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09 dic 2015  |  22 Commenti

Nuovo racconto maschile (e di classe)

Per affrontare il tema che mi è stato assegnato di trattare devo fare prima alcune considerazioni di carattere generale altrettanto necessarie, propedeutiche,  altrimenti non riusciamo a cogliere la questione nella sua totalità, perché è solo all’interno di questa che può essere compresa dal momento che il femminismo è un fenomeno ideologico e politico che non può essere compreso se lo si decontestualizza. Vale per tutti i fenomeni ma tanto più per il femminismo.  E quindi tratterò il tema portando delle considerazioni che non fanno parte dell’immaginario, diciamo così, e del tradizionale modo di approcciare e concettualizzare e neanche del lessico della maggior parte dei presenti. Ma tant’è. Non è possibile farne a meno anche perché il sottoscritto rappresenta la specificità di un movimento come Uomini Beta che ha delle sue peculiarità se non addirittura una sua unicità, dal momento che è il primo movimento maschile e di classe promosso da uomini con una formazione di Sinistra che si pone in un’ottica di radicale e strutturale critica nei confronti del femminismo e dell’ideologia politicamente corretta. Noi siamo convinti che solo combattendo il femminismo sul suo stesso terreno ed evidenziandone le palesi contraddizioni, sia possibile combatterlo con efficacia. Naturalmente non si tratta solo di un approccio tattico ma strategico, di un vero e proprio orizzonte ideale e culturale che caratterizza  il nostro movimento rispetto ad altri movimenti maschili.

Ci interroghiamo spesso con gli altri amici e compagni di Uomini Beta sulle ragioni della paralisi maschile, dell’accettazione passiva dell’ideologia femminista e dell’offensiva,cioè del vero e proprio  bombardamento culturale, psicologico e politico sistematico che gli uomini subiscono, del processo di criminalizzazione e colpevolizzazione a cui sono sottoposti indipendentemente dalla loro collocazione nella gerarchia sociale ed economica, quindi in quanto genere maschile,  da almeno un cinquantennio.

Qui c’è già una prima fondamentale considerazione a monte da fare e che dobbiamo fissare con chiarezza perché se non la comprendiamo non possiamo comprendere neanche la reale natura e la finalità dell’ideologia femminista e cioè il carattere profondamente sessista e interclassista del femminismo.  L’esatto contrario di una concezione di classe che caratterizza o dovrebbe caratterizzare qualsiasi sinistra, non solo marxista. Naturalmente qui bisogna aprire un’altra breve ma necessaria parentesi. L’attuale sinistra così come l’attuale destra null’altro sono se non facce della stessa medaglia, cioè strumenti dello stesso sistema capitalistico dominante che utilizza ora l’una, ora l’altra, in base alle necessità del momento. In questa fase è un po’ più  in auge la “sinistra” che è individuata come la più adatta a gestire la cosiddetta “governance” e anche perché la “sinistra” è quella in grado di interpretare meglio della “destra” la nuova ideologia capitalistica detta appunto del “politicamente corretto” di cui il femminismo è un mattone fondamentale (poi ce ne sono altri, uno è il cosiddetto “diritto umanismo”, sul quale dirò qualcosa fra poco, il relativismo etico e filosofico assoluto che guarda caso si accompagna però con il dogma della “naturalizzazione” del capitalismo che viene concepito non come una forma storica dell’agire umano ma come una vera e propria dimensione ontologica dalla quale quindi non si può prescindere). Il capitalismo si è quindi disfatto del vecchio sistema valoriale o della vecchia falsa coscienza, per dirla con linguaggio marxiano, il famoso Dio, Patria e Famiglia (che però viene tenuto “in caldo” perché potrebbe sempre tornare utile riesumarlo, specie in tempi di presunto (inventato?) scontro di civiltà), ormai del tutto inservibile e addirittura di ostacolo per i suoi interessi, cioè per la sua illimitata e in linea teorica infinita riproduzione, cioè per la illimitata e infinita riproduzione del capitale stesso, della merce e della cosiddetta “forma merce”. Il vecchio sistema valoriale, che pure è stato funzionale in una determinata fase storica, ora non lo è più, soprattutto in assenza di forze antagoniste.

Analizziamo quindi il vecchio apparato valoriale/ideologico, cioè Dio, Patria e Famiglia per capire perché non è più funzionale agli interessi del Capitale:

Dio, cioè l’istanza di ordine etico, religioso, pone un limite oggettivo perché appunto pone l’etica come prius, potremmo dire, hegelianamente, prima ancora del Mercato, del Capitale e della Merce, e quindi deve essere accantonato. (ed è per questo che il vecchio Hegel è ormai ostracizzato nelle accademie, al di là della sua attualità o dei suoi meriti o errori teoretici, come Marx)

Qui bisogna aprire una parentesi sul ruolo della Chiesa con particolare riferimento al nuovo pontificato di Papa Francesco. Infatti, in termini assoluti,  alcune istanze da lui sostenute sono senz’altro condivisibili per ciò che mi riguarda (l’’impegno sul sociale, per ridurre le diseguaglianze e anche sui temi della pace, impegno quest’ultimo che si è tradotto in una sostanziale opposizione all’intervento USA in Siria quando sembrava che questo fosse imminente). Il problema è che tutto deve essere contestualizzato, e quindi è ovvio che se oggi il Papa un giorno si un giorno no parla in favore delle donne o dei gay e dice,ad esempio,  cosa sacrosanta, che le donne non devono perdere il lavoro se vanno in maternità,  mi chiedo, dal momento che contestualizzo, quale sia la finalità di questa posizione, assolutamente corretta e condivisibile in linea generale (da convinto sostenitore del principio di eguaglianza, che non deve essere confuso con quello di omogeneizzazione o di indifferenziazione che sono tutt’altra cosa, non ho nulla in contrario, ovviamente) ma che calato nel contesto attuale assume un determinato significato. E cioè che anche una struttura come  la Chiesa sta cercando affannosamente di rincorrere e di adeguarsi allo “spirito dei tempi” perché così facendo ritiene evidentemente di mantenere il suo prestigio e la sua forza, con quali risultati non lo so e non è affar mio, da un certo punto di vista;  però è invece affar mio pormi il problema di analizzare la realtà, di cosa stia accadendo e di dove anche la Chiesa stia andando, perché anche e soprattutto questa vicenda è una cartina al tornasole per capire quanto sta accadendo nel nostro mondo.

Patria: idem come sopra, un concetto che ormai ha perso di ogni valore e che aveva senso quando si mandavano masse di poveracci (tutti uomini) a scannarsi fra loro per “difendere il suo patrio”, in realtà per difendere gli interessi delle classi e delle potenze dominanti in competizione. La falsa flag, come si suol dire, cioè la (falsa) bandiera ideologica con cui si mandavano al macello queste masse di poveracci  (maschi) era appunto la difesa del suolo patrio. Oggi nel momento in cui si va a bombardare con i droni e ad occupare una terra e un popolo a 15.000 km. di distanza è ovvio che la bandiera della difesa della patria diventa addirittura controproducente perché non credibile, e per questo serve una nuova ideologia/falsa coscienza che ci spieghi che andiamo in quei paesi per portare democrazia e diritti umani e per togliere il burqa alle donne e liberarle dalla millenaria oppressione a cui sono sottoposte.

Sotto questo aspetto c’è una sostanziale concordia, anzi, una vera e propria unità di intenti oltre che di approccio fra la “sinistra” e la “destra”, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo, in particolare negli USA. Anzi, la destra  è ancora più forcaiola della sinistra da questo punto di vista ed è in prima fila nel sostenere la necessità della “guerra etica” dell’occidente ovunque ma in particolare contro il mondo islamico, dipinto naturalmente come un unico blocco quando in realtà si tratta di un universo estremamente variegato con popoli, nazioni e stati in conflitto fra loro, basti pensare alla frattura fra mondo sciita (Iran, Siria di Assad, Hezbollah) e quello sunnita-wahabita, takfirida (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Emirati ecc,  alleati degli USA e di Israele).

In Italia e in Francia ad es. la Lega nord e il FN sono in prima fila nel sostenere la necessità della lotta senza quartiere al non ben identificato mondo islamico accusato di opprimere le donne ecc. ecc.

Qui già possiamo vedere all’opera la funzione del femminismo (e anche la sua trasversalità, insieme all’ideologia politicamente corretta da una parte e a quello che potremmo definire come lo “sciovinismo occidentalista di destra” dall’ altra) che serve a coprire ideologicamente (e a deformare) la complessità di quello che è in realtà uno scontro fra imperi, fra grandi potenze capitaliste mondiali e regionali in alleanza-competizione fra loro per la spartizione delle risorse, per il controllo militare e geopolitico delle varie aree, in pratica per il dominio sul pianeta. “Destra” e “Sinistra” anche in questo caso sono accomunate dallo stesso (falso) paradigma, cioè quello della difesa dei valori del mondo occidentale minacciato dall’Islam o comunque da una variante dell’Islam (che è la stessa che le potenze occidentali hanno finanziato e foraggiato per distruggere l’altra, cioè quella laica e nazionalista del Baath e quella sciita). Una lucida falsificazione della realtà che viene portata avanti da tutto il cosiddetto mainstrem ideologico-mediatico occidentale, da “destra” a “sinistra”. E qui mi fermo per ovvie ragioni perché questo tema meriterebbe un intervento a parte.

Per non parlare delle posizioni ultragiustizialiste e forcaiole in materia di reati sessuali dove queste forze di destra (ma la “sinistra non è da meno…) si sono pronunciate più volte in favore di leggi durissime e in particolare di castrazione chimica nei confronti degli stupratori. Voglio sottolineare che una volta approvate le leggi valgono per tutti indistintamente e che quelle stesse leggi non sono concepite tanto per colpire i colpevoli quanto per terrorizzare e spesso a colpire gli innocenti, specialmente quelli considerati scomodi. Non oso immaginare, nell’attuale contesto in cui ci troviamo in cui basta gridare al lupo al lupo per accusare falsamente un uomo per stalking, molestie e violenza,  quale potrebbe essere l’utilizzo di simili leggi liberticide, qualora fossero approvate. Pensiamo ai casi di Assange e Strauss Khan, due personaggi scomodi che il sistema ha deciso di eliminare, entrambi accusati, falsamente, di violenza sessuale… Uno rifugiato politico e l’altro sparito dalle scene. Quali le possibili conseguenze per gente come noi?…

Famiglia: ancora una volta idem come sopra. Se l’obiettivo strategico (stiamo sempre parlando di processi complessi all’interno dei quali naturalmente agiscono degli attori, non di complotti orditi a tavolino; i colpi di stato, gli attentati terroristici e le guerre vengono decisi a tavolino ma non i grandi processi sociali ed economici) è quello di ridurre l’umanità, con l’eccezione dei gruppi sociali dominanti, ad una massa di lavoratori precari e di consumatori passivi al solito fine di cui sopra, cioè la riproduzione illimitata del capitale e della merce e quindi di mercificare tutto ciò che è mercificabile a cominciare dagli esseri umani, trasformare il mondo in un gigantesco Mc Donald dal Polo Nord alla Nuova Guinea  è evidente che bisogna distruggere ogni forma di coscienza  e di identità, ivi  compresa quella sessuale.

L’identità di classe l’hanno già distrutta, per lo meno in questa fase storica i soggetti appartenenti ai ceti sociali subordinati hanno completamente smarrito ogni coscienza e identità di classe finendo per aderire all’ideologia capitalista dominante. Utilizzando immodestamente la terminologia hegeliana e marxiana possiamo parlare oggi di “classe in se ma non di classe per se” e questa è la cartina al tornasole del trionfo del capitale in questa fase storica.

Le identità culturali sono in corso di distruzione, per la verità non da oggi (da sempre infatti le politiche imperialiste e colonialiste si sono poste il problema di eradicare fino a distruggere le culture indigene per poter meglio penetrare e imporre il proprio dominio) nel senso che il processo di distruzione delle identità culturali avviene in forme ovviamente molto più sofisticate e pervasive (fino ad un secolo o un secolo e mezzo fa non era ancora stata inventata l’industria dello spettacolo).  Oggi, come dicevo prima, a subire questa offensiva è, fra gli altri e non casualmente, il cosiddetto mondo islamico (espressione che non significa nulla perché è un mondo assolutamente eterogeneo e spesso in aperto conflitto) perché è l’unico, sia pure solo parte (appunto perché la gran parte dei paesi mussulmani sono filooccidentali) che si rifiuta di aderire al modello occidentale, per poi naturalmente raccontare che è l’Occidente che sarebbe sotto attacco dal fantomatico mondo islamico.

