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	<title>Uomini Beta &#187; Editoriali</title>
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	<description>movimento maschile</description>
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						<item>
		<title>I maschi  rapidi, invisibili e sommergibili</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:31:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Ora che il default degli Stati nazionali è una realtà tutt’altro che improbabile, si è scoperto quale catastrofe economica era in atto e doveva e, forse, deve ancora compiersi. E speriamo solo economica: che i comandanti della “Concordia occidentale” non siano in procinto di cercare di salvare i propri poteri e privilegi, trascinandoci tutti in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che il default degli Stati nazionali è una realtà tutt’altro che improbabile, si è scoperto quale catastrofe economica era in atto e doveva e, forse, deve ancora compiersi. E speriamo solo economica: che i comandanti della “Concordia occidentale” non siano in procinto di cercare di salvare i propri poteri e privilegi, trascinandoci tutti in una guerra. Sarebbe un disastro e penso anche la loro fine. Ora comunque si capisce per quale motivo gli enti e gli intellettuali preposti alla elaborazione della coscienza collettiva ( in nome e per conto di chi possiede ricchezze e si dà emolumenti più che da faraoni), e pagati a percentuale sulle campagne antimaschili e antipaterne scatenate, ci hanno ammannito su tutti gli schermi possibili, ogni minuto, ogni giorno, per decenni, il film &#8220;Arancia Meccanica&#8221;. E ci hanno contestualmente spiegato, ricorrendo a tutte le argomentazioni possibili immaginabili, che noi maschi, per natura, cultura e storia, siamo tutti “drughi” come Alex, il protagonista. Di fatto un modo come un altro prima per ricattarci, poi castrarci e infine arruolarci tra i buoni, in guerra a loro volta contro i kattivi: prima il nemico alle frontiere che usurpava il sacro suolo, poi il nemico di classe che mangiava i bambini, poi il nemico di razza che tramava rovina nell’ombra, e infine il genere maschile-che-opprime/stupra/uccide-le-donne e Sakineh.  Prima si schiaccia nella colpa, poi si arruola, nel caso l’operazione non riesca, si massacra. Chi ragiona e si ribella lo si fa finire come Assange: facile come bere un bicchier d’acqua. Ma Assange, il singolo, non è lui il problema: e naturalmente, in causa sono stati chiamati, come sempre è avvenuto, i più numerosi, che loro sì sono il vero problema. Ovvero la stragrande maggioranza dei maschi: i poveracci, maschi e padri di famiglia, che tirano la baracca generale e la famiglia con l&#8217;anima tra i denti per la fatica e lo stress, quando va bene, e quando va male ci lasciano la salute e la vita. Quelli che “siccome sono fragili” campano sette anni meno delle donne, e “siccome sono irresponsabili”  crepano in media in tre o in quattro ogni giorno sul lavoro e la loro “morte è bianca” perché devono essere invisibili. E quando impazziscono e uccidono, lo hanno fatto non da impazziti, ma da “criminali per natura di genere”. I comandanti della “Concordia occidentale” sanno che “i più numerosi”, la maggioranza, i povericristi, a fine mese, in un modo o nell’altro, ci devono arrivare. In un modo o nell’altro. Esiste la guerra preventiva? Certo che esiste. E allora gli enti di Stato, per esempio l&#8217;ISTAT, come la TV di Stato, i gazzettieri a un tanto alla menzogna, hanno avuto il buon gusto di dichiararli tutti, i poveri cristi, criminali sessuali e violenti; nella migliore delle ipotesi  sfruttatori e oppressori da sempre delle loro donne e delle loro famiglie. “Capito mi hai?”. Sfruttatori impuniti a divertirsi in miniera, ai forni di colata, a rigenerarsi  i polmoni nel chimico e nel petrolchimico, o far bungy jumping nell’edilizia, o con i polsi e la mente tremante per le responsabilità professionali, e impegnati in innumerevoli altri giochi del parco della “libera realizzazione di sé” al maschile, comunque “liberi e belli”. Quelle “opportunità privilegiate di realizzazione di sé” che le femdoministe, le baby pensioniste, le scaldasiediste, non invidiano e non reclamano a gran voce, meglio le poltrone dei  Consigli di Amministrazione delle aziende altrui quotate in Borsa: cà nissciuno effesso. Questo criminale attacco mediatico contro la metà dei propri cittadini da parte di uno Stato non si era mai visto. Una follia che si configura  come un crimine vero e proprio dello Stato etico femdominista moderno. Il tutto  nel silenzio connivente delle cittadine italiane di sesso femminile e gli applausi delle femmes savants della milizia del partito femdominista al potere.  Mentre le assemblee parlamentari che si sono succedute,  dove hanno fatto bella mostra di sè anche corrotti di tutte le risme e i colori, hanno  ben pensato di coprire privilegi e magagne promulgando misure irresponsabili, discriminatorie e liberticide sul lato maschile e paterno, mentre sul lato femminile sfasciando il principio dell’uguaglianza dei cittadini con ogni sorta di privilegi e concessioni  insensate. Così va il “Concordia occidentale” e i suoi comandanti in capo da civiltà superiore, mentre i povericristi maschi e i padri di famiglia restano invisibili nei ponti sotto il pelo dell’acqua obbedendo come sempre e in ogni situazione all’antico codice d’onore: prima le donne e i bambini&#8221;.</p>
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		<title>Il crimine negazionista</title>
		<link>http://www.uominibeta.org/2011/11/28/il-crimine-negazionista/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 21:41:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Narrazione Femminista]]></category>

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		<description><![CDATA[A valle della &#8220;Giornata contro la violenza maschile&#8221; La guerra contro gli UU è una guerra immateriale, combattuta sul terreno della psicologia, attraverso la gestione, la manipolazione, il dominio della sfera psicoemotiva maschile. La Grande Manipolazione Guerra combattuta attraverso quella gigantesca manipolazione che è la Grande Narrazione Femminista. Un coacervo di falsità e di verità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A valle della &#8220;Giornata contro la violenza maschile&#8221;</p>
<p>La guerra contro gli UU è una guerra immateriale, combattuta sul terreno<br />
della psicologia, attraverso la gestione, la manipolazione, il dominio<br />
della sfera psicoemotiva maschile.</p>
<p>La Grande Manipolazione</p>
<p>Guerra combattuta attraverso quella gigantesca manipolazione che è la<br />
<a href="http://www.uominibeta.org/tag/grande-narrazione-femminista/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Grande Narrazione Femminista">Grande Narrazione Femminista</a>. Un coacervo di falsità e di verità, di<br />
mezze verità e di mezze bugie. Verità dimenticate &amp; verità ingigantite.<br />
Fandonie sfuggenti &amp; menzogne galattiche. Vi si miscelano alla rinfusa<br />
fatti certi &amp; favole, dati storici &amp; leggende metropolitane. Statistiche<br />
vere, inventate, moltiplicate, demoltiplicate; sommate e divise, elevate<br />
a potenza, portate a radice. Esso rovescia, stravolge, concatena cause<br />
ed effetti, colloca questi prima di quelle, scambia i comportamenti con<br />
le intenzioni, le leggi con le istituzioni, le sentenze con le leggi e<br />
queste con la prassi e le mentalità. Giudica inferiore ciò che è<br />
diverso, diverso ciò che è uguale, uguale ciò che è incomparabile.</p>
<p>Pareggia la differenza, divarica l&#8217;identico, poi li deforma e li<br />
reimpasta. Porta qui l&#8217;altrove, presentifica il passato, retrodata il<br />
futuro. Delocalizza il locale, globalizza il particolare. Confonde la<br />
minoranza con la media, la maggioranza con la totalità, le azioni<br />
individuali con i trend sociali, la filosofia con la storia, la storia<br />
con la storiografia, gli esiti con le intenzioni, il soggettivo con<br />
l&#8217;oggettivo, il conscio con l&#8217;inconscio, il caso con la necessità,<br />
l&#8217;ordine con il caos. E tutto ciò,  sempre fondendo e interlacciando<br />
l&#8217;opposto con il contrario, il rovescio con il simmetrico. Un<br />
caleidoscopio dalle centomila immagini, un gioco infinito di specchi e<br />
di rimandi. Una mistificazione senza precedenti e senza pari.<br />
Totalizzante, totale, totalitaria. Che nega le sue stesse conquiste,<br />
rivendica ciò che possiede e già domina. Che vince e piange. Piange e<br />
perciò vince.</p>
<p>Ancora sulle “verità utili”.</p>
<p>La GNF può e deve fare tutto questo in quanto non si rivolge alla<br />
ragione ma ai sentimenti. Non parla alla neocorteccia, ma al sistema<br />
limbico degli UU, al regno dell&#8217;irrazionale. Chi vi cerca deduzioni,<br />
implicazioni e coerenze è matto. Se &#8216;menzogna&#8217; significa “racconto<br />
manipolatorio”, la GNF è una menzogna di proporzioni inaudite e di<br />
profondità abissali. Se invece con &#8216;menzogna&#8217; si intende un racconto<br />
totalmente falso in tutti i suoi dettagli, si commette un grave errore.<br />
E infatti si continua a commetterlo: la GNF è piena di verità parziali e<br />
quindi “utili”. La pura verità-utile è manipolatoria al pari della più<br />
smaccata fandonia, come, ovviamente, di tutto quello che sta in mezzo.<br />
Non solo ogni falsità ma anche ogni verità della GNF deve essere utile,<br />
altrimenti – è ovvio &#8211; non vi figurerebbe. Questa è la verità che le<br />
negazioniste negano.</p>
<p>La &#8220;rimemorizzazione&#8221; criminalizzatrice</p>
<p>Ricordare “gli innegabili crimini maschili” implica innegabilmente la<br />
criminalizzazione dei maschi. Infatti se io volessi criminalizzare, non<br />
avrei che da “rimemorare”. Ti viene detto: “Non bisogna dimenticare&#8230;”<br />
&#8230;innocua, umile esortazione? E&#8217; il trabocchetto della tua caduta. E&#8217;<br />
la seduzione della “verità” che confidando nella tua ingenua lealtà, ti<br />
cattura e ti sottomette. Ci caschi e sei finito. La “rimemorazione” è il<br />
cappio e quando pensi “&#8230;non si può negare&#8230;” ci metti il collo. La<br />
sola cosa che non si può negare, che non devi mai più negare, è che la<br />
sua “rimemorazione” è la tua criminalizzazione. Che lei “rimemora”<br />
affinché tu soccomba. Questa è la verità che le negazioniste devono<br />
negare. E negano.</p>
<p>Il paravento delle “buone intenzioni”.</p>
<p>Va da sé che “gli innegabili crimini maschili” non ti vengono ricordati<br />
per criminalizzarti, ma solo per “ricordare la verità”, perciò non devi<br />
sentirti criminalizzato. E&#8217; vero che “la violenza maschile coinvolge<br />
tutti gli uomini” ma non devi sentirti coinvolto dalla rimemorazione. Di<br />
quei delitti anche tu sei mandante e beneficiario per questo stai sul<br />
banco degli imputati, ma non devi sentirti sul banco degli imputati. Non<br />
se là perché colpevole, ma in quanto innocente. Le sue intenzioni sono<br />
buone, lei non sa che ti sta criminalizzando. Se lo sapesse non lo<br />
farebbe. E&#8217; in buona fede. Dimentica però sempre di rimemorare<br />
all&#8217;amante nell&#8217;ascensore e persino allo sposo presso l&#8217;altare, la<br />
stessa innegabile somma degli “innegabili crimini maschili”, come se<br />
sapesse che quell&#8217; innocente e ingenuo ricordare, quel candido<br />
“rimemorare” è la tomba di ogni relazione. Utile smemoratezza. La<br />
negazionista sa perfettamente, percepisce lucidamente che  “rimemorare”<br />
è criminalizzare. Lo sa, per questo lo pratica con lubrico candore.  E<br />
lo nega. La negazionista nega il suo crimine innegabile e lo nega mentre<br />
lo perpetra.</p>
<p>Quanto a noi, non neghiamo la verità, affermiamola invece come si confà<br />
a dei leali Affermazionisti. Affermiamo dunque sereni – in veritate axis<br />
