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02 nov 2012  |  33 Commenti

Femminismo separatistico e maschilismo mimetico: complementari e organici al capitalismo

Gianlucio - Donna in carriera

Gianlucio - Donna in carriera

Il patriarcalismo in Europa esiste solo come residuo di un tempo ormai trascorso, al di fuori forse di alcune comunità musulmane immigrate in cui padri-padroni cer­cano di imporre alle mogli e alle figlie le loro scelte reli­giose e matrimoniali. La tendenza generale della società capitalistica è quella del superamento del patriarcalismo, che pure ha caratterizzato non solo le società precapitali­stiche, ma anche la prima fase proto-borghese del capita­lismo stesso, in cui ci imbattiamo nel sospetto positivistico verso le donne (Comte, Nietzsche, Weininger), seguito dalla sistematizzazione psicoanalitica di Freud, che sareb­be stata impossibile al di fuori del contesto borghese e patriarcale in cui è stata concepita. Ma oggi il patriarcalismo, appunto per la sua natura vetero-borghese, è del tutto incompatibile con un dominio integrale della forma di merce, che non sopporterebbe tabù sorti in un’epoca precedente.

Il modo in cui oggi il capitalismo affronta la questione femminile è fondato su una mescolanza di maschilismo e femminismo. Lungi dall’essere opposte, queste determinazioni sono del tutto complementari. Il profilo “maschi­lista” prevale nel processo di accesso del sesso femminile a tutti i ruoli possibili all’interno della produzione capitalistica. Questo profilo semplicemente inserisce nei tradizio­nali ruoli maschili esseri androgini di entrambi i sessi. Il profilo “femminista”, che nulla ha a che fare con il vecchio e nobile processo di emancipazione femminile del perio­do eroico borghese e socialista, tende ad un vero e proprio obiettivo strategico della produzione capitalistica, la guer­ra fra i sessi e la correlata diminuzione della solidarietà fra maschi e femmine. Per questa ragione, sono veramente illusi coloro (penso a Immanuel Wallerstein) che inserisco­no il femminismo nel novero dei cosiddetti movimenti “antisistemici” e anticapitalistici. Al contrario, il femmini­smo rappresenta una delle correnti meno comunitarie e più organiche al capitalismo che esistano. Questa tesi può sembrare scandalosa e perciò occorre dilungarsi un po’ per motivarla. A questo scopo, bisogna risalire ab ovo, cioè agli inizi del processo storico (a mio avviso innegabile) di subordinazione del sesso femminile all’ordine maschile della società.

Due mi sembrano essere le concezioni teoriche che negano il carattere integralmente storico della subordinazione delle donne all’ordine maschile della società. In primo luogo, la teoria sociobiologistica del cosiddetto “dimorfismo”, secondo la quale la subordinazione delle donne sarebbe dovuta alla minore forza fisica del corpo femminile rispetto a quello maschile, che si sarebbe poi duplicata in una gerarchia di ruoli fissi di dominio e obbedienza. In secondo luogo, ed in modo molto più sofisticato della precedente, la teoria strutturalistica di Lévi-Strauss, per cui tutte le società umane si basano sulle leggi dello scambio, e lo scambio fondamentale sarebbe appunto quello delle donne fra i diversi gruppi. Senza scendere nei particolari, queste due concezioni mi sembrano carenti, e lo sono per un unico motivo, che è quello della sottovalutazione del carattere “generico” della produzione umana di società. I sostenitori del determinismo del dimorfismo fisico, infatti, sottovalutano l’importanza del momento sociale e simbolico nella fissazione dei ruoli umani nella divisione del lavoro. I sostenitori dello strutturalismo, invece, finiscono con il negare l’elemento dialettico che ad un certo punto modifica in modo qualitativo le stesse forme comunitarie della riproduzione umana. Gli esseri umani, infatti, non sono api, formiche e termiti che, per informazione genetica acquisita, riproducono sempre lo stesso schema di socializzazione etologica (alveari, formicai, termitai). Con questo, ovviamente, non intendo affatto liquidare le argomentazioni dei dimorfisti e degli strutturalisti che so essere molto sapienti e nutrite di ripetute osservazioni comparative, ma solo affermare la mia preferenza per una spiegazione di tipo storico-genetico.

È noto che i classici del marxismo, ed in particolare Engels, si sono occupati dell’origine storica dell’oppressione femminile, ma dovettero farlo all’interno dello schema positivistico di spiegazione sociale. Già Bachofen, nel 1861 , aveva fatto l’ipotesi di un primitivo matriarcato, ossia di un primitivo potere delle donne sugli uomini, a partire da un’analisi comparativa dei miti di fondazione e della presenza esorbitante di divinità femminili. La mentalità positivistica odiava la contraddizione, e le pareva allora assurdo che potessero coesistere potere degli uomini e fondamento religioso matriarcale. Come può infatti un patriarcato materiale fondarsi su un matriarcato ideale?

A distanza di oltre un secolo, l’antropologia attuale si è fatta più cauta e sofisticata. Mancando qui lo spazio per una discussione delle diverse tesi proposte, arriverò subito alla conclusione che mi sembra più plausibile. Mi pare che si possano distinguere tre diversi momenti evolutivi, tutti interni a una strutturazione ancora “comunitaria”  della società. In un primo momento storico, durato probabilmente molto a lungo, la scarsissima divisione del lavoro e la terribile brevità della vita umana comportarono una fortissima eguaglianza di mansioni e di consumi fra i due sessi, per cui si può dire che non solo in quelle comunità non c’era ancora classismo, ma neppure una vera divisione funzionale del lavoro fra i sessi. In un secondo momento storico, con l’invenzione delle armi da lancio, di nuove tecniche di caccia da un lato, e dell’agricoltura dall’altro, ci fu presumibilmente un approfondimento nella divisione del lavoro nella comunità. Questo non portò ancora a un ordine sociale di classi, ma forse già di “Iignaggi”, cioè di discendenze materne e paterne con annesse abitudini generalizzate di abitazione e di convivenza familiare. In proposito, per aprire una breve parentesi sulla società greca, la condizione sociale migliore delle donne nell’aristocratica Sparta piuttosto che nella democratica Atene, era dovuta proprio alla sopravvivenza di costumi prevalenti in questa seconda fase, dal momento che gli spartiati mangiavano e dormivano in comunità maschili ma le donne non erano escluse né dagli spettaco­li, né soprattutto dalla ginnastica (come peraltro avviene anche nella dittatura eugenetica di Platone).

In un terzo momento, infine, si stabilizzarono effettiva­mente (anche se non in tutte le società del mondo) le clas­si sociali, la proprietà privata e l’ordine simbolico maschi­le della società, che peraltro coesistette sempre con l’esi­stenza di divinità femminili. Trascuro qui i pur affascinan­ti dettagli della storia degli ultimi due millenni, in cui le donne non cessarono mai di resistere e di rivendicare le loro sfere indipendenti di azione e di movimento, per giungere all’oggi. Faccio solo notare che il sesso femmini­le, pur oppresso e discriminato in vari modi, ha spesso esercitato il ruolo di “custode simbolico della comunità” contro le derive individualistiche. Questo non può essere ridotto alla spiegazione per cui gli uomini avrebbero “costretto” le donne a occuparsi di cose comunitarie come i bambini e i vecchi, mentre loro si davano ad occupazioni più nobili. Al contrario, ritengo che l’esercizio del ruolo comunitario da parte delle donne sia stato proprio frutto di una autonoma “saggezza di specie”, che lo storicismo non può capire e non capirà mai, ma che resta un imprescindibile elemento di spiegazione materiale della storia.

Il passaggio storico dalla tarda società signorile euro­pea alla prima società capitalistica proto-borghese vide un peggioramento della posizione sociale delle donne. Anche questo non è un fatto sorprendente. L’accumulazione capi­talistica primitiva mette in primo piano virtù militari e competitive fortemente maschili, ed è del tutto normale che una concezione fortemente proprietaria e individuali­stica porti ad estendere il diritto di proprietà anche alla moglie e ai figli. L’Ottocento ci offre un incredibile florile­gio antologico di pregiudizi e di banalità verso il sesso femminile, per cui è utile porsi delle domande storiche radicali. O tutti questi personaggi ottocenteschi erano solo dei misogini, oppure, se vogliamo evitare spiegazioni vir­tuose ma tautologiche, dobbiamo concludere che l’instau­razione originaria dell’ordine capitalistico non poteva che accompagnarsi a un raddoppiamento simbolico patriarca­le fondato sull’illusione dell’eternizzazione dell’ordine maschile. Si trattava però di un momento temporaneo e non certo di una caratteristica permanente del funziona­mento dell’ordine capitalistico.

Come il capitalismo ha bisogno, per il suo “innesco”, di un soggetto sociale collettivo denominato “borghesia”, così ha bisogno di un ornamento simbolico patriarcale, non a caso caratterizzato da uomini muniti di barba e baffi, da un lato, e di donne strette e soffocate in busti di stecche di balena, dall’altro. Se guardiamo gli sbiaditi dagherrotipi color seppia delle foto di fine Ottocento, notiamo che i caratteri sessuali maschili e femminili, sia pure coperti, sono infinitamente più marcati di quanto avviene in qualunque immagine pornografica di oggi. AI contempo, il corpo femminile non è ancor trasformato in oggetto di consumo, ma è caratterizzato da una estremiz­zazione della femminilità sia fisica che spirituale. Prostituta e/o madre di famiglia, la donna non cerca anco­ra di mimetizzarsi in un ruolo maschile e non ha neppure bisogno di dichiarare una guerra compensativa contro il maschio.

In questo contesto, che era classista ma in parte ancora comunitario, era inevitabile che si sviluppasse un movi­mento per l’eguaglianza dei diritti fra donne e uomini, che interessò parallelamente sia il movimento operaio e socialista che le correnti liberali e democratiche dette “borghesi”. Questo movimento portò progressivamente il sesso femminile non solo al suffragio universale e alla eleggibilità delle cariche, ma anche e soprattutto all’acces­so alle professioni maschili più prestigiose. Naturalmente, il fatto che le donne arrivassero prima all’insegnamento e soltanto dopo alla facoltà di medicina, ci permette di sta­bilire senza errori la gerarchia simbolica e soprattutto di reddito che l’ordine maschile aveva organizzato nei secoli precedenti.

I movimenti fascisti e nazionalsocialisti cercarono, tran­ne eccezioni, di ricacciare le donne nella sfera del privato familiare e della irrilevanza pubblica. Si trattava di una posizione antistorica perché nessun comunitarismo moderno può essere proposto senza tener conto di alcuni dati irreversibili dello sviluppo umano, fra cui – sintomo sicuro del processo di universalizzazione mondiale in corso – c’è prima di tutto l’eguaglianza sia giuridica che simbolica tra i sessi. E ricordo qui la lotta di Hegel, pen­satore fino in fondo comunitarista, contro il comunitari­smo retrogrado e gerarchico dei “vecchi ceti” signorili e  feudali. Lo scenario attuale, che deve essere compreso fino in fondo nella sua dinamica disgregativa di ogni possibile comunità umana, è quello della complementarietà, raramente avvertita come tale, fra il maschilismo mimetico e il femminismo separatistico. Il primo si copre sotto l’ideolo­gia economica del produttivismo e dell’aziendalismo, mentre il secondo si copre sotto una metafisica astorica del differenzialismo e della guerra tra i sessi. Bisogna dunque studiare non solo queste due forme ideologiche separate, ma soprattutto la loro essenziale complementarietà.