Ma dicevo, perché la famiglia? Perché la famiglia formata da soggettività (e quindi da identità) solide, da un maschile e da un femminile e da un paterno e un materno, può costituire e costituisce in potenza ma anche di fatto un possibile ostacolo al pieno e illimitato dispiegarsi del capitale e della forma merce che ha necessità di un tessuto sociale quanto più possibile disgregato e atomizzato.  E’ altresì evidente che l’attacco alle identità sessuali ha come reale obiettivo la distruzione o comunque l’indebolimento dell’identità maschile e paterna. E’ il maschile, l’energia maschile quella considerata pericolosa, perché potenzialmente sovversiva, perché è l’energia maschile che ha arato il mondo ed è quella stessa energia in grado di sviluppare un potenziale antagonistico (del resto, tutti  i grandi processi rivoluzionari sono stati realizzati in larghissima parte dagli uomini…) Qui consiglio a tutti la lettura del libro di Neumann, “Storia delle origini della coscienza”dove viene spiegata molto meglio di come possa fare il sottoscritto la funzione paterna, che è quella di strappare metaforicamente il fanciullo all’uroboros materno. Senza questo strappo si rischia di minare e in effetti si mina la possibilità di una crescita e di uno sviluppo equilibrato dell’individuo che rimane per così dire, tronco, inespresso, in una condizione di dipendenza psicologica perché nessuno lo ha messo nelle condizioni di liberarsi da quella stessa condizione e di sviluppare un percorso di autonomia e di consapevolezza che lo porteranno ad essere una persona compiuta. Mutatis mutandis, l’uroboros della forma merce non è altro se non la trasposizione sul piano sociale e generale, metaforicamente parlando, dell’uroboros materno.

La mia opinione è che siamo di fronte ad uno stupefacente salto di qualità del dominio del Capitale e della Tecnica: (i due sono al momento del tutto sovrapposti e identificati e trovano la sintesi e la loro determinazione storica in quella che possiamo definire con il termine di Società Industriale Avanzata (SIA), cioè quella nella quale ci troviamo a vivere in questa determinata fase storica).

La cosiddetta “società liquida” (per dirla invece con Bauman) neocapitalistica postmoderna ha necessità di individui “non sociali” (mutuo l’espressione dal compianto Pietro Barcellona), ridotti ad una sorta di monadi incapaci di relazionarsi fra loro se non attraverso la forma alienata e alienante dello scambio mercantile. Qualsiasi altra istanza o soggettività che non sia funzionale a questo “progetto”, cioè sostanzialmente al flusso ininterrotto e illimitato della forma merce, cioè dell’unica forma di “auctoritas” morale oggi di fatto consentita, deve essere rimossa. Da qui la tendenza (in atto) finalizzata se non alla cancellazione quanto meno al sostanziale indebolimento di ogni identità, a partire proprio dall’identità sessuale. La qual cosa non è ovviamente casuale; cosa esiste infatti di più potente e di più naturale dell’identità sessuale, dell’appartenenza al proprio sesso, prima ancora dell’appartenenza sociale, etnica o culturale? Ecco, dunque, per il capitalismo, giunto al suo stadio apicale (per lo meno per ora, non siamo in grado di conoscere la sua eventuale e anche altamente probabile e ulteriore espansione, specie perché in stretta comunione con la Tecnica, ossia la sua più potente alleata), la necessità di intervenire non solo sul piano sociale, economico, politico e culturale/ideologico ma addirittura su quello antropologico e genetico.

In questo senso la variante genderista del femminismo, svolge un ruolo fondamentale, un vero e proprio ariete sotto questo profilo fino a diventare (insieme a tutte le altre correnti femministe, sia chiaro) uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia cosiddetta del “politicamente corretto”, una sorta di  grimaldello, di piede di porco, che si sta rivelando assai efficace per la verità, per disarticolare quelle identità, o meglio, per disarticolare l’identità maschile e le sue derivazioni, a partire dal “paterno”, concettualmente e non solo biologicamente inteso.

Il paterno – come spiega sempre Neumann nel suo libro, rappresenta l’irruzione nell’Uroboros dell’io nel non-io, del distinto nell’ indistinto, del limite nell’illimitato, della “forma” nella/sulla materia. Senza questa irruzione, senza questo metaforico ma anche sostanziale strappo, l’individuo, inteso quindi come persona, non nell’accezione liberale e ancor più liberista di individuo (qui sarebbe da aprire una riflessione sui concetti di liberalismo e di liberismo…) non potrà mai costituirsi in quanto tale, nella sua autonomia e consapevolezza. Egli resterà sempre un soggetto privo di una sostanziale identità, fluttuante nel metaforico “brodo” di cui sopra, incapace cioè di definirsi come uomo nel mondo (o anche come donna anche se il problema, per ovvie ragioni, riguarda oggi prevalentemente gli uomini). Da qui l’attacco sfrenato al paterno e al maschile, dove paterno sta per patriarcato e maschile per maschilismo; non sono ammesse altre interpretazioni.

Del resto, la “società liquida” così puntualmente descritta da Bauman è la società della mercificazione totale e assoluta dell’ente umano e per questo ha necessità, come dicevamo, di eliminare  qualsiasi forma di“auctoritas” che non sia direttamente o indirettamente ricollegabile alla riproduzione in linea teorica illimitata di quel metaforico “Uroboros” costituito dalla “forma merce”.  Ergo, non ha più nessun senso continuare a sostenere che l’attuale società capitalistica sia dominata dalla cultura patriarcale. Sostenere una simile tesi equivale a sostenere un assurdo e cioè che l’attuale sistema capitalistico si fondi sui rapporti di produzione feudale, oppure che l’attuale crisi economica sia dovuta alla mancata privatizzazione delle terre incolte o alla rendita fondiaria…

Naturalmente, è ovvio che quando parlo di “autoctoritas” mi riferisco al suo concetto più ampio, che può essere incarnato in una istituzione, in un partito politico, in un movimento politico o anche in sistema valoriale o ideologico o un singolo uomo. Per capirci, auctoritas (e che auctoritas) erano anche il Soviet di Pietrogrado, erano anche i grandi partiti che hanno fatto la storia del ‘900 (socialisti, comunisti o liberali o altro), lo era anche il Consiglio di Fabbrica della Fiat Mirafiori, e naturalmente lo erano anche singole personalità come Lenin, Mao Ho chi Min o Che Guevara oppure Ghandi, Luther King, oppure ancora Mazzini e Garibaldi. Porto questi esempi  onde evitare  di essere frainteso e che qualcuno possa interpretare il mio modo di concepire il concetto di autorità in termini conservatori, tradizionalisti o peggio reazionari.    …

L’attacco al maschile (e al paterno), ovviamente ben camuffato sotto le spoglie della “Liberazione della donna”, propedeutica alla Liberazione Universale dell’intera Umanità, deve quindi essere ricompreso all’interno di questo processo che vede il Capitale, in tutte le sue (complesse) declinazioni e determinazioni, occupare ogni spazio dell’umano.

L’operazione – non c’è alcun dubbio – sta per ora perfettamente riuscendo, e lo dimostra il fatto che il paziente non è ancora morto ma rischia seriamente di morire (per lo meno da un punto di vista psichico, che è ciò che interessa). D’altronde la capacità pervasiva di questo processo ha raggiunto vette che era difficile immaginare fino a qualche tempo fa. Quella che definisco da tempo come “psicosfera”, o meglio la sfera psichica intersoggettiva, cioè una sorta di nuova “struttura”, potremmo definirla, marxianamente parlando, che si aggiunge alla vecchia, è stata completamente invasa. O meglio potremmo ormai parlare, di un’unica struttura (qui il discorso è molto complesso e mi fermo nuovamente)

Ora, tornando a noi, e mi avvicino gradualmente sempre di più ai temi che sono stato chiamato ad affrontare, se togliamo l’approccio di classe alla sinistra l’abbiamo di fatto uccisa o comunque devitalizzata, castrata. Il femminismo è abilissimo in ogni forma di castrazione proprio perché agisce nella sfera psicologica ed emotiva e il principale effetto di ciò è appunto la paralisi e la subordinazione psicologica di cui i due perni sono la vergogna e il senso di colpa, di cui parlerò fra breve.  Ed è proprio questo uno degli obiettivi strategici dell’ideologia femminista, anche se naturalmente non esplicitato, perché se lo fosse si squaglierebbe da sola e perderebbe la sua reale funzione, quella per la quale secondo me è stata addirittura concepita. Naturalmente ogni fenomeno è complesso e sarebbe sbagliato ridurre il femminismo solo a questo. E’ ovvio  che non sto parlando di un complotto ordito in una ipotetica stanza dei bottoni o in un laboratorio ma di un processo e di un fenomeno complesso  a sua volta interno ad altri fenomeni e processi complessi (poi che esistano i “laboratori”, i “pensatoi” dei gruppi sociali dominanti, è vero, e nessuno lo nega, però sarebbe sbagliato in termini di analisi interpretare il tutto nell’ottica del complotto).

Il femminismo ha infatti detto alle donne:”Il vostro primo nemico non è il padrone, il capitalista, il banchiere, ma l’uomo che avete dentro casa, al vostro fianco, vostro marito, il vostro compagno, vostro padre…”. Si tratta del famoso “copia-incolla”, come l’ho definito,  della dialettica hegelo-marxiana dove al conflitto fra le classi si sostituisce quello fra i sessi. E qui naturalmente c’è il primo grande regalo fatto dal femminismo ai cosiddetti “padroni del vapore” che è il famoso “divide et impera”. Il Capitale, cioè il sistema dominante,  vede come il fumo negli occhi il conflitto sociale ma accoglie, sostiene e alimenta con grande enfasi la guerra fra i sessi, schierandosi ovviamente sul versante femminista (anche se le femministe continuano a sostenere che il patriarcato sarebbe lo strumento attraverso il quale la società capitalista si imporrebbe dal punto di vista culturale).

Giunti a questo punto abbiamo quindi già individuato due punti fondamentali di ordine sia politico che ideologico. E cioè la doppia funzione del femminismo sia sul versante interno (conflitto fra i sessi, sostitutivo di quello fra le classi, finalizzato alla divisione di un potenziale fronte sociale antagonista) che su quello esterno (piede di porco per coprire ideologicamente le guerre imperialiste e imporre il dominio economico, militare e politico delle grandi potenze occidentali sul mondo).

Ma è evidente che un’ ideologia come il femminismo per poter agire efficacemente come falsa coscienza necessaria deve agire molto più in profondità. Deve cioè agire nella “Psicosfera” (Rino l’ha definita giustamente “etosfera”, cioè la sfera immateriale dove si costruiscono i valori, ciò che è bene e ciò che male), cioè una sorta di immaginario psichico collettivo intersoggettivo (qui mi limito solo ad accennare agli studi di Levi Strauss sulle strutture psichiche degli esseri umani) che è stato letteralmente occupato, colonizzato  dal femminismo come forse fino ad ora non era riuscito di fare a nessuna ideologia, comunque non nelle forme in cui è stato capace di farlo il femminismo. Questa occupazione della sfera psichica è riuscita infatti nella storia solo alle religioni in taluni contesti storici e forse, ma in misura senz’altro minore (non foss’altro perché hanno avuto una vita molto più breve) ad altri esperienze storiche come ad es. il nazismo e allo stalinismo (solo per citare quelle più recenti), con la differenza però, sostanziale, che in quei casi il deterrente era in ultima analisi costituito dal tasso di terrore (carcere, tortura, deportazione, pena di morte) che quei regimi erano in grado di ingenerare sulle persone.  Il femminismo, questa la sua grande forza, agisce a livello psichico profondo senza avere necessità di quel tipo di  deterrente. Le sue armi, come dicevo, sono la vergogna e il senso di colpa. In tutti quei regimi di cui sopra molti uomini (e anche alcune donne) hanno continuato a ribellarsi, ad opporsi, con tutte le conseguenze del caso, mentre nessun uomo, oggi, con l’eccezione di pochissimi (anche se per la verità l’area di dissenso nei confronti del femminismo sta crescendo sensibilmente) osa pronunciarsi pubblicamente in modo critico nei confronti del femminismo.