mundi &#8211; che la “rimemorazione” è un crimine in atto. Deliberato e<br />
continuato.</p>
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		<title>Come il dono (maschile) viene trasformato in oltraggio</title>
		<link>http://www.uominibeta.org/2011/10/24/come-il-dono-maschile-viene-trasformato-in-oltraggio/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 17:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginiamo che esista una creatura intrinsecamente autoprotettiva, che abbia cioè nella sopravvivenza fisica lo scopo primario in senso assoluto e totalizzante. A questo criterio sottoporrà tutte le azioni non solo attraverso un calcolo cosciente dei pericoli possibili ma, prima ancora, con valutazioni inconsce usando capacità e intuizioni che a quel fine avrà acquisito nel corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginiamo che esista una creatura intrinsecamente autoprotettiva, che abbia cioè nella sopravvivenza fisica lo scopo primario in senso assoluto e totalizzante. A questo criterio sottoporrà tutte le azioni non solo attraverso un calcolo cosciente dei pericoli possibili ma, prima ancora, con valutazioni inconsce usando capacità e intuizioni che a quel fine avrà acquisito nel corso dell’evoluzione.<br />
.<br />
Terrà sistematicamente in stand-by una dotazione di qualità (di antenne) miranti a sentire/prevedere non solo i pericoli prossimi derivanti dall’azione, ma anche quelli remoti connessi al contesto (le situazioni nelle quali i pericoli possono emergere). E ne starà lontana.<br />
.<br />
Tra i molti presupposti di una tale condizione di vita, mancherà ad esempio ogni forma di imbarazzo nella fuga dai pericoli e nell’evitamento dei rischi. Tale imbarazzo (che è un’ambiguità, un’oscillazione psicoemotiva) infatti potrebbe indurre incertezze nel comportamento e quindi esporre a rischi: perciò deve essere eliminato, non deve nemmeno fare capolino nello stato emozionale.<br />
.<br />
Nessuna vergogna di avere paura. La paura sarà infatti la condizione emotiva permanente, come indispensabile energia che tiene in moto i dispositivi della previsione, dell’attenzione scrupolosa e pignola (l’elettricità che alimenta i radar).<br />
.<br />
Se la sopravvivenza fisica (la durata) è lo scopo primario, tutti gli altri saranno …secondari, ossia subordinati. Consideriamo allora cosa siano un principio o un ideale. Si tratta di valori per realizzare, praticare i quali si devono pagare dei prezzi, correrre dei rischi, bruciare opportunità di durata. Dunque questa creatura autoprotettiva dovrà essere indifferente, o meglio ancora refrattaria ad ogni idealità che comporti rischi. Ma poiché “idealità” è precisamente ciò che comporta pericoli, spreco, rinunce di sé etc. (altrimenti è calcolo utilitaristico) essa ne dovrà essere più che estranea, avversa e i princìpi saranno visti, sentiti e denuciati come “astrazioni insensate”, “idoli” “feticci” etc. Colui che li insegue e persegue (quasi sempre a suo danno), sarà percepito come o matto o scriteriato o stupido.<br />
.<br />
L’autoprotezione si riferirà ad ogni aspetto della vita e delle relazioni. Ad es. la cd. “assunzione di responsabilità” sarà intesa bensì nel senso di ascesa alle gerarchie, acquisizione di potere e di denaro, esercizio di potere in qualsiasi contesto, ma non assunzione del rischio, non protezione dei subordinati, non esposizione ai pericoli civili e penali. L “assunzione di responsabilità” non porà neppure essere immaginata come assunzione di rischi e diventerà perciò necessariamente, intrinsecamente elusione della responsabilità e scarico dei rischi ai subordinati, sia nel senso che le decisioni rischiose (evitando di prenderle esplicitamente) verrano rimesse de facto ai subordinati costretti cmq ad agire, sia in sede di imputazione degli esisti negativi, chiamandosi fuori e denunciando l’attore come reponsabile del risultato.<br />
.<br />
In campo educativo consisterà nell’evitare i costi morali dell’imposizione delle regole, quel “farsi odiare” (sia pur momentaneo e superficiale) che ogni imposizione di codici, norme, strutture comporta nell’educando. Etc. etc.<br />
.<br />
Essendo però ineliminabili i pericoli, avrà evoluto – tra l’altro – capacità tali da indurre altre creature ad assumerseli, in tutti i contesti e le situazioni.<br />
.<br />
Sorge ora la domanda se la D sia una creatura autoprotettiva, avente cioè per scopo primario la sua personale durata e conservazione nella vita biologica. Io rispondo di sì.<br />
.<br />
Ad es. la formula universale con cui viene giustificata la quasi totale assenza delle DD nella scienza è che esse ne erano escluse, impossibilitate ad esercitarla e a cimentarvisi. Giustificazione che ingloba sia le situazioni in cui era vera sia quelle in cui era ed è falsa e che giustificherà per l’eternità la loro sostanziale assenza da quelle attività che comportano rischi: la ricerca in senso proprio. Dove per rischio si intende anche il possibile spreco dell’intera vita o di buona parte di essa.<br />
.<br />
Gli esempi sono pleonastici e perciò stucchevoli, tuttavia eccone aluni, a caso. Leggevo ieri “I cercatori di specie”. Vi si parla di uomini che hanno passato anni in giro per il mondo a raccogliere campioni di animali e piante, uomini perlopìù benestanti, che hanno rinunciato alle comodità della vita urbana, rischiando (e trovando spesso) malattia e morte o anche solo la perdita dei campioni o la irrilevanza delle scoperte etc., insomma la vanità di fatiche e rinunce.<br />
Sono storie di “pazzi”:<br />
.<br />
“Di chi sono questi 16 denti?” “Sono miei. Mi sono caduti a causa dell’arsenico che uso per i campioni”.<br />
.<br />
Solo dei pazzi possono seguire le orme dei 19 allievi di Linneo: 9 morirono nelle lande dei tropici alla ricerca non dell’oro ma di insetti, uccelli, mammiferi.<br />
.<br />
In effetti solo un “matto” può passare 13 anni di vita a raccogliere esemplari per poi vederseli affondare a poche miglia dal porto di casa o girovagare per 20 anni e poi trovarli totalmente divorati dai vermi.<br />
.<br />
I casi come questi sono infiniti giacché infinito è stato lo spreco di sé implicato nell’aquisizione della conoscenza. Per trascurare il resto.<br />
.<br />
Non è vero che le DD non possano fare ciò che fanno gli UU: lo possono ma non lo vogliono perché ne va dell’integrità fisica, della salute, della vita: ne va della durata. Gli UU sono “matti” le DD sono savie. Hanno il diritto/dovere di autoproteggersi, di avere paura senza vergogna.<br />
.<br />
Non hanno invece il diritto di fingere di essere ciò che non sono, di insultare gli UU perché sono proiettati verso le idealità, lo spreco di sé, il rischio. Non hanno il diritto di rovesciare la propria legittima prudenza in capo di accusa contro coloro che corrono i rischi al loro posto. Hanno il diritto di avere paura e di assecondarla, non quello di insultare i coraggiosi.</p>
<p>Non hanno il diritto di trasformare il dono maschile in un oltraggio.<br />
Infamia suprema.<br />
.</p>
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		<title>Quote azzurre per la scuola</title>
		<link>http://www.uominibeta.org/2011/10/08/quote-azzurre-per-la-scuola/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 10:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[QM]]></category>
		<category><![CDATA[Quote azzurre]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Fabrizio, riprendo un concetto già espresso e che mi sta molto a cuore. In sintesi: lasciamo perdere il confronto, defatigante e inutile, con gli annebbiati/e dal femminismo e dal politicamente corretto e dedichiamoci fattivamente alla ricostruzione, simbolica e non, del maschile. Mi rendo conto dell&#8217;immensità del problema e non ho la pretesa di soluzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Caro Fabrizio,</p>
<p style="text-align: justify;">riprendo un concetto già espresso e che mi sta molto a cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi: lasciamo perdere il confronto, defatigante e inutile, con gli annebbiati/e dal femminismo e dal politicamente corretto e dedichiamoci fattivamente alla ricostruzione, simbolica e non, del maschile.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rendo conto dell&#8217;immensità del problema e non ho la pretesa di soluzioni facili ed a portata di mano. Né tantomeno sono cosi presuntuoso da tracciare percorsi di elaborazione concettuale per i quali non sono attrezzato. Altri, e se permetti ti ci metto dentro, possono farlo centomila volte meglio di me.</p>
<p style="text-align: justify;">Potresti obiettarmi, oltre alla titanicità dell&#8217;impresa, che il senso della mia proposta esonda dal perimetro di uominibeta e necessariamente deve coinvolgere tutte le anime del movimento maschile, con tutte le difficoltà del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">E sarebbe un&#8217;obiezione sacrosanta.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte nel Manifesto di Uominibeta mi ci ritrovo, ne condivido l&#8217;impostazione e l&#8217;elaborazione che sta  dietro. Perché allora questa ricerca degli &#8220;altri&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Cercherò, per come posso, di illustrare al meglio il mio ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ricostruzione del maschile, dopo tutti questi anni di denigrazione, demolizione e sberleffi è, secondo me, un&#8217;esigenza sentita da tutte le diverse sensibilità inerenti alla <a href="http://www.uominibeta.org/tag/qm/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con QM">QM</a>. Ovviamente ognuno di questi movimenti, gruppi o altro ha una propria visione ed un proprio progetto. Questo comporta e comporterà una <strong>QM (<a href="http://www.uominibeta.org/tag/questione-maschile/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Questione Maschile">Questione Maschile</a>) </strong> culturalmente ricca e stimolante, quanto di difficile penetrazione sociale nel complesso, visto che le forze di per sé esigue, allo stato dell&#8217;arte, finiscono a disperdersi in diverse direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come uscirne allora?<br />
Pragmaticamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ritengo che Uominibeta, così come gli altri gruppi che si occupano di QM, debba individuare una griglia condivisa, un substrato comune se preferisci, da presentare e rivendicare agli &#8220;altri&#8221;, istituzioni e organismi sociali compresi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa di solido e tangibile da ottenere. E&#8217; ovvio che non sarà comunque facile, ma un obiettivo semplice, chiaro e condivisibile dalla stragrande maggioranza degli uomini, aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Con una metafora informatica, la <strong>QM</strong> dovrebbe &#8220;girare&#8221; su di un unico hardware, usando ognuno il software che ritiene più consono. Ovviamente il software più affidabile alla fine si imporrà.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste questa griglia, substrato o hardware che dir si voglia? Secondo me si.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente, il cuore pulsante di questo substrato comune, ritengo debba essere il recupero della centralità della figura paterna, in senso lato, quindi biologica o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione non sto proponendo ricette precotte o ritorni all&#8217;antico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dico solo che dobbiamo combattere, tutti assieme, per ridare dignità ed autorevolezza al nostro ruolo di padri.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte se il femminismo, aiutato dalle forme capitalistiche prevalse nelle nostre società, si è così con successo dedicato alla demolizione della figura paterna, qualcosa vorrà pur dire: <strong>quello è il focus!!!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ed allora ritorno all&#8217;inizio: la ricostruzione del maschile da qui deve ripartire, dobbiamo riappropriarci dei nostri figli!!</p>