Per la prima volta nella storia dell’umanità la figura asessuata dell’imprenditore realizza i sogni (o gli incubi) dell’androgino puro. Il ruolo dell’imprenditore capitalistico, che in origine era un ruolo di tipo maschile esemplificato sui precedenti ruoli maschili del guerriero e del mercante, si apre al sesso femminile, ma pretende da questo sesso una iniziazione che lo porti infine a una forma di maschilismo mimetico. In questo senso, le pubblicità tele­visive di donne in carriera sono assolutamente esilaranti.

L’irruzione, alcuni decenni fa, del femminismo separa­tistico deve essere fatta oggetto di ipotesi storica e genea­logica. Proprio quando il processo di emancipazione fem­minile si stava realizzando, anche sulla base della coltiva­zione del complesso di colpa del maschio, si delinea uno strano movimento che nega la storia ed adotta una ideo­logia astorica di tipo differenzialistico, che assomiglia sini­stramente al dimorfismo ontologico e biologico dei tradi­zionali sostenitori della legittimità del dominio maschile sulle donne. Da un punto di vista generale, il femminismo di tipo universitario si situa all’interno di una generalizza­ta reazione contro la storia che percorre il ventennio 1970­-1990, e che non può essere disgiunto dalla ricaduta delle delusioni rivoluzionarie del decennio precedente. Il fem­minismo ci aggiunge una reazione furiosa contro l’intero universo sociale e comunitario (necessariamente compo­sto da uomini e donne). Come avviene per tutti i miti differenzialistici dell’origine, il femminismo presenta una natura estremamente individualistica. Una delle prime teoriche del femminismo italiano, Carla Lonzi, debutta con un libro intitolato Sputiamo su HegeL. Mai obiettivo fu scelto tanto bene, in quanto colpendo Hegel si colpisce al cuore la migliore forma filosofica di comunitarismo moderno. Laddove la guerra fra le classi disturbava pur sempre l’economia, la guerra fra i sessi non la disturba affatto. Oggi sembra che – per fortuna – il femminismo sia in declino e le residue femministe vengono mobilitate per avallare i bombardamenti sull’Afghanistan in nome della liberazione dal burka e dal chador. Il senso della storia uni­versale non è più orientato dall’ideale di una comunità umana senza classi e senza sfruttamento, ma dal passaggio dal velo islamico alla minigonna. E chi si contenta gode.

Questo articolo è tratto da “Elogio del comunitarismo” di Costanzo Preve. “Controcorrente”, Napoli, 2006


33 Commenti

Fabio C. 12:00 pm - 4th novembre:

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A questo scopo, bisogna risalire ab ovo, cioè agli inizi del processo storico (a mio avviso innegabile) di subordinazione del sesso femminile all’ordine maschile della società.
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Non c’ero, non ero nato, come non c’era nessuno di noi ma mi chiedo se questo discorso possa essere valido per la società italiana (ma anche spagnola e greca), considerando quanto essa sia intrisa di mammismo e quindi subordinata alla volontà femminile.
Mi chiedo: gli etruschi erano patriarcali e maschilisti? (mi risulta il contrario). E dall’antica Roma in poi la nostra è mai stata una società veramente patriarcale?
Ma anche andando al di fuori dell’Italia: i Celti erano patriarcali? (anche in questo caso non mi risulta).
Patriarcato e maschilismo possono essere considerati sinonimi? Oppure sono (anche) due cose differenti?
Al riguardo cosa ne pensa Costanzo Preve?

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armando 11:59 pm - 5th novembre:

Preve è sempre stimolante, e i suoi studi sul comunitarismo meriterebbero molto spazio di approfondimento. Del pezzo pubblicato vorrei estrapolare in particolare questo passaggio.

“Per la prima volta nella storia dell’umanità la figura asessuata dell’imprenditore realizza i sogni (o gli incubi) dell’androgino puro. Il ruolo dell’imprenditore capitalistico, che in origine era un ruolo di tipo maschile esemplificato sui precedenti ruoli maschili del guerriero e del mercante, si apre al sesso femminile, ma pretende da questo sesso una iniziazione che lo porti infine a una forma di maschilismo mimetico. In questo senso, le pubblicità tele­visive di donne in carriera sono assolutamente esilaranti.”

A me pare che limitare la figura dell’androgino al solo imprenditore asessuato sia riduttivo e colga solo in parte la tendenza della modernità. In realtà il capitalismo, oltre le immagini di esasperata sessualizzazione femminile e maschile che sono solo una facciata dissimulatoria, esige non solo imprenditori, ma anche lavoratori e infine individui androgini. E lo fa per due motivi.
Primo perchè, come dice Ivan Illich, ha trasformato il lavoro da lavoro sessuato (nel senso che esistevano lavori da maschi e lavori da femmine come esistevano modi di percepire il mondo maschili e femminili), in lavoro neutro, adatto indifferentemente agli uni e alle altre. Si tratta, ovviamente, di linee di tendenza che incontrano resistenze di due tipi: quella di chi, a torto o a ragione ma non è questa la sede per discuterne, pensa che questa tendenza uniformatrice sia “contro natura” , ritenendo la differenza sessuale inscritta nei corpi oltre che nella psiche e vorrebbe fosse rispettata, e quella di chi, furbescamente, vuol prendere i vantaggi offerti da questa evoluzione delle strutture produttive ma ne rifiuta gli svantaggi. Parlo, è chiaro, del fatto che tutte le prediche e tutte le istanze sulla parità finiscono invariabilmente per porre l’accento sui posti di vero o presunto potere, mentre altrettanto invariabilmente si infrangono di fronte ai lavori che richiedono fatica e rischi, rigorosamente riservati ancora oggi al sesso maschile. Ferma questa distinzione, che pure è importante per smascherare l’ideologia femdominista, tuttavia questa tendenza del capitalismo, che in astratto è sicuramente “democratica” e paritaria rispetto al ruolo sociale dei due sessi, dovrebbe indurre qualche riflessione anche nei sostenitori di una “democrazia” lavorativa integrale e totale come nelle intenzioni, peraltro largamente rimaste a quello stato, del primo socialismo reale. Intendo cioè richiamare l’attenzione che una parità integrale rispetto ai ruoli sociali e lavorativi di uomini e donne, non è istanza ovvia e naturale, bensì storica e direttamente connessa con lo sviluppo capitalistico (privato o di stato poco importa) e nel suo ambito, di quello tecnico.
Il secondo motivo per il quale quel passaggio di Preve mi sembra riduttivo, è che l’individuo androgino è la figura perfettamente ritagliata su una fase del capitalismo che, almeno nei paesi occidentali, ha superato la fase più propriamente produttiva per approdare a quella del consumo integrale, di cui la mercificazione di ogni aspetto della vita è segno ed effetto. Il consumatore perfetto, cioè, non necessita di essere sessuato, anzi al contrario, e non è un caso che la moda e gli stili di vita, siano sempre più unisex o metrosexual.
Precisato questo, Preve individua una tendenza vera del capitalismo moderno, ma secondo me non coglie, o travisa, un altro punto importante.
Parla infatti dell’ideologia del produttivismo e dell’aziendalismo come maschile, anche se si limita a definirla maschilista. Ma questo è tutto da dimostrare; personalmente penso anzi il contrario, ossia che il maschile abbia iniziato ad essere meno maschile proprio nel momento in cui ha fatto propria quell’ideologia. Non solo. Preve non si accorge che il peggior sessismo può annidarsi proprio nell’ideologia dell’unisex, sessismo che può essere declinato tanto contro il genere femminile come contro quello maschile, a seconda dei tempi. E se in un primo momento c’è stato un sessismo antifemminile, ora prevale il sessismo antimaschile. Cosa che non sarebbe se si rispettassero, e si ponessero su un piano di identica dignità, le differenze ontologiche fra uomini e donne. Voglio dire che in un mondo che omologa e appiattisce le differenze date in natura come discriminatorie, non esiste alcuna ragione teorica per parlare di “superomismo” femminile e non di “superdonnismo” maschile.
Mi sembra che, sorprendentemente, questi snodi siano sottovalutati nell’articolo. Dico sorprendentemente perchè Preve è un comunitarista convinto, e presupposto di qualsiasi struttura comunitaria, anche e soprattuto di quelle lontane dall’organicismo, è la cooperazione fra diversi per il bene comune, che non esclude il conflitto ma è capace di comporlo sulla base del reciproco riconoscimento. E la diversità fondamentale, più ancora di quella di classe che è pur sempre un prodotto storico che alla prima si sovrappone, mi pare proprio quella fra i sessi.
Preve scrive giustamente che la guerra senza quartiere fra i sessi non disturba l’economia. Ma c’è da aggiungere che la guerra fra i sessi è causata non dal riconoscimento della diversità, bensì dalla pretesa dell’omologabilità che trova proprio nel capitalismo la sua origine.
Armando

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cesare 5:28 pm - 7th novembre:

Permettetimi una riflessione terra-terra che mi viene in mente ogni volta che si affrontano ricostruzioni storiche sulla relazione tra i generi. Ogni volta rilevo che immancabilmente emerge sottotraccia o in prima fila, un giudizio scontato (quanto del tutto infondato) sulla oppressione maschile sulle donne, da parte dei maschi che ci hanno preceduto. Uno stereotipo da coatti, un possente “idola fori”, un mantra tiepido e consolante per ogni “anima bella” che cerca ascolto, conferme e autorevolezza. Quasi uno spot del tipo “Dove c’è Barilla c’è casa”: “Dove c’è stato un maschio (nel passato) c’è stata oppressione femminile”, ripetuto ormai in automatico e senza un perchè o un serio studio storico a sostegno. E’ “In”, altrimenti si è “Out”, come adolescenti alle prese con le dinamiche di gruppo. E capisco le donne che, nel mito inventato, ci inzuppano “quote rosa”, leggi speciali, ed ogni sorta di vantaggio lacrimato, per tutti i secoli dei secoli: è politica al femminile, della peggior specie, ma è politica. “Buon pro” gli faccia! Ma i maschi? Giudizio scontato, accusa d’ufficio a cui poi, inesorabilmente, avendo emesso la condanna e costruito la forca cui appendere il colpevole, ovvero il maschio del passato, ben si pensa di sfangarsela dalla inevitabile chiamata di correo, per cui vien fatta immediatamente seguire la dichiarazione d’innocenza “perchè i figli non portano la colpa dei padri”.E quindi il grido stentoreo e un pò isterico: “Ma io sono innocente!”.
Bene: rovescio la questione e domando: esiste forse un analogo diritto dei padri e dei maschi del passato a non portare sulle spalle le colpe inventate e attribuite dai posteri cialtroni? le colpe che i posteri opportunisti, superficiali, irresponsabili e pieni di rogna invidiosa, scaricano loro addosso? perchè se non esiste per i padri allora non esiste nemmeno per i figli; e sappiano i figli che, di conseguenza, saliranno sulla medesima forca preparata da loro contro i padri. Ma se esiste per i figli il diritto all’innocenza dalle colpe dei padri, allora esiste anche per i padri il diritto all’innocenza dalle colpe inventate dei figli. E allora i figli tacciano e onorino i padri e i maschi che li hanno preceduti. Perchè nulla, ma proprio nulla sanno del dolore, delle lacrime, del sangue, del dono della vita, in una parola del sacrificio che ha permesso ai figli il lusso vergognoso e vigliacco di sputare addosso ai padri, a tempo perso, a pancia piena, a stanza calda, a portafoglio pieno e welfare dalla culla alla tomba.