La critica al femminismo presuppone l’esposizione al pubblico ludibrio, l’emarginazione sociale e umana, la fine di ogni possibilità di carriera e di affermazione sociale (già preclusa in partenza per chi critica il femminismo), l’accusa infamante di maschilismo e di negazionismo (ormai soltanto la negazione dell’Olocausto produce gli stessi effetti), e soprattutto l’essere messi in discussione sul piano della propria identità in quanto maschi. Il che è peraltro apparentemente paradossale dal momento che è il femminismo stesso che ha messo in discussione fino a ridicolizzarlo il concetto di virilità, cioè di identità maschile, ma è proprio su questo piano, subdolamente, che il femminismo  gioca la sua partita. Della serie”Critichi il femminismo? Allora vuol dire che sei uno sfigato, un represso, un frustrato e che lo critichi perché non hai successo con le donne”. Questo aspetto, cioè sostanzialmente la vergogna, quella di essere bollati come degli sfigati, come dei maschi di serie B, quindi di non essere più riconosciuti come maschi e come maschi vincenti o comunque adeguati, all’altezza, in grado di relazionarsi con il mondo femminile, è il primo grande macigno che paralizza gli uomini e che li pone in una condizione di subalternità e subordinazione psicologica.

Alla luce di questa considerazione dobbiamo trarre la necessaria conseguenza che la vergogna e il senso di colpa (di cui dirò fra breve), per lo meno sui maschi, costituiscono un deterrente incredibilmente  più potente del terrore rappresentato dalla possibilità concreta anche della loro eliminazione fisica. E questo è un punto sul quale dobbiamo ragionare, perché io non credo affatto che lo stesso paradigma valga per le donne le quali sono molto più attente e propense rispetto agli uomini a preservare e a tutelare la loro incolumità e sicurezza. Il femminismo dimostra quindi di conoscere molto bene i punti deboli maschili e li sfrutta a proprio vantaggio utilizzando, o meglio capovolgendo pro domo sua proprio quegli archetipi maschili che soltanto da un certo punto di vista  vorrebbe distruggere, ma che in realtà mantiene artificiosamente in vita nelle forme e nelle modalità ad esso (al femminismo) funzionali. Si tratta di un’operazione molto astuta che spiazza completamente gli uomini che da una parte vedono la loro identità attaccata e vilipesa, a cui si chiede di rinunciare, anzi di rinnegare, ma nello stesso tempo è su quella stessa identità ferita che il femminismo gioca la sua carta, quella della vergogna. E questo è un punto fondamentale che ci dice quanto sia profonda la fragilità maschile (sia pur camuffata dietro a comportamenti pseudo machisti sedimentati nei millenni) e quanto al contempo quello che viene identificato come il punto di loro maggior forza, cioè la virilità, la potenza sessuale (che poi si tradurrebbe sul piano sociale e culturale nell’oppressione patriarcale) sia in realtà il punto di loro maggior debolezza.

E qui siamo arrivati al tema della sessualità. Contrariamente ai luoghi comuni alimentati dal femminismo ma anche da una certa sottocultura pseudomachista (che in realtà è soltanto una modalità per camuffare o mal celare la propria condizione di dipendenza), i maschi vivono appunto una condizione di dipendenza dal punto di vista sessuale nei confronti delle femmine. Una dipendenza data da una condizione naturale (cioè che attiene allo stato di natura, alla condizione ontologica degli uomini, e delle donne) di asimmetria di bisogno sessuale che pone oggettivamente gli uomini in una condizione di dipendenza nei confronti delle donne. Questa condizione viene naturalmente negata dal femminismo perché se l’ammettesse, dovrebbe necessariamente ammettere che le donne sono in effetti in grado di esercitare un dominio pressoché quasi assoluto sugli uomini nell’ambito di una sfera fondamentale quale è  quella sessuale e quindi psicologica ( i due aspetti non possono essere separati). Ma è evidente che dominare un individuo dal punto di vista psicologico significa dominarlo nella sua totalità.  E naturalmente questo dominio produce tutta una serie di effetti anche dal punto di vista sociale ed economico.  Gli uomini sono dunque chiamati a colmare questo gap di peso specifico che li pone nella condizione di chi deve chiedere nell’ambito di una relazione fondamentalmente dominata dalla logica della offerta e della domanda, anche se da sempre naturalmente occultata o camuffata in primis dagli uomini ma anche naturalmente dalle donne (dall’amor cortese al romanticismo). E’ anche e soprattutto per questa ragione che oggi il sistema capitalista non sa che farsene del patriarcato. Ha anzi necessità di un femminile declinato secondo le sue logiche, e per la verità, e questa è un’amarissima constatazione (direi un tragico fallimento) , fermo restando la grandissima capacità di condizionamento del sistema, c’è da dire che moltissime donne non hanno certo bisogno di essere tirate per i capelli per aderire al modello. E questo perché quel modello gli porta dei vantaggi e dei privilegi per lo meno nei confronti della grande maggioranza degli uomini. Da qui il gigantesco  processo di mercificazione sessuale che vede la grande maggioranza degli uomini (con l’esclusione dei maschi socialmente dominanti che sono in grado di esercitare il loro peso specifico) in una condizione di ricatto, dipendenza e subordinazione. Il paradosso è che proprio questi ultimi vengono individuati come i responsabili del processo di mercificazione (indicativa in tal senso la criminalizzazione degli uomini che vanno con le prostitute) quando è evidente che non ne hanno oggettivamente alcun interesse. Qual è infatti l’uomo che preferirebbe pagare, direttamente o indirettamente, di fatto o metaforicamente, per ciò che potrebbe avere gratis e che certamente preferirebbe vivere in modo naturale, spontaneo e libero da qualsiasi condizionamento, in special modo di natura economica? Nessuno, è evidente (per lo meno fra gli uomini “normali”), oppure soltanto colui che è in grado di “pagare” o a cui non pesa in alcun modo pagare perché dispone di possenti mezzi e risorse oppure ancora perché il suo status lo pone nella condizione di trarre dei vantaggi da questa situazione e di marcare e rafforzare ancor più la sua posizione di dominio nella gerarchia sociale (in questo caso la relazione si capovolge ed è quella tipologiadi uomini ad essere oggetto delle attenzioni femminili).

Come vediamo, quindi, il capovolgimento della realtà operato dal femminismo, è totale. Se il femminismo fosse in buona fede (si fa per dire…) dovrebbe smettere di criminalizzare la totalità degli uomini, per rivolgersi in primis alle donne prima ancora che alla minoranza degli uomini dominanti, che pure hanno la loro fetta di responsabilità, per porle di fronte alle loro responsabilità.  Ma sappiamo bene che questo significherebbe la fine del femminismo.

Il senso di colpa.

Come dicevo, questa è la seconda grande arma del femminismo che agisce in profondità nella psiche maschile. Cominciamo subito col dire che il senso di colpa non agisce sui colpevoli, ma sugli innocenti. Direi anzi che è stato concepito, ben prima del femminismo (ma questo ne fa un grande uso), proprio con questo scopo. Il colpevole infatti se ne infischia, né potrebbe essere altrimenti, del senso di colpa, che non è in grado di agire in alcun modo sulla psiche del colpevole, a meno di un sincero e dolorosissimo percorso di ripensamento e di ravvedimento da parte di questo. Ma non ci risulta che il senso di colpa abbia mai sortito alcun effetto su schiavisti, negrieri, commercianti di esseri umani, torturatori o direttori di campi di sterminio. Nessun proprietario di schiavi si è mai suicidato per senso di colpa dopo aver frustato a morte uno schiavo così come nessun gerarca nazista si è suicidato dopo aver gasato un ebreo o un appartenente ad una razza o etnia ritenuta inferiore. Al contrario circa la metà degli uomini che uccidono la propria moglie o la propria compagna, si suicida subito dopo. Questo non può non farci riflettere…

Ma qual è l’origine di questo senso di colpa, per ciò che concerne i temi che stiamo affrontando?

E’ nella reinterpretazione della storia da parte del femminismo che è stata universalmente accettata ed eretta a Verità Universale, Incontrovertibile, Innegabile, e quindi Incriticabile. Abbiamo già visto come la critica al femminismo espone a una serie di misure sanzionatorie dal punto di vista sociale e umano che al momento vengono avvertite come insostenibili da parte degli uomini.

Nell’immaginario comune, la condizione delle donne nella storia (in quanto tali, in quanto appartenenti al genere femminile)  è stata assimilata a quella degli oppressi di ogni genere, siano essi classi e gruppi sociali, popoli, etnie, minoranze o maggioranze etniche, sociali e religiose.

Alla luce di ciò, assumere una posizione critica nei confronti del femminismo, o meglio la difesa delle ragioni e dei diritti maschili, palesemente calpestati e comunque disconosciuti in questa fase storica, equivale  ad assumere (nell’immaginario comune che è stato scientemente costruito…) la difesa dei diritti (faccio per dire, naturalmente…) dei vecchi proprietari terrieri e di schiavi dell’Alabama o del Mississippi  oppure dei razzisti bianchi sudafricani. Né più e né meno.

Nessuna ideologia è riuscita in questo prima del femminismo. Nessuna ideologia è riuscita cioè a costruire un immaginario condiviso pressoché da tutti, da tutte le correnti culturali e politiche, nessuna esclusa, a elevare la propria narrazione storica come Verità Universalmente Condivisa. Tutte le precedenti ideologie, quella liberale, quella comunista, quella fascista e via discorrendo, così come le religioni, hanno  avuto, anche all’apice della loro espansione, delle forti opposizioni, oppure sono state in opposizione fra loro. Il femminismo è entrato a piedi pari ovunque e ha occupato ogni spazio. La sola eccezione è oggi rappresentata oggi da una parte del mondo islamico, e sottolineo una parte, che ancora dimostra una certa impermeabilità (il che non significa che io condivida o aderisca a quella cultura, che rispetto così come rispetto altre culture e altre religioni…)

Per cercare di aprire una breccia in questo immaginario, diventa quindi assolutamente fondamentale disarticolare e mettere radicalmente in discussione la reinterpretazione femminista della storia. Se non si fa questo, anche a costo di essere bollati come dei negazionisti, non sarà mai possibile aprire quella breccia.

 

NUOVO RACCONTO MASCHILE

Gli uomini hanno una sola possibilità per uscire dalla condizione di vera e propria paralisi in cui si trovano: mettere radicalmente in discussione la narrazione colpevolizzante femminista, ed elaborare contestualmente il proprio racconto, la propria versione dei fatti e della storia. Quello che fino ad ora non è mai stato fatto, con le solite eccezioni qui presenti che confermano la regola.

Il femminismo ha operato un vero e proprio capovolgimento della realtà riscrivendo la storia, deformandola e attribuendo ogni responsabilità agli uomini, naturalmente solo per ciò che concerne gli aspetti negativi (ingiustizie, violenza, guerra, sfruttamento, diseguaglianze, orrori di ogni genere) omettendo di ricordare o meglio occultando il contributo (enorme, direi assolutamente preponderante) che gli uomini hanno dato alla trasformazione della realtà fisica, ambientale e sociale, allo sviluppo e alla crescita complessiva dell’umanità intera (fermo restando ovviamente le contraddizioni economiche e sociali e le logiche di dominio che a loro volta hanno generato diseguaglianze e ulteriori contraddizioni, che hanno da sempre caratterizzato la storia dell’umanità stessa).

Si tratta quindi di disarticolare punto per punto la versione femminista elaborando contestualmente la propria.

Procediamo per punti. 1)

Non c’è una sola cosa al mondo che non sia stata materialmente edificata dagli uomini, cioè dalla fatica e dallo sfruttamento maschile nel corso dei millenni: case, ospedali, scuole, acquedotti, reti fognarie, industrie, mezzi di locomozione, strade, porti, aeroporti, ferrovie, treni, navi, astronavi, viadotti e via discorrendo beni e strumenti di ogni genere e qualità che hanno reso più vivibile e sopportabile l’esistenza sul pianeta, per tutti e per tutte. Tutto ciò lo si deve agli uomini (diciamo a una gran parte di essi) e ha comportato un prezzo incredibilmente alto in termini di sangue, di vite sacrificate, spezzate, mutilate, ferite, piegate e piagate, nel fisico e nello spirito. E’ necessario ricordarlo  e ribadirlo senza nessun timore di apparire retorici.

Tutto ciò è stato semplicemente cancellato. Gli uomini, del resto, non hanno mai rivendicato questo immane, tragico e immenso sacrificio al punto che il femminismo non ha neanche avuto la necessità di occultarlo. E’ stato sufficiente non parlarne.  In virtù di questa gigantesca rimozione, la storia dell’umanità è stata quindi reinterpretata come storia dell’oppressione del genere maschile tout court sul genere femminile, e a sua volta la storia del genere maschile è stata ridotta ad una sorta di museo degli orrori, di vessazione sistematica e di ogni bruttura nei confronti del genere femminile.

