unni), questo è rimasto sulla carta.                    

Tanti problemi aperti. E comunque una lode ai quattro intellettuali. Meglio loro del ghigno teratomorfo di Pannella e dei laicisti fanatici”. (Costanzo Preve)

“Trovo questo articolo di Costanzo Preve estremamente interessante, è quasi scontato sottolinearlo, e largamente condivisibile, ma non del tutto, per lo meno dal mio punto di vista.
Prima di entrare nel merito, però, una doverosa premessa. Considero Preve uno dei più lucidi e intelligenti pensatori contemporanei, così come Barcellona e anche Tronti (senz’altro più ortodosso rispetto ai primi due), autori di quella famosa lettera che ha dato lo spunto allo stesso Preve per questo suo intervento. Il sottoscritto sta a questi intellettuali (veri, non da salotto) come una mosca ad un elefante, e nei confronti di quei filosofi di cui si accinge in modo ultra sintetico, rozzo e immodesto a commentare alcuni passaggi del loro pensiero, come una pulce a dei dinosauri .
Ciò detto, azzardo qualche riflessione. Vado per punti.
Intanto condivido del tutto l’opinione di Preve su Hume, che è il vero e principale teorico della concezione borghese del mondo. Hume infatti scarta completamente l’idea contrattualistica (Hobbes, Locke, Rousseau) che sarebbe alle fondamenta della nascita della società civile (leggi “borghese”, nella lettura humiana) così come, nello stesso tempo, le soggettività potenti, autorevoli, progettuali (da un punto di vista sia politico che etico) rappresentate dalle filosofie kantiana e soprattutto in seguito hegeliana (è una mia interpretazione ma la vedo così). E lo fa per una ragione semplicissima e cioè che queste istanze etico-politiche , in particolare l’Imperativo Categorico kantiano e l’Autocoscienza hegeliana (mi fanno ridere le femministe che hanno mutuato e volgarizzato il concetto di autocoscienza hegeliano applicandolo ai loro ridicoli circoli, per poi considerare il suo ispiratore filosofico come il massimo dell’empietà maschilista, lasciamo perdere va, che è meglio…) avrebbero potuto (e così è senz’altro, dal mio punto di vista) rappresentare un freno all’espansione illimitata della concezione individualistico-utilitaristica, che è il fondamento dell’ideologia borghese capitalistica, fino addirittura ad arrivare a rivendicare la supremazia dell’elemento politico su quello economico; concetto assolutamente insopportabile per la concezione capitalistica del mondo in tutte le sue diverse salse.
Non solo. Questa stessa concezione utilitaristica, secondo Hume, appartiene allo stato di natura, né più e né meno che la sessualità o la religione. Qualsiasi tentativo di eradicare queste ultime o anche solo di modificarle-trasformarle, è destinato a naufragare. Non dimentichiamo che Hume è stato anche definito, non a caso, come “il grande scettico”, e pur tuttavia egli stesso riconosce all’afflato religioso quella dimensione ontologica che successivamente Hegel ha in qualche modo “storicizzato”, inserito, anche se non del tutto all’interno della dimensione storica (filosofia della storia). Quella stessa dimensione che, con un’analisi infinitamente più puntuale e approfondita di quella del sottoscritto, riconosce anche Preve (e gli intellettuali firmatari di quella lettera).
E qui arriviamo ad un altro nodo fondamentale (e anche in questo caso sottoscrivo l’interpretazione di Preve) . A mio parere, sebbene Marx fosse un ateo nel senso “feuerbachiano” del termine, il suo materialismo, proprio perché figlio della dialettica hegeliana, non partiva da presupposti rigorosamente ateistici (non certo perché essere atei sia un colpa, sia chiaro, è solo una constatazione). Infatti il presupposto scientifico a cui faceva riferimento Marx non era quello “asettico”, scientifico in senso classico, matematico, freddo, e filosoficamente libero da “valori morali”, ma affondava le sue radici nella concezione hegeliana e prima ancora fichtiana della Storia e dell’Essere. Non a caso la categoria filosofica centrale in Marx è quella di “alienazione” che si inserisce idealmente, volendo semplificare fino all’inverosimile, all’interno di un percorso e di una tradizione filosofica antichissima che va da Platone a Hegel, passando naturalmente per Spinoza e Kant.Da questo punto di vista il Marxismo (mi riferisco al pensiero di Marx, non alle sue declinazioni operate prima dalla Seconda e poi dalla Terza Internazionale), cioè la filosofia della prassi, concepita come processo di trasformazione dello stato di cose presente, come superamento dell’alienazione, dello sfruttamento, della divisione in classi, della mercificazione assoluta degli esseri umani a cui conduce inevitabilmente il capitalismo (mi sembra che la realtà attuale dimostri, da questo punto di vista, l’attualità del suo pensiero), e contestualmente l’aspirazione alla giustizia sociale, all’eguaglianza, alla libertà, al superamento delle contraddizioni, possa essere considerato come una filosofia che poggia le sue basi su delle istanze di tipo “umanistico” che anch’esse fanno parte a pieno titolo dell’”Essere” , cioè della dimensione ontologica dell’”Umano”, così come per Hume lo erano l’individualismo “borghese”, lo scambio delle merci (e la religione). Che poi ci sia una contraddizione in tutto ciò è evidente ma probabilmente anche quest’ultima appartiene all’”Umano”, o alla stessa dimensione ontologica dell’”Essere”. Non chiedetemi di più in tal senso perché non sarei in grado di darvi una risposta (e credo, sinceramente, che non moltissimi sarebbero in grado di darla), né se sia possibile eliminare questa contraddizione.