<p style="text-align: justify;">Della loro formazione e della loro crescita morale e culturale. Ovviamente parlo di entrambi i sessi. Ma basilare e indispensabile è riappropriarsi del ruolo che dicevo prima, soprattutto con i &#8220;nostri piccoli uomini&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente sono cosciente del fatto che le odierne società occidentali vanno in tutt&#8217;altra direzione. Ed allora, cosa fare? Alzare le mani e seguire la corrente?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutt&#8217;altro. Semmai organizzarsi e ri-conquistare gradualmente gli spazi a noi dovuti, peraltro abbandonati non in tempi remotissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sinteticamente ed a scanso di prolissità, il primo passo, la prima battaglia, culturale e politica (nella sua accezione più nobile) che io intraprenderei, chiamando a raccolta tutte le sensibilità che si occupano di <strong>QM</strong> è la &#8220;<strong>SCUOLA</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinto che la presenza educativa e formativa del maschile nella scuola, in particolare nel ciclo primario, ovvero dove è più assente, sia un punto della griglia o substrato comune di cui parlavo  prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si ritiene quanto da me scritto sensato e valido, anche parzialmente, invito tutti ad un confronto, per un&#8217;elaborazione comune sull&#8217;argomento. Elaborazione non fine a se stessa, ma base di una proposta strutturata da portare avanti &#8220;politicamente&#8221;  tutti insieme, nelle forme e nei metodi che si decideranno<sup>(</sup>*<sup>)</sup>.</p>
<p style="text-align: justify;"><sup>(</sup>*<sup>)</sup> Personalmente, in questo caso, rendendogli pan per focaccia, rivendicherei l’odioso sistema delle quote. Per vedere l’effetto che fa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luigi Corvaglia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono dubbi sul fatto che è indispensabile riequilibrare l’asse educativo con riferimento al peso dei due Generi anche nella scuola. Ma perché e come? Quali i presupposti e quali le implicazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è banale: l’assenza maschile in campo educativo produce danni (da leggeri a gravissimi, da temporanei a permanenti) a carico delle nuove generazioni maschili e – quantomeno – causa lacune, strabismi, deformazioni in quelle femminili.</p>
<p style="text-align: justify;">Presupposto.<br />
Il presupposto è ovvio ed è che esistono differenze psicologiche tra M ed F correlate alla diversa costituzione dei due, che alla diversità del corpo sia associata una diversità della psiche, irriducibile, non vicariabile, non surrogabile e ciò tanto negli educandi/e quanto negli educatori/trici. In caso contrario quel che fa un educatore lo potrebbe fare anche un’educatrice. Basterebbe istruire-formare queste in modo diverso e così la presenza maschile (a scuola, in casa e altrove) a fini educativi diverrebbe superflua. Il riconoscimento di una diversità irriducibile (nella sua radice) non comporta né la pretesa di poterla descrivere compiutamente né quella di individuarne i confini, i punti di sovrapposizione, di contrasto, di ridondanza etc.<br />
Infatti nel processo educativo (di questo si tratta) abbiamo a che fare quasi del tutto con l’inconscio sia degli uni (gli adulti) che degli altri (i piccoli). Tra i 4 terminali di quel processo (M e F educatori M e F educandi) si instaurano relazioni diverse e complementari a prescindere dal fatto che ne siamo consci e/o in grado di descriverli, ciò in risposta a esigenze, potenzialità, attitudini, vocazioni diverse che esigono quelle risposte simmetricamente differenti che i due Generi possono dare.</p>
<p style="text-align: justify;">Educazione e istruzione.<br />
La trasmissione di conoscenze (saperi, competenze etc.) in sé potrebbe prescindere dal Genere che le veicola e le somministra. Potrebbe trattarsi anche di un dispositivo elettronico o di un androide. La questione che si pone infatti è quella educativa, della formazione, della crescita e della maturazione non quella dell’istruzione (“leggere, scrivere, far di conto”). Impossibile qui non rilevare che questa funzione, che pure è quella capitale, in ambito scolastico è considerata centrale solo alla materna, di una qualche importanza (ma non decisiva) alle elementari e praticamente nulla alle medie e superiori, gradi di scuola dove ci si aspetta che il giovane assorba e ripeta nozioni e dove la funzione educativa è tanto marginale per i programmi quanto vissuta come un peso, un ingombro dal corpo insegnante (un onere che altre agenzie, la famiglia e/o la scuola degli anni precedenti o …non si sa chi… avrebbe dovuto accollarsi). Del resto gli esami non vertono su quel che un alunno/studente è diventato, ma su quel che ‘sa’ (inteso come “ciò che sa ripetere-risolvere”).</p>
<p style="text-align: justify;">Maschi educatori.<br />
Porre la questione della presenza maschile a scuola significa quindi porre il problema del suo compito primario. Invece essa oggi è centrata sull’istruzione (intesa come preparazione alla professione e finalizzata – anche se in Italia di fatto velleitariamente- a obiettivi economici) mentre considera marginale la funzione educativa. Qui siamo costretti a leggervi un altro riverbero di quella che Fabrizio definisce “ragione strumentale”: oggi scopo della scuola non è la formazione, la crescita umana, l’evoluzione psicoemotiva integrale, la maturazione equilibrata (=la salute psicologica) del singolo e quindi la sanità mentale della società. No: lo scopo è produrre degli ingranaggi adatti al meccanismo economico. I costi di questa deformazione non importano, non importano né la gravità né l’estensione sociale dei danni. Ora, sarebbe per noi assurdo darci da fare per avere più maschi istruttori. Quel che vogliamo è la reintegrazione del maschio educatore nelle agenzie formative il che implica e comporta il rovesciamento aperto delle priorità scolastiche: prima la formazione e dopo (molto dopo, direi) l’istruzione (che oggi ha mille modi per trasmettersi): si tratta di un rovesciamento dirompente. Non maschi per istruire, ma maschi per co-educare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quote? Sì, certamente!<br />
Come è vero che i maschi devono rientrare nella scuola per esigenze di formazione e non di istruzione, così devono esser là non per rispondere a questioni di equilibri professionali, di generica parità tra gli adulti in quella istituzione, ma per garantire la presenza del maschile nella formazione delle nuove generazioni. I maschi adulti non vi devono rientrare per interessi degli adulti ma dei maschi (e delle femmine) in età evolutiva. Questo fatto capitale risolve l’annoso problema presente in ambito Momas: rivendicare le quote a scuola per M significa implicitamente accreditare, approvare le quote rosa ovunque. Falso. Le quote rosa non sono state pensate e imposte a vantaggio delle femmine (e men che mai dei maschi) in età evolutiva, ma come prebende (una forma spuria di eredità) per le femmine adulte delle classi medio-alte. Questa motivazione è essenziale e fa piazza pulita dei dubbi sulle quote maschili nella scuola che hanno motivazioni diametralmente opposte a quelle delle quote rosa altrove (tanto che per le prime sarebbe meglio adottare un nome diverso).</p>
<p style="text-align: justify;">Rivalutare la maschilità.<br />
Ovviamente la presenza di un adeguato numero di maschi nelle aule non basta, questo rientro deve essere accompagnato dalla rivalorizzazione del maschile, compito su cui tutti concordiamo, su cui siamo tutti impegnati (comprese le associazioni dei Separati). Senza rigenerazione del prestigio maschile, senza rivalutazione del ruolo insostituibile della presenza maschile nel mondo, senza la rinascita del valore della maschilità quella presenza sarebbe quasi del tutto sterile, forse persino dannosa perché deformante. Sarebbe come trasferire il mammo da casa a scuola… brrr!<br />
Dunque l’obiettivo è duplice e il bunker scolastico va conquistato da entrambi i versanti. Compito di portata storica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rino Della Vecchia</strong></p>
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		<title>L’emergere storico della QM</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 08:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[QM]]></category>
		<category><![CDATA[Questione Maschile]]></category>

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		<description><![CDATA[La Questione Maschile, in quanto condizione reale (carne e sangue), presa di coscienza (elaborazione teorica) ed evento storico-sociale (uomini di fatto in azione) è un prodotto della società industriale giunta ad un dato stadio di sviluppo e definibile: Società Industriale Avanzata (SIA)(*1), questione sociale che nasce quando si creano le condizioni per cui il Genere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La <a href="http://www.uominibeta.org/tag/questione-maschile/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Questione Maschile">Questione Maschile</a>, in quanto condizione reale (carne e sangue), presa di coscienza (elaborazione teorica) ed evento storico-sociale (uomini di fatto in azione) è un prodotto della società industriale giunta ad un dato stadio di sviluppo e definibile: Società Industriale Avanzata (SIA)(*1), questione sociale che nasce quando si creano le condizioni per cui il Genere femminile può mantenersi da solo senza il contributo maschile.</p>
<p style="text-align: justify;">Quell&#8217;evento segna un passaggio epocale che minaccia di essere irreversibile. Esso ha in ogni caso ridislocato i fondamenti del rapporto tra i Generi. Se UU e DD fossero uguali (sotto ogni riguardo) e in particolare nelle ragioni (pulsioni e bisogni) che spingono gli uni verso le altre e viceversa, nessuna rivoluzione potrebbe alterarne la relazione. Perciò affermare che essa è stata sconvolta dalla SIA significa ammettere implicitamente ma necessariamente l&#8217;esistenza di una diversità precedente e di fondo che è condicio-sine-qua-non di quello stravolgimento.</p>
<p style="text-align: justify;">I MM cercano nelle femmine sesso e cura, le FF vogliono dai MM protezione e mantenimento (mentre il fatto riproduttivo in sé &#8211; l&#8217;inseminazione – ha rilevanza di altro genere).</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi estrema (ma essenziale) questa è la struttura del rapporto, fondato su uno scambio che è asimmetrico nella natura del baratto: benefici solo materiali (protezione e mantenimento) contro benefici sia materiali (cura) che psicologici (psicoemotivi: orgasmo) (*2). Benefici acquisibili anche senza relazioni con l&#8217;altro (protezione e mantenimento) o impossibili da ottenere autonomamente (attività sessuale). Libertà potenziale (ora fattuale) per F contro dipendenza sistematica e ineliminabile per M.</p>