Ma non è solo l’aspetto materiale che è stato occultato; anche e soprattutto quello immateriale, e cioè il contributo, altrettanto enorme, che gli uomini (alcuni uomini, naturalmente, non tutti) hanno dato sul piano ideale, filosofico, letterario, culturale e politico e che si è storicamente declinato e determinato nelle grandi battaglie per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza, il progresso sociale e civile, i grandi processi rivoluzionari che hanno visto in prima fila e in misura preponderante, come protagonisti, gli uomini. Quegli stessi processi sociali e politici che, insieme a quelli tecnologici, hanno creato  le condizioni affinchè anche le donne potessero partecipare a pieno titolo e a pieno diritto, esattamente come gli uomini, alla vita pubblica e sociale.

Anche tutto ciò lo si deve largamente e in misura preponderante agli uomini. Ma anche tutto questo è stato dimenticato, o meglio cancellato. Questa operazione di rimozione è arrivata a cancellare non solo la memoria storica di ciò che è stato ma anche di ciò che continua ad essere. Pensiamo alla tragedia di classe e di genere (perché pressoché tutta al maschile) dei morti sul lavoro. Una vera e propria ecatombe a cui assistiamo quotidianamente, peraltro effettivamente riportata anche dai media (anche perché non potrebbero fare a meno di farlo, data l’entità del fenomeno), sia pure in modo ipocrita, come se quella dei morti (e degli infortuni) sul lavoro fosse una sorta di disgrazia, di imponderabile e terribile casualità, e non la conseguenza della organizzazione e della divisione sociale del lavoro. Ma, oltre alla rimozione del carattere intrinsecamente e strutturalmente di classe della tragedia dei caduti sul lavoro (restano vittime operai e contadini, non certo banchieri, industriali, notai, burocrati o divi del cinema o della televisione, maschi o femmine che siano), assistiamo alla rimozione del risvolto di genere di questa tragedia, perché muoiono solo maschi e appunto maschi poveri. E questo accade oggi così come accadeva ieri, quando si era in piena era maschilista e patriarcale, secondo la narrazione femminista. Come ha scritto Rino Della Vecchia in uno dei suoi migliori articoli pubblicati su Uomini Beta, dal titolo “Alla scuola del Titanic”, “i ciandala, i maschi di terza classe, muoiono al posto dei signori e al posto delle femmine della prima e anche della seconda e della terza classe”. Queste due verità (i numeri non mentono) sono la novella del XXI secolo” (scrive sempre RDV).  I maschi (poveri o comunque non appartenenti alle elite dominanti, cioè quelli che abbiamo metaforicamente scelto di chiamare come uomini beta) sono morti e continuano a morire sul lavoro, in guerra, sotto la terra e sopra la terra, sotto i mari e sopra i mari, al posto e per conto dei signori e delle femmine. E questo è un fatto che non può essere smentito, ed è per questo che è silenziato, occultato.

E qui siamo arrivati al secondo punto 2)

L’ideologia femminista si fonda sul postulato che la condizione di discriminazione vissuta dalle donne nella loro totalità, sarebbe dovuta al fatto che gli uomini le avrebbero espropriate dei mezzi di produzione, quindi private del reddito e di conseguenza dell’ indipendenza economica. Questa è una clamorosa manipolazione della storia e della realtà in chiave sessista e interclassista. Innanzitutto i proprietari dei mezzi di produzione corrispondevano forse all’1%  se non addirittura  meno dell’intera popolazione maschile. Il resto era composto, per lo meno fino ad una ottantina di anni fa, da una massa di lavoratori più o meno generici o più o meno qualificati, comunque di operai salariati, contadini e braccianti, per lo più nullatenenti o quasi, il cui salario, pagato al prezzo di un pesantissimo sfruttamento e di una vita durissima, non era sufficiente neanche a sfamare la propria famiglia. Considerare quindi la condizione di un salariato medio che lavora, sfruttato, 10, 12 o 14 ore al giorno in condizioni per lo più pesantissime se non molto spesso disumane, come quella di un privilegiato che gode di una autonomia e di una indipendenza economica di cui le donne non dispongono perché ne sarebbero state espropriate (magari da quegli stessi uomini), è semplicemente ridicolo, privo di ogni senso e di ogni logica.

Ma come è stato possibile arrivare a concepire e a sostenere una simile tesi?

Arriviamo dunque al terzo punto 3)

Il femminismo ha reinterpretato quella che è stata una divisione sessuale (oltre che sociale) del lavoro, dovuta a ragioni oggettive, di ordine fisico, biologico, ambientale, ad una sorta di gigantesca discriminazione nei confronti del genere femminile, di conseguenza relegato, secondo questa logica, al lavoro domestico o di cura.

Ma questa reinterpretazione è ovviamente falsa. Nessuna donna infatti ha mai rivendicato di poter lavorare in una miniera, in una cava di marmo, in una acciaieria, in una fabbrica, su un peschereccio o su una nave mercantile, per poter essere indipendente. Ma indipendente da cosa? Libera da cosa? Forse che quella di quei lavoratori più o meno obbligati o forzati (per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie), era una condizione di autonomia e di indipendenza?

Nessuna donna, anche in epoche remote, è mai stata incatenata al remo di una galera, nessuna donna è stata mai arruolata con la forza per essere imbarcata su un vascello o per crepare in una trincea. Come vediamo, la divisione del lavoro sulla base del sesso (oltre che sulla base di classe) ha sempre penalizzato gli uomini, anche ai tempi bui e purtroppo durati molto a lungo delle società che si fondavano sul lavoro forzato degli schiavi. Anche in quei contesti la condizione complessiva delle femmine era senz’altro migliore rispetto a quella dei maschi perché, anche in quel caso, le schiave femmine erano adibite ai lavori di cura mentre gli schiavi maschi erano adibiti ai lavori forzati (cave, miniere, campi) in condizioni complessive ben più pesanti e violente di quelle delle schiave. Ma anche a quei tempi – sostengono beffardamente le femministe – le schiave erano considerate degli oggetti sessuali perché adibite a sollazzare sessualmente i patrizi e gli aristocratici. Si dimenticano però di dire che gli schiavi erano invece adibiti a sollazzare quegli stessi aristocratici nelle arene, ridotti ad animali, a bestie feroci che si scannano e si ammazzano fra loro per il divertimento dei loro padroni (oltre al fatto che la pratica del sollazzo sessuale con gli schiavi era molto in voga anche fra le aristocratiche).

Nessuna donna, quindi, prima della rivoluzione tecnologica che ha in gran parte trasformato il lavoro da materiale a immateriale (fermo restando che ancora la parte, tuttora rilevante, di lavoro materiale, è svolta in larghissima parte se non esclusivamente dagli uomini, e la triste contabilità dei morti sul lavoro ce lo dimostra…) ha mai rivendicato il diritto al lavoro come un diritto di libertà e di indipendenza. Le donne che lavoravano, ed erano molte, per la verità, anche prima della rivoluzione tecnologica, non lo facevano per rivendicare questo presunto  “diritto” di “libertà e  di indipendenza” bensì per una dolorosa necessità; quella cioè di sopravvivere. Del resto, lavorare 10 o 12 ore al giorno (o di notte, come spesso tuttora accade) in una fabbrica tessile o in una risaia è forse una condizione di libertà, autonomia e indipendenza? No, ovviamente, e infatti il problema non si poneva e non è stato mai posto. E’ stato sollevato successivamente, in tempi relativamente recenti, quando appunto le condizioni di lavoro si sono oggettivamente trasformate grazie alla rivoluzione tecnologica che ha fatto sì che le stesse mansioni potessero essere svolte indifferentemente da un uomo così come da una donna.

Come dicevo prima, questa divisione sessuale del lavoro, data da ragioni oggettive ma anche da una sorta di innato istinto maschile (evolutosi o trasformatosi nel tempo in una consuetudine se non in un vero e proprio obbligo sociale) che ha da sempre sollevato e messo al riparo le donne dalle incombenze più pesanti, è stata reinterpretata dal femminismo come discriminazione nei confronti delle donne.

Come a dire, oltre al danno la beffa. Quello che è stato un immenso sacrificio da parte degli uomini, pagato a un prezzo incredibilmente elevato, è stato beffardamente capovolto nel suo esatto contrario. Un’operazione di una gravità etica e morale, oltre che politica, da un punto di vista concettuale, di proporzioni enormi, per quanto mi riguarda paragonabile a quella di coloro che nella storia hanno difeso la schiavitù o altre forme di inaccettabile dominio dell’uomo sull’uomo giustificandole sotto o dietro improbabili e criminali costruzioni ideologiche fondate sulla superiorità e/o sull’inferiorità di questa o quell’etnia, razza o gruppo sociale.

E’ anche per questo che il femminismo, nonostante le sue premesse e il suo porsi come ideologia di liberazione, va annoverato invece fra quelle ideologie razziste (e sessiste, in questo caso) che l’umanità ha combattuto ma non ancora vinto perché puntualmente riaffiorano e forse sono destinate drammaticamente e sistematicamente a riaffiorare.

Siamo arrivati al punto 4)

Dicevo del capovolgimento operato dal femminismo. Questo è avvenuto in ogni ambito. Tutto è stato riletto, riscritto, rivisitato e capovolto nel suo esatto contrario. La divisione sessuale del lavoro, riletta come discriminazione da parte degli uomini nei confronti delle donne, avrebbe avuto come conseguenza quella di relegare (con la violenza, ovviamente) le donne, oltre che al lavoro domestico,  al ruolo di “oggetti sessuali” di cui gli uomini disporrebbero più o meno a loro piacimento.

Anche e soprattutto in questo caso la manipolazione ideologica operata dal femminismo è clamorosa e non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarne le ragioni, data la palese falsità di questo assunto di cui qualsiasi persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale e di lucidità, uomo o donna che sia, è perfettamente consapevole.

Le donne (non tutte, ovviamente, ma quello che ci interessa ora è capire il fenomeno, non scrivere sulla lavagna i nomi delle “buone e delle cattive”…), da sempre, utilizzano la loro sessualità come merce di scambio e come strumento di controllo e dominio sugli uomini. Nessuno le hai mai obbligate all’uso strumentale del sesso (men che meno gli uomini non appartenenti alle elite sociali dominanti che non hanno oggettivamente, anche volendo, nessun interesse al sesso mercificato non disponendo delle risorse necessarie a procurarselo), al di là della tratta della prostituzione, peraltro oggi gestita per il 60% da donne (dati ONU, addirittura riportati alcuni anni fa dal Tg1). Tanto meno oggi nell’attuale contesto storico e sociale, dove l’utilizzo spregiudicato del sesso, in modo più o meno palese, più o meno diretto o indiretto, più o meno pratico o psicologico da parte delle donne, è evidente anche a chi non ha occhi per vedere.

La mia opinione è che l’attuale sistema capitalistico, pur nella sua estrema complessità, fondato comunque sulla logica elementare e anche brutale della domanda e della offerta, si è rivelato per ovvie ragioni come il più adatto a “valorizzare” (cioè ad attribuire un “valore” economico alla sessualità, anche e soprattutto dal punto di vista concettuale) una relazione sessuale asimmetrica (fra donne e uomini, intendo), a sua volta regolata dalla stessa logica (della domanda e dell’offerta). Una logica che vede gli uomini nella parte, o meglio nella condizione oggettiva (dovuta a ragioni di ordine naturale) di coloro che in linea di massima chiedono, e le donne nella condizione oggettiva di coloro che in linea di massima, decidono. Questa relazione si inverte solo nel caso dei cosiddetti maschi dominanti, quelli cioè socialmente ed economicamente affermati e che in quanto tali, dispongono di quel peso specifico, di quel valore aggiunto, in grado di colmare e in molti casi anche di superare quel gap derivante dall’asimmetria di cui sopra che caratterizza la relazione fra i maschi non appartenenti alle elite dominanti e la grande maggioranza delle donne. Ho detto grande maggioranza e non totalità per la semplice ragione che mentre una relazione fra un uomo socialmente dominante e una donna “normale” o anche di basso ceto è assolutamente possibile, assai frequente e può concretizzarsi anche nel matrimonio o comunque nella progettazione di una vita (perché la donna possiede un peso specifico in quanto tale, cioè in quanto donna, indipendentemente dalla sua collocazione all’interno della gerarchia sociale), una relazione fra una donna appartenente alle elite dominanti e un uomo di basso ceto sociale è, se non impossibile, decisamente assai rara e nella maggior parte di questi casi legata al desiderio di soddisfare un capriccio, in genere di natura sessuale, non certo alla prospettiva di legarsi a quell’uomo in matrimonio o di costruire con lui un progetto di vita.