Si evince di conseguenza come la filosofia marxista affondi le sue radici in un retroterra filosofico di tipo “idealistico”, e ancor più precisamente in quella che Hegel definiva la “coscienza infelice” della borghesia, o di una parte di essa (cioè la consapevolezza che lo sviluppo capitalistico è destinato inevitabilmente a produrre e a perpetrare diseguaglianza e ingiustizia e la necessità di un suo superamento) e che soltanto la sua “secolarizzazione” (figlia del positivismo, dello scientismo e delle necessità storico-politiche dell’epoca) ha voluto rendere conoscenza scientifica in senso classico, mescolando insieme conoscenza filosofica, conoscenza scientifica e ideologia (di cui Marx stesso era un critico feroce), fino a ridurre a dogma assoluto un pensiero e un approccio interpretativo, proprio perché “dialettico”, fondamentalmente aperto (anche al principio di contraddizione) . Poi è vero che al contempo il pensiero marxiano fosse impregnato di una visione teleologica e finalistica ma questo lo addebito alla sua lettura della dialettica storica e al fatto che anch’egli, nonostante il suo genio (come Hegel e come tutti gli altri pensatori) fosse figlio dei suoi tempi. Hegel però, più “furbo” (e soprattutto, a differenza di Marx, non preoccupato di elaborare una filosofia della trasformazione…), si ferma al suo tempo e non va oltre, come fa invece Marx , che in questo caso (non essendo un inviato di Dio sulla Terra bensì “solo” una grande mente filosofica come altre ,poche,a quel livello, per la verità) va incontro ad un errore strategico nel momento in cui crede di pre-vedere nel futuro la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico così come precedentemente era stato quello feudale e prima ancora schiavistico (quando in realtà il sistema di produzione capitalistico si è dimostrato il più potente fino ad ora). Mi fermo, da questo punto di vista, perché il discorso potrebbe diventare interminabile.
Tutta questa improvvida e certamente maldestra filippica per dire che, per le ragioni che ho cercato di spiegare sopra) concordo con lo spirito che ha animato i firmatari di quella lettera e anche il commento successivo di Preve, sulla necessità dell’apertura o della riapertura di una discussione su temi che non possono essere ignorati, quali quelli della dimensione spirituale dell’”Umano” e dei cosiddetti valori non negoziabili”, che sono quelli della vita, intesa nella sua più ampia accezione. Lottare quindi per il superamento dello sfruttamento, della diseguaglianza, dell’alienazione, della riduzione dell’essere umano a merce (mercificazione) non è e non può essere in contraddizione con la lotta per il rispetto e la dignità della vita, in tutte le sue manifestazioni. E qui mi rendo conto che le nostre strade, lo strade di tutti intendo, non certo solo la mia o quella di altri amici o utenti del blog, ma veramente di tutti e di tutte, possono dividersi su tanti punti: eutanasia, aborto, eugenetica, uteri artificiali, adozione dei figli da parte di coppie omosessuali e via discorrendo. Sono certo che, liberi da condizionamenti e griglie ideologiche, ciascuno di noi ha sicuramente approcci differenti su ogni singolo punto, e sfido chiunque a trovare colui (forse solo i cattolici integralisti a tutto tondo) che abbia idee chiarissime e soprattutto certe nel merito.
Aggiungo una nota. Anche l’ultimo grande filosofo di fama mondiale, cioè Gadamer, è arrivato a mettere in guardia contro l’”abuso della tecnica”, spingendosi addirittura ad affermare che “persino il fondamentalismo islamico costituisce una nicchia di resistenza contro l’abuso della tecnica e delle potenziali limitazione alla sete di onnipotenza nonchè un segno della resistenza nei confronti dell’omologazione indotta dalla globalizzazione capitalistica e dalla cultura anglosassone”.
Questo per dire che la scelta dei quattro firmatari, comunque più che lodevole, in considerazione del contesto globale in cui è stata concepita e scritta e soprattutto della gran parte dei destinatari a cui è indirizzata (cioè il mondo della cultura “laica” e/o di “sinistra”), ha già una autorevole strada aperta alle sue spalle.
Parole, quelle di Gadamer (che certo non è un integralista religioso…), anche inquietanti, dure, se vogliamo, ma che indubbiamente fanno riflettere.
Infine, un paio di note critiche all’articolo di Preve. La prima. Mi sembra di riscontrare nelle sue parole una sorta di nostalgia per una concezione “tradizionale” e molto “normativa” del concetto di famiglia. Sembra quasi, per lo meno stando a quanto scrive, che quella dei single o delle coppie gay sia una condizione “patologica”, il che mi sembra francamente esagerato e non corrispondente al vero. Non credo da tempo alla possibilità di definire una condizione “idealtipica” nell’ambito delle relazioni umane, affettive e sessuali e ribadire, come mi sembra che lui faccia, una sorta di primato quasi etico della famiglia “piccolo borghese normotipo” sia assolutamente fuori luogo. Felicità e infelicità, sanità mentale o nevrosi, sofferenza psicologica o serenità, solitudine o condivisione, amore o assenza di amore, non dipendono e non possono dipendere da una condizione affettivo-familiare che non può certo essere codificata (quella “giusta” e quella “sbagliata” o “deviata”).
La seconda. E’ vero che la Sinistra (anche quella con la S maiuscola) quando ha deciso di aprirsi a determinati temi, lo ha sempre fatto rivolgendosi al mondo cattolico. E’ una scuola che viene da lontano e non è un caso che un uomo come Vacca (ha ragione Preve nel definirlo un apologeta di Togliatti e del PCI) abbia appoggiato una simile iniziativa. Naturalmente, come ben sappiamo, esistono anche altre confessioni religiose, che hanno la stessa dignità e gli stessi diritti, per quanto mi riguarda, di quella cattolica. E’ quindi sbagliato privilegiare la Chiesa cattolica, da questo punto di vista. E’ pur vero però che siamo in Italia, dove quest’ultima è larghissimamente maggioritaria rispetto a qualsiasi altra confessione. E siccome Tronti, Barcellona, Sordi e Vacca sono degli intellettuali, è verissimo (Tronti e Barcellona di notevolissimo spessore filosofico, Vacca è per lo più uno storico) ma non hanno mai (giustamente, a mio parere) smarrito per la strada il senso della politica, è ovvio e conseguente (e figlio della ragion politica) che si rivolgano in particolar modo al mondo cattolico”. (Fabrizio Marchi)


