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25 giu 2013  |  11 Commenti

I sette metodi di Straus

 Ho provato a tradurre alcuni stralci da un un documento del prof. Murray A. Straus [1] intitolato: “Processi che spiegano l’occultamento e la distorsione della simmetria di genere nella violenza tra partner” [2][3]. Si tratta di un documento in cui viene meticolosamente descritto il modo in cui l’ideologia femminista ha influenzato l’indagine sociale epidemiologica sulla violenza di genere, a partire dagli anni settanta.

 

Pubblicato online il 14 luglio 2007

“Metodo 1. Soppressione dell’evidenza

I ricercatori ideologicamente impegnati nell’idea che gli uomini sono quasi gli unici aggressori spesso nascondono l’evidenza che contraddice tale credenza. Tra i ricercatori non ideologicamente impegnati in questa ideologia, molti (incluso me e altri colleghi) hanno soppresso i risultati che mostravano una simmetria tra i generi per evitare di diventare vittime di denunce al vetriolo e ostracismi (vedi Metodo 7). Perciò molti ricercatori hanno pubblicato solo i dati sugli aggressori maschili e sulle vittime femminili, omettendo deliberatamente quelli sugli aggressori femminili e sulle vittime maschili. Questa pratica iniziò con uno dei primi studi sulla violenza familiare nella popolazione generale. Lo studio fatto per il Kentucky Commission sullo Stato delle Donne ottenne dati sia realtivi agli uomini che alle donne, ma solo quelli sugli aggressori maschili furono pubblicati (Schulman 1979). Tra i molti altri esempi di rispettabili ricercatori che hanno pubblicato solo i dati sulle aggressioni  di uomini ci sono il Kennedy and Dutton (1989); Lackey and Williams (1995); Johnson and Leone (2005); a Kaufman Kantor and Strauss (1987).

 Metodo 2. Evitare di ottenere dati incompatibili con la teoria della Dominazione Patriarcale

Nella ricerca epidemiologica, questo metodo di insabbiamento prevede di chiedere alle femmine informazioni sugli attacchi subiti dal partner maschile ma evita di chiedere loro se abbiano a loro volta attaccato il proprio partner. L’indagine Canadian Violence against Women  (Johnson and Sacco 1995), per esempio, utilizzò quella che potrebbe essere chiamata una versione femminista del Conflict Tactics Scales per misurare la violenza tra partner (PV). Questa versione omise le domande sull’aggressione da parte delle donne partecipanti allo studio. Per lo US National Violence against Women Survey (Tjaden and Thoennes 2000), il Dipartimento di Giustizia pianificò la stessa strategia. Fortunatamente il Center for Desease Control statunitense aggiunse un campione di uomini al progetto. Ma quando Johnson and Leone (Johnson and Leone 2005) investigarono i livelli di prevalenza delle aggressioni su quei dati, essi garantirono la non pubblicazione delle aggressioni femminili utilizzando solo i dati sugli aggressori maschili. Per una conferenza a Montreal esaminai 12 studi canadesi, dieci dei quali riportavano solo assalti compiuti da uomini. L’esempio più recente è quello occorso nella primavera 2006, quando un collega contattò il direttore di un centro statistico universitario per condurre uno studio sulla violenza di genere nel caso in cui una già avviata richiesta di finanziamento fosse stata concessa. Un membro di quella facoltà obiettò di includere nello studio anche domande sulle aggressioni da parte di donne, e il direttore rispose allora che non era d’accordo a svolgere lo studio anche in presenza dei fondi.

 Metodo 3. Citare solo gli studi che evidenziano l’aggressione maschile

Potrei elencare un gran numero di articoli che operano una citazione selettiva, ma piuttosto illustrerò il processo con esempi di documenti ufficiali per dimostrare che questo metodo di insabbiamento  è istituzionalizzato nelle pubblicazioni di governi, Nazioni Unite, Organizzazione Mondiale della Sanità. Per esempio le pubblicazioni del Dipartimento di Giustizia statunitense quasi sempre citano lo studio National Crime Victimization , il quale evidenzia una predominanza maschile (Durose et al. 2005). Esse ignorano le critiche pubblicate dallo stesso dipartimento, che hanno portato a una revisione delle indagini per correggere la faziosità. Ovviamente le revisioni hanno ottenuto un successo parziale (Strauss 1999), ma si continua a citare lo studio originale ignorando anche altri studi più accurati, sponsorizzati dallo stesso dipartimento, che mostrano una simmetria nel fenomeno violenza tra partner. Dopo aver ritardato il rilascio dei risultati del National Violence against Women per quasi due anni, il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia rese disponibili solo i dati sulla “prevalenza nel periodo di vita” e ignorò quelli sulla “prevalenza nell’ultimo anno”, perché i dati su tutta la vita mostravano una prevalenza di aggressioni maschili, mentre i più accurati dati sull’ultimo anno mostravano che le aggressioni femminili sul partner costituivano il 40% dei casi.  L’applaudito e influente rapporto dell’OMS sulla violenza domestica (Krug al. 2002), riporta che “Dove avviene violenza da parte di donne questa è più probabilmente una forma di autodifesa (32, 37, 38)”. Questa è una citazione selettiva perché quasi tutti gli studi che hanno comparato uomini e donne trovano che le percentuali di autodifesa sono uguali …

 Metodo 4. Concludere che i risultati supportano il credo femminista anche quando non lo fanno

