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03 set 2014  |  28 Commenti

E se invece dell’odio la riconoscenza…

La cultura dello stupro esiste. E’ eruttata da quel vulcano di rancore da cui nacque la verità femminista che suggella il XXI Secolo: “Ogni coito è uno stupro”.
Questa è la cultura dello stupro.
RDV

Il vulcano di rancore da cui come dice Rino è eruttata l’ideologia femminista ha ragioni evidenti come il sole: una volta aperti gli occhi grazie al progresso maschile, è quasi impossibile per una donna reggere la consapevolezza che nella realizzazione di tutto quanto costituisce le civiltà, il genere femminile, in tutto il corso della Storia, ha detto un bel nulla.

Effettivamente fossi una donna mi troverei di fronte a questo ” lutto” della mia assenza, dell’assenza di ogni mio contributo alla Storia, e sarei costretta ad elaborarlo per cui mi farei in quattro per trovare una spiegazione pena il rischio di dover esprimere un giudizio molto severo su me stessa ed il mio genere.

La strada maestra sarebbe stato dire un bel “grazie” al genere maschile, grazie che avrebbe dimostrato un grande cuore, una profonda intelligenza umana, bastevole per riscattare l’assenza dal processo storico: una grande, intelligente, elaborazione del ”lutto” che avrebbe immediatamente messo le donne in un rapporto di piena parità con gli uomini, e li avrebbe davvero conquistati.

Se il femminismo fosse stato il racconto della riconoscenza femminile per il bene ricevuto dai maschi, i maschi, che sono programmati istintivamente al benessere della donna e della prole, avrebbero avuto al loro fianco chi emancipava questo istinto in una piena gioiosa consapevolezza moltiplicando la disponibilità maschile al bene della donna.

Invece siamo di fronte ad un racconto rancoroso, rivendicativo e vendicativo, una narrazione fantasiosa e persecutoria dei rapporti maschio/ femmina, una sequenza di affermazioni che sono soltanto delle scuse.

Una narrazione che può essere sintetizzata come l’espressione di una gigantesca onnicomprensiva maledizione di tutto l’agire dell’uomo nella Storia. Un odio gigantesco.

Se è vero che il male risiede ed esce dal cuore si impone una domanda inquietante: è questo odio, è questa maledizione quanto alla fin delle finite risiede ed esce dal cuore del genere femminile?

La narrazione femminista può essere letta come una non voluta confessione di quanto alberga nel cuore del genere femminile? Per cui ha inconsapevolmente aperto una finestra sul cuore del genere femminile, finestra che disvela di quale infernale sentire è capace, quale male e quale menzogna è in grado di concepire?

Chi presta attenzione agli eventi non può che rilevare questa particolare eterogenesi dei fini.

Quanto poi alla cultura dello stupro, che ben rileva Rino essere una costruzione femminista come testimonia l’assunto di base secondo cui “ogni coito è uno stupro”, è anch’essa un capitolo di questa narrazione della maledizione complessiva della Storia e della condizione umana, quasi un ostilità profonda e non risolta verso la vita cui corrisponde la colpa maschile di continuarla con l’organo preposto alla procreazione, il membro maschile.

Se cosi è allora si capisce il senso autentico della frase:”il coito è stupro” in quanto il coito fa entrare la vita nello spazio tempo e crea la Storia, quella vita e quella Storia che il femminismo maledice.


28 Commenti

Roman Csendes 6:41 pm - 3rd settembre:

L’odio è un grande alibi.
Soprattutto per donne incapaci ed inette.

Si immagini una donna che sia stata abituata (cioè, incoraggiata) a “schivare” tutti i problemi della vita.
Che, di norma, si scelga uomini sbagliati, proprio perchè quelli “normali” (dotati di pregiate qualità) metterebbero in risalto la sua insipienza, la sua inadeguatezza, la sua anafettività, il suo egocentrismo maniacale.
Le richieste di quest’uomo “normale” costituirebbero solo un porblema per questo tipo di soggetto nevrotico, per altro piuttosto diffuso.