14 Commenti

Sandro G. 4:16 pm - 23rd novembre:

Molto bello veramente mi ricorda la bellissima (ed inquietante) predizione di Chesterton

‘La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto’ (GK Chesterton, Eretici, Lindau editore).

Insomma il punto è che credenti (come il sottoscritto) e non-credenti ci dovremo quanto prima unire sulla base della difesa della ragionevolezza e della concreata esperienza.

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armando 5:48 pm - 23rd novembre:

Nella lettera di Tronti e compagni c’è l’adesione ad un concetto molto importante.
la vita umana è qualcosa di unitario, non scindibile in settori: Prenascita, vita propriamente detta, fine vita. La libertà e la dignità di ogni essere umano vanno considerate durante tutto quest’arco. In tal senso ha ragione Preve. casa, cure, abitazione, lavoro, sono costituenti della dignità e della libertà. Che poi è ciò che la Chiesa ha sempre sostenuto in linea di principio a partire dalla enciclica di Leone X, al Rerum Novarum ( forse mi sbaglio, ma insomma ci siamo capiti). Che poi abbia a volte o di frequente contraddetto nei fatti questo principio, è vero, anche se dobbiamo considerare che dettare i sistemi socioeconomici non è il suo “mestiere” e che ha tentato, mediante le sue strutture assistenziali, di mitigare gli effetti devastanti di un capitalismo lasciato completamente a se stesso.
Ma poi, a quale sistema socioeconomico ci si dovrebbe riferire? Tramontata la speranza del comunismo come inteso dai suoi fondatori e trasformatasi in tragedia il tentativo dei paesi a “socialismo reale”, l’interrogativo urge, ma per ora è senza una vera risposta pratica plausibile. A me sembra di poter dire che la chiesa non accetta tanto il capitalismo come si è sviluppato e che è stato a più riprese criticato sia da Woitlya sia da Ratzinger, quanto il principio della libertà d’impresa e della proprietà privata. Ora la domanda è:
Quei valori non negoziabili sono di per sè incompatibili con la libertà d’impresa e la proprietà privata, oppure se le ultime fossero
a)limitate dal principio del bene comune e
b)se si potesse fare in modo di estendere libertà e proproetà al più gram numero di persone,
potrebbero contribuire invece a far si che dignità e libertà ci sarebbero per tutti e veramente?
personalmente non ho risposte certe e sicure. Osservo solo che la proprietà statal/collettiva ha prodotto povertà e non limato le differenze sociali, e che il turbocapitalismo sta fallendo in quel senso. Forse l’unico sistema che più si avvicina è quello tedesco di una economia sociale di mercato. E forse non è un caso che in Germania i sindacati sono molto più che in italia coinvolti direttamente nella gestione delle imprese. Questo va riconosciuto se si vuole essere pragmatici, e forse indica una via da percorrere. Poi naturalmente rimangono fuori tutti gli immensi problemi provocati e /o legati alla globalizzazione. ù
armando

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dia 8:16 pm - 23rd novembre:

La vita per la Chiesa è qualcosa di unitario, dalla pre-vita alla pre-morte, sì. Ma non appartiene a noi. Appartiene a Dio. Non c’è libertà possibile, intesa come auto-determinazione, dentro questa cornice. Lo dico senza polemica, solo a titolo di constatazione. E so che “Dio ci ha donato il libero arbitrio” eccetera, ma di fatto le cose stanno così. Non possiamo scegliere né in materia di nascita, né in materia di morte, se non quello che prevede la dottrina. Cioè non scegliere.

C’è però – mi dicono – anche una corrente liberale/liberista nella chiesa contemporanea, che lascia ampio spazio alla libera impresa e a un “sano relativismo” (leggi pragmatismo). Un esempio: l’Acton Institute for the study of religion and liberty (www.acton.org). Vedremo se avrà qualche chance di imporsi in futuro.

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Andrea 10:01 pm - 23rd novembre:

Appartiene a Dio. [dia]
>>
Per chi ci crede.
Per me “appartiene” solo al Caso.

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armando 11:25 pm - 23rd novembre:

Scusa Dia, ma in fatto di nascita non si può essere liberi. Non si nasce per nostro autonomo e libero atto di volontà, ma per volontà di qualcun altro che ha deciso per ciascuno di noi se farci venire al mondo o sopprimerci prima. Saremmo cioè liberi di decidere sulla vita di un altro che nulla può. Ma e’ giusto che qualcun altro possa decidere al mio posto? E se la risposta fosse si, è giusto che a decidere sia uno solo, la madre?
armando

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dia 10:04 am - 24th novembre:

armando: infatti, non si può né scegliere di nascere (non dipende da noi) né di far nascere (lo si può fare solo nei termini stabiliti dalla Chiesa). Questo per chi sceglie di essere cattolico, naturalmente.