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diait 9:43 am - 8th novembre:

e allora i figli tacciano e onorino i padri e i maschi che li hanno preceduti.

in blocco? be’, ricadresti nello stesso errore delle femministe. Anche perché non credo che certi pregiudizi siano del tutto infondati. Ecco una tipica affermazione infondata.

Onoriamo i padri (e le madri) che hanno onorato noi (e possibilmente i nostri simili), se mai. Il quarto comandamento è tra quelli che andrebbero riformati – in questo senso.

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cesare 10:56 am - 8th novembre:

Non riformo il quarto comandamento, e sono del parere di Philip Roth circa l’atteggiamento dei figli verso l’eredità dei padri: i figli hanno il compito di elaborarla in positivo così da esserne autentici effettivi eredi, nè parassiti nè fuggitivi, sia per ciò che riguarda quanto giudicassero eredità negativa sia per quanto giudicassero eredità positiva. Il padre è comunque le proprie radici e le radici non si possono strappare: sei tu ben più profondamente di quanto tu stesso sappia e mai saprai. Ed è pertanto opportuno capire più che giudicare e una volta capito c’è la comprensione, da ultimo, “rischiosissimo”, il giudizio: non giudicate il padre x’ giudicherete voi stessi.
In “Patrimonio” il libro del racconto autentico degli ultimi giorni di vita del padre dello scrittore americano, Philip Roth “parla di patrimonio nel senso di eredità, ciò che ci lasciano o ci trasmettono i genitori. Nel suo caso, il padre non gli aveva lasciato né soldi, né i tefillin, né la tazza da barba, ma soltanto merda da pulire, la cacca con la quale il vecchio uomo malato si è sporcato e con cui ha imbrattato tutto ciò che aveva intorno, figlio incluso. L’eredità di Roth, il suo patrimonio, coincide con il prendersi cura del genitore, nel lavarlo come un figlio, nell’evitargli, pulendo il bagno mentre il padre dorme, una mortificazione maggiore di quella che ha appena vissuto, non riuscendo a trattenersi, di fronte al figlio. Il quale diventa perfino una madre ( ….) e non semplicemente e soltanto un padre generoso, come lo scrittore si sarebbe aspettato di sentirsi chiamare. Ma non solo questo: l’eredità ricevuta da Roth è esattamente quella dell’aver appreso ‘il compito del padre’ ovvero, nel suo caso, una responsabilità nei confronti del suo stesso genitore che, malato, cura come un figlio”.

In http://www.figliopadre.com/2012/07/patrimonio.html

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Luigi Corvaglia 11:40 am - 8th novembre:

Ma non solo questo: l’eredità ricevuta da Roth è esattamente quella dell’aver appreso ‘il compito del padre’ ovvero, nel suo caso, una responsabilità nei confronti del suo stesso genitore che, malato, cura come un figlio” (Cesare)
Mi ci ritrovo in pieno. Per esperienza vissuta.
Solo che, essendo mio padre tuttora (per fortuna) vivo e vegeto e perfettamente autonomo, questo passaggio io l’ho vissuto con mia madre.

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Salvatore 10:37 pm - 9th novembre:

@armando leggendoti mi sembrava di leggere e sentire la parole di Gaber del quale Preve si è dichiarato grande estimatore.Quindi mi sorge il dubbio che sia stato frainteso … smile

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armando 11:50 pm - 12th novembre:

Chi sarebbe quello frainteso, Salvatore? Gaber o Preve? E in che senso?
armando

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Fabrizio Marchi 9:52 am - 18th novembre:

Questo ragazzo è bravo, c’è poco da fare, sarà spocchiosetto, come dicono in tanti (ed è vero), avrà saccheggiato il suo maestro Costanzo Preve (ed è vero anche questo), è pure un pò (parecchio) narcisista e smanioso di affermarsi, ma quello che dice (per lo più è il pensiero di Preve) è molto interessante e per quanto mi riguarda condivisibile (a parte il carattere anonimo e impersonale del capitalismo, concetto sul quale, come sapete, sono solo parzialmente d’accordo).
Il video non ha nulla a che vedere con la QM (apparentemente) ma offre degli spunti di riflessione importanti, in particolare, per quanto concerne le materie di cui ci occupiamo qui, la genesi delle ideologie e la loro funzione.
http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-idee-bologna/marx-20-il-suo-spettro-gira-ancora-per-l-europa/109281/107666

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Ethans 1:51 pm - 18th novembre:

“Ricerca di un’ulteriorità nobilitante, volontà di rifutare ciò che siamo come se fosse un destino intrascendibile, ridialetizzazione del futuro, lottare contro questa ideologia dell’intrasformabilità del mondo”. Tutto molto nobile ma in sostanza qual’è l’alternativa al capitalismo? Mi sembra tutto molto elitario il ragionamento di questo personaggio. A parte la critica al capitalismo su cui sono d’accordo (in modalità decostruens a mio parere Marx ha saputo descrivere molto bene le magagne del sistema capitalistico), la cosa che mi ha sempre lasciato un pò perplesso di questi pensatori marxiani è che cosa si vuole proporre in alternativa ad esso? Non so, mi sembrano i soliti discorsi di sempre. Vuoti e privi di sostanza. Non voglio fare polemica eh? Voglio solo capire. Vengo da sinistra anch’io e sono sempre stato un pò titubante per ciò che concerne i fini ultimi del marxianesimo. Poi io ho i miei limiti ovviamente e all’ignoranza non c’è mai fine, si sa. Il ragazzo poi conclude con questa frase: “Marx ci riapre la possibilità o perlomeno la pensabilità a livello teorico di un futuro diverso”. La mia domanda è sempre la stessa, da anni: quale?

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Fabrizio Marchi 3:48 pm - 18th novembre:

Caro Ethans, la domanda che poni è quella, come si suol dire, non da un milione, ma da un miliardo di dollari.
Domanda alla quale NESSUNO, e sottolineo NESSUNO, è oggi in grado di rispondere nero su bianco con certezza. E chi lo fa, da qualsiasi parte politica o filosofica lo faccia, è in malafede. Ma, aggiungo io, il semplice fatto di porsela è già di per sé di fondamentale importanza perché denota un’inquietudine, un’insofferenza nel confronti dello status quo che richiede appunto una risposta.
Qualcuna però, se riascolti bene il video, il Fusaro (Preve)-pensiero (che è una originale reinterpretazione della filosofia marxista in chiave idealista (Fichte ed Hegel), che però in questo video Fusaro fa solo in parte) te la dà.
Innanzitutto nella pensabilità stessa di un nuovo orizzonte (tutto da definire) e nel rifiuto dell’accettazione passiva dello stato delle cose (il capitalismo), considerato oggi (dal meanstream dominante) come immutabile, eterno, perché naturalisticamente fondato. Come a dire “Non puoi andare contro le leggi della natura, il capitalismo è parte integrante della natura e dell’ontologia umana, quindi hai poco di che lamentarti. Noi (il capitalismo) non pretendiamo di essere il migliore dei mondi possibile e non demandiamo, come hanno fatto fino ad ora tutte le ideologie, tutte le filosofie e tutte le religioni ad un altro mondo ideale da costruire. Al contrario, sappiamo perfettamente che il nostro mondo è pieno zeppo di contraddizioni, ma sappiamo anche che è l’unico possibile, non ce ne sono e non ce ne saranno mai altri, ed è un esercizio inutile (e dannoso) anche il solo concepirli”. Quindi – come dice bene Fusaro – la parola d’ordine è: consuma e sopporta”. Stop e fine dei giochi. (sappiamo che anche da queste parti si aggirano spesso i fan e soprattutto le fan di queste profondità filosofiche…).
Tutto ciò, come dice sempre Fusaro, viene ipocritamente spacciato per trionfo del liberalismo e della democrazia (e tutto il carico di sovrastrutture ideologiche del caso), quando in realtà niente altro è se non il trionfo dell’economia, del mercato e del capitalismo sulla politica, sulla società (intesa come comunità di esseri umani) sull’etica e sullo stesso pensiero umano, che vengono resi succedanei e funzionali al capitalismo stesso, o meglio al dominio della “merce” in sé (concettualmente parlando).
Questo è ciò che comunemente viene oggi definito come “pensiero unico”. Proprio questa è forse la più potente e pervasiva delle ideologie che abbia mai fatto la sua comparsa sul pianeta. Il capitalismo e il mercato (la forma merce, feticizzata e deificata, e gli esseri umani mercificati, cioè ridotti a merce, a cosa, quindi sostanzialmente spersonalizzati e disumanizzati) considerati come parte integrante della natura, cioè dell’essere e non come un risultato della prassi, cioè dell’agire umano.
Ma proprio in questo crocevia, c’è l’altra risposta che è appunto contenuta nello stesso concetto di prassi. Non a caso – sosteneva Marx – (per utilizzare una sua celebre frase) “il comunismo è il movimento reale che trasforma lo stato delle cose presenti” (poi che i comunisti l’abbiano trasformato nella direzione che sappiamo è altro discorso…).
Quindi non una categoria dello spirito né tanto meno una sostanza a priori da calare sulla terra dall’Iperuranio dello Spirito o dell’Idea ma un processo reale che trasforma le cose.
Ergo, per tornare a noi, come il capitalismo (e tutti i contesti sociali, economici e culturali ad esso preesistenti) è un prodotto della prassi, e quindi della possibilità della trasformazione della realtà, nella stessa misura, gli uomini, attraverso la prassi, cioè attraverso il loro agire concreto, possono trasformare il capitalismo o addirittura superarlo (così come hanno superato altre strutture economiche e sociali storicamente determinatesi, anch’esse dalla prassi). Il come e in che direzione è ovviamente in larga parte tutto da scoprire e ciascuno, a seconda dei propri punti di vista, ci metterà del suo.
Perché, scusa, noi non stiamo forse operando per trasformare la realtà? Che cosa stiamo facendo se non questo? Non stiamo forse, nel nostro piccolo, lavorando ad una trasformazione della relazione fra uomini e donne (che è comunque parte integrante del contesto nel quale ci troviamo a vivere)? E lo stiamo facendo, partendo dalla nostra condizione reale di uomini beta, in base alla nostra interpretazione della realtà, in direzione di quella che riteniamo dovrebbe essere una diversa e migliore modalità di quella stessa relazione. E siamo convinti che modificare quella condizione darebbe un contributo importante anche ad una più generale trasformazione della realtà e del mondo.
Questa secondo me è la risposta. La sola possibile. Anzi, credo che dovremmo liberarci per sempre dall’idea che debba venire qualcuno a portarcela su un piatto d’argento. Il percorso lo dobbiamo costruire noi. Capisco che è un fardello notevole che ciascuno deve caricarsi sulle spalle ma alternative non ce ne sono.
Poi ognuno è libero di trovarsi, se lo ritiene opportuno, il “rifugio” (ideologico, politico, religioso o filosofico) che vuole, con le proprie certezze (per chi ne ha). Ma questa in fondo è la strada più facile, perché già battuta. Facendo tesoro delle mie esperienze, del mio bagaglio di conoscenze (molto modesto), mettendo da parte quello che credo non serve più e quello che invece è ancora utile conservare (perché attuale), ho da tempo imboccato un altro percorso, che è quello della ricerca a 360°. Poi che questa ricerca mi porti spesso a confermare “vecchie” strade è un altro discorso…

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Ethans 10:33 pm - 18th novembre:

Mi scuso innanzitutto per aver scritto il termine “elitario” anziché “aleatorio: deve essere un problema neurologio il mio, infatti spesso dico “dassi” al posto di “dessi”, stassi al posto di “stessi e “quanto” al posto di “quando”. C’ho provato e riprovato ma tutte le volte ricado nello stesso errore, soprattutto quando scrivo di getto. Lo so che può sembrare una scusa ma tant’è…

La mia domanda (qual’è l’alternativa al sistema capitalistico?) oltre che essere una domanda retorica (quasi un’iperbole) è certamente derivante da una sorta d’insofferenza intima verso un sistema che soffoca a priori qualsiasi spinta all’affermazione individuale… paradossalmente mi sembra quasi di vivere in un sistema comunista in cui l’agenda di Mercato è dettata da un elite che impone (più o meno indirettamente) le scelte al singolo individuo, incasellato come non mai in un sistema che non dà aria alle singole aspirazioni e che forza l’individuo a uniformarsi a un modello creato alla bisogna al fine apparente di soddisfare qualsivoglia desiderio personale, ma che, a un occhio smaliziato, mostra l’altra faccia della medaglia e cioè quella tendenza ad ingoiare tutto, allargando sempre più il divario tra i soggetti sociali, creando sempre più ricchezza in mano ai pochi, ovviamente a scapito dei molti.