Sono dunque le donne stesse ad avere da sempre alimentato determinati modelli maschili, quelli appunto del maschio vincente, di successo, potente, socialmente affermato. Nessuna donna ha mai avuto come oggetto del desiderio un “perdente”, un “debole”, oppure un uomo di basso ceto sociale o comunque non socialmente affermato e in grado di rispondere a determinati requisiti che in primis le donne richiedono agli uomini.  Qui dovrebbe essere indagato a fondo il ruolo delle madri, andrebbe aperta una riflessione sul ruolo del materno e sulla relazione simbiotica che molto spesso può sfociare in un rapporto perverso tra madri e figlie e figli (ho già affrontato ieri il tema della funzione del paterno rispetto al materno). E invece anche in questo caso, il materno viene da sempre celebrato, in primis dagli uomini; e non è un caso, ovviamente, perché la “mamma” è e resta la “mamma”, e l’imprinting materno viene interiorizzato dagli uomini e proiettato sulle altre donne. Da qui anche la paralisi maschile e la estrema difficoltà da parte degli uomini ad affrontare un percorso di consapevolezza necessariamente doloroso e che prevede un processo di distacco, di separazione emotiva. Un processo che dovrebbe essere attivato e facilitato appunto dalla figura paterna e che, attuato in condizioni “normali”, cioè in presenza di un paterno e di un materno in una posizione di equilibro, dovrebbe per lo meno in linea teorica non comportare conseguenze laceranti e nevrotizzanti in termini psicologici. In assenza invece dell’elemento paterno, o comunque con un paterno disconosciuto quando non criminalizzato, questo processo rischia di non inverarsi mai e quand’anche lo fosse, sarebbe inevitabilmente molto più faticoso e doloroso.

Ci rendiamo quindi conto di come il femminismo abbia rovesciato tutto ciò attribuendo interamente agli uomini la responsabilità di aver costruito e imposto determinati modelli che sono invece in larghissima parte dovuti a delle proiezioni di archetipi femminili (proiezioni delle donne, ovviamente). Potremmo anzi dire, capovolgendo il tutto, che sono gli uomini a trovarsi nella condizione di dover rincorrere quei modelli per poter essere appetibili nei confronti delle donne, per poter cioè essere scelti. Tutto ciò viene scientemente esaltato nella società capitalistica assoluta, dove tutto è sottoposto a mercificazione, pratica o concettuale. Possiamo quindi affermare che in questo contesto sociale i primi a “mettersi in vetrina”, i primi a fare mercimonio di loro stessi (un mercimonio fondamentalmente indotto), sono proprio gli uomini, prima ancora delle donne, le quali, avendo ormai interiorizzato le logiche e le dinamiche della ragione strumentale capitalistica dominante, vivono la relazione con gli uomini come intrinsecamente mercantile, e considerano la loro sessualità come una merce, una proprietà privata che in quanto tale ha un valore, in termini economici, concettualmente parlando, prima ancora che praticamente. E la proprietà non è qualcosa che si dona, bensì è qualcosa che si utilizza, si investe o tutt’al più che si aliena per trarne un profitto. E’ ovvio che tutto ciò non è manifesto, bensì abilmente camuffato sotto una grandissima coltre di ipocrisia che deve servire appunto a camuffare ciò che è stato ridotto ad uno scambio strumentale, anche se non dichiarato (se lo fosse, tutta questa impalcatura si sgretolerebbe), nella maggior parte dei casi.

Anche e soprattutto questo è il ruolo del femminismo. Una falsa coscienza necessaria, un coperchio ideologico che serve appunto a coprire e a deresponsabilizzare completamente un femminile che ha scelto di scendere a patti con il sistema capitalistico dominante e di adagiarsi sulle sue logiche. Se il femminismo fosse in buona fede (si fa per dire…) dovrebbe smettere di criminalizzare tout court il genere maschile, e ammettere la quota parte – molto rilevante se non determinante – di responsabilità del femminile non solo all’interno del processo di mercificazione sessuale, diretta o indiretta (un fenomeno di massa, che mi sembra più che evidente), ma anche nella costruzione di quei modelli maschili di cui sopra. In altre parole dovrebbe ammettere e riconoscere la quota parte di responsabilità del genere femminile nella costruzione e nella compartecipazione a quelle logiche di dominio che da sempre hanno caratterizzato la storia dell’umanità e che il femminismo vorrebbe attribuire ai soli uomini. Ma fare questo significherebbe ammettere che anche le donne sono responsabili a pieno titolo, ciascuna per la parte che le compete, esattamente come gli uomini, di tutto ciò che è accaduto nella storia, nel bene e nel male (pensiamo solo al tema della violenza…).  Ma fare questo equivarrebbe a suicidarsi.

Alla luce di queste considerazioni è evidente che sostenere che gli uomini avrebbero imposto con la forza il loro presunto dominio, significa occultare la verità, occultare cioè il fatto che la relazione fra i sessi è stata ed è fondamentalmente determinata da una serie di fattori di ordine psicologico, sessuale ed economico, del tutto intrecciati fra loro, e che la forza fisica ha giocato e gioca all’interno di quella relazione solo un ruolo marginale.

Se fosse la forza bruta a determinare le relazioni fra gli umani, il mondo non sarebbe stato dominato dalle religioni (e dai sistemi di potere che su di esse giustificavano il loro dominio), dalle ideologie (e relativi sistemi di dominio sociale che le hanno prodotte e sulle quali giustificavano quello stesso dominio) così come oggi è invece dominato dal capitalismo (e dalla sua ideologia), bensì da lottatori di sumo, da esperti di arti marziali e sport di combattimento o da semplici bruti. Non mi pare che le cose siano andate e vadano in questo modo.

La forza bruta esercita una sua funzione, è ovvio, dagli eserciti professionali e dagli apparati repressivi degli stati fino agli addetti alla sicurezza nelle discoteche. Ma si tratta appunto di uno strumento al servizio di un potere che alle volte è anche invisibile, da un certo punto di vista. Una ideologia o una religione si possono forse toccare con mano? No, eppure il loro potere è immenso e comporta una serie infinita di conseguenze pratiche assolutamente tangibili, nella vita di tutti e di tutte. La psiche è forse una cosa che si tocca? No, evidentemente, eppure il suo controllo è assolutamente fondamentale ai fine di esercitare e imporre le logiche di dominio di cui sopra. Ma chi controlla la psiche di un individuo, controlla l’individuo stesso ed è in grado di indirizzarlo in un senso o in un altro, di governarlo o meglio di manovrarlo a suo piacimento.

Come vediamo, dunque, il capovolgimento operato dal femminismo, è stato totale. Potremmo continuare per ore se dovessimo elencare punto per punto tutti i temi che sarebbe necessario affrontare.

E’ quindi necessaria una contro rilettura della storia e della realtà: una contro narrazione fondata su fatti e sulla logica. Non è un caso che le nostre avversarie e i nostri avversari rifiutino un confronto logico-dialettico con noi. Lo rifiutano non perché siamo bravi ma perché sanno che da un simile confronto emergerebbero le palesi e clamorose contraddizioni della narrazione femminista, e quindi non hanno nessun interesse nel farlo. Per questo scelgono la via del “silenziamento”, in questo supportati/e da tutto il circo mediatico, politico e accademico dominante; oppure, quando non possono farne a meno, quella dell’insulto gratuito, del pubblico ludibrio, del disconoscimento dell’avversario.

Quello che abbiamo innanzi a noi è quindi un lavoro sul lungo periodo. Si tratta di bucare il muro di gomma o (di cemento armato) che impedisce agli uomini di prendere coscienza della propria reale condizione.

E’ bene a questo punto sottolineare un aspetto di fondamentale importanza: il terreno sul quale ci stiamo muovendo non è quello della logica e della dialettica. O meglio, lo è, e lo è per noi, lo è ai fini della comprensione delle cose, e naturalmente riguarda il lavoro che dobbiamo portare avanti soprattutto con i nostri interlocutori, con gli altri uomini (e anche le donne), con coloro che avviciniamo, ma dobbiamo sapere che il luogo di questo scontro è un altro, ed è un luogo sconosciuto alla grande maggioranza degli uomini. Questo luogo è quella che abbiamo definito come psico-eto-sfera”, dove il logos, il principio di identità e non contraddizione, non è di casa.

Noi dobbiamo utilizzarlo (il logos) come grimaldello, come piede di porco, ma dobbiamo sapere che le regole di ingaggio (si fa per dire, perché non esistono a questo “gioco”) sono tutt’altre. La logica e la dialettica sono strumenti fondamentali, propedeutici, anzi, sono più che strumenti, per quanto mi riguarda, ma non possono bastare, non sono sufficienti. Chi affronta questo percorso deve sapere che la sua tenuta psicologica e personale sarà messa a dura prova, perché la pressione psicologica a cui si è sottoposti è obiettivamente alta. A tal fine è fondamentale costruire dei momenti costanti e sistematici di ascolto reciproco, di confronto, di vera e propria autocoscienza (è stata questa la chiave di volta del femminismo, dobbiamo ammetterlo). Gli uomini devono assolutamente imparare a frequentare quei “territori” (o tornare a frequentarli) che hanno per troppo tempo disertato o che hanno abbandonato, anche a causa di una pseudo cultura, questa si, maschilista, che li ha costretti in determinati abiti e ruoli.

Il primo e più urgente lavoro da fare è quindi quello di scrostare queste ruggini (e molto spesso sono molto più che ruggini), di liberare gli uomini da queste pesanti e anacronistiche armature, ormai del tutto inservibili, obsolete e dannose, e spiegargli che quelle stesse non erano un privilegio, come gli è stato fatto credere, ma un pesante fardello che per troppo tempo si sono caricati sulle spalle. Il fardello del “dover essere”, non in senso “kantiano”, ovviamente (che anzi è auspicabile, dal momento che siamo in un mondo dove il dover essere, in senso etico, è stato messo sotto i tacchi), ma del dover corrispondere a determinati modelli sociali e culturali che li costringevano e li costringono a vivere all’interno di un sistema di regole predeterminate e preconfezionate. Cambiano quindi i sistemi sociali, cambiano le ideologie dominanti, per lo meno in parte, naturalmente, ma la relazione fra i sessi mantiene inalterate determinate dinamiche all’interno delle quali gli uomini non appartenenti ai gruppi sociali dominanti si trovano a vivere una condizione di subalternità complessiva, sia in quanto soggetti sociali (contraddizione di classe) sia in quanto soggetti sessuati maschili (contraddizione di genere o di sesso).

Portare alla luce questa doppia contraddizione che vive la gran parte della popolazione maschile delle società capitalistiche occidentali è il compito che il Movimento degli Uomini Beta, movimento di genere e di classe, voglio ripeterlo, si è dato. Oltre naturalmente a denunciare il  ruolo e la funzione dell’ideologia femminista che, a nostro parere, è ancora una volta necessario sottolinearlo, è un uno dei mattoni ideologici (non il solo, naturalmente) dell’attuale sistema capitalistico dominante.

 


22 Commenti

Fabrizio Marchi 8:46 pm - 9th dicembre:

Queste, per chi fosse interessato, sono le mie due relazioni al convegno di cui sopra a cui siamo stati invitati a partecipare come Uomini Beta. Sono lunghe ma non si poteva fare altrimenti dal momento che si trattava di un seminario ed era bene che le cose fossero scritte nere su bianco, come si suol dire. In ogni caso il convegno è stato interamente registrato. Eventualmente pubblicheremo successivamente i video, anche se, non solo a mio parere, sono troppo lunghi e scarsamente efficaci dal punto di vista comuncativo, dal momento che sono appunto relazioni lette e mancano quindi di qualle vivacità necessaria.

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Alessandro 10:29 pm - 9th dicembre:

Grandi pezzi di controinformazione.

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Animus 12:52 am - 10th dicembre:

>Il primo e più urgente lavoro da fare è quindi quello di scrostare queste ruggini …di liberare gli uomini da queste pesanti e anacronistiche armature.
____________________-
Anche ammesso di riuscirci, ciò che con ogni probabilità potremmo trovarci di fronte, è una brutta sorpresa.

Perché ok l’ideologia, ok la falsa coscienza, ma il problema, vero, che fa sì che ci si possa costruire sopra questo castello di “bugie”, è, che cosa hanno gli uomini, qual’è il plus-valore che possono mettere sul piatto della bilancia?

Risposta: quasi più nulla…

Già Rino molti anni fa scrisse sui “bisogni residuali” (e su altrosenso, di quanto fossero ridotti ai minimi termini), + annessi e connessi.

La sola lotta contro il castello ideologico che affonda le sue salde fondamenta sul disvalore maschile somiglia molto ad una cura contro i sintomi di una malattia ma che non intacca per nulla, non agendo sulle cause, la stessa.

Così, per pura curiosità, tra i tanti relatori presenti, qualcuno ha forse sollevato il problema di come la storia di questa nostra civiltà sia la storia dell’alienazione maschile dai suoi “valori”?
(dove valori non sta per quelli morali/metafisici, ma materiali/fisici in nome di quelli morali e metafisici!)