Aggiungo che non sono anti-religione o anti-chiesa. Anzi. Essendo cresciuta in una famiglia di atei, sono sempre stata attratta dalla religione, dalla Chiesa come comunità e dai suoi rituali. Riconosco la bontà di certe premesse, e il “bene” che fanno. Oltre al “bene” che tante comunità e associazioni di credenti fanno quotidianamente, da noi. Di più: nonostante il mio impegno nel campo degli abusi infantili, non ho mai partecipato al Church-bashing all’epoca degli scandali pedofilia.

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dia 10:08 am - 24th novembre:

armando: sul discorso della madre, concordo. Il fatto che il padre sia “completamente” escluso dalla faccenda mi sembra sbagliato. Ricordo quel famoso caso di qualche decennio fa, di quel ragazzo (Simone) che si opponeva alla decisione della giovane fidanzata di abortire.

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cesare 11:11 am - 24th novembre:

Mi permetto di riportare questo articolo di Francesco Agnoli da “Il Foglio” di oggi 24 novembre. Come sempre è la realtà “il dirimente” di ogni riflessione, perchè la vita non è sogno: in questo caso il cuore che batte del terzo. O più precisamente il terzo cuore che batte.

Da Il Foglio di oggi 2011-11-24, di Francesco Agnoli.
Titolo: Censure neutrali.
Sottotitolo: “Il fastidio dei laici di fronte ad una ecografia e a un feto che (orrore) ha un cuore che batte

Il bello della cosiddetta “bioetica laica” –quando l’espressione designa la visione degli atei rocciosi, duri e puri – è che non esiste. Se ne parla, se ne discute con calore, ci sono persino persone che ne hanno tratto libri. Eppure si tratta di un fantasma, di qualcosa che si riassume in un motto semplicissimo, che suona così: “Ognuno faccia quel che cavolo vuole” oppure, per usare un’espressione più aulica di Gabriele D’Annunzio: “Abolisci ogni divieto”. Accanto a questo motto, se ne potrebbe affiancare un altro: “Me ne frego”. Della morale, degli altri, della differenza tra giusto e ingiusto, tra vero e falso. Esagerazioni? Discutevo con uno di questi “laici” (termine, lo so, assai improprio, ma ormai di uso comune) chiedendogli: “ma allora, per voi abortire è giusto o sbagliato? E se talora è giusto, quando lo è e quando è sbagliato?”. Risposta: “Per me se uno ritiene giusto abortire, è bene che lo faccia; se invece non lo ritiene giusto, allora va bene così, non lo faccia”. Stessa risposta di fronte ad ogni altro dilemma bioetico. Le parole magiche sono: autodeterminazione, libertà, diritti civili… Ma il senso, a conti fatti, è sempre quello di cui sopra. Recentemente Massimo Teodori invocava sul Corriere della Sera il dialogo tra laici e cattolici. Intimava ai cattolici – questo è il suo concetto di dialogo – di rinunciare ai principi “non negoziabili”. A sostegno del suo ragionamento, affermava: “Uno Stato laico è per sua definizione neutrale”. E subito aggiungeva: “Questo non significa affatto che lo Stato sia privo di valore e idealità”. Invece lo Stato neutrale, come lo intende Teodori, significa proprio questo. Che non vi sono né valori né idealità condivisi, oggettivi, e per questo “non negoziabili”. E’ in buona compagnia: come per Singer, Engelhardt, Veronesi, Mori (per citare i più famosi “bioeticisti laici”) nulla è per lui veramente vietato, perché nulla, a conti fatti, è bene e nulla è male. Eutanasia? Se uno lo desidera… Aborto? Se i genitori vogliono….Il fatto è che gli atei coerenti verificano il detto di Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Se Dio è assolutamente negato, infatti, non rimane che essere “fedeli alla terra”, come diceva Friedrich Nietzsche. Essere, cioè, immuni da un giudizio superiore, “celeste”, che trascenda il singolo individuo e la sua volontà. Fedeli alla terra, in ultima analisi, significa infatti fedeli alle circostanze fuggevoli, alle voglie e all’utile del momento, a se stessi. Recentemente, in Russia, lo stato, di fronte allo sfacelo demografico (più aborti che nascite) ha imposto l’informazione prima di ogni aborto: la donna deve sapere a quali rischi sta andando incontro e che cosa accade al bambino. “Sapere per deliberare”, direbbero i radicali, se si trattasse di altro. In questo caso no. Tutti i cosiddetti laici, compatti, hanno cominciato a urlare: scandalo, assurdo, un caso di oscurantismo clericale! Eppure il bimbo che compare sullo schermo dell’ecografia sembra dire, come il Dio di Manzoni al cuore dell’Innominato: “Io sono, però”. Similmente alcuni mesi orsono, in Texas, il governo federale ha approvato una legge che impone alle donne che intendono abortire negli ospedali di sottoporsi a un’ecografia obbligatoria. L’ecografia non è il confessionale, non è uno strumento inventato dal Papa, è un apparecchio che mostra la realtà. Eppure, anche qui, “democratici”, femministe, bioeticisti laici di ogni tipo hanno parlato di “intrusioni” inaccettabili. IL Fatto quotidiano ha spiegato, fortemente scandalizzato: le donne “saranno inoltre obbligate a prendere visione delle immagini generate dall’esame, a consultare un medico, ad ascoltare il suono del battito cardiaco del feto”. Che al feto batta il cuore, è soltanto un fatto, ma a qualcuno dà fastidio: non si deve sapere. Altrimenti crollerebbe il principio del “faccio ciò che voglio”,e anche “i valori e le idealità” teodoriani farebbero brutta figura. L’ecografia è “inutile” ha dichiarato un deputato avverso; un altro ha urlato che si tratta di una “procedura molto intrusiva” (l’ecografia, si badi, quella con il gel sulla pancia, non l’aborto, quello con la pompa che aspira e tritura il concepito). Il Fatto ha poi voluto sottolineare che non è prevista l’obiezione di coscienza per i medici che “scelgano di non imporre l’ecografia alle donne”. Certi giornali vorrebbero riconoscere l’obiezione a chi non vuole usare l’ecografia, ma negarla a chi non vuole uccidere un feto. Misteri della bioetica laica. E se qualcuno obiettasse “ma non vedete che rifiutate di vedere la realtà?” la risposta sarebbe pronta e articolata in due punti (è sempre così): 1) sei un maledetto credente integralista che vuole imporre agli altri la sua religione; 2) sei contro l’”autodeterminazione”, che uno Stato laico deve garantire. Del tutto inutile far notare che: 1) l’ecografia non è monopolio dei credenti; 2) l’autodeterminazione del feto, di quella creatura viva il cui cuore già batte, è sacrificata dagli abortisti in nome dell’’”autodeterminazione del più forte”. Che è tutto ciò che rimane quando si tolgono di mezzo i “principi non negoziabili” (anche se Rosy Bindi e i “cattolici adulti”, molto più di Teodori e compagnia, fanno finta di non capirlo).