“Perchè tu riesci ad amarmi, quando io mi sento in competizione su questo? Non riuscirei ad amare te, nè nessun altro, compresi i nostri improbabili figli, neanche se volessi”.

Invidia, perchè lui sente ed ama. E rancore, anche; perchè col suo comportamento collaborativo ti sbatte in faccio che tu “sei una tignosa, inutile donna parassitaria”.
Allora odio; cieco; feroce e tanta voglia che questo essere “mediamente decente” scompaia.

L’uomo definito violento (rispetto allo “zerbino”), al contrario, ti fa fare il ruolo di quella che sa, che dà, ma non è compresa, non è apprezzata.
Così, il parassita si spaccia per la donna capace ed utile.
In fondo, puoi sempre giustificarti con le amiche dicendio che lui (che tu hai scelto apposta per il suo egosimo, che ti tranquillizza) è violento ed egoista ed ha fatto fallire il rapporto.
Questo è un vero “pactum sceleris”; un comromesso al ribasso, per entrambi.

La vittimizzazione copre l’incapacità.
E consente di ricevere; con disprezzo, cioè che ti giunge da una serie di uomini, tutto sommato “accettabili” e rispettabili, ma che a te non servono a niente. Perchè il tuo scopo è non metterti in gioco, non “fare il lavoro”.
La disponibilità e la sincerità mettono a nudo che “qualcosa non va” in te, donna.
E in te sola.

Grazie Cesare delle tue riflessioni.

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Rugiada Rossa 8:27 pm - 3rd settembre:

Contributo nella storia talmente nullo, che se stai digitando su un computer che gira grazie a un software e naviga su Internet, molto lo devi ad Ada Lovelace Byron, Hedy Lamarr, Grace Murray Hopper, Betty Holberton, Kay McNulty, Marlyn Wescoff, Ruth Lichterman, Betty Jean Jennings e Fran Bilas. Ritenta, Cesare, sarai più fortunato!

http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_yahoo.gifhttp://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cool.gif

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Luigi Corvaglia 8:43 pm - 3rd settembre:

Rugiada Rossa,
….
Lascia stare quel “Rossa”.
E’ il colore simbolo di una storia che non vi appartiene.

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Rugiada Rossa 8:53 pm - 3rd settembre:

Certo Luigi, il monopolio è vostro… Obiezioni nel merito? http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_bye.gif

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Luigi Corvaglia 9:00 pm - 3rd settembre:

Rugiada Rossa,
….
Su cosa Artemide? …. pardon Rugiada

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Rino DV 9:57 pm - 3rd settembre:

Vedi Rugiada come è andata?
Nel disperato tentativo di dar torto a Cesare, gli hai dato ragione.
A lui e a tutti noi.
Noi non abbiamo fabbriche di armi né depositi di munizioni.
Troviamo e raccogliamo le une e le altre direttamente sul fronte.
In abbondanza.
.
Hai sentito infatti il bisogno di accreditare il Femminile citando sue realizzazioni. Come se in queste risiedesse il valore di F. Ciò fa chi non riesce più a riconoscersi, non sa più chi è si valorizza sui valori degli altri. Sul valore dell’Altro.
La malattia femminista ti ha impedito di sentire, sapere, riconoscere che in quanto F vali per quel che sei e non per quel che fai.
Povere creature, ecco cosa siete voi donne del XXI Secolo, derubate, espropriate della vostra intima essenza, incapaci di essere felici del semplice fatto d’essere ciò che siete.
.
Dio perdoni – se può – chi vi ha ridotte in questo stato.
.
RDV

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Sandro D. 10:39 pm - 3rd settembre:

Rugiada Rossa:
Contributo nella storia talmente nullo, che se stai digitando su un computer che gira grazie a un software e naviga su Internet, molto lo devi ad Ada Lovelace Byron, Hedy Lamarr, Grace Murray Hopper, Betty Holberton,Kay McNulty, Marlyn Wescoff, Ruth Lichterman, Betty Jean Jennings e Fran Bilas. Ritenta, Cesare, sarai più fortunato!