<p style="text-align: justify;">La connessione tra SIA e <a href="http://www.uominibeta.org/tag/qm/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con QM">QM</a> è stata pienamente colta 70 anni fa, ancorché esplicitata con riferimento al femminismo (che precede la <a href="http://www.uominibeta.org/tag/qm/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con QM">QM</a> storicamente e logicamente), da J. A. Schumpeter : “Il femminismo è un fenomeno eminentemente capitalistico”. Il femminismo postmoderno(*3) è la narrazione storica (l&#8217;Epopea) di un Genere che entra nell&#8217;era dell&#8217;autosufficienza e la <a href="http://www.uominibeta.org/tag/qm/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con QM">QM</a> è la reazione vitale (pragmatica) a quel processo e la risposta (“dialettica”) a quel racconto. (Il fatto che la <a href="http://www.uominibeta.org/tag/qm/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con QM">QM</a> sia stata posta soggettivamente &#8211; emersa alla coscienza &#8211; solo 40/50anni dopo la sua nascita strutturale/oggettiva è argomento rilevantissimo ma esula dal tema specifico).</p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;avvento della SIA l&#8217;asse portante della relazione F→M si frantuma attraverso quella che va sotto il nome di “emancipazione femminile”, mentre non subisce alcuna variazione la relazione inversa M→F. Nasce allora un nuovo rapporto che può essere concettualizzato così: mentre le DD non hanno più bisogno degli UU, il reciproco non è vero. Di qui la supremazia strutturale del Genere F. Si tratta di un fatto fondante che potrebbe durare sino a quando esisterà la SIA nei suoi diversi stadi di sviluppo. Stadi che, prospetticamente, lasciano intravedere come certo(*4) l&#8217;avvento di una società nella quale le attività di polarità maschili (comportanti fatiche, usura, rischi, sporcizia) saranno ridotte a frazioni minimali e infine del tutto eliminate dalla robotizzazione del lavoro. Società dunque in cui tutte le attività produttrici di reddito potranno essere svolte dalle DD.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo sviluppo la SIA ha poi aperto la possibilità dell&#8217;autoriproduzione femminile, prima a mezzo della fecondazione assistita (fatto reale) e poi con la clonazione (prospettiva imminente). Due eventi dirompenti sul piano simbolico in quanto escludono il maschio e l&#8217;intero Genere anche dalla funzione riproduttiva. La femmina si mantiene e si riproduce da sola: l&#8217;inutilità maschile è conclamata. La distruzione strutturale del valore maschile sembra compiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">FEMMINILIZZAZIONE SOCIALE</p>
<p style="text-align: justify;">Non basta. La SIA infatti non sta all&#8217;origine della QM solamente per i motivi detti, così nuda e senza connessioni con altri aspetti e fattori. Quasi tutto in essa è correlato, confacente, pertinente alle polarità del femminile. Si fonda infatti sull&#8217;espansione del ciclo produzione-consumo-produzione, e quindi sul consumismo (shopping), sulla creazione (per l&#8217;immediata soddisfazione) di nuovi e crescenti bisogni (capricci/mode). Il progresso tecnico aumenta poi senza fine il numero e l&#8217;estensione applicativa delle facilitazioni/semplificazioni (le “comodità”,) degli automatismi, delle sicurezze etc..</p>
<p style="text-align: justify;">La SIA è intrinsecamente femminilizzante e questo suo carattere si manifesta progressivamente ad ogni successivo stadio del suo sviluppo. Tecnica (effetto e causa della SIA), femminilizzazione e femminismo sono fenomeni diversi ma strettamente correlati e tutti sinergici e simbionti. SIA: una creazione maschile che sembra fatta precisamente sul calco delle polarità femminili. Nessuno stupore che le DD vi si siano placidamente “accomodate”. “Liberami di te, amore!” &#8211; “Ecco fatto, tesoro!”.</p>
<p style="text-align: justify;">IL VERSANTE CULTURALE</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; necessario non equivocare: i fatti soprarichiamati rappresentano fattori condizionanti ma non determinanti giacché tutte le relazioni sociali  si collocano in una zona intermedia tra la dimensione materiale e quella immateriale (culturale in senso ampio).</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, se la componente materiale fosse meccanicisticamente determinante,la storia sarebbe senza aperture (sarebbe prescritta), ogni azione mirante a orientarne il corso sarebbe assurda, la responsabilità individuale e collettiva svanirebbe ed il valore dei fattori culturali sarebbe nullo. Ma la storia stessa mostra che non è così ed il presente lo conferma. Se conoscenza e valori (che danno forma alla psiche collettiva) fossero ininfluenti la propaganda non avrebbe motivo di esistere. Nel nostro caso, il pestaggio morale antimaschile non avrebbe ragion d&#8217;essere e l&#8217;intera <a href="http://www.uominibeta.org/tag/grande-narrazione-femminista/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Grande Narrazione Femminista">Grande Narrazione Femminista</a> non sarebbe che uno sterile vaniloquio: un puro rispecchiamento di rapporti di forza materiali. Invece essa è feconda e produttrice di valori: ossia di comportamenti orientati, condizionati, mirati. Poiché a questo argomento è dedicato il mio saggio (Qmdt, disponibile in rete) rimando ad esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel rapporto tra i sessi poi, i fattori psicoemotivi hanno un peso ancora maggiore che nelle altre relazioni (e in quello genitori-figli essi sono decisivi).</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono quindi due versanti da tenere in considerazione e sui quali possiamo agire con diversa incidenza. In modo (potenzialmente) incisivo, diretto e fattivo su quello culturale, in modi tutti da individuare e con effetti tutti da valutare su quello materiale, ossia sulla forma socioeconomica della società occidentale postindustrale globalizzatrice ( “capitalismo assoluto” per dirla con C. Preve). La dimensione culturale è una roccaforte (potenzialmente) conquistabile, ma che dire di quella materiale ed economica (strutturale, per usare un concetto marxista)?</p>
<p style="text-align: justify;">SOCIETA&#8217; INDUSTRIALE O CAPITALISMO?</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che segue non è una questione di lana caprina, ma di sostanza nella lettura del reale e del possibile e perciò nel posizionamento ideal-politico del Movimento maschile in tutte le sue componenti (gruppi e individui) ovunque si collochino, nonché nella individuazione delle possibilità di incidenza della nostra azione.</p>
<p style="text-align: justify;">La SIA coincide con il capitalismo o questo ne è solo la forma passata e attuale? Questa è la domanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Se con il termine “capitalismo” si intende puramente e semplicemente riferirsi alla “società industriale” sotto qualsiasi forma e in qualsiasi stadio del suo sviluppo, allora la QM pone – ed è &#8211; una critica (nella teoria e nella prassi) al capitalismo stesso, giacché SIA e capitalismo sarebbero sinonimi. Se invece “capitalismo” è limitato alla società industriale del libero mercato e della proprietà privata (al suo specifico “modo di produzione” &#8211; oggi vincente) allora si ammette l&#8217;esistenza possibile di una diversa SIA, fondata bensì su un modo di produzione non capitalistico (oggi tutto da inventare) ma, nel suo carattere centrale (riferito alla QM), analoga in quanto espressione di un nuovo stadio del suo sviluppo ma preservatrice dell&#8217;attuale squilibrio strutturale tra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">La società industriale è nata in forma capitalistica e ad essa è ritornata, ma dal 1917 (o almeno dagli anni Trenta) al 1989, in una vasta parte del mondo si è articolata in una diversa versione. Abbiamo avuto per 70 (o 40/50) anni, due società industriali: una capitalista (libero mercato e proprietà privata) e l&#8217;altra comunista  (proprietà statale a economia pianificata). Storicamente (de facto) è esistita dunque in due versioni fino ad un certo stadio di sviluppo, da identificarsi con il passaggio dalla società dell&#8217;industria pesante a quella dell&#8217;industria leggera e dei servizi. Se nel passato ha avuto più forme, nel futuro potrà accadere lo stesso? Potrebbe abbandonare quella che oggi ha?</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la domanda è: la SIA, società della tecnica (o la “Tecnica” tout court) coincide necessariamente con il capitalismo o la sua attuale forma (capitalistica) è solo un fenomeno contingente? Con la fine dell&#8217;uno muore anche l&#8217;altra (e viceversa) o può quella durare e svilupparsi senza questo, sotto altri &#8216;modi di produzione&#8217;, in altri contesti, in altre forme, sotto altri cieli e valori?</p>
<p style="text-align: justify;">Se la critica/condanna del capitalismo include anche quella della SIA, comunque data, ciò indica che ci si oppone alla SIA e la si considera superabile e reversibile. Se invece la critica/condanna si limita alla sua forma contingente (capitalismo), c&#8217;è il rischio di salvare ciò che davvero ha sbilanciato i rapporti F/M: la Tecnica, la quale però potrebbe – in futuro &#8211; anche brutalmente riequilibrarli (almeno in parte, come vedremo).</p>
<p style="text-align: justify;">“Il capitalismo ha i secoli contati”, scriveva G. Ruffolo, ma la SIA postcapitalistica (la società tecnologica, la “Tecnica” di U. Galimberti*6) potrebbe avere addirittura &#8230;i millenni contati. Potrebbe forse costituire il destino umano a tempo indeterminato.</p>
<p style="text-align: justify;">AMBITO DELLA LOTTA E FUTURO DELLA QM</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratti di secoli o di millenni, resta il fatto che, così stando le cose, la QM sembra senza soluzione per molte generazioni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Di qui l&#8217;attesa e talvolta l&#8217;evocazione aperta della Grande Catastrofe, dello Sconvolgimento Epocale, della Rovina Planetaria della SIA (costruita dai maschi a proprio danno) come condizione della rinascita fondata sul ritorno all&#8217;epoca in cui erano indispensabili. Invocazioni all&#8217;Armageddon provenienti – episodicamente &#8211; da uomini di Dx e di Sx, da atei e da credenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un brutale ritorno all&#8217;equilibrio rappresentato dal millenario, esplicito e crudo, ma al tempo stesso sano e salutare &#8230;baratto.</p>
<p style="text-align: justify;">Eruttazioni di cuori esacerbati,inequivocabili segnali del fatto che non si vede luce in fondo al tunnel.</p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizziamo dunque che la Società Industriale Avanzata non smetta di &#8230;avanzare, (a prescindere dalla forma sociale che assumerà)  e che con essa si sia entrati in una condizione irreversibile. Allora saranno irreversibili anche alcuni di quei suoi effetti che hanno sbilanciato il rapporto tra i sessi. Rimanendo sul piano materiale, si può però immaginare che essa potrebbe creare in futuro gli uteri artificiali e la produzione massiccia di amanti sintetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Due invenzioni (per ora solo a livello di grezzi prototipi) che in effetti lederebbero a fondo il valore del genere F, anche se non è certo che sarebbero in grado di azzerarlo come quello degli UU. In particolare il secondo potrebbe rappresentare un fattore decisivo, benché sia difficile pensare che un corpo in carne ed ossa possa essere sostituito (psicoemotivamente) da una entità sintetica, per quanto “perfetta”.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa prospettiva la SIA starebbe per dare alle FF una stangata (quasi) pari a quella già subita dagli UU.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le cose stanno davvero così? Davvero non c&#8217;è rimedio allo squilibrio se non nell&#8217;evoluzione stessa della SIA e nei suoi venturi (aberranti) ritrovati tecnici? La parità  dovrebbe collocarsi solo al fondo della disumanizzazione e nelle forme dell&#8217;apartheid? I ponti crollati non sono in alcun modo sostituibili, bypassabili e quelli che possono crollare, lo faranno necessariamente?</p>