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Leonardo 1:05 pm - 24th novembre:

dia:
Essendo cresciuta in una famiglia di atei, sono sempre stata attratta dalla religione, dalla Chiesa come comunità e dai suoi rituali. Riconosco la bontà di certe premesse, e il “bene” che fanno.
———————————————————-
Io invece da bambino andavo a messa ed al catechismo tutte le domeniche e poi il pomerigio c’èra il cinema della parrocchia (l’unica vera bontà che mi hanno fatto, anche se ricordo con piacere quelle domeniche degli anni 70). Ho visto solo falsità in tutto quello che dicevano e facevano i preti.

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Fabrizio Marchi 2:00 pm - 25th novembre:

Trovo questo articolo di Costanzo Preve estremamente interessante, è quasi scontato sottolinearlo, e largamente condivisibile, ma non del tutto, per lo meno dal mio punto di vista.
Prima di entrare nel merito, però, una doverosa premessa. Considero Preve uno dei più lucidi e intelligenti pensatori contemporanei, così come Barcellona e anche Tronti (senz’altro più ortodosso rispetto ai primi due), autori di quella famosa lettera che ha dato lo spunto allo stesso Preve per questo suo intervento. Il sottoscritto sta a questi intellettuali (veri, non da salotto) come una mosca ad un elefante, e nei confronti di quei filosofi di cui si accinge in modo ultra sintetico, rozzo e immodesto a commentare alcuni passaggi del loro pensiero, come una pulce a dei dinosauri .
Ciò detto, azzardo qualche riflessione. Vado per punti.
Intanto condivido del tutto l’opinione di Preve su Hume, che è il vero e principale teorico della concezione borghese del mondo. Hume infatti scarta completamente l’idea contrattualistica (Hobbes, Locke, Rousseau) che sarebbe alle fondamenta della nascita della società civile (leggi “borghese”, nella lettura humiana) così come, nello stesso tempo, le soggettività potenti, autorevoli, progettuali (da un punto di vista sia politico che etico) rappresentate dalle filosofie kantiana e soprattutto in seguito hegeliana (è una mia interpretazione ma la vedo così). E lo fa per una ragione semplicissima e cioè che queste istanze etico-politiche , in particolare l’Imperativo Categorico kantiano e l’Autocoscienza hegeliana (mi fanno ridere le femministe che hanno mutuato e volgarizzato il concetto di autocoscienza hegeliano applicandolo ai loro ridicoli circoli, per poi considerare il suo ispiratore filosofico come il massimo dell’empietà maschilista, lasciamo perdere va, che è meglio…) avrebbero potuto (e così è senz’altro, dal mio punto di vista) rappresentare un freno all’espansione illimitata della concezione individualistico-utilitaristica, che è il fondamento dell’ideologia borghese capitalistica, fino addirittura ad arrivare a rivendicare la supremazia dell’elemento politico su quello economico; concetto assolutamente insopportabile per la concezione capitalistica del mondo in tutte le sue diverse salse.
Non solo. Questa stessa concezione utilitaristica, secondo Hume, appartiene allo stato di natura, né più e né meno che la sessualità o la religione. Qualsiasi tentativo di eradicare queste ultime o anche solo di modificarle-trasformarle, è destinato a naufragare. Non dimentichiamo che Hume è stato anche definito, non a caso, come “il grande scettico”, e pur tuttavia egli stesso riconosce all’afflato religioso quella dimensione ontologica che successivamente Hegel ha in qualche modo “storicizzato”, inserito, anche se non del tutto all’interno della dimensione storica (filosofia della storia). Quella stessa dimensione che, con un’analisi infinitamente più puntuale e approfondita di quella del sottoscritto, riconosce anche Preve (e gli intellettuali firmatari di quella lettera).
E qui arriviamo ad un altro nodo fondamentale (e anche in questo caso sottoscrivo l’interpretazione di Preve) . A mio parere, sebbene Marx fosse un ateo nel senso “feuerbachiano” del termine, il suo materialismo, proprio perché figlio della dialettica hegeliana, non partiva da presupposti rigorosamente ateistici (non certo perché essere atei sia un colpa, sia chiaro, è solo una constatazione). Infatti il presupposto scientifico a cui faceva riferimento Marx non era quello “asettico”, scientifico in senso classico, matematico, freddo, e filosoficamente libero da “valori morali”, ma affondava le sue radici nella concezione hegeliana e prima ancora fichtiana della Storia e dell’Essere. Non a caso la categoria filosofica centrale in Marx è quella di “alienazione” che si inserisce idealmente, volendo semplificare fino all’inverosimile, all’interno di un percorso e di una tradizione filosofica antichissima che va da Platone a Hegel, passando naturalmente per Spinoza e Kant.Da questo punto di vista il Marxismo (mi riferisco al pensiero di Marx, non alle sue declinazioni operate prima dalla Seconda e poi dalla Terza Internazionale), cioè la filosofia della prassi, concepita come processo di trasformazione dello stato di cose presente, come superamento dell’alienazione, dello sfruttamento, della divisione in classi, della mercificazione assoluta degli esseri umani a cui conduce inevitabilmente il capitalismo (mi sembra che la realtà attuale dimostri, da questo punto di vista, l’attualità del suo pensiero), e contestualmente l’aspirazione alla giustizia sociale, all’eguaglianza, alla libertà, al superamento delle contraddizioni, possa essere considerato come una filosofia che poggia le sue basi su delle istanze di tipo “umanistico” che anch’esse fanno parte a pieno titolo dell’”Essere” , cioè della dimensione ontologica dell’”Umano”, così come per Hume lo erano l’individualismo “borghese”, lo scambio delle merci (e la religione). Che poi ci sia una contraddizione in tutto ciò è evidente ma probabilmente anche quest’ultima appartiene all’”Umano”, o alla stessa dimensione ontologica dell’”Essere”. Non chiedetemi di più in tal senso perché non sarei in grado di darvi una risposta (e credo, sinceramente, che non moltissimi sarebbero in grado di darla), né se sia possibile eliminare questa contraddizione.