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______________

Lascia stare, tesoro, che il confronto non regge neppure un po’.
>
http://questionemaschile.forumfree.it/?t=14946240&st=75
http://ultimefile.forumfree.it/?t=2007445&st=135

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Sandro D. 10:45 pm - 3rd settembre:

>>>>>>>>>>>>>&

view post Inviato il: 6/10/2004, 02:11
>

Il computer…
>
Il Settecento non fu solo fulcro di sconvolgimenti umani e sociali ma mise lo zampino anche nella rivoluzione informatica.
Le prime avvisaglie, però, nascono almeno un secolo prima, a opera di due filosofi-scienziati: il francese Blaise Pascal (1623-1662) e il tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716).
Il primo aveva soltanto 19 anni quando, per aiutare il padre a far di conto, inventò una vera e propria calcolatrice.
Una manovella faceva girare una serie di ingranaggi: sui denti del primo erano incise le unità (da 0 a 9), su quelli del secondo le decine e così via.
Poteva operare solo addizioni e sottrazioni, ma “l’unità aritmetico-logica degli attuali calcolatori è progettata sul medesimo princìpio, con l’unica differenza che le ruote dentate sono rimpiazzate da circuiti elettrici”.
Leibniz, invece, fu il padre della rappresentazione binaria dei numeri (0 e 1): il colpo di genio, però, cadde nel vuoto e fu riscoperto soltanto nel 1847 da George Boole. Due veri figli dell’Illuminismo furono il telaio di Joseph-Marie Jacquard (1752-1834) che, per automatizzare la tessitura delle stoffe, inventò le schede perforate e la prima calcolatrice di Charles Xavier Thomas (1785-1870), progettata in modo da poter esser costruita in piccola serie proprio dalle nuove macchine utensili, perfezionate con la rivoluzione industriale.
>

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Sandro D. 10:58 pm - 3rd settembre:

http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Turing
>>>>
Volendo posso continuare…

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Rita 8:50 am - 4th settembre:

Ah però … quante donne nel campo scientifico .. Ah ma allora quindi è falso che alle donne venisse impedito con ogni mezzo di interessarsi di scienza e cultura?

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Roman Csendes 12:31 pm - 4th settembre:

Grazie Rita per il tuo intervento ironico ed equilibratore. Sono commenti da cui si impara molto.

Come da quelli di Rino e Luig, Cesare e Sandro.

Non intendendomi di Pc, non sarei in grado di sostenere alcun tipo di argomentazione, favorevole o contraria, a quella sostenuta dall’ennesimo “provocatore”.
Autodefinitosi “Rugiada Rossa”.

Rifaccio però, fino a risultare antipatico (me ne scuso), sempre la stessa domanda ai provocatori filoamericani di questa risma: è chiaro che per rimpolpare le vostre posizioni “di parte”, tirate fuori ideologie d’accatto (linguaggi “strategici” alla MacKinnon, o deliri alla Dworkin), o biografie tecniche di professionisti, molti dei quali statunitensi; ora, SE SIETE tanto innamorati/e degli Usa, perchè non andate a viverci? E’ il vostro paese, in fin dei conti!
Oltretutto, è il centro delle innovazioni sociali (su proiezione globale) che voi tanto prediligete.

Non so se sia vero, ma fa riflettere: http://www.feminization-net.blogspot.de/?zx=bcbff067d98e41ac

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Mauro Recher 4:37 pm - 4th settembre:

Falso si Rita ,queste donne elencate da rugiada rossa evidentemente avevano delle possibilità ,oltre alla bravura , perchè mio nonno che ,all’età di 8 anni è andato a fare il muratore certo non poteva studiare di massimi sistemi ,come mia bisnonna che era analfabeta, questo le femministe non lo capiranno mai, che era secondario se fossero uomini o donne ,primario era se avevano i soldi per poter studiare tali progressi scientifici ,ed quindi arriviamo al commento arguto di Rino ,non è che essere donna ti renda migliore come è il pensiero femminista , come io che sono uomo non certo sono “Einstein” e neppure corro i 100 metri in 10 secondi , ognuno si esprime secondo le sue capacità, certo si può migliorare , una cosa comunque è strana sembra che comunque ,essere uomini comporta ad essere stupratori e/o assassini e/o violenti ,li non si scappa, cultura o natura ? Oppure semplice sessismo ?

