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24 apr 2010  |  149 Commenti

Aborto: questione politica e non (solo) etica

Mi sembra corretto, dopo tanto discutere e confrontarsi, esprimere la mia personale opinione sul tema dell’aborto, senza naturalmente la pretesa di tirare alcuna conclusione né tanto meno di chiudere il cerchio. Anche perché si tratta di una questione estremamente complessa che fa inevitabilmente anche parte della Questione Maschile (perché riguarda anche gli uomini, è evidente, non solo le donne, come ipocritamente sostengono le femministe) ma che va ben oltre quest’ultima, come altre grandi problematiche quali l’eutanasia, la fecondazione artificiale, l’eugenetica ecc.
Peraltro non credo che nessuno (e sottolineo nessuno) possa avere su un tema così controverso una “verità” assoluta valida per tutti/e, compreso per se stesso/a. La grande complessità del problema fa sì che si possa optare per delle scelte, in un senso o nell’altro, privilegiare alcuni aspetti piuttosto che altri, ma non si potrà mai giungere ad una sorta di verità ultima e definitiva. Da parte di nessuno. Se siamo d’accordo su questo (e non è affatto detto) è chiaro che l’aborto diventa (nella impossibilità di convergere su di una “verità” etica condivisa), una scelta di tipo politico. Di conseguenza, come ogni scelta politica così definita, rimanda alla difesa di privilegiare determinati diritti e interessi rispetto ad altri.
Personalmente ritengo che sia profondamente sbagliato affermare che il tema riguardi solo e soltanto le donne. A meno che non si consideri l’uomo soltanto come un mero strumento al proprio servizio e per i propri scopi. Se così fosse ce lo dicessero; il discorso si chiuderebbe prima ancora di incominciarlo. Auspichiamo di no, ovviamente, augurandoci che non sia solo un’affermazione (o meglio, una negazione) formale ma sostanziale.
Ciò detto, sono d’accordo sul fatto che, in ultima analisi, sia la donna ad avere il diritto di dire l’ultima parola su una scelta che riguarda in primis il suo corpo e la sua vita. Resto convinto che la scelta di avere un figlio debba essere il risultato di un atto di amore e non di un’imposizione di qualsiasi genere, sia essa di natura religiosa, giuridica, politica o quant’altro. Poi possiamo interrogarci sulle ragioni per le quali una donna possa non vivere come una scelta d’amore la vita che sta crescendo dentro di lei. Ma questo è un altro discorso. Anche un uomo può trovarsi nelle stesse identiche condizioni, trovarsi cioè a dover vivere una paternità non desiderata. E’ successo e succede ancora in moltissimi casi.
Non c’entrano quindi i disagi a cui, molto maldestramente a mio parere, ha fatto riferimento Galatea (le nausee, la fatica, gli squilibri ormonali ecc.) in un suo commento pubblicato su questo sito. Non scherziamo. D’altronde ci sono donne (direi la grandissima maggioranza) che invece vivono la gravidanza come il periodo più bello ed esaltante della loro vita. Al contempo, come spiegava molto meglio di me anche Rino Della Vecchia, ci sono stati e ci sono uomini (tantissimi) che, per una scelta non dettata dalla loro volontà, si sono sobbarcati per un’intera esistenza i “disagi” di una paternità non voluta e decisa unilateralmente da un’altra persona.
Come vediamo, torniamo al concetto di scelta, di libero arbitrio. Qualsiasi cosa (qualsiasi), anche quella che per noi può essere la più bella, se non desiderata, può trasformarsi in un inferno per un’altra persona. Ricorro, come al solito, ai miei banalissimi esempi per spiegarmi al meglio. Fare sesso con un uomo può essere molto bello per un gay o per una donna ma disgustoso per un eterosessuale maschio. Allo stesso modo aspettare un figlio può essere una sensazione meravigliosa se quella vita è stata concepita e voluta con amore, ma potrebbe anche essere un incubo laddove quella stessa non sia stata desiderata con quello stesso amore e profonda convinzione.
Questa condizione riguarda sia le donne che gli uomini. La natura però ha stabilito una priorità, da questo punto di vista. E’ la donna che cresce il figlio nel suo corpo, nelle sue viscere, dentro di sé. Non è un particolare da poco. Certo, anche il seme dell’uomo non è un’appendice ma una parte fondamentale della vita. Ed è per questo che non può essere escluso dalla vicenda. La mia opinione è però che la donna ci metta qualcosa di più, oltre al suo apparato riproduttivo, e questo qualcosa di più è il suo corpo. E non mi riferisco, in questo caso, al corpo inteso nella sua accezione più materialistica, ma ciò con cui siamo e ci manifestiamo al mondo: appunto, il nostro corpo. Un “pezzo” (si fa per dire…) fondamentale della nostra vita senza del quale non si darebbe neanche la nostra capacità di astrazione e la nostra spiritualità.