Oltre alle citazioni selettive negli studi sopra citati ci sono anche esempi dell’abilità da parte dell’impegno ideologico di spingere i ricercatori a male interpretare i risultati delle loro stesse ricerche. Uno studio di Kernsmith (2005), per esempio, dice che “Maschi e femmine sono stati osservati differire nelle loro motivazioni per agire violenza nella relazione” e che “la violenza femminile potrebbe essere maggiormente correlata al mantenimento della libertà personale nella relazione piuttosto che all’acquisizione di  potere” (p. 180). Naturalmente, anche se la tabella 2 di Kernsmith mostra che le donne hanno valori più alti nel fattore “gesto di reazione”, solo una domanda in tale fattore riguarda l’autodifesa. Le altre domande sono sull’essere arrabbiate e coercitive verso il partner. Quindi, malgrado il nome del fattore sia “gesto di reazione”, esso si qualifica maggiormente come espressione di rabbia e di volontà coercitiva. Pertanto, l’unico fattore che differisce in modo significativo dimostra che le donne sono maggiormente motivate da rabbia e volontà coercitiva. In aggiunta a ciò la conclusione di Kernsmith ignora il fatto che i punteggi per uomini e donne erano approssimativamente gli stessi per gli altri due fattori dello studio “esercitare potere” e “disciplinare il partner”. Quindi lo studio di Kernsmith ha misurato l’opposto di quanto è stato poi dichiarato come evidenza.

Metodo 5. Creare “Evidenza” mediate la citazione

Lo studio Kernsmith, il rapporto OMS, e lo schema della citazione selettiva mostrano come l’ideologia può essere convertita in ciò che possiamo chiamare “evidenza per citazione” oppure in quello che Gelles (1980) chiama “effetto woozle” [4]. (“woozle effect” dal nome di un personaggio di A. A. Milne in Winnie-the-Pooh 1926 ndr).  Un effetto woozle occorre quando la frequente citazione a precedenti pubblicazioni prive di evidenza ci trae in inganno spingendoci a pensare che ci sia effettivamente un’evidenza. Per esempio, successivamente allo studio OMS e allo studio Kernsmith, gli scritti che trattano le differenze di genere in termini di motivazione alla violenza, citeranno tali studi per mostrare che la violenza femminile è principalmente per autodifesa, che è l’opposto di quanto questi studi avevano effettivamente rilevato. Ma poiché queste sono citazioni di un articolo di un giornale scientifico e di una rispettabile organizzazione internazionale, i lettori dell’articolo successivo accettano la cosa come un fatto. Così la finzione è convertita in evidenza scientifica che sarà citata e poi citata ancora.”

Metodo 6. Ostacolare la pubblicazione di articoli e ostacolare il finanziamento di ricerche che potrebbero contraddire l’idea che la dominazione maschile è la causa della violenza tra partner

Metodo 7. Molestare, minacciare e penalizzare i ricercatori che forniscono evidenze che contraddicono il credo femminista

Suzanne Steinmetz fece l’errore di pubblicare un libro e degli articoli (Steinmetz 1977, 1977-1978) che mostravano chiaramente come vi fossero gli stessi  tassi di aggressori maschili e femminili. L’odio sfociò in una minaccia di bomba al matrimonio della figlia, e lei fu oggetto di una campagna per negarle la promozione e l’incarico di ruolo all’università del Delaware. Vent’anni dopo la stessa cosa accadde a un professore presso l’università di Manitoba, la cui dissertazione evidenziò simmetria di genere nella violenza tra partner, a cui vennero negati promozione e incarico di ruolo. Tra le mie esperienze c’è una mia studentessa che fu avvisata che non avrebbe mai ottenuto un lavoro se avesse svolto il suo dottorato di ricerca con me. All’università del Massachusetts, mi fu impedito di parlare con urla e rumoreggiamenti. Il presidente dell’università del Canadian Commission on Violence against Women, dichiarò durante due udienze tenute dalla commissione che niente di quello che Straus pubblica può essere creduto perché è uno che picchia la moglie e si approfitta sessualmente degli studenti, sulla base di un articolo del Toronto Magazine …”.

1. http://pubpages.unh.edu/~mas2/

2. http://pubpages.unh.edu/~mas2/V74-gender-symmetry-with-gramham-Kevan-Method%208-.pdf

3. http://www.avoiceformen.com/feminism/how-feminists-corrupt-dv-research/

4. http://en.wikipedia.org/wiki/Woozle_effect

 


11 Commenti

Luigi Corvaglia 10:02 pm - 25th giugno:

Ottimo, Roberto. Ottimo.
Sono convinto che questo tipo di lavoro, il tuo come quello di Nestola e di altri sia importantissimo.
Ci sta chi fa la decostruzione della fuffa o poco più (penso che non c’è bisogno di far nomi, ci siamo capiti … http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_whistle3.gif ).
Noi dobbiamo de-costruire un edificio tirato su a menzogne.
E non è vero che questo lavoro non sia fondamentale. E’ vero la battaglia è nella psico-sfera, ma quanto quest’ultima è stata condizionata ed indirizzata da castelli di menzogne, mezze verità e verità non dette?