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Animus 11:22 am - 11th dicembre:

Ho visto qualche video di quelli messi in rete da Mauro (di infima qualità, sembrano fatti con una webcam primo modello) , quello che mi ha colpito di più sono le affermazioni “suprematiste” fatte da quel tipo toscano alle fine del discorso di Fabrizio, uno, perché assolutamente fuori luogo (nonché allucinanti/allucinatorie), due, perché mettono ancora una volta il dito nella piaga di quella visione/concezione/questione culturale (catto-cristiana e i suoi “paladini della giustizia”) dimostrando palesemente come dietro i tanto sbandierati buoni propositi e belle parole, si celi invece una becera incapacità di riconoscere una differenza verso l’altro da sé che sia separta da una concezione gerarchica, superiore/inferiore di una parte sull’altra.

E qui, occore solo un minimo d’intelligenza per capire che il femm.ismo non c’entra nulla in tutto ciò (frutto della stessa malapianta, ripeto, l’incapacità mono-tesista di riconoscere un valore all’altro/diverso da sé , il dis-eguale, senza trasformare la dis-uguaglianza in gerarchia e quindi, in bene/male meglio/peggio), come giustamente ha fatto notare Fabrizio, il catto-bigotto in questione (razzista, fascista, etc etc) e la femm. ista, se in apparenza sono in opposizione, se si va in profondità, hanno la stessa forma mentis!

E’ questa che bisogna combattere, no l’abito (o la maschera) che uno indossa.

Proprio recentemente il Dalai-Lama ha detto che “la morale attuale (di derivazione religiosa) oggi non basta più, spesso porta al fanatismo e all’intolleranza.

Nel 21° secolo abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda quella religiosa. ”

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Jan Quarius 3:51 pm - 11th dicembre:

Animus,

Anche a me ha un po’ lasciato con la bocca aperta l’intervento del tipo, anche perchè c’ero lì e lo ascoltavo e volevo dire chiaramente: “questo è razzismo”. Insomma, a parte essere un atteggiamento razzista è anche dannoso per il nostro movimento, che sempre più spesso viene identificato come movimento di destra estrema di cui fanno parte i leghisti, i fascisti, i razzisti… Insomma, è chiaro che il discorso sui neri ed il discorso delle donne non ci può stare! Sono due questioni diverse!

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Animus 5:33 pm - 11th dicembre:

>è anche dannoso per il nostro movimento

E’ proprio per questo che ha fatto quella sparata…non è mica stupido!

Cmq, la cosa (assolutamente) certa è che ha voluto sabotare, in primis, l’intervento di Fabrizio…

Intanto ho visto gli altri, quelli che mi interessavano.
Ho visto che anche Armando ha ripreso il concetto dell’incapacità di concepire la differenza come valore (seppure applicandolo solo al femminismo della differenza, mentre per me ha radici ben più profonde) ed in effetti anche il tema della storia dell’Occidente come storia dell’alienazione (totale) ai danni del maschile è stato toccato: un mordi e fuggi da parte di Rino, edulcorato dal principio del dono/sacrificio di sé…

Guardate che in fondo la “questione maschile” si riduce a questi unici due punti.

Il resto si può aggiungere o omettere (quote rosa,gender, femm.ismo etc) , non cambia nulla, ma se noi togliamo o omettiamo uno di questi due punti, della qm non ci si capisce più nulla.

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mauro recher 6:28 pm - 11th dicembre:

Due parole tecniche sui video , vero sono di bassa qualità, ma ho dovuto abbassare la qualità dei video perchè avevo da mettere in rete 14 ore di registrazione e quindi andavano online ,forse la settimana dopo , tenendo sempre acceso il computer e francamente, visto che la telecamera era fissa , mi sembrava anche inutile puntare sulla buona risoluzione (importante erano i contenuti) ….
Sul resto (non credevo di avere messo online anche quell’intervento a dire il vero) concordo con voi , io lavoro con un ghanese, con un pakistano , con un algerino e con uno che viene dal Bangladesh ,per me sono “uomini beta” come il sottoscritto e faticano come il sottoscritto …
A proposito proprio lunedi sono andato al lavoro insieme a quello che viene dal Ghana …. parte per le vacanze di natale mercoledì , e ritorna dopo 40 giorni ,sembrerebbe un privilegio rispetto a noi operai italiani, il fatto è che non vede i propri figli da due anni , se non attraverso skipe, in questo caso la tecnica è stata di grande aiuto ( sulla conferenza si è parlato molto anche di tecnica)

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Fabrizio Marchi 2:18 pm - 12th dicembre:

Animus,

Non credo che il personaggio in questione (che poi è il direttore del Covile, rivista con cui collabora da tempo anche Armando) abbia voluto sabotare il mio intervento, per lo meno non credo che lo abbia fatto scientemente.
Ahinoi, quello che ha detto è semplicemente ciò che pensa e naturalmente concordo con Jan Quarius (che era presente) ma anche con altri (a partire da Rino) sul fatto che simili posizioni siano assolutamente deleterie per tutto il movimento maschile. Lo sono in generale ma in special modo per il movimento maschile.
Oserei dire che simili posizioni andrebbero allontanate e espulse dal Momas (politicamente parlando, si intende, le questioni personali e le amicizie sono tutt’altro discorso…) perché, oltre ad esserlo di per se, sono appunto dannose e contribuiscono a costruire un’immagine pubblica del movimento maschile ancora peggiore di quella che già gli è stata cucita addosso.
Un altro intervento a dir poco sgradevole (quello del direttore del Covile lo era da un punto di vista concettuale ma non voleva essere polemico a livello personale, per lo meno credo…) e decisamente gratuito e fuori luogo, è stato quello di Cosimo Tomaselli, gestore del Forum della QM. Il suo è stato un intervento del tutto auto celebrativo; ha tessuto l’elogio del suo blog e ha attaccato frontalmente Uomini Beta e anche il sottoscritto a titolo personale riproponendo la filastrocca dell’alpha tra i beta e altre simili scemate (non c’è altro modo per definirle). Altro non ha detto se non un breve cenno proprio all’inizio sul capovolgimento operato dal femminismo sul tema della sessualità; argomento peraltro già ampiamente e precedentemente affrontato dal sottoscritto in entrambe le relazioni (non mi pare che altri lo abbiano affrontato). Per il resto, nulla. Chi era presente può confermarlo. Un intervento di una povertà assoluta oltre che gratuitamente polemico e provocatorio. L’unica cosa che posso pensare è che il soggetto in questione nutra una sorta di risentimento nei nostri riguardi, probabilmente dovuta alla nostra crescita complessiva, alla nostra capacità di elaborazione, al fatto che con il tempo è cresciuta molto l’attenzione nei nostri riguardi sia all’interno che all’esterno del Momas, probabilmente alla nostra sez’altro superiore capacità di fare squadra, di essere e fare comunità (in crescita costante) e non ultimo dal fatto che alcuni amici hanno abbandonato il suo blog per aderire formalmente a UB, come ad esempio Roberto Micarelli che è anche uno dei fondatori dell’associazione assieme a Luigi Corvaglia, Diego De Matteis, Francesco Toesca, Fabrizio Napoleoni e naturalmente il sottoscritto (mancano all’appello altri amici, come naturalmente Mauro Recher o “Manuel Giovannelli” (il nick con cui scrve qui è “Pappagallus”) che solo per ragioni tecniche il giorno della formalizzazione non potevano essere presenti ma di fatto ne fanno parte organicamente.
Sciocchezze, naturalmente, anzi, direi miserie che non dovrebbero neanche esserci e che invece purtroppo, persistono. La mia personale sensazione è che abbia fatto una figuraccia di cui forse si è anche pentito. Non lo so e me lo auguro per lui.

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Animus 1:02 pm - 13th dicembre:

Fabrizio Marchi:”l’uomo ha creato la tecnica ma non sapeva/non pensava/non immaginava che sarebbe stato pagato con questa moneta”.

Permettimi Fabrizio, in tutto franchezza, trovo questa affermazione veramente “ingenua”, non dovrebbe essere fatta, meglio, l’errore (grave, gravissimo) è quello di credere che sia vera.

Continuiamo a perseverare nell’errore, nel “Dio perdonali perché non sanno quel che fanno”, principio Padre di tutte le false coscienze, anche perché, c’è tutta una parte di umanità (guidate da altre morali, non cristiane), che invece lo sapeva/sentiva benissimo, cosa significava la “tecnica”.

Ho portato molte volte l’es. dekla cultura greca (ma questo vale anche per tutte le altre grandi, dalla civiltà cinese a quella indiana che non erano certo più stupide di quella cristiana, anzi…) che pur avendo inventato già millenni fa il “motore” a vapore (l’eolipila di Erone), timorati dal mito di Prometeo, non ne vollero fare mai qualcosa che serviva a liberare l’uomo dalla fatica.
I cristiani invece…

A questo punto sono invece interessanti, sulla Tecnica, alcune considerazioni del direttore del Covile, sia quella sull’impossibilità di un percorso reazionario come soluzione (che io condivido, anche se nei fatti, mi pare lui segua proprio quel percorso), sia quando, mi pare alla fine del discorso di Armando, contrappone il maschile/Logos ( che da una parte da forma all’informe secondo antichi “codici”) all’astrazione che il logos produce, che sembrerebbe antitetico/in contraddizione con quel principio (e allora è maschile o no?) discorso che poi non viene approfondito.

Anche giusto dire che se non si approfondisce/affronta questo punto/mostro non si può sperare in nessuna soluzione (ma solo degli stupidi paliativi, mio personale parere, che servono a coprire un problema con un altro ancora più grosso).

La mia perplessita nasce dal fatto che non credo proprio che da “quella parte”, da uomini siffatti, anche se individuano e circoscrivono abbastanza bene il problema, hanno poi l’interesse/onestà intellettuale, di andare fino in fondo …

Non so magari Armando, visto che conosce “più mondi” può dare qualche delucidazione…

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Fabrizio Marchi 1:53 pm - 13th dicembre:

Animus,

Che devo dirti, Animus, non sono d’accordo. Da umile osservatore della complessità (anche perché è solo e soltanto con questo approccio che si può scoprire la QM…) della realtà, non sono d’accordo nel bollare la tecnica aprioristicamente. Questa sarebbe ed è una posizione ideologica, nello specifico reazionaria.
Credo che la tecnica contenga in sé aspetti contraddittori, come sappiamo, e che questi aspetti debbano essere affrontati e se non risolti, quanto meno governati dalla Politica. E’ questo oggi il problema, non la tecnica n se, ma la Politica, o meglio l’assenza pressoché totale della Politica con la P maiuscola. E’ questa infatti – ed è sempre stato così in tutte le migliori e più grandi tradizioni del pensiero filosofico, da Platone e Aristotele fino a Lenin e Carl Schmitt passando per Hobbes, Hegel, Marx e via discorrendo (non per Hume o, Smith, ovviamente, ma certamente anche per altri filosofi liberali) – che deve gestire, che deve “stare sopra” a tutto. Esattamente quello che non sta avvenendo oggi dove la Politica, ridotta a mera governance, ad amministrazione, è stata messa sotto i tacchi, e appunto siamo dominati dal Capitale e dalla Tecnica, entrambi non sottoposti ad alcun controllo. Siamo infatti nella società del dominio incontrastato e assoluto del Capitale e, tutto sommato ancora in subordine a questo (io credo), della Tecnica (ma il discorso sarebbe lunghissimo, come sappiamo, e i confini di questa relazione sono tutti da tracciare…).
Capisco (ma non condivido) l’astio e il risentimento del conservatore, del tradizionalista, del reazionario o del nichilista e via discorrendo nei confronti di tutto ciò che è modernità, a tutti i livelli, e di tutto ciò che la modernità ha prodotto, sia in termini filosofici e politici (dall’Illuminismo alle grandi rivoluzioni borghesi e proletarie, dal liberalismo al socialismo e al comunismo) che appunto relativamente alla Tecnica e a tutti i suoi risvolti (c’è anche la Scienza di mezzo, vorrei ricordare, e non credo che ci faccia schifo la possibilità di avere salva la nostra vita attraverso il trapianto di un rene o del cuore oppure di parlare in diretta con un nostro amico all’altro capo del mondo attraverso un computer con una semplice chiamata Skype…). Però non li condivido, e penso che questo astio sia tutto ideologico. E chi scrive non è certo uno che si risparmia in critiche nei confronti della modernità…
La Tecnica oggi sfugge alla politica così come l’economia sfugge alla politica, così come tante altre cose. E poi non è neanche corretto dire questo. Oggi la politica è stata ridotta a questo, ad ancella del Capitale.
Mi pare che Armando abbia detto in un suo intervento al convegno che in fondo gli uomini si sono suicidati attraverso la tecnica. Secondo me non è così. Gli uomini si sono suicidati venendo meno a loro stessi, abdicando a loro stessi, così come la Politica si è suicidata, o meglio, è stata suicidata, per così dire, dal Capitale. Non è la Tecnica ( o la Scienza) che li ha ridotti in quello stato, bensì l’abbandono della scena, l’abdicazione totale. La questione è di ordine psicologico, e profondo anche. E lì l’arcano, non nella tecnica o nella scienza. Non scherziamo e soprattutto non commettiamo errori di interpretazione che ci farebbero depistare e deragliare dalla vera questione.
Questa , per lo meno, è la mia opinione.