Anch’io non credo che il capitalismo sia così anonimo come si vuole far credere.

Tutto è capillarmente standardizzato. Non puoi più metterti in proprio perchè la multinazionale del settore di riferimento in cui, magari, tu sei specializzato, ti mangia in testa. Tutto questo lo fa in funzione di una politica economica che non ti permette in alcun modo di essere concorrenziale. Tu magari da un punto di vista “qualitativo” hai una marcia in più ma loro (le multinazionali) hanno il prezzo ed è molto semplice capire che mettersi a fare concorrenza ad aziende che sono competitive da un punto di vista di prezzi è semplicemente un suicidio.

Spuntano come funghi questi casermoni pieni di merce per ogni esigenza, questi ipermercati, i grandi templi del capitalismo globale che, sostituendosi alle chiese, ti offrono dalla spilla da balia all’ultimo modello di cellulare ipertecnologico a un prezzo che solo nei tuoi sogni puoi trovare. E tu che fai? Ti adegui ovvio, o tutt’al più fai domanda di assunzione all’interno di uno di questi bastioni del liberismo più sfrenato e senza regole, al fine di raggiungere un contratto a tempo indeterminato e di conseguenza garantirti la certezza di sbarcare il lunario senza troppi salti mortali. Alternative non ne hai, mettersi in proprio è un pò come puntarsi una pistola alla tempia. Dov’è la soluzione? Forse un nuovo Medio Evo? La Rivoluzione? Mi auguro proprio di no.

Mi costa tantissimo dirlo ma più passano gli anni e più mi sto convincendo anch’io che il capitalsimo sia il sistema sociale ed economico che più si avvicina alla natura e all’ontologia umana. L’egoismo. E questa non è una bella cosa, sia chiaro.

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Ethans 12:39 am - 19th novembre:

Ehm… cough, cough: destruens…

laugh

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Rino DV 7:52 pm - 7th gennaio:

Osservazioni sulla prolusione di D. Fusaro di cui al video linkato in qs. thread il 18 Nov.

Dice Fusaro: il capitalismo si sta “naturalizzando” presentandosi come ineludibile, insuperabile, etc.
La tesi è corretta ma il suo significato è depistante perché ci fa credere che questo sia il solo caso storico di “naturalizzazione”. Errore. La “naturalizzazione” infatti non è specifica del capitalismo attuale, ma appartiene a tutte le civiltà, a tutte le forme di forme di vita sociale di tutti i luoghi e di tutti i tempi, con una breve eccezione: quella iniziata nel 1789 (o un po’ dopo) e finita nel 1989. Tutte le forme di vita sociale per il solo fatto di esistere e di durare condizionano/costringono i suoi membri a credere che siano spontanee, universali, immodificabili: naturali. Non solo è vero ormai “capitalismus sive natura”, ma anche fu vero “aristocratia sive natura”, “feudalesimus sive natura” e così via per ogni forma sociale. Per tutte, con una sola eccezione. L’eccezione storica è rappresentata appunto dall’idea (idea-forza) che la società possa essere diversa da quello che è, ossia, usando una formula di moda “che un altro mondo è possibile”. L’idea che si possa modificare/sopprimere il mondo reale (quello che c’è) per far posto ad uno ideale (che oggi non c’è) è, secondo alcuni, un portato del cristianesimo, affiorato dopo 15 secoli di latenza, prima nelle menti di pochi e poi diventato (dopo altri secoli) patrimonio delle masse: è l’idea della rivoluzione. Progetto risultato vincente nell’Ottobre sovietico e caduto con il Muro.

Il Caso o la Necessità?
Dice dunque Fusaro: il capitalismo vincitore sta chiudendo l’orizzonte del possibile e soffocando l’idea della rivoluzione. Si capisce, per il solo fatto di essere sopravvissuto al suo rivale, il capitalismo si innalza progressivamente a “natura” e ciò accadrebbe anche in assenza di gruppi di potere che scientemente e coscientemente promuovano quel trend obnubilante. Sorge allora la questione del decesso del sistema nato dalla rivoluzione: il comunismo, con la cui caduta sembra esser stata colpita al cuore anche l’idea che un altro mondo sia possibile. Sulla questione sono in lotta due scuole di pensiero. Una dice che quel fallimento fu dovuto a un fatto idiografico, al caso: le cose sono andate storte ma potevano andare diritte. L’altra si rifà alla nomotetica, ossia alla necessità: non potevano andare diversamente. La prima dice che cambiando alcuni fattori (élites, leader, scelte e strategie, fondamenti filosofici, classi di riferimento etc.) le cose sarebbero andate bene e che quindi, cambiandoli nei fatti, cambiandoli in futuro, andranno effettivamente in modo diverso, nella direzione voluta e verso la vittoria storica anziché il fallimento. La seconda lo nega: come è andata, così andrà sempre e ciò per necessità strutturali. Se si ripetesse l’esperimento le conseguenze e le conclusioni si ripeterebbero. Così come alla voce “feudalesimo” corrisponde il feudalesimo reale, quello che ci fu e non un feudalesimo ideale, immaginario, nello stesso modo alla voce “anticapitalismo” corrisponde quel che fu, non quel che poteva/doveva essere e/o si intendeva che fosse. Come al ripresentarsi delle condizioni storiche ritroveremmo il feudalesimo quale fu (e che in effetti si ripeté uguale dove quelle condizioni si verificarono) così al ripresentarsi del comunismo ritroveremmo il comunismo che fu. Tra il Caso e la Necessità Fusaro si schiera ovviamente nel primo filone di pensiero: il fallimento del comunismo (dell’anticapitalismo storico, unico esistito) è stato un fatto idiografico. E’ ovvio infatti che l’altra prospettiva, quella della Necessità, coincide con la tesi secondo cui ormai non vi è altro sistema che quello capitalistico. Tesi che non coincide con la fede ingenua nella sua “naturalità”, ma che ha le stesse conseguenze nell’azione politica. Ossia nella non-azione.
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Capitalismo o società industriale?
Anche Fusaro evita di distinguere tra capitalismo e società industriale, che risultano quindi visti come una sola cosa, un corpo unico. In questo modo resta indeterminato se il superamento del primo preveda anche l’abolizione della seconda, benché la mancata distinzione tra i due costringa a pensare che (dal suo punto di vista) sia così. Il che sembra non solo assurdo, inconcepibile, ma anche contraddittorio rispetto agli obiettivi che si propone solitamente un nemico del capitalismo, ossia l’estensione del benessere (quantunque non consumistico e perciò moderato, frugale e spartano) a tutta l’umanità. Ora è impossibile immaginare quale sistema economico non industriale sia in grado di garantire miliardi di paia di occhiali, di scarpe, di vestiti (e via elencando per intere pagine) se non quello industriale. Ma c’è dell’altro. Quella mancata distinzione impedisce anche di ipotizzare che forse alcuni caratteri e tratti dell’attuale società non derivano dal fatto che essa è capitalista, ma dal fatto che è …industriale e che perciò sarebbero destinati a permanere anche in una società non capitalistica. In Fusaro ciò resta indeterminato.

Quale oppio?
Il nuovo oppio dei popoli è dunque la pretesa naturalità del capitalismo. Un infuso soporifero che ha come effetto l’inazione delle masse e l’obnubilamento delle élites. Ma anche la visione di Fusaro è un buon oppiaceo. In essa infatti tutti i guasti sociali derivano dall’attuale sistema, per cui diventa puerile e velleitario ogni tentativo di intervenire sugli effetti. Finché non si cambia sistema ogni azione è vana. Al più potrà avere effetti palliativi e perciò stesso confacenti, funzionali ancora una volta al sistema stesso. Trasferendo quella lettura alla QM, ne segue che pure questa non ha soluzione nel capitalismo e che pertanto non se ne può fare una questione centrale. Al pari delle altre (demografia, ecologia, imperialismi, crisi strutturali, globalizzazione etc.) non può avere soluzioni nel sistema. Ne deriva che gli attivisti della QM stanno sullo stesso piano degli ecologisti, dei no-global, etc., insomma degli umanisti in genere. Brava gente, volenterosa, animata da buone intenzioni, da guardare con condiscendenza, ma innocua, mentre della QM in sé non è il caso di occuparsi in sede filosofica. E infatti Fusaro non se ne occupa. Il che però ha questo effetto positivo (…per chi non se ne occupa…): che si resta fuori da una tematica spinosa, schierandosi sulla quale si rischierebbe grosso. La scomunica, l’ostracismo. Si metterebbe a repentaglio la carriera. Non sto dicendo che Fusaro sta alla larga dalla QM per questo motivo, dico però che in tal modo beneficia di quell’effetto. Se incominciasse a sparare contro il femminismo, avrebbe i giorni contati.

RDV

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Fabrizio Marchi 11:39 pm - 7th gennaio:

“Tra il Caso e la Necessità Fusaro si schiera ovviamente nel primo filone di pensiero: il fallimento del comunismo (dell’anticapitalismo storico, unico esistito) è stato un fatto idiografico”. (Rino)
Non ne sono sicuro, Rino, perché l’analisi del comunismo storico novecentesco del suo ex “maestro” (i due hanno litigato e si sono separati), Costanzo Preve, è ben diversa. Ora non posso sapere se Fusaro, conseguentemente al distacco, abbia mutato anch’egli posizione, però posso dirti con certezza che quella di Preve è completamente diversa.
Secondo Preve infatti le cose nella Russia sovietica non potevano andare che come sono andate. Il proletariato, secondo P. , ha storicamente dimostrato di non essere stato capace di diventare classe dirigente, così come è stato invece per la borghesia. Questo perché il proletariato, a differenza appunto della borghesia, ma anche dei contadini e degli artigiani delle epoche precedenti che erano sia pure in parte proprietari dei mezzi di produzione o comunque, là dove non lo fossero, erano in grado di padroneggiarli, era totalmente sprovvisto di qualsiasi “sapere” o “differenziale di sapere”, e quindi non in grado di sviluppare una egemonia, men che meno culturale, oltre che politica.
A questa deficienza strutturale di cui era già consapevole Lenin (e ancor di più Stalin), ha sopperito il partito, sostituendosi alla classe. Quella che per i trotzschisti o comunque per tutti i comunisti antistalinisti (ma direi per una larga parte della sinistra) è stato un processo di involuzione e degenerazione burocratica (fino a ricostruire, seppur sotto altre spoglie, un sistema di riproduzione di dinamiche di classe), secondo Preve è stato invece il tentativo di “tenere in piedi la baracca” attraverso la più grande promozione di massa di “personale politico” dal basso mai avvenuta fino a quel momento nella storia (il neo apparato burocratico al potere). Una promozione che, ovviamente, era strettamente collegata alla fedeltà assoluta al partito e al suo leader (e che per questa stessa ragione non poteva che produrre un personale politico mediocre, aggiungo io).
Secondo Preve, Stalin non era né un traditore della rivoluzione (interpretazione classica degli antistalinisti), né un capitalista di stato, né un nuovo zar, bensì un comunista che si era reso conto (anche se non poteva ammetterlo) della assoluta incapacità della classe operaia di trasformarsi in classe dirigente. A quel punto l’unico modo per mantenere il “potere proletario” era quello di creare ex novo una struttura burocratico-politico-militare che diventasse classe dirigente in sua vece.
E per un certo periodo, spiega Preve, le cose hanno anche funzionato. Lo dimostra la indubitabilmente gigantesca crescita industriale (e complessiva)dell’URSS avvenuta in poco più che un ventennio. Il problema – spiega sempre Preve – è sorto successivamente, cioè in seguito al disgelo e alla destalinizzazione, verso gli anni ’60, quando proprio in seguito all’enorme sviluppo industriale e tecnologico dell’URSS, è inevitabilmente e contestualmente cresciuto anche un nuovo e diffuso “ceto medio” di seconda o terza generazione composto da quadri, dirigenti, tecnici, ingegneri ecc. che naturalmente non aveva più nessun interesse a sottostare al potere della “burocrazia ex proletaria” al potere. E’ qui che ha inizio il corto circuito, secondo Preve (e in questo caso ha ragione). La rivoluzione di “velluto” che ha squagliato il sistema sovietico è stata secondo lui una “controrivoluzione” della media borghesia sovietica, smaniosa di diventare classe dirigente. Naturalmente anche quest’ultima non era cosciente di quelli che sarebbero stati i successivi sviluppi (il capitalismo selvaggio e la riconversione dell’ ex apparato burocratico-militare-industriale sovietico nella nuova borghesia commistionata con la mafia) per diverse ragioni che ora è inutile star qui a spiegare.
Naturalmente, sottolinea Preve, tutto ciò non significa assolvere gli orrori dello stalinismo che non hanno alcuna giustificazione. Tuttavia – insiste – sarebbe ipocrita “rifugiarsi in corner” (l’espressione in questo caso è mia) sostenendo che Stalin e il PCUS non avevano nulla a che vedere con il comunismo o fossero solo una cricca di traditori degenerati.
Personalmente la mia analisi è diversa dalla sua (e anche da quella degli antistalinisti di sinistra), anche se ci sono degli elementi che condivido (specie l’individuazione delle cause che hanno portato alla crisi del sistema sovietico, ma non solo) ma questo è un altro discorso.
Ci tenevo a precisare che ci sono tante e differenti analisi e interpretazioni sulla crisi e il crollo del “socialismo reale”. Argomento molto complesso che potrebbe sembrare vetusto e del tutto scentrato rispetto alla fase storica attuale, e che invece a mio parere-contiene degli elementi di riflessione tuttora estremamente interessanti e attuali.
P.S. osservazioni come al solito molto interessanti, le tue, Rino, sulle quali tornerò prossimamente, con più tempo e calma

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Fabrizio Marchi 11:50 pm - 7th gennaio:

P.S. su Fusaro ne sento dire parecchie e in generale non tutte sbagliate. In realtà dopo aver saccheggiato il suo ex maestro a piene mani se ne sarebbe distaccato depurando il suo pensiero da quelle posizioni scomode (quelle mutuate da Preve) che non lo avrebbero di certo favorito nella sua carriera accademica (e infatti Preve, che personalmente considero un pensatore di assoluto livello, è un ostracizzato). Il ragazzo è di una presenzialità unica, è praticamente ovunque, ogni giorno invade la bacheche di facebook con i suoi annunci ecc. Inoltre è molto sostenuto da alcuni ambienti accademici di alcune facoltà del nord e del nord-ovest.
A me questo interessa poco se non per nulla. E’ evidente che sia animato da una smania carrieristica e da una volontà di autoaffermazione di notevoli proporzioni. Ma a noi questo non deve interessare. E’ sicuramente un giovane ricercatore molto intelligente e colto, su questo non c’è dubbio, e noi abbiamo interesse a prendere, culturalmente parlando, dove c’è da prendere. Su face book e su you tube ci sono tantissimi video di Preve intervistato proprio da Fusaro, solo che la maggior parte si sentono malissimo. Consiglio comunque di vederli perché sono veramente interessanti (per chi è appassionato di filosofia e in special modo di filosofia politica).

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armando 12:34 am - 8th gennaio:

Mail complessa quella di Rino. Qualche osservazione/obiezione:
- Per dire che il comunismo è stato l’unico anticapitalismo occorrerebbe definire con precisione i caratteri essenziali dei due sistemi.
Basta a definire il capitalismo “la proprietà privata dei mezzi di produzione” e il comunismo la “proprietà collettiva dei mezzi di produzione”?
E cosa significa proprietà collettiva? Statale o altro? Se, solo per fare un esempio, vivessimo in una società in cui i mezzi di produzione fossero detenuti dai lavoratori delle singole aziende attraverso forme di proprietà cooperativa, che sistema sarebbe?
-Società industriale/capitalismo/comunismo. Il tema è complesso davvero. Per J. Ellul è il sistema tecnico (che sarebbe invero già post-industriale in certo senso) a determinare autonomamente, per logiche interne, ogni scelta, indipendentemente dalla proprietà privata o collettiva dei mezzi di produzione. Il che fosse vero pone, mi sembra ovvio, il problema di quella che un tempo chiamavamo la “contraddizione principale” che non potrebbe essere espressa più in termini di classe. E poichè, sempre per Ellul, la tecnica è il maggiore fattore alienizzante e disumanizzante, ciò avrebbe conseguenze enormi sul “che fare”. Roba non da poco.
-Rinalutarizzazione. E’ vero che ogni sistema tende a presentare se stesso come il più aderente alla natura umana, ma ciò accadrebbe anche in un ipotetico sistema ove la rivoluzione avesse trionfato. Ed in effetti così è stato per il comunismo sovietico, cinese, cubano etc. Non mi sembra siano stati esattamente l’anticamera di un altro mondo possibile. Certo, è possibile dire che quelle rivoluzioni sono state tradite, tuttavia essendo state state le sole realtà che hanno tentato di cambiare in profondità la realtà attraverso un progetto di ingegneria sociale, mutuando l’escatologia cristiana ma applicandola al mondo terreno, è legittimo interrogarsi sul concetto stesso di rivoluzione. Ossia se, come è avvenuto nel 68, ogni rivoluzione (compresa quella francese del 1789) sia in realtà servita a destrutturare ogni struttura socioculturale tradizionale , quindi in tal senso funzionale all’affermarsi della concezione borghese/individualistica, senza riuscire mai ad accedere al momento della costruzione reale di una alternativa reale.
Io penso sia davvero così, ma non per questo ritengo il Capitalismo come un fatto naturale. Come esso ha distrutto i rapporti feudali succedendo a quel mondo (che il C. sia in realtà sempre esisito sia pure in forme “non pure” in quanto inquinate da rapporti personali anzichè fra cose come è ora, è una balla), così potrà essere superato. Non sappiamo ancora da cosa e come, ma se la storia non è finita ( e non lo è), sarà così.
QM. Per me è vero che non potrà trovare soluzione vera in questo sistema. Per il “semplice” fatto che disconosce le differenze ontologiche (o naturali, quindi eterne, metastoriche, che hanno il loro fondamento nei corpi sessuati) fra donne e uomini. Il suo (del capitale) interesse specifico è l’individuo androgino e neutro, estraniato da ogni rapporto comunitario in cui si è necessariamente formato. Un individuo neutro e sradicato, dal corpo e dalla propria storia, quindi perfettamente manipolabile. In tal senso il Capitalismo è il sistema più artificialmente costruito e meno naturale di ogni altro perchè presuppone che l’individuo esista come entità astratta e acorporea. Quanto in ciò entri il “sistema tecnico” più che il capitalismo in quanto tale, come sostiene Ellul, aggrava semmai il problema ma non lo risolve, perchè è pur vero che il sistema tecnico ha storicamente trovato il suo humus proprio nel Capitalismo.
Alla fine, anche per quanto riguarda la QM, vale il concetto aristotelico di “potenza” e “atto” e di natura come traduzione dell’una nell’altro. In mancanza, potremmo pur arrivare ad una parità assoluta sul piano giuridico fra UU e DD (e sarebbe una grande conquista), ma se non accompagnata dal riconoscimento e dall’incoraggiamento delle differenze ( e quindi dalla legittimità di esistenza di entrambi i sessi) , sarà anch’essa alla fine solo una maschera. Insomma credo che più che sul piano sociale, la partita vera si giochi su quello antropologico/culturale.
armando

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Fabrizio Marchi 9:13 am - 8th gennaio:

Solo una breve nota perché purtroppo in questo periodo ho pochissimo tempo…
E’ vero quello che sostiene Rino, e cioè che ogni ideologia e ogni sistema dominante ha tentato di naturalizzarsi. Gli assiomi di questa operazione sono più o meno sempre gli stessi:fine della Storia, oltre “me” non c’è più nulla, “questo è l’ordine naturale delle cose, rassegnatevi”. E in parte, per periodi più o meno brevi o lunghi, sono risultati anche vincenti.
Potremmo come al solito portare numerosi esempi (tra gli altri, l’Impero Romano) ma direi che il tentativo meglio “riuscito” da questo punto di vista (e anche lungo nel tempo) è stato senza dubbio quello del potere temporale della Chiesa (e di tutti quei sistemi che comunque poggiavano sul dogma religioso) , peraltro ulteriormente giustificato dalla religione, con tutti i potentissimi risvolti che questa è in grado di esercitare dal punto di vista psicologico, ideologico e quant’altro. In una parola, se il processo di “naturalizzazione” di un sistema di dominio viene anche supportato e giustificato dal punto di vista teologico e religioso, è evidente che siamo di fronte ad un combinato disposto in grado di sviluppare una grandissima forza e capacità persuasiva. Il tutto suona più o meno così:” Le cose stanno in questa maniera perché questo è l’ordine naturale del mondo voluto e creato da Dio che vuole che le cose vadano esattamente in questo modo. Quindi chi si azzarda a volerle trasformare non solo va contro il potere costituito, ma contro la natura e soprattutto contro Dio”. Con questa “filastrocca” lo hanno messo nel culo (con o senza vasellina) alle classi popolari per circa un millennio.
Il cosiddetto “comunismo realizzato” non si è discostato, da questo punto di vista, dai sistemi precedenti e anzi ha riproposto una visione di tipo messianico escatologica sia pur storicizzata e secolarizzata. A differenza però della Chiesa che rimandava il tutto alla vita eterna (e quindi aveva gioco molto più facile), il comunismo (impresa ben più ardua), aveva l’immane compito di costruire se non il paradiso, quanto meno qualcosa che gli assomigliasse anche di sguincio proprio qui sulla terra (sto banalizzando fino all’inverosimile, è ovvio, ma credo che ci capiamo…). Non ci è riuscito e le cose sono andate come sono andate, il tutto in un lasso di tempo brevissimo.
Ora, tornando a noi, c’è un punto fondamentale che forse ci è sfuggito e che invece Preve (e il suo ex allievo Fusaro che ha scelto la carriera accademica alla rivoluzione…) pongono in risalto con grande chiarezza.
Tutti i sistemi precedenti al capitalismo si erano posti come l’optimum, cioè come la migliore soluzione dal punto di vista “pratico”, inteso in questo senso come politico, economico, sociale e anche etico (pensiamo appunto al potere della Chiesa e di tutti quei regimi, in particolare le monarchie assolute, che avevano la pretesa di fondarsi su presupposti religiosi).
Ma proprio in questo è da ricercare l’origine e la causa della loro fine. E cioè perchè il gap tra la “promessa” e le aspettative generate da una parte e la realtà concreta delle cose dall’altra prima o poi si rivelava impossibile da gestire. La contraddizione era troppo forte e il sistema era destinato a perire, in un modo o nell’altro, in tempi più o meno lunghi (imperi, monarchie, chiesa) o brevi (socialismo reale).
Il capitalismo attuale invece, e questa è una delle ragioni fondamentali della sua forza, si guarda bene dal porsi come il “sol dell’avvenir” (di qualsiasi “sole” si parli…). Anzi, ammette e dichiara apertamente di essere “imperfetto”, non si pone minimamente (questa la grande novità) il problema del superamento delle sue evidenti contraddizioni che esso stesso non nega e che, al contrario, ritiene del tutto naturali e fisiologiche.
Questo è il punto vero, che gli conferisce una forza immensa, oltre che una novità assoluta dal punto di vista storico e politico. L’intuizione di Preve da questo punto di vista è, per quanto mi riguarda, con divisibilissima.
Il socialismo reale, per tornare ai tempi recenti, era concepito dagli stessi comunisti al potere, che non ne facevano mistero (anzi, era il loro fondamento dottrinario), solo come una fase necessaria per il passaggio alla società comunista che era, dal punto di vista ideologico (lasciamo stare ora i risvolti pratici…) il vero obiettivo. In altre parole, se vogliamo dirla marxianamente, il potere burocratico sovietico (cioè delle classi dirigenti sovietiche) si fondava su questa ideologia, cioè su questa falsa coscienza, instillata nelle masse. Come per tutti gli altri regimi e sistemi a cui abbiamo sommariamente fatto cenno, la contraddizione è esplosa e il sistema è andato in tilt. Quello sovietico è stato un processo estremamente più rapido rispetto ad altri (per tante ragioni, ma insomma, dobbiamo essere brevi…) proprio perché l’aspettativa era molto alta (l’eguaglianza, il comunismo, la giustizia, l’autorealizzazione dell’uomo) rispetto al risvolto concreto ed effettivamente realizzatosi.
Il capitalismo è completamente fuori da queste dinamiche, anzi, da esse ne trae forza, negativamente parlando (e ideologicamente). Il paradigma è:”Guardate come sono finiti i sogni e le illusioni di un mondo migliore. Io non prometto nulla di tutto ciò, io sono quello che sono, sono questa roba qui che vedete, di meglio non c’è e non può esserci, perché io stesso sono l’ordine naturale delle cose, e la Storia lo ha dimostrato”. Quindi non si dà una prospettiva futura, al contrario, il futuro si elimina “invitando” (di fatto imponendo) a vivere il presente in una sorta di accettazione passiva dal punto di vista ideologico e psicologico (“non c’è possibilità di mutamento”) ma all’interno di una dinamica “attiva” (con un milione di virgolette), cioè produzione, consumo e feticizzazione della “merce”.
Anche e soprattutto questa, anche qui ha ragione la ex coppia Preve-Fusaro, è una ideologia, anzi, forse la più pervasiva e potente di tutte le ideologie, perché anche questa contiene paradossalmente degli elementi messianico-escatologici, sia pur non apertamente manifestati e camuffati nel loro contrario. Non a caso le ideologie di supporto di questo sistema sono oltre al “laicismo” (e al femminismo, ovviamente), lo “scientismo” e il “tecnicismo”, cioè la scienza e la tecnica concepite come scienze e funzioni “asettiche”, a-ideologiche, “indifferenti”, quando sappiamo che questo è storicamente impossibile. La critica di Adorno e di Horkeimer all’Illuminismo e al sistema capitalistico (che loro estendevano anche se in forme diverse, anche al socialismo reale) da questo punto di vista è tuttora attualissima.
Mi piacerebbe molto approfondire, ma non ho tempo (sospiro di sollievo da parte vostra… :mrgreen: )

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Fabrizio Marchi 9:25 am - 8th gennaio:

P.S. scusate, un pizzico di orgoglio collettivo.
Certo che per essere un branco di maschilisti rozzi e sfigati, tutto sommato il livello del dibattito non è proprio “accio”.
Come dice giustamente Luigi, se fossimo pagati e potessimo dedicarci a pieno tempo alla QM (e in generale ai nostri personali interessi) su questo stesso blog faremmo scintille… laugh

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Roberto Micarelli 11:03 pm - 9th gennaio:

In questo periodo sto leggendo qualcosa di geopolitica, mi verrebbe spontaneo osservare che rispetto alla contrapposizione tra NATO e URSS l’unica cosa che si è dissolta è la seconda, sostituita dall’alleanza eurasiatica, ma non la contrapposizione stessa. Rileggere tutto ciò con la QM sullo sfondo è interessantissimo. Si potrebbe arrivare a conclusioni inquietanti che per ora preferisco non scrivere, perché io stesso ho troppi conti che non tornano. Una cosa sola, considerando che la mia lettura si svolge al di là della storia del comunismo anzi, non vuole tirare in ballo la giustezza morale o politica di questo o quel sistema reale; è come se l’Eurasia, nata appunto dalle ceneri dell’URSS e dal riavvicinamento sino-russo, abbia sviluppato anticorpi contro il colonialismo psichico occidentale, col risultato di ridurre il rischio di destabilizzazione interna. Credo che questo sia un periodo storico importante e di grandi cambiamenti. Per anni dopo l’ottantanove abbiamo quasi creduto che l’ostacolo alla mondializzazione dello american life style fosse l’Islam, mentre oggi sta succedendo qualcosa di nuovo e, almeno per gli ignoranti come me, assolutamente inaspettato.

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Roberto Micarelli 11:10 pm - 9th gennaio:

Aggiungo solo che l’aspetto paradossale parrebbe quello del coincidere di questi eventi proprio con la trasformazione capitalistica di quei sistemi, e il contestuale loro distanziamento dai codici morali che noi consideriamo naturalizzati e complementari al capitalismo stesso. Qualcosa che impone secondo me una riflessione generale più profonda sul significato di capitalismo e anti-capitalismo. Ma per addentrarmi in un’analisi del genere, almeno io, devo mangiare ancora molti libri. Ne riesco solo a scorgere i contorni.

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armando 12:15 pm - 10th gennaio:

Una sola osservazione, per mancanza di tempo, su quanto scritto da Fabrizio. Il C. si ritiene imperfetto, è vero, ma ritiene anche di essere l’unico sistema che aderisce alla natura umana, peraltro anch’essa imperfetta. In tal senso si ritene il sistema più naturale di ogni altro, e non è un caso che voglia rileggere i sistemi precedenti come forme non pure di se stesso.
sarebbe davevro da approfondire il tutto, accidenti al tempo.
armando

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Luigi Corvaglia 7:50 pm - 20th aprile:

Le nostre è sempre più evidente che fanno e sempre più faranno parte del “cuscinetto di grasso” ……

Stiamo andando verso una polarizzazione estrema verso un polo oligarchico, da un lato, ed un immenso e politicamente espropriato “terzo stato”, dall’altro. E tuttavia, le oligarchie sanno bene che è necessario un “cuscinetto di grasso” sociale fra i due poli, per evitare che possa verificarsi uno scontro diretto fra i pochissimi, ed i moltissimi abbandonati alla insicurezza della vita e al lavoro sottopagato, flessibile e precario. Fra le oligarchie e questo nuovo immenso “terzo stato” (che sarebbe improprio definire in termini di imborghesimento del proletariato o proletarizzazione della piccola borghesia, categorie sociologiche a mio avviso sorpassate) bisogna favorire la costituzione di un gruppo sociale che, sulla scorta della proposta linguistica di Eugenio Orso, definirei new global middle class (uso l’inglese perché è la nuova lingua dei padroni, come avvenne prima per il greco, poi per il latino ed infine per il francese). A questo nuovo gruppo sociale bisognerà pur sempre dare qualche privilegio, in modo che non si rivolti contro l’oligarchia. Su questo non ho le idee chiare. Se ci fossero ancora dei sociologi, io chiederei a loro, ma so bene che ormai Wright Mills e Christopher Lasch sono morti, e restano soltanto animali accademici tronfi ed autoreferenziali. (Costanzo Preve)
Ricostruire il Partito Comunista?

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Luigi Corvaglia 8:47 pm - 2nd maggio:

Anche se non strettamente attinente approfitto del thread per segnalare questo articolo di Costanzo Preve uscito su ariannaeditrice.it:
Sulla rivoluzione