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Roberto Micarelli 4:27 am - 28th giugno:

Grazie Luigi. Queste sono informazioni di dettaglio ma sicuramente utili. Come già sai vorrei iniziare a parlare dei ragazzi in una rubrica dedicata. Vorrei capire l’entità dell’attacco sesso-razzista di stato diretto non a noi grandi, che comunque abbiamo difese, bensì ai piccoli. Ai nostri figli e ai nostri giovani amici.
Ci sono informazioni interessanti dal mondo. Non da realtà distanti come l’Iran o l’India usati dal neofemminismo bensì da paesi come gli Stati Uniti, che rappresentano ormai da anni un vero e proprio indirizzo di orientamento etico-politico per le nostre classi dirigenti di destra e di sinistra. Ragazzi stuprati in carcere da donne. Mutilazioni sessuali rituali maschili (circa dieci volte più frequenti di quelle femminili). Discriminazione nella valutazione del rendimento scolastico. Possibilità di realizzazione personale in un mondo incerto nel considerare i ragazzi come una presenza salvifica o malefica da rieducare. Identità di genere.
E’ un argomento che dovrebbe interessare anche le donne che amano i propri figli; in realtà dovrebbe interessare anche tutte le donne e tutti gli uomini del mondo, tranne l’ONU e l’establishment ultralaicista globale, che pare fregarsene.
L’annullamento della identità di genere è secondo me una truffa studiata a tavolino nei confronti del genere umano. Nella nostra forma vivente non c’è possibilità di annullare i sessi. I sessi esistono e sono parte strutturale della natura e della cultura. Il loro annullamento è fittizio, e consiste in realtà nell’affermazione del suprematismo di genere femminile, supportato dalla Tecnica e dalla Scienza, quindi come sappiamo dal Capitale.
Si tratta secondo me di un’idea genocida distopica che si va via via imponendo nelle masse tecno-rieducate, grazie all’intervento bivalente di agenti chimici dannosi per i cromosomi e agenti culturali di colpevolizzazione e criminalizzazione strumentale. Parlando con un amico neurologo che è un ricercatore nel campo dello entanglement mentale, ci chiedevamo il perché il libro SCUM della Solanas, dove si teorizza l’eliminazione fisica degli uomini, sia inconsapevolmente profetico rispetto alle recenti scoperte dell’aggressione di agenti chimici verso il cromosoma Y nelle specie mammifere. Ci confrontiamo con una nuova evidenza anti-deterministica. Sarebbe interessante che qualche università si dedicasse a questi studi, sperando che i sacerdoti del laicismo e del politicamente corretto siano d’accordo nel proseguire sulla via della libertà di indagine scientifica.

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Jan Quarius 8:45 am - 3rd luglio:

(il messaggio che vedrete sotto l’ho mandato a molti e mi sembra importante condividerlo anche qui, chiedendo un parere… o un’idea)
________________________________________

Qualcuno ha visto il film Babylon A.D. ?
http://it.wikipedia.org/wiki/Babylon_A.D._(film)

Lo so, è un po’ vecchiotto, ma… lo chiedo non a caso ma perchè mi sembra che si possa ricavare una parte molto importante, quella riguardante il femminismo di oggi e del suo potere mondiale ma altrettanto le infami tecniche di indottrinamento.

Il film non parla del femminismo ovviamente ma dietro la trama è nascosto un senso. Ad esempio quando il capo della setta di noeliti – una donna, sfrutta l’uccisione di un convento pieno di donne a scopi politici(ossia ciò che oggi succede col femminicidio incluse tutte le mistificazioni e falsificazioni dei dati) oppure quando vuole ottenere il bambino della ragazza, dicendo che quello è suo bambino(la privazione dei diritti di genitori) o quando fanno vedere i tanti uomini che la circondano ed obbediscono ai suoi ordini(il fica power di oggi che ormai rincoglionisce un sacco di uomini “svegli”)… ed in genere quando vuole ottenere potere al solo scopo di rafforzare la sua religione(nel nostro caso realmente si tratterebbe di femminismo come nuova religione).

Voi che ne pensate?

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Luigi Corvaglia 8:26 pm - 5th ottobre:

Inserisco in questo Topic la segnalazione di questo post: Se Laura Boldrini è incompetente, lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento Europeo perchè mi sembra che molto abbia a che fare con l’oggetto dello stesso.
Il blog è quello di Giovanna Cosenza,
Da notare che ‘sta roba è stata pubblicata anche su:
- Il corpo delle donne
- Lipperatura
- Vita da Streghe
- YouMark
.
In realtà però, più che il post (la cui dinamica mistificatoria è a noi ben nota), sono assolutamente da leggere i commenti.
In particolare i commenti dell’utente Ugo e le risposte della Cosenza.

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Luigi Corvaglia 7:15 am - 6th ottobre:

Luigi Corvaglia: In particolare i commenti dell’utente Ugo e le risposte della Cosenza.

***
Riporto il confronto tra i due, perchè:
- lo merita assolutamente;
- rimanga la testimonianza su UB, nel caso che, in futuro, il link non dovesse funzionare.