<p style="text-align: justify;">No, se si riconosce l&#8217;esistenza di condizioni e forze in grado di equilibrare il rapporto ad onta di quei fatti. Ora, non potendosi trovare sul piano materiale (che opera in direzione opposta), quelle forze devono agire nella dimensione immateriale, psicologica e valoriale.  E infatti è là che si trovano ed è a mezzo di una battaglia, o meglio di una guerra culturale – di lunga durata &#8211; che la partita può essere vinta.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza siamo chiamati ad intervenire nella dimensione psichica, a rigenerare il sistema simbolico, l&#8217;insieme dei valori (stati, condizioni, dinamiche psicoemotive) che presiedono, regolano e guidano la relazione M/F e l&#8217;intera società. Si sa e, prima ancora, si sente che quello è il terreno di lotta. Di qui il fascino oscuro – quasi inconfessabile – dell&#8217;Islam (comunque lo si giudichi), che fonda la sua forza sulla difesa di un sistema simbolico intatto e che ne protegge l&#8217;integrità in tutti i modi, come se temesse che, corroso quello, la rovina dilaghi. I talebani considerano la Tv un&#8217;arma impropria pericolosissima, benché dal monitor non escano bombe. Hanno ragione, ne escono le psicobombe della seduzione, le quali devastano (“corrompono”) il territorio-base della civiltà: la psiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora quelle forze e dinamiche immateriali che di fatto agiscono in direzione mortifera possono e devono agire nell&#8217;altra, quella salvifica.</p>
<p style="text-align: justify;">La QM innesca un aperto conflitto culturale volto a modificare lo stato psichico collettivo attraverso la costruzione di un nuovo racconto maschile, da gettare sul piatto della bilancia. Vi è inclusa la riumanizzazione della relazione. Un nuovo Passato e un nuovo Presente per un futuro vivibile. Sotto qualsiasi cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">RDV</p>
<p style="text-align: justify;">*1) Società Industriale Avanzata (SIA): ogni periodizzazione/denominazione di processi, eventi e fenomeni è sempre criticabile, precisabile, modificabile, sostituibile. (Vedasi Società dell&#8217;industria pesante, S. dell&#8217;industria leggera, S. dei servizi, S. postindustriale, S. del Terziario, S. del Quaternario etc. etc.: dove, quando, fin quando, perché, etc.- Ad es. il termine SIA – che a qualcuno può persino suonare nuovo &#8211; è stato criticatissimo a Sx negli anni 70/80 per ragioni che qui tralascio). L&#8217;importante è non fissarsi sul dito ma guardare la luna.</p>
<p style="text-align: justify;">*2) Orgasmo come fatto psichico: ogni entità/evento/esperienza ha ovviamente un sostrato materiale. Si tratta di capirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">*3) Postmoderno: vale quanto alla prima nota. Si possono/devono fare molte precisazioni sul senso attribuito da Schumpeter a “femmimismo” e “capitalismo” nonché sul significato di “moderno” “postmoderno” etc. Ad es. anche il femminismo “classico” dell&#8217;Ottocento-primo Novecento era un prodotto del capitalismo (nella sua fase di sviluppo che precede la SIA). Etc. etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente si può opinare sull&#8217;uso del termine “classico” etc. etc.</p>
<p style="text-align: justify;">*4) &#8230;intravedere come certo&#8230;: ovviamente nulla è certo, perciò si dice che non bisogna fare previsioni &#8230;sul futuro. Qui viene assunta come ipotesi di base la durata sine die della SIA. Se invece crolla, il discorso cambia, ça va sans dire.</p>
<p style="text-align: justify;">*5) URSS (e Cina non citata:): vale la nota *1 con molte altre osservazioni e precisazioni. Tra cui: intendo che la Cina sia un paese capitalista dall&#8217;epoca delle “4 Modernizzazioni” le quali sono state avviate allo scopo di immettere il paese nella SIA, condizione per la creazione della sua potenza economica planetaria. Tesi opinabile (&#8230;come le altre, del resto).</p>
<p style="text-align: justify;">*6) Per quanto ho potuto saperne, né Schumpeter, né Ruffolo, né Galimberti*, né Preve (né infiniti altri) si esprimono sulla questione se il capitalismo coincida necessariamente con la società industriale (si potrebbe però discutere su Galimberti e il suo concetto di “Tecnica”).</p>
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		<title>Alla scuola del Titanic</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 09:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Titanic]]></category>

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		<description><![CDATA[I sommersi e i salvati Sul Titanic c’erano 1316 passeggeri. Bambini a parte, si salvò il 74% delle femmine e il 18% dei maschi. Il 97% delle femmine della 1° classe e il 16 dei maschi della 3°. Nel complesso (adulti F+M e bambini) il 62% della prima e il 25% della 3°. Niente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>I sommersi e i salvati</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-237" title="titanic" src="http://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2009/12/titanic-300x186.jpg" alt="titanic" width="300" height="186" />Sul <a href="http://www.uominibeta.org/tag/titanic/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Titanic">Titanic</a> c’erano 1316 passeggeri. Bambini a parte, si salvò il 74% delle femmine e il 18% dei maschi. Il 97% delle femmine della 1° classe e il 16 dei maschi della 3°. Nel complesso (adulti F+M e bambini) il 62% della prima e il 25% della 3°.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente di nuovo rispetto a quel che si sa da sempre: i maschi (volenti o nolenti) muoiono al posto delle femmine e per salvare le femmine. Gli inferiori (volenti o nolenti) muoiono al posto e per la salvezza di chi sta sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle due verità solo la seconda è stata proclamata per circa un secolo. La prima, per cavalleria o per pudore, per rispetto o per orgoglio, non è mai stata rivelata. Che i maschi muoiano per le femmine è cosa sin qui mai emersa alla coscienza verbale maschile, mai insegnata né alle medie né in Accademia. Mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Di recente però anche gli annunciatori della seconda si sono fatti silenti. Nessuno vuol passare per “testa calda” o “sovversivo”. Come del resto nessuno vuol passare per “maschilista”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero però che di recente i maschi Risvegliati, quei pochi che ci sono, hanno messo gli occhi sulla prima. Si sono accorti che le femmine si salvano e i maschi vanno sotto, ed hanno osato vederlo e dichiararlo. Nello stesso tempo hanno quasi dimenticato la seconda, che i Ciandala (per dirla con Nietzsche) muoiono al posto dei Signori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, i numeri del Titanic sono quelli là. Incontestabili i primi quanto i secondi. Sovversivi ed eversivi i secondi quanto i primi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La prima verità: i maschi affondano</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Nell’ambito del movimento maschile le statistiche dei sommersi e delle salvate del Titanic vengono citate come espressione eclatante, persino abbagliante, della natura della relazione tra i sessi. Esempio luminoso, avvenimento rivelatore di verità sempre sapute ma mai esplicitate. Per pudore. Emblema dell’estremo sacrificio maschile e del beneficio che da esso traggono le femmine: la sopravvivenza, la vita. Icona intangibile e sacra.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Ma proprio per questo, un ingombro, un macigno sulla via trionfale della “Donna Liberata”. Icona tanto sacra e intangibile che qualcuna ha pensato bene di lordarla e dissacrarla trasformandone l’ordine esplicito e l’imperativo morale implicito (che i maschi muoiano per salvare le femmine) in motivo di scherno e di dileggio. Rovesciandone il senso e trasformandolo in un insulto antifemminile, generato (ça va sans dire) dal paternalismo misogino. E’ così che il “Prima le donne e i bambini!” è diventato la maledizione con la quale la “Liberata” dà il suo ultimo beffardo saluto ai sommersi.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Che ora però riemergono, perché, alla luce del Titanic, i Risvegliati parlano dei milioni di maschi morti sul lavoro e per il lavoro, sopra la terra, sottoterra e nel mare. Per le femmine e al posto delle femmine. Parlano dei milioni di maschi finiti nei guai rispettando la legge o infrangendola, non fa differenza, per le femmine e al posto delle femmine. Dei milioni di invalidi, carcerati, barboni e suicidi che hanno bruciato la vita, affondando, mentre le rispettive – le loro “schiave” “relegate al ruolo domestico” “fuori dalla vita pubblica”- si salvavano. Dei milioni che hanno consumato la vita in un’impresa, un’idea, una ricerca, uno studio, creando la cornucopia di beni di cui tutti, femmine per prime, hanno goduto e beneficiano. Dalla poesia al telefonino.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Perché non c’è pericolo, non c’è rischio per la salute e per la vita che non veda il maschio prevenire, anticipare, sostituire la femmina. Sotto tutte le latitudini. Avete mai visto una falegnama? No, perché si incomincia con dieci dita e si va in pensione con sei. Non ci sono rischi fisici, sociali, civili, commerciali e legali che non vedano i maschi in prima fila. In basso come in alto. Madoff è dentro per sempre, la cobeneficiaria delle malefatte è fuori. Per sempre. Alla Thyssen ci sono stati i morti (in basso) e gli inguaiati (in alto). Non ci sono né morte né inguaiate. Salve tutte e tutte con vitalizi garantiti. Grassi o magri che siano. Agli uni il rischio, la morte, la prigione, la rovina. Alle altre la vita e la libertà. Chi affonda e chi galleggia.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Son cose dure da ricordare, ma divenuti finalmente ingenerosi, i Risvegliati richiamano oggi in vita i morti, i falliti, i mutilati, i caduti, i suicidi, i dannati, evocando l’anima dei sommersi per gettarla - impietosi ormai e senza pudore &#8211; sull’altro piatto della bilancia.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Seconda verità: i subalterni affondano</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Come è vero che i maschi muoiono per le femmine e al posto di esse, così è vero che i subalterni muoiono per i Signori e al posto di essi. Segreto di Pulcinella che oggi si è tentati di fingere di non conoscere. Si denunciano i morti sul lavoro, perché finalmente si vede che sono maschi, ma non si osa ricordare che sono anche subalterni. Sarebbe demodé. Chi vuol passare per bolscevico?</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Eppure, come nessuna femmina è mai affogata nella pesca del merluzzo, così nessun notaio è mai precipitato dalla scrivania. Non si sono visti redditieri mutilati né aristocratici invalidi professionali. E’ acida, è cinica, minaccia di essere quasi sovversiva, ma è la seconda verità.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">La Storia è storia dei modi con cui la piramide sociale si è mantenuta dai tempi degli Ziggurat. Realtà e simbolo della realtà. Quelli che stanno in alto si salvano e quelli che stanno in basso affondano. E quelle che stanno in basso si salvano con facilità minore di quelle che stanno in alto. Come se la società fosse una piramide e gli apicali galleggiassero sui subalterni.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">E infatti Essi ed Esse galleggiano.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Verità composita: affondano i maschi subalterni</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Il Titanic parla chiaro: affondano i maschi di 3° classe. Il prodotto delle due verità è solare, abbagliante. Annunciate insieme, quelle due antiche verità sono la novella del XXI Secolo.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Quei numeri sono un trattato su due dei conflitti che, latenti o conclamati, segnano la storia umana. Quello tra i sessi e quello tra le classi, che si intersecano e si sommano. Ci si salva quando si è in alto e quando si è femmina. Si muore, volenti o nolenti, quando si è in basso e si è maschi. Appunto, ma lo si fa volenti o nolenti? E’ dono o è rapina? Ci si sacrifica o si viene sacrificati? Questo è il dilemma.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Domande birichine, perché suggeriscono bensì che la <a href="http://www.uominibeta.org/tag/questione-maschile/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Questione Maschile">Questione Maschile</a> riguarda tutti gli uomini, in alto come in basso, giacché li colpisce tutti, ma non li colpisce tutti nello stesso modo.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Ciò accade perché la società femminista che avanza sta separando in modo sempre più profondo gli apicali e i subalterni. Sta aprendo un abisso tra i primi e i secondi, esito della combinazione di un diverso ma convergente interesse di fonte darwiniana: quello della élite maschile e quello della massa femminile.</span></em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;"><strong>La saldatura e&#8217; avvenuta</strong></span></em></h3>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Che i maschi guardino all’estetica femminile e le femmine alla posizione sociale maschile è una verità da tutti sentita e sperimentata, benché imbarazzante e perciò dissimulata, giacché confligge con quella<br />