Si evince di conseguenza come la filosofia marxista affondi le sue radici in un retroterra filosofico di tipo “idealistico”, e ancor più precisamente in quella che Hegel definiva la “coscienza infelice” della borghesia, o di una parte di essa (cioè la consapevolezza che lo sviluppo capitalistico è destinato inevitabilmente a produrre e a perpetrare diseguaglianza e ingiustizia e la necessità di un suo superamento) e che soltanto la sua “secolarizzazione” (figlia del positivismo, dello scientismo e delle necessità storico-politiche dell’epoca) ha voluto rendere conoscenza scientifica in senso classico, mescolando insieme conoscenza filosofica, conoscenza scientifica e ideologia (di cui Marx stesso era un critico feroce), fino a ridurre a dogma assoluto un pensiero e un approccio interpretativo, proprio perché “dialettico”, fondamentalmente aperto (anche al principio di contraddizione) . Poi è vero che al contempo il pensiero marxiano fosse impregnato di una visione teleologica e finalistica ma questo lo addebito alla sua lettura della dialettica storica e al fatto che anch’egli, nonostante il suo genio (come Hegel e come tutti gli altri pensatori) fosse figlio dei suoi tempi. Hegel però, più “furbo” (e soprattutto, a differenza di Marx, non preoccupato di elaborare una filosofia della trasformazione…), si ferma al suo tempo e non va oltre, come fa invece Marx , che in questo caso (non essendo un inviato di Dio sulla Terra bensì “solo” una grande mente filosofica come altre ,poche,a quel livello, per la verità) va incontro ad un errore strategico nel momento in cui crede di pre-vedere nel futuro la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico così come precedentemente era stato quello feudale e prima ancora schiavistico (quando in realtà il sistema di produzione capitalistico si è dimostrato il più potente fino ad ora). Mi fermo, da questo punto di vista, perché il discorso potrebbe diventare interminabile.
Tutta questa improvvida e certamente maldestra filippica per dire che, per le ragioni che ho cercato di spiegare sopra) concordo con lo spirito che ha animato i firmatari di quella lettera e anche il commento successivo di Preve, sulla necessità dell’apertura o della riapertura di una discussione su temi che non possono essere ignorati, quali quelli della dimensione spirituale dell’”Umano” e dei cosiddetti valori non negoziabili”, che sono quelli della vita, intesa nella sua più ampia accezione. Lottare quindi per il superamento dello sfruttamento, della diseguaglianza, dell’alienazione, della riduzione dell’essere umano a merce (mercificazione) non è e non può essere in contraddizione con la lotta per il rispetto e la dignità della vita, in tutte le sue manifestazioni. E qui mi rendo conto che le nostre strade, lo strade di tutti intendo, non certo solo la mia o quella di altri amici o utenti del blog, ma veramente di tutti e di tutte, possono dividersi su tanti punti: eutanasia, aborto, eugenetica, uteri artificiali, adozione dei figli da parte di coppie omosessuali e via discorrendo. Sono certo che, liberi da condizionamenti e griglie ideologiche, ciascuno di noi ha sicuramente approcci differenti su ogni singolo punto, e sfido chiunque a trovare colui (forse solo i cattolici integralisti a tutto tondo) che abbia idee chiarissime e soprattutto certe nel merito.
Aggiungo una nota. Anche l’ultimo grande filosofo di fama mondiale, cioè Gadamer, è arrivato a mettere in guardia contro l’”abuso della tecnica”, spingendosi addirittura ad affermare che “persino il fondamentalismo islamico costituisce una nicchia di resistenza contro l’abuso della tecnica e delle potenziali limitazione alla sete di onnipotenza nonchè un segno della resistenza nei confronti dell’omologazione indotta dalla globalizzazione capitalistica e dalla cultura anglosassone”.
Questo per dire che la scelta dei quattro firmatari, comunque più che lodevole, in considerazione del contesto globale in cui è stata concepita e scritta e soprattutto della gran parte dei destinatari a cui è indirizzata (cioè il mondo della cultura “laica” e/o di “sinistra”), ha già una autorevole strada aperta alle sue spalle.
Parole, quelle di Gadamer (che certo non è un integralista religioso…), anche inquietanti, dure, se vogliamo, ma che indubbiamente fanno riflettere.
Infine, un paio di note critiche all’articolo di Preve. La prima. Mi sembra di riscontrare nelle sue parole una sorta di nostalgia per una concezione “tradizionale” e molto “normativa” del concetto di famiglia. Sembra quasi, per lo meno stando a quanto scrive, che quella dei single o delle coppie gay sia una condizione “patologica”, il che mi sembra francamente esagerato e non corrispondente al vero. Non credo da tempo alla possibilità di definire una condizione “idealtipica” nell’ambito delle relazioni umane, affettive e sessuali e ribadire, come mi sembra che lui faccia, una sorta di primato quasi etico della famiglia “piccolo borghese normotipo” sia assolutamente fuori luogo. Felicità e infelicità, sanità mentale o nevrosi, sofferenza psicologica o serenità, solitudine o condivisione, amore o assenza di amore, non dipendono e non possono dipendere da una condizione affettivo-familiare che non può certo essere codificata (quella “giusta” e quella “sbagliata” o “deviata”).
La seconda. E’ vero che la Sinistra (anche quella con la S maiuscola) quando ha deciso di aprirsi a determinati temi, lo ha sempre fatto rivolgendosi al mondo cattolico. E’ una scuola che viene da lontano e non è un caso che un uomo come Vacca (ha ragione Preve nel definirlo un apologeta di Togliatti e del PCI) abbia appoggiato una simile iniziativa. Naturalmente, come ben sappiamo, esistono anche altre confessioni religiose, che hanno la stessa dignità e gli stessi diritti, per quanto mi riguarda, di quella cattolica. E’ quindi sbagliato privilegiare la Chiesa cattolica, da questo punto di vista. E’ pur vero però che siamo in Italia, dove quest’ultima è larghissimamente maggioritaria rispetto a qualsiasi altra confessione. E siccome Tronti, Barcellona, Sordi e Vacca sono degli intellettuali, è verissimo (Tronti e Barcellona di notevolissimo spessore filosofico, Vacca è per lo più uno storico) ma non hanno mai (giustamente, a mio parere) smarrito per la strada il senso della politica, è ovvio e conseguente (e figlio della ragion politica) che si rivolgano in particolar modo al mondo cattolico.
Fabrizio
p.s. mi scuso con tutti/e per la lunghezza ma, come sapete e come ho ripetuto mille volte, la sintesi non è il mio forte. Ho provato a spiegarlo, senza successo, anche ad Al2011 (di cui non ho pubblicato l’ultimo commento perché era veramente troppo intriso di livore, aggressività e anche una notevole dose di disprezzo), che mi/ci sfidava ad una ridicola quanto sciocca micro competizione da blogger…Se devo spendere energia e tempo, come ho avuto modo di spiegare, lo faccio per ciò di cui vale veramente la pena, come è in questo caso la riflessione di Preve relativamente alla lettera di Barcellona e “compagni” (dovrei scriverlo senza in virgolette, in questo caso…smile ).