Ugo | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 11:34 am |

“Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw, e Parlamento Europeo.”
Il titolo è intelligente a patto di volgerlo a interrogativa. Riformuliamolo noi. “Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento Europeo?”
Partiamo da Laura Boldrini.
La Presindentessa della Camera non è odiata in quanto donna ma in quanto Laura Boldrini, che di uscite al limite della scemenza ne ha già inanellate innumerevoli. Da dove vogliamo partire? Dal suo ritenersi (fascista) essere portatrice di tutte le istanze femminili (lei, eletta da nessuno in parlamento) tale per cui se le piove un’offesa è ipso facto un’offesa a tutte le donne? Vogliamo continuare sul nesso causale (idiota) con cui riteneva che il “passo fosse breve” dal mostrare la donna nuda sui media, considerarla da qui come oggetto e infine usarle violenza o ammazzarla? Oppure vogliamo concludere sulle sue dichiarazioni a perorazione di un quadro giuridico incostituzioale (art.3) che si sta profilando con il dettato della Convenzione di Istanbul, dove l’art.4.4 recita senza pudore:
4.4 Le misure specifiche necessarie per prevenire la violenza e proteggere le donne contro la violenza di genere non saranno considerate discriminatorie ai sensi della presente Convenzione.
Se a ciò aggiungiamo tutta una infinita serie di sortite pubbliche palesemente femministe e a metà tra la morale della maestrina dell’asilo e la prassi dell’incostitenza salottiera di sinistra, è chiaro che la Boldrini stia intepretando un po’ sui generis il ruolo istituzionale della terza carica dello Stato. Ed è altrettanto chiaro che le critiche piovano, per questi a ltri fondatissimi motivi di forma e sostanza. Perciò ritenere che la Boldrini sia attaccata in quanto donna è come dire che Berlusconi sia attaccato in quanto calvo.
Glissiamo sul Curriculum. Laura Boldrini non proviene dal volontariato né risulta abbia mai lavorato per alcuna NGO. Laura Boldrini ha lavorato per l’Onu il che, spiace dirlo ma è la prassi, consiste nell’essersi fatta profumatamente pagare per passare del tempo in compound costossimi con personale a seguito e security, girottolando su fuoristrada con l’aria condizionata, spendendo una milionata di euro per personale e residenza e 20000 per una scuola, per poi essere infine immortalata con qualche foto in t-shirt assieme ai bambini locali.
È normale che in tutte le sue dichiarazioni si avverta l’insolente superbia chi parla di un tema ma lo fa per sentito dire.
Ma non è un problema della sola Boldrini: infatti anche per la funzioanria Onu, Rashida Manjoo, stracitata fino allo sfinimento (anche qui da Guastini), vale lo stesso discorso. La funzionaria Onu si è fatta un giro in Italia ma mica ha stilato un rapporto indipendente. Si è limitata a rimbalzare le dichiarazioni della Rete per le donne, l’alveo di associazionismo a tema violenza sulle donne, che si riconoscono nella piattaforma Cedaw. Che cos’è il Cedaw? Un bollino in franchising, senza personale locale. Se la Barbara Spinelli del caso pensa che il femminicidoo sia un fenomeno preoccupante in Italia scrive un articolo. Quando arriva la Manjoo le si dà l’articolo. Lei lo infila nel suo report di visitor e finisce lì. Poi la Boldrini della situazione legge l’articolo (non importa se è già pubblico o meno) e si entusiasma. Va a teatro quando c’è lo spettacolo della Dandini (Lipperini, De Gregorio, etc a seguito) e si alza ad applaudire in prima fila. Tutto quadra. DaBoldrini a opinionista, daOpinionista a Cedaw, da Cedaw a Onu, da Onu a Boldrini. Mettisamoci dentro anche il documento del PArlamento Europeo linkato, che non è uno studio: è un vangelo. Leggetevelo e ditemi se si debbano pagare comitati che scrivono 27 consigli di cui dal primo capiamo il livello tecnico di uno studio che deve esser molto costato in termini di tempo e risorse:
1. insiste(re) sull’importanza di dare alle donne e agli uomini le stesse possibilità di svilupparsi come individui;
Qual è quindi il problema che coinvolge tutti questi attori altolocati? Il mancato controllo sulle informazioni. Uno dice che il femmincidio in Italia è un’emergenze e lo dice alla Manjoo. E lei lo ripete. E siccome l’ha detto un membro dell’Onu è vero, ipso facto. Poi uno controlla i dati e dice: “ma funzionario mio, la statistica da cui partire per indagare il fenomeno diviso per Nazioni ce le ha in mano. Perché non lo ha consulato? E se lo ha consultato avrà visto che lei non può scrivere dell’Italia un articolo di deferimento se la sua situazione è tra le migliori al mondo, giusto? Altrimenti se ne deduce che o lei non sa di cosa scrive oppure, come fanno sempre le commissioni dell’Onu o quelle del Parlamento Europeo, anche lei sta stilando un manifesto di principio in cui si parla pedagogicamente a tesi per sensibilizzare a prescidendere dai dati”
http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html
Quindi la domanda che il Guastini presenta come affermazione retorica, è una domanda ahimé vera, a cui rispondiamo:
“Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw, e Parlamento Europeo?”
Sovente sì, e in questo caso indubbiamente.
Arriviamo alla pubblicità. Leggendo i 27 obiettivi del doc del Parlamento Europeo, un centone in cui c’è tutto, dall’anoressia ai videogiochi, si leggono punti contraddittori tra loro. Da un lato al punto Q:
considerando che una pubblicità responsabile può influire positivamente sulle percezioni della società relativamente a nozioni come “immagine del corpo”, “ruoli di genere” e “normalità” e che la pubblicità può essere uno strumento efficace per opporsi e combattere gli stereotipi,
Dall’altro però quando si passa ai 27 consigli:
. osserva che ulteriori ricerche potrebbero illustrare meglio il legame tra la pubblicità che presenta stereotipi di genere e l’ineguaglianza tra i sessi;
Il che vuol dire che il nesso non è certo ma appunto è solo preso a ipotesi suggerita (punto Q)
Poi però prosegue con:
11. constata che gli sforzi volti a combattere gli stereotipi di genere nei media e nella pubblicità dovrebbero essere affiancati da strategie e misure educative per sensibilizzare i bambini fin dall’infanzia e per sviluppare il senso critico fin dall’età adolescenziale;
12. insiste sul ruolo fondamentale che deve svolgere il sistema scolastico per lo sviluppo nei bambini di uno spirito critico verso l’immagine e i media in generale, onde prevenire gli effetti sgraditi prodotti dal persistere di stereotipi sessisti nel marketing e nella pubblicità;
Delle due l’una: o la Pubblicità fornisce modelli e lo scopo è non dipendere da modello esercitando spirito critico. O i modelli della Pubblicità possono essere utili a manipolare lapercezioen di genere in senso opposto a come lo è ora.
Chiaramente una persona sana di mente insegnerebbe a emanciparsi dalla pubblicità non richiederne di diversa. È la dipendenza dai modelli il problema, non cosa ilmodello contenga contingentemente. Altriementi è un problema di mode, ma sostituita l’una alle altre non avremo un cittadino migliore ma semplicemente un cretino dipendente da altre logiche e interessi. Perciò alla Boldrini e alle altre che chiedono modelli alternativi si risponde con un: ma come mai avete così bisogno di modelli?
La differenza con Cosenza ad esempio è lampante: un conto è instillare e lavorare omeopaticamente a livello di sensibilità e di gusto, consci che la sedimentazione è lenta. Un conto è passare alla normativa e al dettato di legge. Sono cose distinte e motivo per cui la Boldrini è percepita come una ottusa moralizzatrice e altri no.
Infine:
Laura Boldrini oltre a essere la nostra Presidente della Camera sta battendosi su un tema di importanza vitale per traghettarci da italietta a Paese Normale. Tema che non è di secondaria importanza come invece hanno cercato di inquadrarlo alla Zanzara. Probabilmente Cruciani ignora che, secondo uno studio Bankitalia del 2012, se l’occupazione femminile, in Italia, raggiungesse gli obiettivi caldeggiati da Lisbona (il 60%), guadagneremmo 7 punti di Pil.
Si sarà capito che, avendo oggi la donna ogni strumento giuridico per tuttelarsi a livello di individuo, coppia, famiglia, non vi è nesso alcuno tra pubblicità in cui una donna serve a tavola, e identificazione della donna in quello e quell’unico ruolo. A meno di non voler concepire la donna come una vittima inconsapevole che, potendo dire in qualsiasi momento: “cucinate voi, io me ne vado”, non lo fa per il rispetto al modello pubblicitario che le impone subliminalmente la Tradizione.
Ma sopratutto non vi è nesso alcuno tra quella immagine e quel ruolo e l’emancipazione economica della donna in Italia, che dipende da tutti altri parametri. Lo studio Bankitalia era un altro manifesto di accondiscendenza al femminile. Era retorico e molti ottusi l’hanno considerato tecnico.
Il problema (in Italia e meno in Europa ma anche lì) non è l’Offerta di lavoro, che abbonda, ma la Domanda aggregata. Dire che se il 60% delle donne lavorassero il PIl sarebbe maggiore del 7% è come dire che se se il 60% delle persone vivesse più a lungo l’aspettativa di vita totale aumenterebbe. È un vorrei ma non so come fare. Il punto è che non disponiamo al momento di uno modo per aumentare la domanda aggregata al punto da sentire il bisogno di decine di milioni di posti di lavoro femminili in più. È chiaro nella sua semplicità?