Questo non significa quindi che gli uomini non debbano avere diritti o voce in capitolo su una scelta di questo genere; significa che le donne ne hanno di più. Punto. Sempre per portare i miei semplicistici esempi da “bignamino”, se dovessimo, estrema ratio, essere obbligati, in situazioni estreme, a scegliere tra la vita di una persona anziana e quella di un bambino, quale sarebbe la nostra scelta? Sono certo che tutti/e opteremmo per quella del bambino.
Ecco, tornando a noi, fra i due diritti, quello della donna e quello dell’uomo, a dover scegliere sulla opportunità di dover tenere o interrompere una gravidanza, penso che quello che abbia maggior peso, sia quello della donna. Questo non significa risolvere una volta per tutte la questione, che non potrà mai essere risolta. Significa solo operare una scelta. Quindi una scelta politica. Ben sapendo che l’aborto è esistito da sempre e che per sempre esisterà, che ci piaccia o meno. Oggi, a differenza del passato, è stato “solo” legalizzato.
Se mi permettete un altro dei miei microesempi, facendo un piccolo grande volo pindarico (ma forse neanche tanto), è come il tema della prostituzione. Non si tratta di eliminarla, cosa praticamente impossibile (paradisi terrestri a parte, tutti da venire e da edificare…) da realizzare, ma di come limitare i danni e gestirla al meglio.
Il problema che ha di fronte il legislatore non è dunque quello di sciogliere il nodo della vita e della morte, cioè la discussione se il feto debba o non debba essere considerato come una vita umana a tutti gli effetti. Non si arriverà MAI ad una posizione condivisa su questo punto. E io credo che anche con noi stessi (cioè nel nostro foro interiore più profondo) non riusciremo mai a trovare la verità ultima. Il problema del legislatore (che comunque non è un’entità astratta o formale ma sempre il risultato dell’ordine sociale dominante) dovrebbe essere quello di garantire coloro che hanno “maggior diritti”, in una data situazione, anche se il concetto è e forse rimane controverso. Ma non ci sono altre strade, a mio avviso.
Naturalmente, e qui tocchiamo l’altra grande opzione (tuttora considerata un tabù) che viene completamente sottaciuta e disconosciuta, lo stesso diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita riconosciuto alla donne, deve essere riconosciuto in altrettanta misura all’uomo. Se la donna ha il diritto di decidere sulla maternità, l’uomo deve avere lo stesso diritto di decidere sulla paternità. Altrimenti ci troviamo di fronte, come infatti è, ad una evidente asimmetria. Viceversa, mentre il diritto della donna viene riconosciuto non solo dal punto di vista giuridico ma anche da quello morale, il rifiuto della paternità da parte dell’uomo, anche quando imposta contro la sua volontà (e spesso con l’inganno) viene moralmente condannato.
Due pesi e due misure assolutamente inaccettabili. Eppure, da questo punto di vista, la condanna morale dell’uomo è assoluta e definitiva. “Non si è assunto le sue responsabilità”, “Non è un vero uomo”, “E’ un superficiale, cialtrone, inaffidabile, irresponsabile, privo di etica, pensa solo agli affari suoi, è un libertino,uno che abbandona la moglie incinta, suo figlio”. Questi i commenti che si ascoltano in questi casi. Naturalmente del tutto speculari, dal mio punto di vista, a quelle posizioni che sostengono che una donna che sceglie di abortire è un’”assassina, cinica, fredda, spietata, effimera, che vuole solo divertirsi nella vita, una poco di buono, ecc. “ e tutte le altre amenità del caso che conosciamo benissimo. Solo che ormai a pensare queste ultime cose sulle donne che abortiscono è solo una esigua minoranza, mentre nel primo caso sono senso comune. L’uomo che non riconosce la paternità è considerato sempre e comunque un debosciato, un reietto, uno che non vale nulla. La donna che impone la paternità all’uomo è invece comunque assolta e garantita. Un uomo che non ha deciso di diventare padre deve comunque accettare di avere la vita stravolta e pesantissimamente condizionata (e non per nove mesi) da una scelta operata da un’altra persona, pena l’emarginazione dal contesto sociale e la sua condanna morale (prova del DNA a parte che può essere imposta per legge). Naturalmente la grande maggioranza degli uomini, a mio parere, e non solo per senso di responsabilità o per ragioni etiche ma per un sentimento profondo e innato (la paternità) scelgono comunque di riconoscere il proprio figlio. Ma questo è un altro discorso che attiene appunto al libero arbitrio degli uomini che, mi pare, di poterlo affermare, nella loro grande maggioranza scelgono comunque di farsi carico dei “disagi” che la paternità comporta.
Anche su questa questione dell’aborto, come vedete, contrariamente a quello che pensa qualcuno che sostiene che il nostro Movimento non se ne preoccupi, torniamo in realtà a quelli che sono i temi fondamentali che caratterizzano il nostro sito; l’eguaglianza dei sessi, i rapporti di potere fra questi e fra le classi, il concetto di dominio, umano e sociale. Tutto è sempre collegato a questi temi e anche quello dell’aborto non fa eccezione.
Fabrizio Marchi