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Fabio C. 4:25 pm - 13th dicembre:

Sono d’accordo con Fabrizio, soprattutto quando scrive
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… che appunto relativamente alla Tecnica e a tutti i suoi risvolti (c’è anche la Scienza di mezzo, vorrei ricordare, e non credo che ci faccia schifo la possibilità di avere salva la nostra vita attraverso il trapianto di un rene o del cuore oppure di parlare in diretta con un nostro amico all’altro capo del mondo attraverso un computer con una semplice chiamata Skype…). Però non li condivido, e penso che questo astio sia tutto ideologico. E chi scrive non è certo uno che si risparmia in critiche nei confronti della modernità…
>>>>>>

Infatti chi critica a priori la Modernità, fa finta di non ricordare cos’è, cos’era e cosa sarebbe la “non” Modernità.

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Animus 5:14 pm - 13th dicembre:

Massì, Fabrizio, diciamo che hai ragione, che la Tecnica non sia uno strumento che serve a materializzare – cioè rendere possibile – la volontà di potenza di “qualcuno” a me antagonista (ipotesi questa che io, in quanto nicciano, ritengo assolutamente infondata/erronea e che porta poi a prendere abbagli colossali come quello di credere che la politica – e i politici- non siano sempre stati i camerieri di forze che stanno al di sopra di loro, e che quindi, al di fuori di esse, possano avere margini di decisione e azione – che non siano quelli di “popolare i cimiteri”-, e supponiamo inoltre che, specularmente, in quanto “creazione maschile” (ma solo del maschio cristiano, cioè quello “motivato” dal millenario senso di colpa/disprezzo di sé), non sia quel “vicolo cieco/strada senza uscita” in cui l’uomo, “uscito dalla propria strada e dai propri istinti” si è cacciato e al quale “non resta altra risorsa che ricapitolare le proprie follie, di espiarle e di commetterne altre”(Cioran).

Ma supponiamo di credere che le cose stiano realmente così, come dici te, di non ritenere la Tecnica negativa a priori, perchè altrimenti “reazionario” e “ideologico” (mentre io trovo semplicemente da “ingenui” ignorare quanto sopra, cmq, diciamo che ci credo)

Bene, avendo cmq la tecnica come fatalità, e non potendo più tornare indietro, ci tocca accettarla: ci sono comunque anche degli aspetti positivi non c’è dubbio: del resto, anche il pesce per essere catturato ha bisogno di “essere pasturato” e di un’esca, dobbiamo incentivarlo a finire in padella , non lo fa da solo, il maiale (per la porchetta) deve essere “foraggiato e ingrassato” etc etc.

Gli aspetti positivi ci sono, se da una parte, all’uomo è stato tolto il diritto (o dietro la morale del disprezzo di sé se lo è tolto da solo) di stare al mondo, gli uomini beta posso chiamare con skype all’altra parte del globo!

Cmq…ho detto che condivido l’impossibilità di una soluzione reazionaria (anni fa scrissi che la conoscenza ha la caretteristica entropica di essere irreversibile, va solo in una direzione) e non mi rimangio quanto detto, anche perché, il nichilismo passivo (tanto caro ai cattolici) di piangersi addosso e di fare il mea (ma meglio il tua) culpa, non è qualcosa che mi appartiene, essite anceh un nichilismo positivo, e allora va bene, affrontiamolo.

Ma per fare questo, caro Fabrizio bisogna liberarsi di una morale arcaia, che è solo un fardello/danno e che ci impedisce di usare quegli aspetti positivi che possono essere utilizzati in modo favorevole.

Infatti, il mio intervento iniziava (ed in effetti verteva) proprio dicendo che “ritenere l’uomo ignaro” di ciò che ha creato, così come ritenerlo colpevole, fa parte di una morale che andrebbe accantonata.
Basta con sta “genealogia” che serve solo a trasmette colpe di padre in figlio, e dall’altra parte, a discolparsi, possibile che ‘sti cazzo di ominidi non riescano a dire: “la mia storia e mie responsabilità (meriti e cople) iniziano da me e come, e con ciò che ho fatto (e con ciò che non ho fatto) io. (e non gente vissuta mille/duemilo/tremila anni fa che non ho mai conosciuto e con la quale non ho nulla da spartire, prova ne è che basta vedere quanto siano diversi nella morale anche uomini contemporanei (portatatori di cromosomi XY) per capire quanto sia idiota, e oggi controproducente, mantenere questo approccio)

Non so, te lo chiedo Fabrizio, perché gli ominidi non ci riescono a far maturare in loro questa morale/presa di coscienza?

Lo dico perché a me ha stupito molto che anche Rino, dopo 20 anni, continua a battere questo chiodo, e quel distacco … non lo vuole operare.
E mi fermo qui.

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Rita 10:19 am - 14th dicembre:

Devo dire che faccio sempre molta fatica ad entrare in discorsi di tipo filosofico. Nel merito quando parlate di tecnica, colpe della tecnica, distruzione dell’uomo a seguito della tecnica, mi sembra che alla fine si discuta sui dettagli. Tecnica buona/tecnica cattiva. Chi dice che la tecnica degrada l’uomo ma continua ad approfittarne. Nel merito mi viene in mente un articolo di Piero Bianucci in merito alla possibilità di visite extraterrestri. Disse, in buona sostanza, che non ci sarebbe da temere nulla da eventuali extraterrestri che venissero in contatto con la nostra civiltà. Perché se sono stati in grado di sviluppare tecnologia fino al livello, per noi ora inimmaginabile, di superare la velocità della luce o comunque una tecnologia in grado di superare grandi spazi, significa che hanno anche sviluppato un’etica e una morale superiori. In poche parole l’etica/morale (i distinguo semantici non fanno per me smile dev’essere sempre di “qualità” superiore alla scienza/tecnologia, altrimenti ci si autodistrugge e ci si estingue. Il rischio altrimenti è di dare alcool e fiammiferi a dei bambini che rischiano di darsi fuoco da soli. Ora, il pensiero di Animus è sempre stato interessante anche se non ne riesco a cogliere bene tutto l’impianto. A naso direi che la differenza sta in quel che dice Bianucci e non tanto nelle diverse morali religiose. In particolare non riesco a vedere questa grande superiorità nella morale buddista rispetto alle altre. Boh.. disastri ne hanno fatti anche loro. Qualche tempo fa circolava simpaticamente su facebook una vignetta/meme riguardante le guerre di religione che recitava più o meno “sarà .. ma i buddisti non hanno mai rotto le palle a nessuno” a cui qualcuno ha risposto con un lungo elenco di guerre e stermini sotto l’egida del buddismo. Dice Animus che nel buddismo non c’è senso di colpa e odio per sé stessi e mi pare di capire che il punto stia tutto lì. Però c’è il senso di vergogna. Non è che sia meno autodistruttivo. Perlomeno un senso di colpa opportunamente controllato e non ingigantito aiuta a migliorare e a migliorarsi, il senso di vergogna no. Per il resto c’è molta confusione (da parte mia) sulla soluzione. Si naviga a vista, a me pare, anche perché quel che siamo ora (quel che diventeremo e qui non escludo che anche l’oriente possa intraprendere una parte di strada già intrapresa dall’occidente per il futuro) è dato dalla nostra natura umana, che si è esplicata nelle diverse culture con differenze che, a mio avviso, non sono così sostanziali.

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Animus 12:45 pm - 14th dicembre:

Rita: Devo dire che faccio sempre molta fatica ad entrare in discorsi di tipo filosofico… il pensiero di Animus è sempre stato interessante anche se non ne riesco a cogliere bene tutto l’impianto

_____________________________________________

Cara Rita, i discorsi (Tecnica vs religione) sono diversi ma si accavallano/intrecciano l’un l’altro.

Se io ho scelto il buddhismo l’ho fatto per tre ragioni (tra le quali non c’è “perché non hanno fatto mai guerre”).

1. Quando mi è stato chiaro che all’Interno (ciò che noi chiamiamo Occidente) non ci poteva essere alcuna soluzione, ho dovuto necessariamente rivolgermi all’esterno.

2. Che è la ragione principale per cui la scelta è caduta sul buddhismo (e non su l’induismo o l’islam o l’ebraismo o altro) è che il buddhismo è effettivamente quello che ha il più alto livello di distacco ….emotivo (e non solo emotivo, anche materiale, dal corpo): estremo, incredibile, addirittura … sovrannaturale.

3. La ragione per cui sulla tecnica la penso come la penso, è come l’oriente e l’occidente hanno concepito gli opposti (cioè, sostanzialmente, i sessi), concezione che è alla base di tutta la costruzione materiale e immateriale di una civiltà.
Infatti Rino, per falsificare il genderismo con un concetto di sintesi (simbolico) deve usare il Tao (lo yin e lo yang), il simbolo degli opposti asiatico.

Perché non ha usato un simbolo cristiano?
Semplice, perchè non c’è!
Perché in occidente gli opposti, in realtà, non sono mai stati concepiti come complementari, ma sempre (e solo) come antagonisti: uno contro l’altro, uno delimitato (purificato?) nettamente dall’altro.

Infatti, se il principe Siddharta afferma che “di ogni verità anche il contrario è vero”, ossia l’opposto ha una sua validità/esistenza (vero significa esistere), Parmenide ci dice “l’Essere è il non Essere non è” (certo c’era anche Eraclito, ma la sua concezione qui da noi non ha avuto fortuna), tautologia sulla quale, qui in occidente, è stato costruito tutto, ma proprio tutto, dalla logica alla religione!

Ora la Tecnica porta a compimento questo progetto iniziale (sposandosi con la religione).
Perché di fatto, il rasoio di Occam (Occam era un frate medievale, vissuto intorno al 1300) così come la teologia di Duns Scoto (contemporaneo), hanno fornito i concetti che hanno successivamente dato origine al pensiero tecnico/scientifico.
Ma che cosa significa “Pluralitas non est ponenda sine necessitate” o “Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”?

Significa “quale occasione migliore, in effetti, per ‘economizzare’ gli esseri?
Poiché la forma più perfetta contiene virtualmente in sé il meno perfetto…”

Ecco così disvelato, dietro un impianto di falsificazione (delle intenzioni) enorme, immane (del resto immane è anche l’obiettivo) il “progetto criminale” (cioè crisitano), che la tecnica, ripeto, come strumento, porta finalmente a compimento.

Spero con ciò di aver meglio chiarito quali sono le fondamenta del mio “impianto filosofico”. ;-)

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Jan Quarius 12:51 pm - 15th dicembre:

Animus:
Infatti Rino, per falsificare il genderismo con un concetto di sintesi (simbolico) deve usare il Tao (lo yine lo yang), il simbolo degli opposti asiatico.
Perché non ha usato un simbolo cristiano?

A mio parere potresti anche sbagliarti sul fatto che il cristianesimo non vede l’uomo e la donna come esseri complementari. Se leggi Genesi 2:24, ti rendi conto che anche il cristianesimo li vede come una cosa sola, quindi, esseri complementari:

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie, e saranno una stessa carne.

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armando 2:51 pm - 14th dicembre:

Sulla tecnica ho solo detto questo al convegno
“Non c’è tempo in questa sede per discutere del rapporto fra tecnica, o meglio spirito tecnico, e religione. Mi limito soltanto ad affermare che la tecnica può essere concepita anche come strumento utile per l’uomo, ma quando da essa si passa, ed il passo è decisivo ma non lungo, alla fede nella tecnica come risolutiva di ogni problema economico, sociale, ecologico ad alla fine anche esistenziale come quello del rapporto con l’assoluto e quindi con Dio e la religione, è allora che l’irreligiosità , nelle diverse forme di cui abbiamo detto, tende ad affermarsi. ”
Di tecnica ho scritto quì
http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_868_Ermini_Tecnica.pdf
Comunque il tema è importante, perchè richiama la figura di Prometeo che ruba il fuoco agli Dei per donarlo all’uomo, e quella del fratello Epimeteo, colui che “sa dopo”.
Ora, il punto credo sia sempre quello della consapevolezza. L’uomo prometeico è consapevole del rischio insito nel fuoco, e quindi si propone (almeno nelle intenzioni) di controllarlo, il che implica uno sforzo quasi sovrumano, o no? ammesso naturalmente che le forze scatenate dalla tecnica possano essere controllate e indirizzate, il che non è detto e cosa sulla quale non mi sento di pronunciarmi con estrema sicurezza.
Animus, tu ritorni spesso sulla questione, di indubbia importanza degli istinti e delle passioni, insomma di Dioniso, nel presupposto, mi par di capire, che valga sempre la pena seguirli. Io non ne sono così certo, tanto che Jung pote parlare del risveglio di WOTAN nascosto nell’amina tedesca a proposito del nazismo. Ma a parte questo, c’òè anche chi legge la “volontà di potenza” nicciana prima di tutto come potenza su se stessi, il che significherebbe si libertà ma anche autocontrollo. Come si tengono le due cose?