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Lucrezia 12:05 pm - 30th marzo:

.”Lottare quindi per il superamento dello sfruttamento, della diseguaglianza, dell’alienazione, della riduzione dell’essere umano a merce (mercificazione) non è e non può essere in contraddizione con la lotta per il rispetto e la dignità della vita, in tutte le sue manifestazioni.” (Fabrizio Marchi)
Non c’è più religione! Ma possibile che non vediate la contraddizione fortissima che c’è tra il marxismo e la chiesa cattolica in particolare? (lasciamo per il momento la questione delle religioni in generale…).
Il cristianesimo (e il cattolicesimo ne è la parte peggiore), è LA religione del capitalismo per antonomasia, più del calvinismo lo forse il cattolicesimo perchè più utile a spiegare i limiti del turbocapitalismo, ma solo a parole e per perpetuarlo, predica di valori umani solo in funzione del controllo della vita e della sessualità degli esseri umani in generale, in particolare delle giovani donne… E questo non nuoce solo la causa della reale emancipazione della donna ma quella dell’emancipazione dell’umanità, come tu Fabrizio, puoi ben capire… Devo aggiungere altro sui mali della Chiesa? Non credo, ma se è necessario posso entrare nel dettaglio… Ci possono essere solo motivazioni elettoralistiche, a giustificare una lettera del genere da parte di sedicenti marxisti, ma noi ne dovremmo essere esenti,..
Parlare di spiritualità, caro Fabrizio, non significa necessariamente parlare di cattolicesimo….

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Fabrizio Marchi 1:10 pm - 30th marzo:

“Parlare di spiritualità, caro Fabrizio, non significa necessariamente parlare di cattolicesimo…” (Lucrezia)
Mai pensato né tanto meno affermato o scritto questo.
“Il cristianesimo (e il cattolicesimo ne è la parte peggiore), è LA religione del capitalismo per antonomasia, più del calvinismo lo forse il cattolicesimo perchè più utile a spiegare i limiti del turbo capitalismo…” (Lucrezia)
Questo è quello che pensi tu (rispettabilissimo, sia chiaro), ma non quello che pensavano Marx e soprattutto Weber. Ciò non significa ovviamente che le tue tesi siano fallaci a prescindere, ovviamente…
Ciò detto, è evidente che il tema che affronti è estremamente complesso e non può essere esaurito in poche battute o con qualche commento.
A mio parere, se ci imbarchiamo in questo genere di riflessioni non ne usciamo più e francamente non so se possa tornarci utile, per lo meno in questa fase in cui abbiamo altre priorità.
In ogni caso, lungi da me tarpare le ali al dibattito (che nel caso specifico, a me personalmente non desta particolari entusiasmi, ma questo è un altro discorso). Ci tornerò eventualmente con più calma.
Fabrizio