giovannacosenza | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 12:12 pm |

caprecavoli, l’80mo posto è quello della classifica generale. L’Italia è al 101mo posto per quel che riguarda i parametri economici. Il Burundi al terzo, guardi meglio le tabelle.


Ugo | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 12:53 pm |

@Giovanna Cosenza
Ancora con l’indice del gender gap usato come dogma? Ma capite i vari parametri, come sono calcolati e pesati infine con gli altri, o vi limitate a prenderne atto come pezza per gridare allo scandalo e contribuire a iniziative che non varieranno di una virgola lo stato delle cose? Già il fatto che il Burundi sia al terzo posto come parametro “opportunità economiche” , con 605$ di reddito annuale procapite, dovrebbe immediatamente far capire che la classifica premia i miglioramenti relativi INDIPENDENTEMENTE dai valori assoluti. Il che vuol dire che si può occupare la centesima posizione nonostante il reddito medio delle proprie donne (occupate e non, si badi!) sia di oltre 20 volte superiore. Si può essere al primo posto con zero opportunità perlui e per lei, zero reddito per entrmbi. Parità raggiunta, in effetti – l’ONU è acuta.
Pensate che la condizione della donna italiana sarebbe migliore se andasse a lavorare nei campi, o pascolare le pecore, le due principali attività del povero Burundi? Oppure caldeggiate il ritorno in massa al lavoro di donne over 50enni, ovvero coloro che per effetto storico non hanno mai lavorato, all’interno di un modello di famiglia però in cui a mantenerle erano i mariti, con il curioso effetto di far pesare il reddito maschile di quella fascia d’età che ancora vive il ruolo di capo famiglia come se non dovesse spendere anche per la moglie che ha un altro ruolo complementare nella coppia ma non lavora. Ma qui si misura la parità, eh.
Così andiamo a scoprire che nonostante l’Italia nel parametro Economic partecipation and opprtuniy occupi il 135°posto, al suo interno è solo 40a per quanto concerne le donne “Legislators, senior officials and managers “. Ullallà, quindi sembra che il problema dei tetti di vetro sia l’ultimo dei problemi femminili rispetto alla mancanza invece di donne lavoratrici con profilo tecnico (87°), e forza lavoro in generale (87°).
A pesare sembra essere invece il “Wage equality for similar work (survey)”. Il che è tutto dire perché ovviamente nel pubblico tutti gli stipendi sono uguali per uomini e donne, quindi occorrerà capire perché il privato paghi meno una donna di un uomo. E qui si apre un mondo di distinguo per capire come abbiano analizzato i “similar work” tali sedicenti ricercatori.D’altronde quale consistenza abbia questo studio per emancipazione massaie, ce lo dice l’assurdo di questi tre parametri:
Enrolment in primary education ……………………..107
Enrolment in secondary education ……………………..1
Enrolment in tertiary education ………………………….1
Nonostante si sia al PRIMO posto per diplomi alle scuole superiori e alle Università, paradossalmente saremmo al 107esimo per disparità tra licenze elementari, visto che per 98 uomini ci sono 97 donne ( e ci becchimao solo 0,99 di punteggio). Così lo stupido che vuole gridare scandalo, dice: 107°!
Invece, e qui si ride davvero sulla natura al femminile di questo rapporto, siamo primi (1°) per la parità di genere nelle lauree conseguite e ci becchiamo 1,41 di punteggio specifico, che è un’enormità. E perché? Ma perché per 77 donne che si laureano ci sono solo 55 uomini. Cazzo, che parità.
Ma perché premiarla? Perché la filosofia metodologica di questo studio è assegnare alti punteggi a una voce se c’è una parità effettiva o (leggete bene) un predominio femminile e penalizzarla se c’è predominio maschile.
Ma andate a quel Paese, per cortesia. Chi questi studi li fa e chi li usa asinamente.