ufficiale, poetica e romantica, del reciproco “interesse disinteressato”. I maschi cercano la bella gnocca; il “buon partito” (non solo economico) lo cercano le femmine.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Così, quando possono procurarsi da sole quel che prima ottenevano dai maschi il valore di questi si erode, declina e infine precipita. Tanto meno un maschio può dare e tanto meno suscita interesse. Tanto meno scalda il cuore. Quando infine non può più dare nulla non vale più niente e il cuore raggela.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Progressivamente, fette sempre più grandi di uomini sono scesi al di sotto della soglia del valore minimo che raggiungono quando lei, in qualsiasi modo, può procurasi da sola quel che un uomo si prepara ad offrirle. Quando una donna, che potrebbe viaggiare su una Fiat, gira invece sull’Alfa o il Bmw, parla chiaro: “Chi non è sopra questo livello, stia alla larga!”. E il numero di quelli che “stanno alla larga” cresce al crescere delle cilindrate femminili. I maschi mirano al macchinone per rimorchiare. Le femmine per selezionare, per tagliar fuori quelli che non sono all’altezza. Quelli per averne di più. Queste per averne di meno.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Il numero di quelli che “non sono all’altezza” cresce indefinitamente e abbraccia ormai una massa crescente dalla quale il cuore delle donne si sta allontanando perché rivolto in altra direzione: verso l’Alto, verso l’Elite.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Verso l’Alto è rivolto il cuore delle donne occidentali, cosa che non può certo infastidire gli uomini d’élite, se è vero che l’accesso alle femmine è il primo movente delle lotte maschili tra infinite specie. Quelli che stanno in alto si riservano l’accesso alle risorse a scapito e a danno degli altri. Si capisce: è per questo che si corre verso l’alto, dove giunti, si apre la guerra ai subalterni. Che stiano alla larga. Dalle femmine, in primis.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Nel corteggiamento i ruoli si invertono quando si passa dal rango di subalterni a quello di apicali. Chiedeva Magic Johnson: “Cosa fareste voi se ogni sera ne trovaste tre sulla porta della suite?”. Il corteggiamento non è roba da maschi: è solo da maschi subalterni.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Così lo scenario si apre e si vedono verità che non campeggiano sulle bandiere femministe. Insensibilmente ma progressivamente si manifesta l’unità di interessi della massa femminile e dell’élite maschile. E’ all’opera la legge gravitazionale di Darwin che convoglia i due interessi: tenere alla larga quelli di 3° classe.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Privi di fascino perché privi di potere, con redditi pari o minori, con istruzione inferiore, ingenui per natura e sempre pressati dall’energia dei loro lombi, annaspano penosi nel tentativo, sempre più patetico, di “mantenersi all’altezza”. Massa smarrita che si chiede confusa cosa stia accadendo. Non ha più nulla di interessante da mettere sull’altro piatto della bilancia, ecco cosa sta accadendo.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Un barbone dal marciapiede sbircia la strafiga c he passa col Suv. Creature di diverse galassie &#8211; mi dico &#8211; nulla mai le potrà avvicinare. Cosmologiche distanze – filosofeggio- qualsiasi cosa accada sono separati per sempre. Li divide un abisso.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Poi, non richiesta, flash, l’illuminazione: “Se la figona va a sbattere e il Suv prende fuoco quel miserando correrà di certo qualche rischio per tirarla fuori. Se invece gli crolla il porticato addosso… no, lei non danneggerà le unghie per fare altrettanto. Mano al cellulare, chiamerà i soccorsi. E qualcuno verrà. Qualche maschio verrà”.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Così trova acre risposta la domanda birbona: cosa darà la femmina che sta in alto al maschio che sta in basso e in cambio di che? Nulla. In cambio della vita, non darà nulla. Quel che da sempre l’élite regala ai subalterni, quel che l’aristocrazia ha sempre “dato” alla plebe. E’ la legge del Titanic.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Numeri che raggelano. Verità che corrodono.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Rino Della Vecchia</span></em></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.uominibeta.org/2011/10/03/alla-scuola-del-titanic/' layout='default' show_faces='true' width='400' action='like' colorscheme='light' send='true' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mito del merito e le quote</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 19:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[La Questione maschile è correlata a  molti diversi argomenti  e svela un certo numero di contraddizioni, di variabile  importanza. Una di queste è quella connessa alla c.d. meritocrazia. Il tema è tanto vasto che ci vorrebbero molte pagine anche solo per abbozzarne la trattazione, perciò mi limito ad esporre alcune “conclusioni”  con poche e sintetiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <a href="http://www.uominibeta.org/tag/questione-maschile/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Questione Maschile">Questione maschile</a> è correlata a  molti diversi argomenti  e svela un certo numero di contraddizioni, di variabile  importanza. Una di queste è quella connessa alla c.d. meritocrazia. Il tema è tanto vasto che ci vorrebbero molte pagine anche solo per abbozzarne la trattazione, perciò mi limito ad esporre alcune “conclusioni”  con poche e sintetiche motivazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mito del Merito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni civiltà ha i suoi miti fondanti, non nel senso che esistettero alle origini per restarvi là confinati, a mo&#8217; di icone senza vita, ma in quanto continuano ad esistere, ad essere vissuti dalle collettività e sono perciò attivi e fecondi. Quello del merito è un mito dell&#8217;Occidente e in particolare del suo paese guida, gli USA. Il mito collettivo/individualizzato del successo, con la sua ovvia partizione tra winners e losers, misurato sui parametri denaro, fama, rango, potere formale, potere reale etc. (Si noti che sono tutti caratteri pubblici, connessi dunque a quella che i moralisti chiamano “vanità”) . Niente di trascendentale, di spirituale o di nobilitante, dunque. Per intenderci: solo materia e vanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le potenza seduttrice del mito meritocratico è impareggiabile. Essendo impossibile trovare chi non si senta svalutato, svalorizzato, oscurato, negletto, sottopagato ed essendo quello del valore, del riconoscimento,  un bisogno primario, pressante quanto la sete, ogni promessa in tal senso fa crollare qualsiasi resistenza: la cattura è assicurata. Se non ci fossero i nemici del merito, le ideologie antimeritocratiche, il nepotismo, la corruzione etc. ciascuno otterrebbe la collocazione che merita davvero: in alto. Molto in alto, vicino all&#8217;apice. Tutti lassù &#8230;un&#8217;élite di massa. Contro questa seduzione anche gli déi lottano invano. Essa è un tabù: ci si può schierare solo a favore. Chi mai oserebbe proclamarsi antimeritocratico, leggi: difensore degli incapaci, dei fannulloni, dei parassiti. dei loser, dei falliti? Brrr&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Tautologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il MdM è autorerefenziale e tautologico: afferma che chi vince se lo merita perché è migliore. Che sia migliore  lo si deduce dal fatto che &#8230;vince. Questa circolarità si connette anche alla lettura tradizional-popolare dell&#8217;evoluzione, secondo cui la selezione darwiniana seleziona il “migliore” (senza specificare cosa si intenda). Che sia “migliore” lo si sa però solo dopo che è stato selezionato.  Lo stesso dicasi per l&#8217;altra formula: “la selezione del più adatto”, ossia: la selezione di ciò che viene selezionato. Ad esse è poi associata la credenza che l&#8217;evoluzione selezioni il più intelligente, criterio applicato però (fatto davvero curioso) solo ai primati e soprattutto – furbescamente &#8211; alla nostra specie. Limitazione singolare ma necessaria giacché l&#8217;evoluzione – in effetti &#8211; ha selezionato anche i ruminanti e gli insetti, che non paiono particolamente brillanti. Dunque è utile restringere ai soli umani il parametro “intelligenza” come condizione filtrante. Questo quanto ai fondamenti “scientifici” del MdM.*</p>
<p style="text-align: justify;">Ambivalenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il MdM è intrinsecamente ambivalente perché intende al tempo stesso descrivere la realtà ma anche prefigurarla. E&#8217;  un racconto storico (fattuale) e insieme un&#8217;utopia (ideale). Le cose vanno bene così perché chi se lo merita va avanti. Anzi no, non vanno bene perché non c&#8217;è abbastanza meritocrazia,  ecco perché ci sono degli incapaci in alto.  In questa società la meritocrazia è un fatto  ma è anche sempre un obiettivo da realizzare, un traguardo che non si raggiunge mai. Così a chi denuncia la realtà effettuale viene opposta l&#8217;utopia, chi descrive “ciò che è”  viene dirottato verso “ciò che dovrebbe essere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Meritocrazia reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come spesso accade, la realtà nega il sogno. La meritocrazia reale è la negazione di quella ideale. Non c&#8217;è,  non c&#8217;è mai stata e non può esserci. La sua esistenza provocherebbe un permanente ribollimento nella società  attraverso la “mobilità sociale” e distruggerebbe l&#8217;esistenza diacronica dell&#8217;élite. Come i ciclisti si alternano – senza sosta &#8211; a “tirare”  in testa al gruppo, così capaci, meritevoli, furbi, fortunati, aggressivi, volitivi, determinati  scalzerebbero continuamente gli apicali dal vertice.</p>
<p style="text-align: justify;">Eterna rigidità sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le statistiche sulla mobilità sociale dicono oggi quel che dicevano 50 anni fa, ad onta delle apparenze e delle nostre stesse sensazioni: la classe di destinazione dei figli dipende da quella di origine (=professione del padre). Le generazioni non si muovono dal basso verso l&#8217;alto, ma transitano orizzontalmente dalla classe A&#8217; del tempo 1 alla A” del tempo 2. Ciò vale per ogni segmento sociale. Le tabelle di “Lettera a una professoressa” sono precise oggi come allora. Sono cambiati i dettagli, la struttura è la stessa. Anche i paladini del MdM lo dichiarano, anzi lo denunciano, come fece Luca di Montezemolo nel 2010, contrapponendo a ciò che è ciò che dovrebbe essere: più meritocrazia e meno classismo. Ma ciò è impossibile, perché le classi alte non permetteranno mai che i loro figli (e meno ancora le loro figlie) scendano di rango. Questo sì che sarebbe contronatura. Perciò ogni aumento della selezione, ogni giro di vite contro il “lassismo” colpisce, elimina, esclude dalla mobilità quote aggiuntive delle nuove generazioni delle classi basse. Deve essere così. Il busillis è qui, che la meritocrazia immaginaria serve alle élite per giustificare la propria posizione (“Siamo in alto per merito nostro!”) rango che però andrebbe perduto proprio se quella venisse applicata. La meritocrazia in atto sarebbe il peggior nemico delle élite.</p>