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cesare 5:13 pm - 4th settembre:

Mi vengono in mente le donne del Burundi. Mi viene in mente la visione della regalità espressa dalle donne e dalle donne madri in Burundi.
Hanno nulla, quel nulla che noi nemmeno sappiamo concepire; se non due panni coloratissimi ed un portamento che esprime la “grandezza”, ovvero piena consapevolezza del proprio valore.
Incedono erette e flessuose, misteriosamente serene, a piedi scalzi al margine delle carrarecce sterrate quasi impercorribili dai nostri mezzi, seguite da “nuvole” di bambini.
La Storia non passa per le strade del Burundi, loro si.

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Riccardo C. 4:19 am - 5th settembre:

Tutto quel che si vuole, ma onestamente ringraziare no.
Ora non esageriamo dal lato opposto: non è che la storia del mondo sia stata fatta da uomini per le donne.

Basterebbe non piagnucolare sconclusionatamente e in affronto alla logica (che non è peculiarità maschile, i suoi princìpi sono asessuati), questo si.

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Rita 9:24 am - 5th settembre:

Come si dice di solito, in medio stat virtus, tra l’attribuire la differenza di contributo apportata alla civiltà tra M e F all’odio maschile verso le donne (innato o fomentato, poco importa) e l’attribuirlo all’amore verso le donne ci sarebbe stata la constatazione che se le cose sono andate così, alla radice c’è una differenza che si modella e viene mediata continuamente dall’ambiente nell’interesse di tutti. Così da affrontare il cambiamento senza isterie ideologiche. Un grazie comunque non guasta mai. Quel che obietterei a Cesare è che se fosse andata così, cioè se quel grazie e quella riconoscenza avessero innescato davvero la moltiplicazione della disponibilità maschile a fare forse non sarebbe stato completamente bene. Perché quella differenza originaria, biologica, sarebbe stata accentuata deresponsabilizzando ancora di più il lato femminile, più di quanto già si faccia oggi. Un maschile “costretto” metaforicamente ad esporsi di più, a competere di più, ad assumersi responsabilità ed oneri, insomma ad essere sempre più attivo, per corrispondere e meritare la riconoscenza femminile. Siamo davvero sicuri che il grazie e la riconoscenza non si sarebbero trasformati in una sorta di dolce ricatto? Insomma, more solito,.. non so se mi sono capita.

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cesare 11:01 am - 5th settembre:

Rita ti sei “capita” bene come al solito e allora si può meglio dire così: dalla riconoscenza, che per me è il sentire dei cuori “forti”, nasce nell’altro il riconoscimento di un simmetrico valore. Se tu riconosci quanto hai ricevuto da me, vuol dire che lo hai già nel tuo cuore e sei pari a me. La riconoscenza autentica nasce da cuori uguali e fa nascere cuori uguali.
Quanto al “ringraziare no” di Riccardo lo intendo come un nobile rifiuto di sindacalizzare il dono maschile, ma se si fanno di questi conti, allora facciamoli. E allora non vedo perchè si debba dire no al “grazie” per due motivi:
il primo è che se scendiamo in terza classe nel Titanic, due categorie devono ringraziare i maschi: le donne di ogni classe e i “signori” delle classi alte, minoranza maschile nella Storia. Se guardo ai maschi nella mia famiglia, su per le generazioni, ed allargo lo sguardo agli altri maschi, vedo persone la cui vita è solo un duro sacrificio di sè che si conclude con malattie e morte precoce. Le rispettive donne sono a casa in quei lavori dove non crollano gallerie, non si esalano gas tossici, non si muovono carri impazziti, la terra non è sul tavolo, i polsi non tremano per la responsabilità. Siccome nessuno si sacrifica per spirito giocoso, devo attrbuirlo a qualcosa e quel qualcosa è dono, spirito di sacrificio, gratuità istintiva. Tratto distintivo del maschile, del fallo. Da cui, invece che continuare a cucinare in casa è derivato alle donne di far esperimenti nella ISS, la Stazione Spaziale Internazionale e a ” partorire senza dolore”. Se non dico grazie di fronte a questi comportamenti maschili da millenni e a questi esiti sotto gli occhi di tutti, di fronte a che cosa dovrei dirlo?
Se non fossimo in un momento storico in cui buon senso è scomparso, e fra i maschi prevale il tafazzismo, forma degenerata della generosità maschile verso la donna, sarebbe evidente che fino alla rivoluzione industriale si è mangiato per il sacrificio maschile di sè.
IL secondo motivo per cui non vedo perchè non si debba dire grazie, è che per l’ennesima volta, si vela la realtà alle donne e quindi l’adultità: rendere grazie consapevolmente è a mio avviso sostanza stessa della consapevolezza di sè in rapporto all’Altro. Perchè non chiederlo se fa crescere colei cui lo si chiede?

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Rita 11:39 am - 5th settembre:

sì messa così è meglio.
Un po’ come dire, ok grazie, adesso però che non ho più un tubo da fare a casa visto che c’è la lavatrice, la lavastoviglie, il Bimbi e il microonde, il pupo è cresciuto ed è bene non esagerare con la produzione pupesca visto che ci sopravvivono tutti, riposati e vedi che ti do una mano. Inventiamoci altri lavori, prendiamoci il tempo di filosofeggiare con calma e vedere se c’è possibilità di altre culture e altre mediazioni che ci facciano stare meglio etc. etc… detto così molto velocemente
Se vuoi, guido un po’ io in autostrada, così fai un sonnellino, poi riprendi il volante quando sono stanca io http://www.uominibeta.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_yahoo.gif

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Roman Csendes 2:34 pm - 5th settembre:

Mi sento d’accordo con entrambi; sia con Cesare che con Rita; ed in questo senso: essendo, come tutti i beta un paritario, penso che il grazie di cui si tratta, implicitamente, si riferisca ad un altro “grazie”, che gli uomini hanno trasmesso, in diverse forme, alle donne. Certo, non sempre, e non nei modi adeguati. Insomma, intendo il “grazie” come una sorta di “regola di reciprocità”, che non è solo linguistica. Un “tiro io e poi tiri tu”, che è alla base della dialettica sociale e del nostro successo come entità biologica. Se l’umanità è giunta fino a qui, vuole dire che la specie (oppure, “donne e uomini”, se si preferisce) ha mostrato “sul campo” una significativa capacità di adattamente all’ambiente, in continuo mutamento di problematiche. Ambiente che non è solo geo-morfologico, ma anche comunicazionale, rituale. Il fatto di avere in dote i generi (che riconoscono, pur tra le molte incomprensioni storiche, dignità l’uno all’altra) è stata la base per riorganizzarci tutte le volte, dopo essere passati attraverso l’ennesima fase critica, o prova del fuoco: carestie; isteria collettiva e cacce alle streghe; conflitti etnici e guerre internazionali. Non è per fare l’ecumenico da strapazzo, ma, per lungo tempo, ognuno ha fatto la sua parte, o ci ha almeno provato. Certo, molte cose dovevano cambiare; ed infatti sono cambiate. A volte il grazie (dell’uomo alla donna) è stato verbalizzato. In altri casi il grazie vale (ed è sempre stato valido) come “sottotesto”, nei comportamenti di accettazione. Ad esempio: nella pratica del rispetto e della convivenza, cioè dell’inclusione reciproca. La convivenza (che non è l’ambigua “tolleranza”; o “tolleranza repressiva”) corrisponde già ad una modalità relazionale intrisa di fiducia e gratitudine verso Alter, per il solo fatto che ella esiste. Detto ciò, nella speranza (vivendo l’epoca della “grande incomprensione”) che i diversi gruppi (mettiamo che siano “donne e uomini”) ritornino a parlarsi, per impedire il deterioramento del progetto sociale. Tornino quindi a comunicare, il che potrebbe voler dire “mettere in comune”. Uomini beta mi ha attratto per questa ricerca propositiva della bilateralità, tra le parti in interazione, pur se conflittuale.