giovannacosenza | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 2:38 pm |

Ugo, sapevo già tutto ciò che hai illustrato. Non hai bisogno di spendere tempo a rispiegarmi cose che già so. Mi pare chiaro, invece, che su alcuni temi, in questo caso come in altri, sei tu a non cogliere il punto, ostinandoti ad argomentare dettagli, ma perdendo sempre – sempre – la prospettiva generale. In ogni caso, grazie per il contributo.


Ugo | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 3:41 pm |

@Giovanna Cosenza
E quale sarebbe la prospettiva? Che siccome siamo già persuasi che la società italiana discrimini le donne così come andiamo ogni giorno narrando che non abbiamo bisogno di spendersi sui dati. In realtà lo facciamo tutte le volte necessitiamo di una pezza d’appoggio per le nostre conferenze, i nostri saggi, i nostri articoli, perché sappiamo benissimo che senza staremmo solo dando aria alla voce. Epperò poi quando si entra nel dettaglio si scopre che quelle fonti non le avete studiate o se lo avete fatto non ne avete capito limiti e scopi.
Allora chiariamoci: a che gioco giochiamo? È scienza la vostra o è supercazzola? Perché se è supercazzola io mi adeguo e taccio. È facile farlo. Non mi pagano mica per mettere le pezze alle vostre argomentazioni traballanti.
Se queste cose le sapevi già benissimo perché le avalli pubblicamente servendoti di parole altrui quando sono errori basati su altri errori? Che problema c’è a vedere la società migliore di quello che si racconta? A vedere meno violenza e meno discriminazione di quella che andate raccontando? Avete delle nevrosi professionali da curare?
Che poi io perda sempre – sempre – la prospettiva generale,ostinandomi sui dettagli che altri tirano fuori a cappella, dimmela tu qual è quella giusta. Se non la “capisco” io come puoi anche lontanamente pretendere che la “capiscano” gli altri, che della impalcatura dei dettagli che si chiama scienza si fidano di te? Ma forse continuo a sbagliare prospettiva e ritenere che se uno mi dice guarda qui io debba guardare lì e non altrove./p>

giovannacosenza | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 9:37 pm |

Ugo, Ben, mi fa piacere siate per una volta d’accordo (almeno) fra voi. smile
Quanto alla mia “prospettiva generale”, caro Ugo, e al coglierla o non coglierla: ho aperto questo blog negli ultimi giorni del 2007, dunque è da circa sei anni che cerco di spiegare, su questo tema, la “prospettiva generale” entro cui colloco il mio lavoro sui temi di genere. Ed è da circa sei anni (forse qualche mese meno) che su questi temi io e te non ci capiamo. Ebbene, se non sono riuscita a spiegarmi in sei anni, non pretendo di farlo in due commenti. Rinuncio, insomma, e faccio ammenda: è sicuramente colpa mia. Mi consola il fatto che questa incomprensione, in tanti anni, mi sia capitata solo con te. Nessuno è perfetto. Certo non lo sono io. Ma nemmeno tu.


Ugo | giovedì, 3 ottobre 2013 alle 9:49 pm |

@GiovannaCosenza
“Ed è da circa sei anni (forse qualche mese meno) che su questi temi io e te non ci capiamo.”
Veramente ci siamo sempre capito da Dio. Poi, opinione personale di chi ti segue da sei anni, invece di continuare a sensibilizzare con un lavoro culturale hai deciso di sposare persone e scorciatoie dai metodi disonesti ma dalla efficace visibilità. Le conseguenze iniziano a palesarsi in leggi tutt’altro che liberali ma qualcuna/o lo chiama successo.
Spero per la tua dignità intellettuale che questo sia il prezzo da pagare per obiettivi di cui mi sfugge completamente il senso.
“Mi consola il fatto che questa incomprensione, in tanti anni, mi sia capitata solo con te.Nessuno è perfetto. Certo non lo sono io. Ma nemmeno tu.”
Questo è un brutto segno invece che essere consolante. Vuol dire che il tuo tasso di compromesso e/o ipocrisia è massimo.
E come vedi ho parlato fieramente da uomo imperfetto. Se avessi voluto essere perfetto l’avrei chiamato “diplomazia” ;)