di Costanzo Preve – 24/04/2012
1. Cesare Allara ha messo in rete l’8 aprile 2012 un corposo intervento sulla rivoluzione. Benché Allara sia solo un geometra in pensione, rivela nel suo intervento di essere un politologo più in gamba di Bobbio e di Sartori. E questo per una ragione semplicissima, perché si rifiuta di modellizzare astrattamente la democrazia, il liberalismo, le forme di Stato e di governo, eccetera, separando metodologicamente lo spazio economico dallo spazio politico. Esattamente ciò che Bobbio e Sartori non fanno, per cui poi hanno buon gioco nell’isolare un sistema di regole sospeso nel vuoto.
Oggi parlare di rivoluzione fa passare chi lo fa per irresponsabile estremista potenzialmente totalitario. Non è così, ma è quello che oggi passa il convento politicamente corretto. Per farla breve, sosterrò le seguenti tesi:
a) La rivoluzione non può più essere considerata inevitabile storicamente, come un marxismo utopico e drogato ha fatto passare per un secolo e mezzo. Può anche darsi che non arrivi mai, almeno in tempi storici. Al massimo se ne possono ipotizzare le precondizioni trascendentali (in linguaggio kantiano), culturali (in linguaggio idealistico-hegeliano) e socio-economiche (in linguaggio marxiano).
b) Per pura analogia, dirò ciò che penso di quattro rivoluzioni storicamente già avvenute: Francia 1789, Russia 1917, Cina 1949 e Cuba 1959. Da questo esame comparativo risulterà che oggi non possiamo aspettarci più nulla di lontanamente simile.
c) Mi sento di escludere soltanto due modelli come del tutto improbabili: il modello leniniano della rivoluzione operaia, salariata e proletaria organizzata in partito di tipo comunista, e il modello Negri-Hardt-Badiou delle moltitudini comuniste mondializzate. Ritengo il cincischiarsi intorno una perdita di tempo, e Allara ha fatto bene a parlare provocatoriamente di confetto Falqui. Poteva anche parlare di “dolce Euchessina”, visto che è una persona cortese e non ha voluto scortesemente dire: “Ma va a cagare!”.
d) Naturalmente io non so assolutamente come può avvenire una prossima rivoluzione. Ma ritengo un presupposto fondamentale lo sganciamento dalla globalizzazione, dagli USA e da questa Europa, nonché la fine della pestifera dicotomia Destra/Sinistra, modo infallibile di dividere il popolo potenzialmente riaggregabile su basi ideologiche e paleo-ideologiche.
2. Per un secolo e mezzo il marxismo scolastico, esplicito o implicito, ortodosso o eretico, rozzo o sofisticato, ha abituato a considerare la rivoluzione socialista pressoché inevitabile sulla base dell’analogia storica con la rivoluzione francese del 1789: così come c’era stata una rivoluzione borghese, così prima o poi arriverà inevitabilmente anche una rivoluzione proletaria.
Errore, errore scusabile, ma errore. E questo errore si fonda, a mio parere, su di una confusione teorico-pratica fra borghesia e capitalismo, come se il capitalismo fosse un treno trainato da una locomotiva chiamata borghesia e il macchinista potesse essere cacciato dai viaggiatori stanchi del fatto che non si fermava alle stazioni che volevano loro.
In realtà la borghesia è una classe dialettica, che produce contemporaneamente sia sfruttamento ed estorsione di plusvalore, sia coscienza inquieta ed infelice per la mancata universalizzazione dei valori illuministici ed idealistici di libertà, eguaglianza e fraternità. Karl Marx, che non aveva nulla di proletario, elaborò in modo brillante e profondo questa coscienza infelice borghese unendola a una lettura alternativa della teoria del valore di Smith e Ricardo. Il capitalismo, di cui la fase borghese è soltanto una fase, perché ha avuto una fase pre-borghese, ed è ora in piena fase post-borghese (mai confondere la borghesia con i gruppi strategici della riproduzione capitalistica globalizzata e con la proprietà privata giuridico-catastale dei mezzi di produzione!), è invece un meccanismo tecnico (nel senso di Heidegger), burocratico (nel senso di Max Weber), sistemico e anomico, vero “processo senza soggetto” (nel senso di Althusser e di La Grassa). Per questo la rivoluzione anticapitalistica si identifica filosoficamente con l’umanesimo e politicamente con il comunitarismo.
Dunque la rivoluzione non ha nessuna necessità. Potrebbe anche farsi attendere per secoli o non arrivare mai. Chi parla della sua necessità scientifica deve essere cordialmente inviato al confetto Falqui o alla dolce Euchessina.
3. La rivoluzione francese del 1789 è riuscita o è fallita? Dipende. In primo luogo, seguendo la teoria della nascita aleatoria del capitalismo di Robert Brenner, che io condivido, non c’è stato nessun bisogno del 1789 e della rivoluzione francese per far “decollare” il capitalismo. Mito per pigri. Nel 1640 in Inghilterra e nel 1776 negli USA non ci sono state rivoluzioni, almeno nel significato classista del termine. Il capitalismo è fiorito in Olanda e Inghilterra senza nessun bisogno di rivoluzione. Svegliatevi bambine!
In secondo luogo, la rivoluzione “borghese” della Bastiglia è riuscita, ma perché la borghesia era già al potere, ed è bastata una “spallata”, sia pur pittoresca con ghigliottina e Napoleone.
In terzo luogo, il suo programma originario è fallito completamente con la decapitazione di Robespierre (1794). Il programma originario, di tipo russoviano, prevedeva l’applicazione di un diritto naturale rivoluzionario e di un contratto sociale egualitario. Peggio che andare di notte, da Napoleone a Sarkozy.
4. La rivoluzione russa del 1917 invece, è fallita o è riuscita? Risponderò a modo mio, e scordatevi le tre sinfonie, leninista, trotzkista e stalinista.
La rivoluzione russa del 1917 ha avuto come base sociale e di classe la classe operaia e quella dei contadini poveri, organizzata necessariamente da un partito comunista leninista; senza organizzazione sarebbe ancora a pettinare le bambole e a sfogliare le margherite. Ed appunto perché ha avuto questa base sociale di classe, e non ha saputo, voluto o potuto allargarla è poi fallita nel 1991, sulla base di una controrivoluzione sociale di massa dei nuovi ceti medi “socialisti”, stanche dei metodi trogloditici del livellamento dispotico operaio e proletario. Stalin, lungi dall’essere stato un incidente di percorso o un burocrate termidoriano di destra (come raccontano le vulgate trotzkista e anarchica), è stato il solo modo con cui una classe radicalmente incapace di egemonia pacifica e consensuale, come la classe operaia, salariata e proletaria, ha potuto accedere al potere, sia pure per soli 74 anni (1917-1991).
Bestemmia! Anatema! Sacrilegio piccolo-borghese! Ma andate per favore alla dolce Euchessina e al confetto Falqui.
5. La rivoluzione cinese è riuscita, ma non certo a fare una Cina proletaria ed egualitaria (se non in parte nel periodo 1949-1976), quanto nel fare della Cina una grande potenza economica, politica e militare. Anche in Cina, come in URSS, per un po’ gli operai e i contadini poveri hanno dominato con metodi dispotico-egualitari, e poi c’è stata anche lì la fisiologica controrivoluzione dei ceti medi e dei nuovi ricconi. A differenza della Russia, in cui c’erano i trafficoni sionisti, l’idiota e ipocrita Gorbaciov e l’alcoolista Eltsin, i cinesi avevano una saggezza millenaria, e hanno fatto transitare pacificamente la baracca senza spaccare tutto. Questione di lunga durata con i Chin, gli Han e i Ming. Saggezza confuciana, sovranità nazionale e nessun postumo da sbronza sa vodka.
6.La rivoluzione cubana non ha nessun rapporto con il mito operaio, salariato e proletario. Essa è dovuta ad una avanguardia nazionalista combattente, che Dio benedica Castro e Chavez. Raul Castro, privatizzatore cauto, si è messo in una strada di tipo cinese, ma tiene sempre le redini del potere politico. Per questo le varie Yoani Sanchez e le altre iene sono tanto insoddisfatte. Ma quanto durerà nessuno lo sa. Spero a lungo, ma è un azzardo. E non ditemi che el pueblo unido jamas sera vencido. Finora è sempre stato sistematicamente vinto. E’ vero che c’è sempre una prima volta.
7. In Italia, per opera soprattutto della pigra tradizione inerziale “di sinistra”, la rivoluzione è pensata secondo un modello da confetto Falqui. E’ una sorta di CGIL + FIOM + Landini + CUB + COBAS, rafforzati da centri sociali casinisti e insaporita da salsa FEP (femminista, ecologista e pacifista). Dal momento che appare una base sociale insufficiente anche per i più ingenui, si attuano varie addizioni a fisarmonica, con lavoratori precari, gay, salariati vari, giovani flessibili, immigrati arabi e neri, cattolici progressisti, Ciotti vari, eccetera, fino a raggiungere la stragrande maggioranza del genere umano, sottraendo soltanto Berlusconi, Rosy Mauro e il povero Trota. Questa addizione e questa sottrazione restano sempre e solo virtuali, e cioè del tutto inesistenti. La grancassa mediatica nel frattempo demonizza Stalin, Pol Pot e il caro leader Kim Il Sung, avvertendo educatamente che i centri commerciali sono pur sempre meglio delle utopie totalitarie. La generazione del Sessantotto, nel frattempo pentitasi di essere esistita, ha trasformato il pentimento in una vera e propria organica visione del mondo.
C’è poi la variante centri sociali-marxismo universitario prevalentemente anglosassone, che rifiuta gli orribili burocrati coreani con gli occhi a mandorla, prende atto del fatto che gli operai al massimo possono darci dentro con tamburi e fischietti, e sognano di moltitudini di singolarità unificate magicamente da un impero deterritorializzato. Qui siamo a mio avviso nel delirio puro, ed è appunto per questo che piace tanto. Vogliamo voltare pagina, o no?
8. Voltare pagina è difficile, perché ti chiedono subito che cosa proponi tu, e siccome in effetti non glielo sai dire, allora ti mandano al diavolo e ripiegano, i più moderati su Camusso e Bersani, gli intermedi su uno dei tre porcellini (Vendola, Diliberto, Ferrero), e i più estremisti su di una setta bordighista (Lotta Comunista), staliniana (Rizzo) o trotzkista (Ferrando). Ma così ci si dimostra subalterni, perché solo un subalterno credulone si aspetta che gli scodellino la minestra già riscaldata. In realtà il gas deve addirittura essere ancora acceso, e i fiammiferi non si sa neppure dove cercarli.
9. Allara ha fatto benissimo a condividere l’auspicio del vecchio Mario Monicelli per una rivoluzione, ignota fino ad oggi nella storia d’Italia, che ha conosciuto solo forme di trasformismo metamorfico, da Depretis a Giolitti fino a D’Alema e Bersani. Ma non vorrei che questo troppo facile auspicio ci facesse sfuggire il punto più delicato, e cioè che l’auspicio sulla rivoluzione si accompagni a un sorvolare e a un silenziamento sui tre presupposti politicamente scorrettissimi che dovrebbero accompagnarlo.
Primo, la globalizzazione è l’equivalente di ciò che la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.
Secondo, l’alleanza militare NATO e l’impero strategico USA nel mondo sono l’equivalente di ciò che sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.
Terzo e ultimo, l’euro è l’equivalente di ciò che la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.
E perciò, delle due l’una: o la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini vivono nel mondo reale e io ho perso ogni contatto con il mondo, oppure è il contrario. Il lettore barri la casella giusta. Da tempo non mi offendo più, anche se mi dicono che ho perso ogni contatto con il mondo reale.
10. Partiamo dall’euro. Posso anche concedere la buona fede nei suoi creatori, tipo “rispondere alla sfida della globalizzazione” oppure “evitare in futuro altre guerre fratricide in Europa”. Non sono un economista, e l’euro potrebbe anche restare come moneta di riserva (Giacché, Mélenchon), ma bisogna prima ammetterlo: l’euro è stato un tragico errore, è incompatibile con il welfare, sia pure “dimagrito”, bisogna tornare alla sovranità monetaria dello Stato nazionale. Che poi ci possa o debba essere anche una moneta di conto parallela, lo si chieda agli “economisti di sinistra”.
La sfida della globalizzazione ha voluto dire di fatto l’adattamento supino alla globalizzazione. Non esiste una globalizzazione buona, virtuosa, o l’altermondialismo per gonzi politicamente corretti. Globalizzazione significa lavoro flessibile e precario, decentramento produttivo, speculazione finanziaria, privatizzazione tendenziale di tutta la sanità e di tutta l’educazione pubblica. I comportamenti della giunta Draghi-Monti-Napolitano sono sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che non si lasciano distrarre dall’avanspettacolo del Trota e della Santanchè.
Hanno aumentato l’età pensionabile, arriverà la mazzata dell’IMU, ma siamo appena agli antipasti. Sotto attacco ci stanno la sanità e l’educazione pubbliche. Il modello è quello americano, perché la globalizzazione tendenzialmente ha un solo modello: assicurazioni sanitarie private ed educazione privata a pagamento. Paesi scandinavi e Cina resisteranno per un poco, ma non possono farlo a lungo. La primavera araba cosiddetta ha liquidato l’autonomia dell’intero mondo arabo, consegnandolo a un pool di sceicchi sauditi e di fratelli musulmani insaporiti di salafismo.
Si parla di antiglobalizzazione e di finanz-capitalismo (Gallino), e poi per politicamente corretto non se ne vuole pagare il prezzo: fuori dalla NATO, USA a casa loro, asse politico Parigi-Berlino-Mosca (niente a che fare con il vecchio comunismo), ripristino della sovranità e della moneta nazionale, contingentamento dell’immigrazione (niente a che fare con il razzismo!), eccetera.
Svegliatevi bambine! E’ impossibile criticare il capitalismo, la globalizzazione, e avere anche il politicamente corretto di sinistra. Per fare la frittata bisogna rompere le uova. Se qualcuno per caso avesse questa ricetta, me la dica, e gliene sarò grato. Ma non credo ci sia.