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romano 2:48 pm - 5th settembre:

cesare,

finché si continuerà a ritenere credibili ricerche del genere: http://www.internazionale.it/news/tmnews/2014/09/05/rapporto-unicef-una-ragazza-su-10-e-vittima-di-abusi-nel-mondo/, non ci sarà alcuna riconoscenza

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Roman Csendes 3:06 pm - 5th settembre:

Un articolo non del tutto scadente sul “Corriere”.
Quasi un Evento!

Finalmente un articolo del “Corriere” a cui darei quasi un 6, se non fosse per le troppe semplificazioni ideologiche; grave è l’impostazione, fin troppo scontata, che vuole che siano le “Femministe” a sinistra, e chi le critica, a fare la figura dei vecchi (o vecchie) della reazione.
La domanda è: qualcosa si muove? Se è così, ringraziamo “The Red Pill” e “WomenAgainstFeminism”.
Costanza R. D’orsogna: http://archiviostorico.corriere.it/2014/agosto/19/paure_degli_uomini_delle_donne_co_0_20140819_84ec8688-2763-11e4-ad4f-7c7c5133d12e.shtml

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Armando:-) 3:46 pm - 6th settembre:

La chiave è nei numeri, del tutto ovvi. Tutti siamo per la parità, ma poiché questa esiste da tempo, l’esistenza del femminismo significa che vuole qualcosa in più. Semmai è quell’82 % che non si accorge che è già stata oltrepassato.sinceramente a me l’impostazione e il tono della’articolo non piacciono per niente.
Armando

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Rita 6:45 pm - 6th settembre:

Bill Burr spiega la parità femminista con la metafora della scelta al brunch in “Perché le donne guadagnano meno”

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Roman Csendes 12:02 pm - 8th settembre:

Ben scelto!
La performance umoristica è certo un buon sistema per divulgare punti di vista che, solo in superficie, sono scontati.

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cesare 2:43 pm - 8th settembre:

Quanti Bill Burr in Italia! da noi i giullari sono solo di corte.

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cesare 7:39 am - 11th settembre:

Mi viene in mente che quando si parla della junghiana “Ombra femminile”, e ci si interroga su quale sia la sua manifestazione più evidente, la risposta è nell’evidenza che come sempre sfugge: è in sostanza l’intera narrazione femminista ed il suo motore emotivo: l’odio verso il maschile razionalizzato con la scusa della emancipazione.
Infatti, come già si è detto, l’emancipazione femminile in quanto interamente dovuta al radicale mutamento delle condizioni di vita grazie al progresso operato dal maschile, dovrebbe avere secondo realtà e logica come motore emotivo la riconoscenza. Anzi, in ogni caso. Non si vede infatti perchè non sarebbe dovuta avvenire, a prescindere da qualunque causa, comunque sostanziata di un atteggiamento positivo e costruttivo verso il maschile: perché l’odio e la rivalsa?
La narrazione femminista è dunque, come racconto dell’ odio femminile contro una parte dell’Umanità, la più evidente ed imponente manifestazione storica dell’” Ombra femminile”.
L’Occidente privo ormai di ogni consistenza spirituale sia religiosa sia laica, l’Occidente orgogliosamente senza più Dio, l’Occidente del relativismo assoluto, ha trovato il suo idolo feroce, non la libertà e il progresso spirituale.
Il suo idolo gli impone e lo imprigiona in ferree inderogabili falsità: si tratta appunto dell’” Ombra femminile” e ci si è inginocchiato deprivato di ogni dignità. E quest’ultima lo guida, cacciabombardieri e missili in mano, a imporla a tutti i Popoli della Terra. E lo guida alla rovina.