giovannacosenza | venerdì, 4 ottobre 2013 alle 9:07 am |

No Ugo, sulla prospettiva generale non ci siamo mai – mai – capiti. Lo dimostra il fatto che ripeti oggi “spiegazioni” sul Global Gender Gap Report che hai già dato più volte su questo blog. Anch’io mi ripeto, ovvio: “repetita iuvant” quando si comunica a molte persone. (Lo sa perfino Berlusconi, vuoi che non lo sappia io?)
Il problema però, dal mio punto di vista, è quando ti rivolgi a ME con le tue “spiegazionI”. Non a molti, ma a me. Dando per scontato che io non sappia o non condivida certe tue analisi. Ma io ho buona memoria, per mia fortuna. E so pure fare di conto, anche se mi annoio a ribattere sui conti, soprattutto perché con gli stessi conti si può dire tutto e (quasi) il contrario di tutto. Dunque battere e ribattere solo su quelli rende interminabili le discussioni e io non ho il tempo per discussioni interminabili.
Insomma non solo so e condivido, ma ricordo pure i dettagli di certe infinite discussioni, da te stimolate, sullo stesso tema. Ora, se pur sapendo e condividendo, su questo blog faccio altro e ripeto altro, a te viene il dubbio che io abbia dato una svolta “ipocrita” o “diplomatica” alla mia vita. Bella presunzione, da parte tua. No caro mio, faccio altro e ripeto altro, in questo contesto, non per ipocrisia né per diplomazia, né perché sono entrata nella Hall of Fame di Adci. Ma per ragioni che a te sfuggono completamente. E perché ti sfuggono? Un po’ perché ti mancano certe informazioni (non sei interessato a cercarle né a chiederle). Un po’ perché, tutto preso dai dettagli e dai conti, non vedi la prospettiva generale. Non ti fermi a riflettere in modo disteso, sereno.
Tira il fiato, rilassati e pensa. Sei molto intelligente: vedrai che ci arrivi. ;)


Ugo | venerdì, 4 ottobre 2013 alle 12:59 pm |

“Spiegazioni”? Con le virgolette? Che arrampicata sugli specchi stai tentando? Guarda che questa non è una prova di intelligenza, altrimenti dovrei constatare che scrivere una frase come “soprattutto perché con gli stessi conti si può dire tutto e (quasi) il contrario di tutto” suona come una chimata di correo a costituirsi e a ricominciare dal liceo (e guai a chi sceglie il classico. smile
Con gli stessi conti si può dire tutto e il suo contrario A PATTO di non capire nulla di quei conti facendosi turlupinare dalla propria dabbenaggine prendendo per scientifici documenti e dipartimenti che sono invece politici. Il che mi pare fatto acclarato in tutti coloro che quelle cifre e quelle metodologie le usano come drappo rosso di fronte ai (let)tori (che siano le analisi sulla violenza Istat, i femminicidi, il global genger gap report, etc).
E mi pare che con queste piccate risposte tu non voglia fare la figura del baggiano, giusto? Perciò, se io mi ripeto nel confutare i falsi argomenti ripetuti – ripetiamolo ben assieme: ripetuti – da altri, se repetita iuvant, se sai pure far di conto e condividi certe mie analisi, e inoltre ricordi pure i dettagli di certe infinite discussioni, cara Giovanna, ebbene, occorre stabilire se quello che “leggi, volentieri riprendi e sottoscrivi”, scusa il francesismo con tanto di rotacismo, è una stronzata oppure no. Tertium non datur, nonostante i tuoi tripli carpiati per salvare le capre (letterali) e i cavoli (tuoi). E occorre stabilire se e come i tuoi lettori dovrebbero considerare tali articoli che tu leggi, volentieri riprendi e sottoscrivi: ironiche boutades su cui ridere? Stress test su cui ragionare? Marchette relazionali su cui sorvolare? Tempo perso per pause caffè? Dobbiamo o meno farci corrompere con falsi argomenti al fine di marciare verso la “prospettiva Nevskij generale”?
Sempre che questo blog sia ancora uno spazio interpartecipativo coi lettori: o vogliamo considerare dei simpatici perditempo buoni per punteggiare questa tappezzeria a sfondo bianco? Oh, magari è cambiato qualcosa nel frattempo e la mia è una imbarazzante gaffe che mette tutti a disagio. In quel caso chiedo venia e sorvolo ad altre cure.
Infine – a ridaje – non vedrei “la prospettiva generale”, preso dai dettagli e dai conti, deficitario di informazioni esoteriche che non cercherei o chiederei… Guarda, te lo dico con tutto il cuore: c’è materia per un melodramma. Anche altri ti hanno chiesto in cosa consista questa “Prospettiva generale” che pare essere diventato un segreto per iniziati. Al confronto il disegno della Divina provvidenza sta scritta sull’elenco telefonico.
Ah, sono sicuro che mi scuserai per i toni usati.
Non ho avuto il tempo di renderli perfetti.

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Mauro Recher 10:46 am - 6th ottobre:
Luigi Corvaglia 9:06 pm - 9th maggio:

Prof. Murray Straus on Falsification of Domestic Violence Statistics

https://youtu.be/jMm3iBFhypE

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Luigi Corvaglia 7:12 pm - 20th luglio:

Time: sei miti femministi duri a morire
Stralcio dell’articolo:
*****
Molto di quello che ci viene detto riguardo le donne è falso. Alcuni fatti falsi vengono ripetuti così spesso che ormai sono accettati acriticamente. Nonostante non abbiano alcun fondamento queste bufale sono al centro dei dibattiti del congresso statunitense, ispirano nuove leggi e impostano la direzione dei programmi di studio delle università. Ecco sei dei più noti miti che devono essere rigettati da tutti coloro che intendono migliorare la condizione delle donne:

MITO 1: Le donne sono metà della popolazione terrestre, lavorano 2/3 delle ore lavorative in tutto il mondo, ricevono il 10% della ricchezza del mondo e posseggono solo l’1% delle ricchezze del mondo.