<p style="text-align: justify;">MdM senza maschera.</p>
<p style="text-align: justify;">Comune a tutte le Destre  è la difesa della meritocrazia. In coerenza con ciò esse denunciano la  Sinistra per il suo carattere antimeritocratico. D&#8217;altra parte niente lo è di più di quelle istituzioni che garantiscono vantaggi derivanti dalla sola nascita, prima fra tutte l&#8217;eredità, di cui le Destre sono le massime paladine al punto da ritenere quasi sovversiva la semplice esistenza di imposte sulle successioni (“Un furto!”). Dunque i massimi sostenitori del MdM sono anche il primi difensori dell&#8217;istituzione che lo nega radicalmente sia in via di principio che in via fattuale. Come si spiega? Con il fatto che la meritocrazia è un mito cui non può  mancare un carattere mistificante, depistante (“ideologico” in senso proprio). Ora, le quote rosa ledono la meritocrazia, ma assai meno di quanto faccia l&#8217;istituzione ereditaria. Esse sono una forma minore e spuria di eredità la quale ne esce consolidata e  confermata. Compiuta. Le beneficiarie delle quote infatti non sono altro che le partner sociali dei maschi che occupano quelle posizioni. Sono le loro sorelle, mogli, amanti. Escono dalle stesse classi e dagli stessi ceti. Non ci saranno bidelle a sedere nei CdA. Chi si oppone alle quote sulla base della questione del merito, dovrebbe opporsi anche all&#8217;eredità. Non è così e questa contraddizione svela la mistificazione.  Vi si aggiunge un paradosso: la Sinistra antimeritocratica, se e in quanto favorevole alle imposte successorie e patrimoniali in genere, limando le differenze di partenza, finisce con l&#8217;operare a favore della  parificazione iniziale e quindi, in linea teorica e virtuale, del merito.</p>
<p style="text-align: justify;">Introiezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la più velenosa delle conseguenze del MdM è il fatto che una buona parte dei loser introietta la convinzione di avere fallito perché “è intrinsecamente fallita”. La distribuzione totalmente casuale delle posizioni sociali rispetto a capacità, talenti, impegno, etc. benché evidente, non basta a sradicare l&#8217;idea che la condizione di inferiorità sia da essi meritata. In quest&#8217;opera la scuola ha un ruolo capitale, come assegnatrice “oggettiva” di valore intellettuale generale. La convinzione che i risultati scolastici siano correlati all&#8217;intelligenza, che questa sia di una sola forma e per giunta dipendente dal livello di istruzione (come se la cilindrata dipendesse dal serbatoio) è radicata nella massa sia dei vincenti che dei perdenti. Posti di fronte alle performance delle femmine, una massa crescente di maschi matura la convinzione di essere intellettualmente inferiore. Questa tesi è stata peraltro sostenuta da sempre dalle élite a danno dei subalterni (dei bianchi sui neri etc.); solo ora, osservando che le femmine sono superiori scolasticamente, si è dovuto, con imbarazzo, riconoscerne il carattere mistificatorio. Solo adesso si vede che istruzione non equivale a intelligenza e che la diversità di risultati (lasciando stare le ovvie eccezioni) ha ben altra origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Scuola, sessi, ranghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella scuola la selezione denunciata da don Milani è invariata. Rimando – mutatis mutandis – alle sue tabelle. Vi si è ingigantito un trend presente già allora, il vantaggio femminile negli esiti medi (voti) e nei successi finali (promozioni). Va poi ricordato un fatto ovvio nelle dinamiche sociali. Data una società stratificata, i maschi dei segmenti inferiori non possono salire se non con la lotta individuale o di piccoli gruppi, le femmine invece lo possono fare sposandosi (nel regno animale associandosi a maschi di rango superiore). Questa possibilità è rintracciabile persino nella più rigida delle società umane, quella castale indiana, dove la sola violazione consentita al destino natale era l&#8217;ascesa della donna alla casta immediatamente superiore mediante matrimonio. Il contrario mai. Abbiamo dunque 1) la generale fluitazione delle generazioni da un segmento sociale all&#8217;equivalente, 2) la tendenza femminile a salire di rango attraverso il matrimonio (o i suoi surrogati) 3) il vantaggio femminile negli esiti scolastici con le sue conseguenze nella collocazione sociale e infine  4) le quote.  Per non tediare lascio a chi legge comporre le 4 cause/condizioni e ricavare  le conseguenze inevitabili di questa miscela esplosiva che  va a colpire  tutti i maschi con gravità esponenzialmente crescente al decrescere della posizione sociale. Per i maschi delle classi medie, medio-basse e inferiori si tratta di un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Rino DV</p>
<p style="text-align: justify;">Nota personale. Ad onta di quanto sopra è del tutto sbagliato attribuirmi una posizione liquidatoria  del MdM o dell&#8217;eredità. I motivi sono diversi. Quasi ogni istituzione è polivalente e produce effetti positivi e negativi in dipendenza da moltissime variabili. Il MdM ha un carattere educativo positivo (“Devi darti da fare”) e l&#8217;eredità ha qualcosa a che vedere col valore maschile (il “patrimonio” è sia frutto del caso o di antiche rapine,  per dirla con N. de Chamfort, che dell&#8217;opera creatrice degli ascendenti etc. ).  La critica più dura e lo smascheramento delle mistificazioni non escludono valutazioni molto articolate. Certo è che non sono tra coloro (puerili) i quali credono che il bene generi solo il bene e il male solo il male. Qualsiasi cosa si intenda evocandoli. E non si può escludere che le civiltà, per nascere e durare, abbiano bisogno non solo di Miti (questo è ovvio) ma anche di un certo numero di menzogne e contraddizioni.  Ma se anche sono inevitabili e necessarie ciò non ci costringerà a chiamarle verità o coerenze.</p>
<p style="text-align: justify;">*Ciò forse spiega perché Nicce si sia tenuto a debita distanza dalla teoria darwiniana. Dicono che fu perché non la capì. Può darsi, ma forse fu perché la capì &#8230;troppo bene: è davvero una pessima base per giustificare “scientificamente” aristocrazie e “meriti”.  All&#8217;occasione ne parleremo.</p>
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		<title>Filosofia da escort (e non solo…)</title>
		<link>http://www.uominibeta.org/2011/09/18/filosofia-da-escort-e-non-solo/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 12:09:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Escort]]></category>

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		<description><![CDATA[http://www.youtube.com/watch?v=ehusOyLWgA8 Guardate questo video. In particolare la prima parte, quella dell’intervista alla “escort”. Personalmente, depurandolo dai riferimenti contingenti (Berlusconi, sinistra, etc., etc., …) lo trovo esemplare di quel “lato oscuro” femminile dalle più negato e mai indagato, anzi ribaltato su di noi, come sempre origine di tutti i mali. La famosa irresponsabilità femminile. O dovrei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ehusOyLWgA8">http://www.youtube.com/watch?v=ehusOyLWgA8</a></p>
<p style="text-align: justify;">Guardate questo video. In particolare la prima parte, quella dell’intervista alla “<a href="http://www.uominibeta.org/tag/escort/" class="st_tag internal_tag" rel="tag" title="Post taggati con Escort">escort</a>”.<br />
Personalmente, depurandolo dai riferimenti contingenti (Berlusconi, sinistra, etc., etc., …) lo trovo esemplare di quel “lato oscuro” femminile dalle più negato e mai indagato, anzi ribaltato su di noi, come sempre origine di tutti i mali. La famosa irresponsabilità femminile. O dovrei dire femminista? Io opto per la seconda.<br />
Un’altra considerazione.<br />
Guardando quel video non ho potuto fare a meno di correre col pensiero all’elaborazione concettuale di uomini beta, sto parlando de “Il movimento” di Fabrizio Marchi. Secondo me il video sarebbe perfetto (mi riferisco alla prima parte) ad accompagnare e confermare alcuni concetti ivi contenuti quali: “……. Hanno scelto cioè di venire a patti con il sistema stesso e di diventarne parte integrante, anche se, ovviamente, con differenti ruoli e livelli di responsabilità. Hanno scelto altresì di essere ridotte ma in larga parte di autoridursi a merce, non solo dal punto di vista pratico ma soprattutto da quello psicologico, cioè del loro modo di essere, di vivere e di concepirsi all’interno della relazione con l’altro genere. ……”.<br />
Certo in questo caso il vettore (la puttana) squalifica il messaggio (mercificazione e auto-mercificazione femminile), ma lo rende cristallino ed evidente (a mio parere, ovvio) come non mai.</p>
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		<title>Due pesi e due misure</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 20:48:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[“Le madri assassine vanno aiutate” Non che vadano aiutate ad assassinare altri figli. Per carità. Vanno capite e aiutate a guarire dal male che le conduce a tali delitti. Bene. http://d.repubblica.it/argomenti/2011/09/07/news/mamma-501542/ I padri separati (e non) che uccidono (e che pagano con il carcere a vita o il contestuale suicidio) quelli non vanno capiti. 1) Vanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Le madri assassine vanno aiutate”</p>
<p style="text-align: justify;">Non che vadano aiutate ad assassinare altri figli. Per carità.</p>
<p style="text-align: justify;">Vanno capite e aiutate a guarire dal male che le conduce a tali delitti. Bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://d.repubblica.it/argomenti/2011/09/07/news/mamma-501542/">http://d.repubblica.it/argomenti/2011/09/07/news/mamma-501542/</a></p>
<p style="text-align: justify;">I padri separati (e non) che uccidono (e che pagano con il carcere a vita o il contestuale suicidio) quelli non vanno capiti.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Vanno liquidati come delinquenti.<br />
2) Il loro crimine va esteso a tutto il Genere maschile in quanto agenti del Genere malnato: agenti della misoginia.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa produce un regime totalizzante sul piano della visione, deformante in senso assoluto su quello dell’interpretazione?<br />
Un regime che si sia impossessato tanto della conoscenza quanto dei valori?</p>
<p style="text-align: justify;">Cos’è, cosa produce, come lavora Matrix?</p>
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		<title>Emarginazione, &#8220;machismo&#8221; e violenza sessuale</title>
		<link>http://www.uominibeta.org/2011/04/11/emarginazione-machismo-e-violenza-sessuale/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 19:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Marchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Credo sia necessario, onde evitare qualsiasi sorta di fraintendimento, chiarire la mia personale posizione sul tema della violenza sessuale che è stato riproposto sia da Raffaele che da Rita (due collaboratori di questo sito) da posizioni opposte e contrarie. Naturalmente io non sono uno psicoterapeuta né un criminologo specializzato in questa specifica materia (come credo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo sia necessario, onde evitare qualsiasi sorta di fraintendimento, chiarire la mia personale posizione sul tema della violenza sessuale che è stato riproposto sia da Raffaele che da Rita (due collaboratori di questo sito) da posizioni opposte e contrarie.</p>