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Roman Csendes 12:44 pm - 13th settembre:

Cesare, ti ho letto con piacere.

Il collegamento tra militarismo feroce, razzista (stragista) e la comodità delle “gentildonne”, sedute e teledipendenti, che, con divertito distacco, guardano i bombardamenti (e le vittime) è una costante. Violenza passiva. Basta farsi una domanda, sciocca: quante femministe, e donne “liberal”, oggi, sono pacifiste? Le uniche pacifiste, degne di questo nome, vengono intervistate dall’emittemte moscovita RT. In Usa, sono delle eccentriche e “fuori dal mondo”, proprio perchè, in patria, come diceva la cattolica Cindy Sheenan, fare “pacifismo” è oramai impossibile. Rischi la reputazione e l’incolumità personale. Questo, in Usa, ma io aggiungerei, Italia e Uk. Il pacifismo di “The Peace Mom” ha servito solo per sconfiggere i Repubblicani. Appena al potere Obama, e il suo gabinetto l’hanno ghettizzata, poichè la politica estera doveva rimanere quella di sempre: intimidazioni all’Europa; alla Russia e, adesso, una guerra internazionale da condurre su Iraq e Siria, estremamente pericolosa per noi europei, e per tutti i movimenti maschili. Intanto, le gentildonne applaudono. In fondo, non saranno loro a morire. I maschi sì. Magari, pensando a chissà quale “ombra femminile”, che li ha ispirati a mettersi una divisa e a rischiare la propria vita (e quella di esseri ignoti, a cui spari o su cui tiri le bombe).
Femminismo nazionalista ed espansionismo.
L’equivalenza è naturale.
Simbolicamente: la femmina vuole sangue per trivare conferma che sei un maschio, cioè sottomesso ai suoi stimoli, violento e dipendente dalle sue capricciose direttive.
Una mentalità tribale.

Noi, tribali non lo siamo più.
Venuta a galla la mostruosità di Abu Ghraib, le prime a godersela furono proprio le genderiste Usa.
“Femminismo occidentale e svastica stragista”, verrebbe da dire.
Bravo Cesare.

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cesare 3:07 pm - 13th settembre:

In effetti non una parola, non un iniziativa, per la Pace; tantomeno per qualunque tipo di sostegno ad alcuno: nè ai maschi che muoiono a migliaia cercando nella emigrazione di salvare i familiari dalla miseria e dalle malattie, non una parola sui morti sul lavoro, non una sui disoccupati, non una sulle pensioni da fame, nulla di nulla che non sia la richiesta di potere e vantaggi per le donne che per ceto sociale non hanno nessuno dei problemi di cui sopra. In compenso le “sciure” sedicenti “non violente” delle regioni più ricche del mondo, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, hanno stabilito che la paternità di un maschio è cosa loro perché letteralmente cosa loro è la vita concepita insieme ed hanno creato i numeri del massacro italiano per aborto. Numeri che tutti sanno e tutti tacciono in presenza di una crisi morale, etica e demografica gravissima. E lo stupefacente è che sono riuscite a buttare addosso ai maschi l’accusa di essere violenti, attaccandone identità ed autostima fin dai banchi di scuola.
Oggi si delinea con chiarezza quello che sono state capaci di esprimere: una cultura violenta ed autoreferenziale che ha aperto le porte alla più radicale reificazione dell’uomo a partire dal tremendo giudizio che il concepito è un grumo di cellule.
Mi viene in mente il romanzo di Camus, “La peste” in cui si narra di una città dove topi infetti, nel silenzio delle Autorità che temono il panico della popolazione, diffondono la peste che dilaga distruggendone gli abitanti.

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