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Luigi Corvaglia 8:33 pm - 19th luglio:

Breve recensione de «Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia» di Costanzo Preve

« Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia» di Costanzo Preve si propone come una rilettura dell’intera storia del canone filosofico occidentale sulla base del metodo della deduzione storico-sociale delle categorie e non come l’ennesima noiosa elencazione dossografica di significati che si trovano in qualunque manuale di filosofia contemporaneo. Un libro che costituisce, per ammissione stessa dell’autore, la sintesi migliore del pensiero filosofico previano. Quattro, a mio avviso, sono le parti più importanti del volume e cioè la nascita della filosofia greca, la filosofia classica tedesca, il pensiero di Karl Marx, l’interpretazione del socialismo reale, definito da Preve «comunismo storico novecentesco» (1917 – 1991), e le cause della sua dissoluzione.

Secondo Preve la genesi storica della filosofia greca sorge con la moneta coniata e con la conseguente privatizzazione dei precedenti possedimenti collettivi e comunitari che portò alla generalizzazione della schiavitù per debiti. Il problema fondamentale delle poleis greche nella prima fase della loro esistenza consisteva nel pericolo di dissoluzione delle precedenti comunità a causa della schiavitù debitoria. Dunque i primi filosofi lungi dal manifestare una generica «meraviglia» (thaumazein) verso il cosmo naturale esterno, cercarono invece di affrontare concretamente il problema della dissoluzione individualistica e privatistica della comunità derivante dal possesso privato di enormi quantità di moneta coniata e la conseguente schiavizzazione per debiti dei propri concittadini.

Il detto delfico «conosci te stesso» (gnôthi seautón) non deve essere quindi interpretato tanto come un invito all’introspezione individuale, ma piuttosto come un’esortazione a conoscere se stessi in quanto animali dotati di ragione, linguaggio e soprattutto «misura» (metron) del proprio ambiente di vita collettivo.

La filosofia greca nasce quindi come ricerca del rimedio o del freno (katéchon) in grado di impedire la disgregazione della comunità politica.

Hegel nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia (1840) scrisse che i greci «onorarono il Finito». Il filosofo di Stoccarda intuì che onorando il finito, i greci individuarono in esso l’elemento fondamentale per la comprensione filosofica della natura e della politica. L’intero pensiero filosofico greco infatti può essere definito come un elogio della finitudine. Al contrario il capitalismo moderno «onora» solamente l’infinito in quanto come scrisse Karl Marx «il movimento del capitale è senza misura»¹. Potremmo quindi dire parafrasando Max Weber che l’etica greca è lo spirito dell’anticapitalismo.

La filosofia classica tedesca viene definita dall’autore come una grande autocritica razionale dell’Illuminismo, che non viene respinto, ma di cui se ne individua l’insufficienza sul terreno della filosofia della storia. Gli idealisti, ed Hegel in particolare, sostengono che gli Illuministi non colgano la veridicità del reale, poiché si limitano a vederne soltanto gli aspetti astratti ed irrelati. Il pensiero idealistico, in cui secondo di Preve rientra pienamente anche Karl Marx, critica il concetto di Ragione finita, parziale ed astratta dei philosophes, affermando che essa si estrinseca nella storia.

Viene inoltre messo correttamente in evidenza come il rifiuto operato dall’idealismo della distinzione kantiana fra le categorie dell’essere e quelle del pensiero abbia costituito il fondamento attraverso il quale Karl Marx ha potuto operare la sua critica del capitalismo. Neutralizzando la possibilità di comprendere e valutare l’intero il pensiero kantiano infatti rende per sua stessa natura impossibile la conoscenza e la conseguente critica della totalità dei rapporti sociali capitalistici operata dal filosofo di Treviri. Come d’altra parte aveva già chiarito Lukács «la categoria di totalità, il dominio determinante ed onnilaterale dell’intero sulle parti è l’essenza del metodo che Marx ha assunto da Hegel riformulandolo in modo originale e ponendolo alla base di una scienza interamente nuova»².

Marx viene interpretato da Preve come un pensatore «tradizionale» e non moderno. Se infatti, come ha giustamente affermato Martin Heidegger³, il pensiero della modernità nasce con la riduzione, operata da Decartes, del concetto di verità a quello di certezza del soggetto, allora bisogna concludere che il Moro di Treviri non è un pensatore «moderno». Egli infatti trae da Vico il concetto unitario e trascendentale di storia universale intesa come «storia ideale eterna», secondo la quale il concetto di verità esiste e non può essere ricondotto a quello di certezza, ma coincide con la ricostruzione sensata dei fatti della storia universale stessa.

Infine secondo l’autore il principale errore di prospettiva storica e di giudizio metodologico che si può fare nei riguardi del «comunismo storico novecentesco» consiste nel valutarlo in base all’aderenza alla lettera e allo spirito del suo fondatore. Sembra del tutto evidente infatti che se confrontassimo l’ideale di società comunista delineato da Marx con quello realmente edificato in Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa dell’Est fra il 1917 e il 1991, non potremmo fare a meno di notare le enormi differenze che li separano.

Per Preve invece l’interesse di quell’esperienza storica, consiste nel fatto che per la prima volta nella storia dell’umanità le classi dominate hanno sconfitto quelle dominanti mantenendo il potere, sia pure attraverso la mediazione di un potente apparato burocratico, per più di settant’anni.

Se ciò è stato possibile una volta può accadere di nuovo e le classi oggi al potere lo sanno perfettamente. D’altra parte dietro l’ossessiva litania secondo la quale «Marx è morto», sembra che più che constatare un decesso si voglia praticare un esorcismo, in quanto il «morto» in questione è ancora in forze e non cessa di seminare il panico tra i vivi. Su questo Derrida quando parla di «spettri di Marx»⁴ coglie il punto essenziale della questione.

Contrariamente all’opinione di Ernst Bloch che vedeva il fallimento del progetto comunista come il risultato della sua mancata «realizzazione messianica», Preve sostiene che ciò che ha «ucciso» il comunismo novecentesco è stata invece la mancata razionalizzazione della precedente utopia messianica in una forma di vita sociale non alienata. Scrive l’autore a pagina 500 del libro: «l’annuncio messianico caratterizza tutte indistintamente le religioni occidentali (e quindi anche la religione comunista di Marx, nel momento in cui essa “incontra” le speranze sociali di emancipazione di massa), ma nello stesso tempo esso non può essere che temporaneo, per il semplice fatto che è socialmente ed ontologicamente del tutto impossibile, e deve quindi “razionalizzarsi” in una forma di vita quotidiana e comunitaria consolidata e diffusa». Tale problema a mio avviso fu ben compreso da Lukács che nella sua Ontologia dell’essere sociale esponeva il programma di «democratizzazione della vita quotidiana» quale parola d’ordine del comunismo moderno. Purtroppo come dice spesso Preve «il messaggio è irricevibile se il suo destinatario e irriformabile».

Per concludere è mia opinione ritenere che questo libro sia una vera e propria miniera d’oro per tutti coloro che, sia in ambito accademico che al di fuori di esso, vogliano avvicinarsi allo studio della filosofia in maniera libera da pregiudizi.

Note:
Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, 3024 p.
György Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugarco Edizioni, Milano, 1991, 425 p.
Martin Heidegger, Il nichilismo europeo, Adelphi, Milano, 2003, 324 p.
Jacques Derrida, Gli spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1994, 246 p.

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mauro recher 7:13 am - 21st luglio:

A questo proposito è venuto fuori un libro di Chiara Volpato dal titolo molto eloquente (non mi sembra che lo abbiamo trattato,se è un doppione mi scuso)
Psicologia del maschilismo
http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858109298
Il corpo delle donne ne ha fatto un post e tra i vari commenti c’è anche questo
Il maschilismo è usato dai maschi di serie B, che cercano di coprire la loro coscienza sporca e la loro miseria, diffamando il Femminismo. e poi
Molti uomini non riescono a parlare di maschilismo perché per loro è normale, ed è difficile riconoscere, in se stessi e negli altri, ciò che è considerato normale e che, per di più, garantisce dei privilegi. ed allora intervengo io
Privilegi? Se cortesemente uno o una mi fa un elenco ,ne sarei grato … questa l’unica risposta ricevuta
Le presenze maschili in questa pagina sono solo fonte di disturbo.
la mia controreplica
Disturbo? Ho fatto solo una domanda ,un elenco di questi privilegi che il maschilismo mi ha riservato ,in quanto uomo…fino a questo momento non mi è arrivata risposta ..quando ero disoccupato il maschilismo non mi ha dato nessuna mano ,e non lo fa neppure ora che faccio l’operaio ,ho fatto le pulizie ,il bidello e il fattorino e neppure il quel tempo il maschilismo mi ha aiutato …come allo stesso tempo non può aiutare un muratore ,un artigiano ,o peggio un precario e un disoccupato …sembra che il maschilismo porti gli uomini a padroni della situazione e le donne a subalterne ,esistono invece le classi sociale e sono formate da uomini e donne ,chi in difficoltà e chi no …sembra invece che ,una donna che va a vacanza a cortina (un esempio tra tanti) se la passa peggio di me ,solo perchè di sesso femminile ,credo che le cose siano diverse

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Daniele 11:24 am - 21st luglio:

>>>>>>
Il maschilismo è usato dai maschi di serie B, che cercano di coprire la loro coscienza sporca e la loro miseria, diffamando il Femminismo
>>>>>>

Questa cagata del “maschilismo” ha proprio rotto.

http://www.riflessioni.it/forum/cultura-e-societa/12022-cose-veramente-il-maschilismo.html

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Luigi Corvaglia 4:43 pm - 17th ottobre:

Femminismo come ancella del neoliberismo by laglasnost
……..
Nancy Fraser scrive un pezzo sul The Guardian in cui sostanzialmente (traduzione non letterale e in qualche caso è una sintesi) dice:
Il femminismo è diventato l’ancella del capitalismo, bisogna riprendercelo. Un movimento iniziato come critica allo sfruttamento capitalista ha finito per contribuire alla sua ultima fase neoliberista.
Bisogna, ad esempio, separare le rivendicazioni che attengono al lavoro di cura da quelle che ci piegano alla logica della flessibilità nel mercato del lavoro capitalista
.”
Non so se sono d’accordo con tutto o se le soluzioni mi sembrano centrate. Secondo me c’è anche molto di più da dire ma questo mi sembra un discreto spunto per ragionare, dedicando ovviamente questo ragionamento anche alle politiche neoliberiste in Italia.
CONTINUA SU …….

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Luigi Corvaglia 1:29 pm - 23rd novembre:

Dal profilo facebook “Costanzo Preve”:
Con immenso dolore dobbiamo comunicarvi che Costanzo Preve ci ha lasciato.
Spetta a noi il compito di portare avanti la sua passione durevole facendo fruttificare i semi che nei suoi settant’anni di vita ci ha donato. Che il tempo possa essere galantuomo nei confronti del pensiero del grande filosofo, che ricordiamo con questa sua citazione:
” Oggi la peccaminosità è compiuta e forse ci sono le precondizioni sociali perché una nuova forma di coscienza possa nascere. Io non la vedrò sicuramente, ma è molto possibile che le persone che hanno oggi venti o trent’anni non soltanto la vedano, ma ne siano anche protagonisti! ”

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Pappagallus sibiricus 6:58 pm - 23rd novembre:

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Fabrizio Marchi 1:18 pm - 16th settembre:

il mio ultimo editoriale sull’Interferenza che riguarda anche temi che trattiamo su Uomini Beta:
http://www.linterferenza.info/editoriali/onnipotenza-astratta-e-concreta-impotenza/

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