Di suicidio maschile avevo parlato, invece, a proposito del rifiuto del trascendente per accedere a concezioni “puramente naturalistiche e materialistiche”.
In generale

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Animus 5:47 pm - 14th dicembre:

armando: Ma a parte questo, c’òè anche chi legge la “volontà di potenza” nicciana prima di tutto come potenza su se stessi, il che significherebbe si libertà ma anche autocontrollo. Come si tengono le due cose?

________________________
Ma infatti per me questa interpretazione stona, è distorta, completamente contraria al significato datogli da nicce, che è chiaro, (vado a memoria) “la volontà di potenza vuole se stessa e l’accrescimento (potenzialmente illimitato) di sé stessa”.
Punto.

Non ha nulla a che fare né col limite né, tanto meno, con qualsivoglia auto controllo, cioè fattori limitativi.

Riguardo gli archtipi/forze metasoggettive (connesse al al discorso sulla colpa di genere e morale fondata sulla genealogia (di genere))

Parmenide, è un uomo, ma poi se leggiamo il suo poema più famoso (il poema sulla natura) vediamo che sogna (il suo paradiso) di essere su un carro trainato da cavalle, che lo portano al cospetto di una Dea (la Vergine Dike, colei che riferisce a Zeus le colpe degli uomini), dove può contemplare un simbolo, una sfera, in ogni sua parte uguale a sé stessa, dove non c’è più grande o piccolo, né, tanto meno, un “non-essere” (cioè un maschio) che gli possa impedire di essere uguale a sé stessa, perché un “Tutto inviolabile”.

Non ci credete, andate a leggervelo (io sono andato a memoria, ma me lo ricordo abbastanza bene e il testo non dovrebbe essere molto diverso).

Bene, se questo è un uomo – tra i fondatori della storia e del pensiero occidentali- che incarna un archetipo maschile, io…io sono l’incarnazione di Marx!

2. Duns Scoto (alias Doctor Subtilis), citato prima, tra quelli che hanno dato origine al pensiero scientifico introducendo il pensiero di “ottimizzazione degli esseri” (sui libri c’è scritto degli “enti”, ma noi che siamo andati alla scuola dei maestri del sospetto, abbiamo capito che gli enti sono esseri, e che ciò che viene passato col termine “ottimizzazione” è in realtà … omicidio, o , genericidio).
Bene, Duns Scoto, è il cantore per eccellenza dell’Immacolata concezione della Vergine Maria.

Ma guarda un po’….un Parmenide redivivo?
Altro maschio, altro veicolo dell’archetipo femminile.

Ora, possiamo noi, ritenere di avere una qualche continuità/affinità con uomini di questo tipo?

Dove starebbe la mia/ns. colpa di genere?

Dice bene Rino, quando afferma che lui non è in grado di dire, né se le cose potevano andare diversamente, né, tanto meno, dal momento che chi agisce, chi fa il lavoro sporco, è sempre un uomo (perché chi è innocente non può macchiarsi le mani) , chi ci sia “alla base”, e a quale “volontà di potenza” corrisponda.

Personalmente, trovandomi nella stessa difficoltà (di fissare un origine) faccio mia la conclusione di nicce:

“L’amore, nei suoi mezzi la guerra, nel profondo, l’odio mortale tra i sessi”.

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Animus 1:37 pm - 15th dicembre:

Jan Quarius,

Certo, ma poi S.Paolo che è più cristiano degli ebrei che scrissero la parte che citi, disse «È cosa buona per l’uomo non toccare donna» …l’eccezione matrimoniale è ammessa «per concessione, non per comando» poiché (dichiara modestamente) «Vorrei che tutti fossero come me…ma se non sanno vivere nella continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere»

Vedi come è facile essere messo in contraddizione quando si ha l’orizzonte visivo ampio quanto la lunghezza di un versetto?

Sta di fatto, che queto simbolo non è mai stato prodotto, almeno io non lo conosco.
Mi vengono ad es. in mente i tanti simboli prodotti dall’ alchimia (ossia quando la cristinità cercava il suo compimento in epoca pre scientifica), ed infatti, nei simboli alchemici ( da cui Jung etc etc) non c’è affatto una valorizzazione delle differenze e complementarietà, ma l’unione dei due (un genderismo ante litteram) come soppressione delle due alterità.

Sbaglio Armando?

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Animus 11:27 am - 16th dicembre:

armando:ritorni spesso sulla questione, di indubbia importanza degli istinti e delle passioni, insomma di Dioniso, nel presupposto, mi par di capire, che valga sempre la pena seguirli.

_____________________
Ci torno perché credo, poi magari mi sbaglio, ma non credo, che l’uomo abbia smarrito questa verità, e che senza di essa, sia ben difficile, poi scegliere cosa sia buono e giusto.

Due citazioni (afo + sua esposizione) che a me piaciono molto, spero anche a te.

Cmq, sicuramente qualcosa su cui chiunque dovrebbe riflettere.
Con molta attenzione…

1.“I pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni: sempre più oscuri, più vani, più semplici di queste”.

2.“Oggi più che mai, ci attanaglia un dubbio sul fatto che la famosa interiorità dimori realmente ancora nel suo inaccessibile tempietto: sarebbe terribile pensare che essa si sia dissolta.

Quasi così terribile come il pensiero che quell’interiorità … fosse divenuta un’attrice, se non qualcosa di peggio: «Noi sentiamo con astrazione, non sappiamo quasi più come si esteriorizzi il sentimento nei nostri contemporanei; per ovviare, gli facciamo spiccare dei salti …
Shakespeare ha rovinato tutti noi moderni.»

Cosa si deve ancora sperare, ancora credere … se l’interiorità ha appreso a spiccar salti, a ballare, ad imbellettarsi, ad estrinsecarsi con astrazioni e calcoli, e a smarrire poco alla volta se stessa!

E ora ritorniamo alla nostra prima tesi: l’uomo moderno soffre di una personalità debole.
Come il Romano dell’età imperiale divenne dimentico della sua romanità … così succederà all’uomo moderno, che si fa continuamente organizzare dai suoi artisti storici la festa di una esposizione mondiale; si è trasformato in uno spettatore gaudente ed errabondo, ed è posto in uno stato al quale neppure grandi guerre e grandi rivoluzioni possono apportare un qualche mutamento.

Costui (l’uomo razionale n.d.r) non vede qualcosa che invece il bambino vede, non sente qualcosa che invece il bambino sente; questo qualcosa è proprio il più importante: poiché egli non lo capisce, la sua comprensione è più infantile del bambino e più ingenua della ingenuità — malgrado le molte furbe rughette dei suoi lineamenti incartapecoriti …

Ciò vuol dire: egli ha annientato e perduto il suo istinto, egli non può più ora, confidando nel «divino animale» (Dioniso n.d.r), lasciar cadere le redini, quando la sua mente vacilla e il suo cammino conduce attraverso deserti.
Così l’individuo diventa titubante e incerto e non può più confidare in se stesso: affonda … nel caotico ammasso delle nozioni apprese, dell’istruzione che non diventa vita. Se ci si sofferma sull’esteriore, si osserva come … la storia abbia tramutato gli uomini quasi in puri abstracta e ombre.

Ad una generazione di eunuchi … conviene perfettamente la pura obiettività.
Comunque si direbbe che il compito sia di controllare la storia perché non ne scaturisca nulla … nessun evento! — di evitare che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia veraci con se stesse, veraci verso gli altri, o per meglio dire nella parola e nell’azione.

Ci si domanda, allora: sono questi ancora uomini o semplicemente, delle macchine pensanti, scriventi, parlanti?

Questi non sono uomini ma solo compendi incarnati e per così dire concreti abstracta.
Se si tratta di uomini, lo sono solo per colui «che esamina le viscere».
Per tutti gli altri si identificano in qualcosa di diverso, non uomini, non dèi, non animali, ma frutto di un’educazione storica, sempre e soltanto educazione, figura, forma senza contenuto, purtroppo solo una cattiva forma, e per di più uniforme.

Come già accennato, è una generazione di eunuchi; per l’eunuco una donna è come un’altra, è solamente donna, la donna in sé, l’irraggiungibile in eterno — e così non c’è differenza in quel che fate, purché la storia stessa sia vigilata in maniera bellamente «oggettiva», cioè da parte di coloro che non potranno mai essi stessi fare storia.

E poiché l’eterno femminino non vi trarrà mai in alto, lo trascinate in basso verso di voi, e neutra siete …
Né maschi, né femmine, e neanche communio (l’androgino ndr), sempre solo neutra , con parole più raffinate: gli eterni-oggettivi.”

Sull’utilità e il danno della storia per la vita, 1874

Che dire…Genio gigantesco.
Se non ha ragione lui…non so davvero chi possa averla.

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armando 1:59 pm - 16th dicembre:

Animus,

Non saprei dirti con esattezza. San Paolo, però, nella “lettera agli efesini” (mi pare) scrisse anche che il marito comanderà la moglie.
Su una cosa hai ragione. Si possono trovare sempre versetti contrastanti l’un altro. Dappertutto, anche nel Corano.

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Animus 5:23 pm - 16th dicembre:

armando: Si possono trovare sempre versetti contrastanti l’un altro. Dappertutto, anche nel Corano.

Certo, Armando su questo punto non ci piove.
Un esempio?

1. “Come una cancrena, la carne si estende sempre più sulla superficie del globo.
È impossibile che la criminosa ingiunzione della Genesi: «Crescete e moltiplicatevi» sia uscita dalla bocca di un dio buono.
Siate scarsi, avrebbe se mai consigliato, se avesse avuto voce in capitolo.
Ed egualmente impossibile è che abbia aggiunto le funeste parole: «E popolate la terra».
Bisognerebbe cancellarle con la massima urgenza, per lavare la Bibbia dall’onta di averle accolte.”

2.”Colui che avendo consumato i propri appetiti, si avvicina ad una forma limite di distacco, non vuole più perpetuare se stesso; detesta sopravvivere in un altro, al quale d’altronde non avrebbe più niente da trasmettere; la specie lo sgomenta: è un mostro – e i mostri non generano più.
Senza professione né discendenza, egli attua – ultima ipostasi – il proprio compimento. Ma, per quanto lontano sia dalla fecondità, è superato da un mostro ben più audace: il santo …(che) giunto sulle cime dorate dei propri disgusti, agli antipodi della Creazione, ha fatto del proprio nulla un’aureola.
La natura non ha mai conosciuto una simile calamità: dal punto di vista della perpetuazione egli segna una fine assoluta, un epilogo radicale. Essere tristi, perché non siamo santi, significa desiderare la sparizione del’umanità… in nome della fede!”

Ora, io sfido chiunque a farsi un’idea di come la pensi Cioran (sull’argomento natalità/denatalità) basandosi solo su uno di questi di passaggi, o su entrambi!

Lo si può fare solo conoscendo tutto il suo pensiero (e questo vale per chiunque e qualsiasi cosa su cui si sta discutendo), ed esprimendo un giudizio di sintesi (ciò che rispecchia il suo pensiero nella totatlità).

Ecco perché è sbagliato prendere un pezzetto da ciò che ha scritto un grande autore (che amano più degli altri affrontare le cose da angolazioni opposte, esprimendo vantaggi e svantaggi) o di un grande tema/sistema (come sono le religioni) e dire: Ecco, è così perché qui, in questo punto, c’è scritto…!

Lo ripeto (non fa male), uno, la citazione “vale” non in sé, ma solo se è quella che rappresenta “un concetto di sintesi”, due, la Verità (quella con la v maiuscola) è una questione di … completezza.

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mauro recher 11:20 am - 19th dicembre:

https://femdominismo.wordpress.com/2015/12/19/una-crepa-nel-muro/

Sono i video della conferenza tenuta a Vicenza, per chi interessa e vuole rivedersi

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