<p>Naturalmente io non sono uno psicoterapeuta né un criminologo specializzato in questa specifica materia (come credo nessuno di noi), ma siccome, come si suol dire, la democrazia è il luogo del dialogo fra ignoranti (ed è giusto che sia così) dirò la mia, per come la vedo. Anche perché, per la verità, ho sempre diffidato dei superesperti “ufficiali” (quelli che vanno in tv) che spesso e volentieri  sono più super (pallonari) che esperti.</p>
<p>Il “fenomeno” (se così si può definire) della violenza sessuale, che è  estremamente vasto e complesso e non può  certamente essere esaurito con un articolo, ha diversi risvolti, può essere approcciato da differenti angolazioni,  si manifesta in contesti sociali e culturali a volte molto diversi l’uno dall’altro e non riguarda solamente gli uomini (in quanto parte attiva), come normalmente si pensa o si viene indotti a pensare, ma anche le donne. E proprio il video che abbiamo pubblicato nello spazio degli articoli dal titolo “Un brusco risveglio” porta alla luce questa amara e scomoda realtà, peraltro direttamente  collegata con quell’ altro drammatico e inquietante fenomeno che è la pedofilia , che vede  gli uomini e le donne in egual misura protagonisti attivi e molto spesso complici, in ambito domestico (in questo caso quindi anche il risvolto incestuoso della vicenda, sia sul piano fisico-sessuale che psicologico), e le donne particolarmente attive in ambiti esterni (scuole, asili nido ecc.), forse, in questo caso, anche più degli uomini.</p>
<p>Ma non è sufficiente perché sarebbe necessario approfondire ulteriormente e indagare il fenomeno della violenza sessuale  in tutte le situazioni di convivenza coatta come carceri, penitenziari, manicomi criminali, caserme, conventi, collegi (in questi casi prevalentemente, ma non solo,  subita dagli uomini ad opera di altri uomini), oppure nei casi di delinquenza e criminalità organizzata come lo stupro a fini di assoggettamento e sfruttamento della prostituzione, perpetrato in questo caso dagli uomini ai danni  delle donne  (molto spesso anche con la complicità di altre donne). E non è ancora finita perché, come sappiamo, esistono anche gli stupri etnici, che appartengono ad un altro ambito ancora, quello dell’odio interetnico e interrazziale (subito naturalmente anche dagli uomini che invece di essere stuprati vengono torturati e spesso castrati).</p>
<p>Di conseguenza comprendiamo tutti/e l’estrema vastità e complessità della questione la cui trattazione (in termini di individuazione delle cause e delle ragioni che la determinano) ci porterebbe molto lontano e soprattutto in più direzioni, alcune delle quali, guarda caso, vengono sottaciute e spesso occultate (la “Grande Madre” con le sue derivazioni e implicazioni psico-sociali deve restare al di fuori di ogni sospetto e al riparo di qualsiasi illazione…).</p>
<p> Dal momento quindi che in questa sede l’argomento è stato trattato nella sua accezione più tradizionale, quella cioè della violenza sessuale subita dalle donne da parte degli uomini, qui ed ora, cioè nel  contesto sociale e temporale nel quale ci troviamo a vivere, mi limiterò a considerare, sia pur molto sinteticamente, quelle che ritengo essere le principali cause che determinano questo specifico aspetto, sia pur rilevante, di questo ancor più grande fenomeno.</p>
<p>Personalmente sono convinto che la maggior parte dei casi di violenza sessuale commessi dagli uomini ai danni delle donne siano la manifestazione più estrema di una condizione di profonda impotenza e disagio (psicologica, personale, sociale, ambientale, familiare, fisica, culturale) da parte di chi li commette. Lo stupratore è colui che non riesce ad avere, per le ragioni di cui sopra (naturalmente da indagare), una relazione relativamente sana, serena ed equilibrata con l’altro sesso (nei limiti di quanto ciò sia possibile, in particolar modo oggi, nell’attuale contesto), e sviluppa di conseguenza un sentimento di frustrazione e rabbia altrettanto profondo che spesso può sfociare nella violenza. “Mi prendo con le buone o con le cattive ciò che mi viene negato”.  “E perché mi viene negato?” – questa la riflessione, più che altro lo stato d’animo, del soggetto in questione &#8211; perché sono un emarginato, non ho lavoro, non ho una lira, non sono bello, brillante, attraente, vivo in una lurida borgata dell’hinterland di questa o quella metropoli,mi sbatto dalla mattina alla sera da un bar all’altro in compagnia di altri sfaccendati e sbandati (e molto spesso impasticcati o alcolizzati) come me,  e per queste ragioni  non mi si fila nessuna”. “Aggiungici pure &#8211; continua – che in casa mio padre me le ha sempre suonate di santa ragione e mia madre se ne è sempre strafottuta e anzi mi dava il carico da undici se protestavo. Mi spieghi perché proprio io dovrei essere un santo? Non ho soldi in tasca? Faccio una rapina e me li prendo. Le donne non me la danno ? E io me la prendo lo stesso, con le buone o con le cattive, sai quanto me ne frega, e poi inciuccato di droga o alcool come sono in quei momenti, pensi veramente che sia in grado di discernere le mie azioni?”  </p>
<p>Questo, in “soldoni”,  a mio parere, è il “sentire” profondo, nella maggioranza dei casi (non ho detto tutti), di coloro che commettono violenza sessuale, nonché la loro condizione esistenziale complessiva.</p>
<p>Quando si venne a sapere del famoso omicidio-stupro di Rosaria Lopez e della sua amica Donatella Colasanti (per fortuna “solo” seviziata ma non uccisa, anche se questa era l&#8217;intenzione di quei criminali) in una villa del Circeo per mano di alcuni rampolli della borghesia “nera “ romana, più o meno tutta l’opinione pubblica democratica e di “sinistra” si indignò (giustamente) e individuò l’origine di quel brutale atto di violenza nell’odio e nel disprezzo di classe (e di genere, aggiunsero le femministe di lì a poco)  di quei ricchi e borghesi “pariolini” nei confronti di quelle due ragazze di estrazione popolare.  </p>
<p>Non c’è dubbio che questa  interpretazione corrispondesse in larga parte al vero, per quanto mi riguarda. Tuttavia ci fu una voce dissonante (non tanto sul caso specifico, quanto sull’ analisi complessiva del fenomeno della violenza sessuale), l’unica, guarda un pò, quella di Pierpaolo Pasolini, di certo non tacciabile di simpatie fasciste o di classismo nei confronti dei ceti proletari e sottoproletari, che scrisse nero su bianco su un autorevolissimo quotidiano, che episodi come quelli ne succedevano a centinaia ogni anno (in un rapporto di dieci a uno rispetto al primo) nei suburbi e nelle periferie delle grandi città italiane, solo che non venivano a galla.</p>
<p>E’ quello che penso anch’ io.</p>
<p>Naturalmente questa condizione di impotenza e frustrazione è alimentata ed elevata all’ennesima potenza da un contesto sociale dove il successo, l’immagine pubblica, l’affermazione sociale, il potere, il denaro e la sua ostentazione,  costituiscono di fatto la sola ragion d’essere e di esistere all’interno di quello stesso contesto. E’ evidente che chi ne rimane escluso, è portato con il tempo a covare un profondo senso di rancore, rabbia e frustrazione. E’ quindi a questo punto facilmente comprensibile come, per lo meno dal mio punto di osservazione,  nei  ranghi più bassi e disagiati di quella parte della comunità che versa già di per sé  in una condizione bassa e disagiata, ci possano essere molti (comunque una minoranza) che reagiscano con violenza a questa condizione di frustrazione. Da questo punto di vista, senza ovviamente voler fare del “giustificazionismo” (gli avvoltoi svolazzano sempre molto vigili…) rispetto ad un fenomeno che è criminale nella stessa misura in cui è anche patologico (per le ragioni psico-sociali sopra dette), la violenza sessuale ha origine in quello stesso humus generatore di tante altre forme di violenza (reati contro la proprietà o contro le persone fisiche, ad esempio).</p>
<p>Ma non è tutto, perché a questo punto entra in gioco un altro fattore fondamentale che ben conosciamo: il “machismo”,  del quale i maschi delle classi popolari sono in molti casi imbevuti. Direi anzi che è proprio per loro che è stato inventato;  una sorta di compensazione come altre, da una parte, e un modo per gestirli e controllarli meglio dall’altra, ridicolizzandoli e riducendoli a fenomeni da baraccone nel momento stesso in cui gli si fa credere di “celebrarli” (mettiamoci pure tante virgolette).</p>
<p>E’ qui, in questo crocevia, cioè nell’incontro tra frustrazione e fragilità (e impotenza) sociale da una parte e “machismo” (impotenza e fragilità psicologica maldestramente camuffate dietro a maschere grottesche, parodie  e caricature del “maschile”) dall’altra, il busillis dell’intera vicenda, ciò che provoca  un vero e proprio corto circuito nella psiche di quegli uomini “oggetto” della nostra analisi.</p>
<p> Vediamo a questo punto di capire cosa e come “sente” questa tipologia (brutto termine per definire degli esseri umani, anche se deviati e devianti, ma ci capiamo…) di  uomini  . “Mi sento rifiutato ma non ho la consapevolezza necessaria e sufficiente per capire il perché di questa mia condizione, cosa l’ha determinata e la determina. E quindi devo in qualche modo far finta di nasconderla anche a me stesso, tanto più che questa mia condizione non è socialmente accettata”.  </p>
<p>La qual cosa è facile da comprendere. Infatti un individuo che si trova in una condizione di subordinazione complessiva e completamente sprovvisto di coscienza (di sé, di classe e di genere) tende a celare la propria suddetta condizione anche a se stesso, addirittura se ne vergogna fino a vivere un profondo e costante senso di inadeguatezza più o meno indotto, direttamente e indirettamente, costringendosi , a livello prevalentemente inconscio, ad una operazione di rimozione psicologica.</p>
<p>Nello stesso tempo  non riesce però ad accettare il rifiuto, proprio in seguito a quell’operazione di rimozione psicologica, e per poter sopravvivere ha fatto (e gli hanno fatto fare…) una scorpacciata di quel machismo (tradotto: maschera la sua profonda fragilità dietro ad atteggiamenti da finto “duro”) che lo obbliga a rimuovere, ad indossare quelle maschere di cui sopra e ad agire di conseguenza, anche laddove questa azione presuppone un atto di violenza e di coercizione sull’altra/o (in questo caso stiamo parlando di violenza sessuale ma il concetto può essere esteso a tutto e tutti).</p>
<p>E’ ovvio, ma è necessario sottolinearlo, che in una gran parte di questi casi stiamo parlando di soggetti che provengono dai contesti sociali sopra descritti e che hanno fatto della violenza il loro pane più o meno quotidiano.  Individui per i quali massacrare di botte un tizio qualsiasi per la strada, sparare ad un altro per una lite in discoteca o per altre futili ragioni, è normale quasi come bere un bicchiere d’acqua.</p>
<p>Mi sento quindi di poter affermare, in conclusione di questa brevissima analisi, certamente incompleta e non esaustiva, che le cause prime della violenza sessuale debbano essere ricercate, come per altre forme di violenza, in questa situazione di privazione (anche affettiva e sessuale), di emarginazione e di sofferenza sociale e umana testè descritta.</p>
<p>A riprova di ciò il fatto che la violenza sessuale è particolarmente diffusa proprio tra la popolazione carceraria a cui la sessualità viene semplicemente negata.</p>
<p>Naturalmente, come ripeto, questo articolo non ha la pretesa di esaurire la questione che è ben più estesa e articolata, ma solo quella di dare un contributo alla discussione su di un tema che aleggiava da tempo e che era anche stato in parte discusso sul blog, ma mai affrontato con un vero e proprio articolo.</p>
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