FATTO: Questa presunta ingiustizia è propugnata da diversi gruppi femministi, dalla Banca Mondiale, dall’Oxfam e dalle Nazioni Unite. È completamente falsa. Più di 15 anni fa le esperte di studi di genere dell’Università di Sussex Sally Baden e Anne Marie Goetz l’hanno confutata: “Questo mito è stato costruito da qualcuno che lavorava all’ONU perché a suo tempo sembrava adatto a rappresentare la situazione di ineguaglianza nel mondo. Ma non ci sono prove che la cosa sia vera, né allora né oggi”.
Non esistono dati precisi, ma nessun economista serio crede che le donne guadagnino solo il 10% della ricchezza del mondo e che ne posseggano solo l’1%. Come ha notato un ottimo articolo su The Atlantic: “Le donne statunitensi da sole guadagnano il 5.4% della ricchezza mondiale”. Oltretutto nei paesi africani, dove le donne hanno fatto meno progressi che nell’Occidente, l’economista di Yale Cheryl Doss ha rilevato che le donne sono spesso proprietarie terriere: sono l’11% in Senegal, il 54% in Ruanda e Burundi. Doss avverte che “usare dati imprecisi per portare avanti le proprie cause è controproducente”. I dati falsi non solo minano la credibilità, ma impediscono che dati più precisi possano essere raccolti.
****
Per continuare cliccare sul link dell’articolo

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ARMANDO 12:15 pm - 25th luglio:

Non sarebbe possibile farne una sintesi “sintetica” con la fonte e tenerla sempre ben in vista e con un titolo adeguato, non appena si apre il sito UBETA?

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Luigi Corvaglia 2:00 pm - 25th luglio:

ARMANDO,

Buona idea.
Si può fare. Non è che puoi occuparti tu della sintesi e io mi occupo del resto?
Se è fattibile, chiaro. Fammi sapere.

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ARMANDO 2:14 pm - 26th luglio:

Guarda un po’ e correggi a piacimento

MISANDRIA E FALSI MITI FEMMINISTI
Sintesi del’articolo di Christina Hoff Sommers apparso su Time http://time.com/3222543/wage-pay-gap-myth-feminism/
Sette erano le piaghe d’Egitto, solo sei i falsi miti che l’autrice smonta.
1) Le donne sono metà della popolazione terrestre, lavorano 2/3 delle ore lavorative in tutto il mondo, ricevono il 10% della ricchezza del mondo e posseggono solo l’1% delle ricchezze del mondo.

FALSO: fu costruito ad hoc in ambienti ONU perché adatto a rappresentare la disuguaglianza, e nessun economista ci crede. In Ruanda e Burundi, ad esempio, il 54 % delle donne è proprietaria di un appezzamento di terreno agricolo.

2) Tra le 100.000 e le 300.000 donne sono vittima di tratta delle schiave ogni anno negli Stati Uniti

FALSO: si tratta di una stima che riguarda i bambini a rischio, non le donne. Di questi solo poche centinaia, in maggioranza maschi, finiscono nel giro della prostituzione.

3) Negli USA, tra il 22 e il 35 per cento delle donne che entra in ospedale è a causa delle violenze domestiche.
FALSO: l’effettiva percentuale à inferiore all’1%, dimostra l’articolo sulla base di una lettura corretta delle statistiche.

4) Una donna su cinque all’università subirà violenze sessuali.
FALSO: si basa su una ricerca condotta con metodi discutibili per la fumosità della definizione di “violenza sessuale”, condotta su due sole Università. Fra l’altro a quella ricerca molti interrogati non risposero.

5) Le donne guadagnano, a parità di lavoro, 77 centesimi per ogni dollaro che guadagnano gli uomini
FALSO: il “gap” del 23% non è altro che la differenza tra i guadagni medi di tutte le donne e tutti gli uomini nei lavori a tempo pieno. Non tiene conto delle differenze di occupazione, posizione, educazione, condizioni di lavoro e ore lavorative settimanali. Quando si tengono in conto tutti questi fattori, il “wage gap” si riduce a pochissimi punti di scarto. Per i sostenitori di quella tesi anche la libera scelta di una donna di dedicarsi alla famiglia sarebbe una coercizione sociale.

6) Il maschio è il sesso privilegiato
FALSO: fra i morti sul lavoro, in USA 5000 all’anno, 4400, cioè l’88% sono maschi. Negli studi la maggioranza dei laureati sono donne. Oggi le donne ispaniche o native americane hanno più possibilità di andare all’università dei maschi bianchi. Riguardo alle aspettative di vita, questa è superiore di cinque anni per le donne, ma se si considera anche la razza, si scopre che negli USA le donne ispaniche e asiatiche vivono in media tra gli 88 e gli 85 anni; un uomo bianco o afroamericano vive in media tra i 76 e i 72.

Questa la sintesi dell’articolo; non di un periodico machista ma del più diffuso settimanale statunitense.
EPPURE SULLA BASE QUESTI VERE E PROPRIE BUGIE COSTRUITE AD ARTE E RIPETUTE INCESSAMENTE DAI MEDIA, DAI POLITICI E DALLE ELITE AL POTERE, SI COSTRUISCE UN IMMAGINARIO SOCIALE TERRIFICANTE, COME SE LA SOCIETA’ FOSSE UN IMMENSO LAGER IN CUI LE DONNE SAREBBERO IMPRIOGIONATE, SI APPROVANO LEGGI, SI COLPEVOLIZZANO TUTTI GLI UOMINI E SI VITTIMIZZANO TUTTE LE DONNE ALIMENTANDO L’ODIO FRA I SESSI.

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