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Luigi Corvaglia 3:47 pm - 22nd dicembre:

Segnalo il seguente:
Emergenza antropologica
di Massimo Adinolfi
Data: 2012-12-22
……………………………………..
La crisi della democrazia ha la sua radice più profonda in una vera e propria «emergenza antropologica». È dunque dal paradigma antropologico che bisogna prendere le mosse, per ripensare compiti e finalità della politica. Cercare soluzioni alla crisi attuale, che non è soltanto crisi economica e sociale ma crisi di senso, significa cercare di costruire una «nuova alleanza» fra credenti e non credenti, in vista di un «umanesimo condiviso». È una consapevolezza che nutre l’azione della Chiesa italiana, intenta a ridisegnare la propria presenza pubblica nella vita nazionale, ma anche il percorso del partito democratico, la cui identità prova a definirsi nella confluenza di cultura d’ispirazione religiosa e cultura laica, e che giustifica la ricerca comune di una nuova laicità all’altezza delle sfide del nostro tempo.

Questa è la cornice, assai impegnativa, tracciata dalla lettera aperta apparsa poco più di un anno fa su Avveniree sull’Unità, a firma di quattro studiosi di provenienza marxista: Barcellona, Sorbi, Tronti, Vacca, per i quali si è già trovata l’etichetta di marxisti ratzingeriani. A distanza di un anno, la lettera è divenuta un libro, che raccoglie solo parte (significativa) delle reazioni vivaci suscitate dal documento. Il segno complessivo è di interesse e partecipazione, anche se non mancano obiezioni e esigenze di approfondimento: Emma Fattorini, ad esempio, lamenta la scarsa attenzione dedicata alla questione femminile; Pasquale Serra chiede se non si corra il rischio di far coincidere il religioso con la funzione politica della Chiesa; Luca e Paolo Tanduo avanzano invece dubbi sulla capacità del Pd di ospitare un dialogo su temi bioetici e valori non negoziabili, mentre Claudio Sardo sottolinea la distanza alla quale deve tuttavia mantenersi la mediazione politica rispetto ai valori.

I quattro autori, d’altra parte, non hanno scelto il terreno più facile su cui incontrare le posizioni della Chiesa cattolica. Benché la questione antropologica investa anche il piano dei diritti sociali declinanti e dei modelli economici dominanti, non è su questo versante che viene condotto il confronto. I temi su cui la lettera chiama a riflettere sono infatti (proposti con le stesse parole di Benedetto XVI) da un lato la critica del relativismo, cifra dominante del nostro tempo, dall’altro la difesa dei valori non negoziabili, bussola che il papa chiede di adottare per tutte le questioni che attengono alla difesa della vita, dal concepimento fino alla morte naturale.

È giusta questa strada? Forse sì, se si tratta di correggere la «deriva» individualistico-radicale e la «torsione nichilistica» dei processi di secolarizzazione: non è un caso che si avverta così tanto, in queste pagine, la presenza di Augusto Del Noce, che tempo fa indicò nel relativismo soggettivista e nichilista l’approdo autodistruttivo (per lui inevitabile) del progressismo di sinistra. Forse no, però, se questa correzione viene proposta solo come un argine, come una reazione e non come una costruzione comune, affidata alla responsabilità degli uomini.

A proposito di responsabilità, il libro offre già in premessa un terreno di verifica: “una vita che nasce – vi leggiamo – rappresenta un valore in sé fin dal suo concepimento per la responsabilità che conferisce a ciascun individuo adulto di accoglierla, tutelarla, educarla e seguirla con amore e con cura fino alla sua fine”. Riprenda o no posizioni del magistero della Chiesa, l’affermazione richiede un impegno concettuale non piccolo: stanno infatti insieme, l’uno a fianco all’altro, l’essere «in sé» e l’essere «per-altro» (cioè per la responsabilità) del valore: perché non sia una contraddizione, ci vuole una filosofia a dimostrarlo. E ci vogliono indicatori di direzione: il valore vale perché investito dalla responsabilità che si accende per esso, o la responsabilità consegue soltanto al valore? Mentre quest’ultima affermazione suonerebbe dogmatica, e avrebbe bisogno di tutto un sistema di pensiero a sostegno, la seconda farebbe invece maggiore affidamento all’azione umana, e darebbe molto più spazio e fiducia all’idea, proposta dagli autori (e di grande spessore), di una «società educante».

Certo, una simile società non potrebbe non avere in vista la verità, e dovrebbe quindi accogliere la critica del relativismo, ben distinto dal pluralismo, condivisa dagli autori e in tutti gli interventi raccolti nel libro. Ma la verità, a sua volta, va forse concepita come un abito, o un ethos, piuttosto che come una proposizione o un dogma (immediatamente traducibile in obbligo giuridico): si può dare torto a Kelsen, che giudicava indissolubile il nesso fra democrazia e relativismo, perché la democrazia può avere rapporto con la verità. Ma quale verità? Anche in questo caso due son le strade, una guarda avanti e l’altra indietro: si tratta di un’arcigna verità che precede e fonda, o di una verità che accompagna e segue, che sta tra le mani degli uomini e che è perciò ancora da fondare, ancora a venire?

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Fabrizio Marchi 10:49 am - 15th ottobre:

Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a condividere le stesse posizioni con un alto esponente del clero…E’ proprio vero che tutto è in divenire… della serie Cristo e Marx uniti nella lotta… Può sembrare una boutade ma noi sappiamo che non è così….
http://www.ilmondo.it/politica/2013-10-11/bagnasco-si-aggredisce-famiglia-dominare-societ_339890.shtml

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