149 Commenti

armando 9:55 pm - 20th ottobre:

“Eppur si muove”…..Nei giorni passati quattro intellettuali pensanti di sinistra (Barcellona, Tronti, Vacca e Sorbi) hanno scritto una lettera aperta al PD auspicando che si faccia promotore di un dialogo aperto con la Chiesa e i cattolici sulle questioni antropologiche e sul valore della vita dal concepimento alla morte. Barcellona ha poi scritto un articolo sulle stesse questioni che potete leggere quì:

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2011/10/19/DOPO-TODI-1-Barcellona-io-non-credente-sposo-la-sfida-di-Bagnasco/2/215334/

Sono convintissimo, ben oltre l’eco che quella lettera potrà avere sul PD e la sinistra in genere, secondo me poco sul piano politico, che l’appello abbia in sè un grande valore. Se anche a sinistra si comincia a capire quale siano oggi i veri criteri discriminanti, i veri snodi della modernità desacralizzata, e se su questi snodi si sente la necessità di dialogare con chi, la Chiesa, li ha sempre tenuti ben presenti anche oltre le sue manchevolezze, allora c’è una speranza in più, anche per la realizzazione di una più autentica giustizia sociale.
C’è però ancora qualcosa, anzi molto, da fare. Perchè non è affatto automatico che il riconoscimento del disastro antropologico verso cui si marcia a tappe forzate, implichi immediatamente e automaticamente il riconoscimento dell’importanza della questione paterna, e quindi della questione maschile. Rispetto a questo passaggio, sia la Chiesa da un lato, sia la sinistra pensante dall’altro (ed anche, ovviamente, la destra pensante), sono ancora timidi e incerti. Credo che i movimenti maschili, ognuno come sa e ognuno verso il mondo che gli è più vicino, debbano impegnarsi a fondo per favorire questo salto di qualità, per evidenziare gli strettissimi nessi che legano tutte i temi. Dalle questioni aborto alla fecondazione eterologa, all’adozione da parte di coppie gay etc. così come oggi trattate trattate dalla cultura dominante, paternità e maschilità ne escono svilite e ridotte d’importanza grandemente. Se riusciremo nell’intento, ma è ovvio che non dipende tutto e solo da noi, la questione maschile avrà fatto un passo in avanti secondo me incalcolabile, e come corollario necessitato verrà anche tolto molto terreno da sotto i piedi del femminismo.

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Fabrizio Marchi 10:53 pm - 20th ottobre:

Armando, sei per caso in grado di recuparare la lettera sottoscritta da Tronti, Barcellona, Vacca e Sorbi?
Molto interessante l’articolo di Barcellona. Del resto e’ da tempo che lui sostiene queste tesi.
Una volta, telefonicamente, mi disse che aveva apprezzato il mio libro “Le donne: una rivoluzione mai nata”, ma non sono mai riuscito a coinvolgerlo, nonostante gli abbia anche segnalato il sito.
Come gia’ ti dicevo tempo fa, anche Tronti, marxista senz’altro piu’ doc rispetto a Barcellona, ha cominciato a muoversi ormai da parecchio tempo su terreni tradizionalmente poco se non per nulla esplorati a sinistra (sacro e sacralita’, spiritualita’, profezia). Credo pero’ che Tronti, a differenza di Barcellona che e’ senz’altro piu’ aperto su questo versante, sia impermeabile ad una critica al femminismo. Intanto perche’ lui e’ un teorico della parzialita’ e del conflitto e quindi credo che interpreti il femminismo in tal senso. In realta’ non se ne e’ mai occupato e credo che, insieme al disinteresse, ci sia una certa dose di opportunismo anche in lui da questo punto di vista. Tutto cio’, sia chiaro, senza nulla togliere al Tronti pensatore politico che comunque per quanto mi riguarda rimane uno dei piu’ importanti filosofi politici italiani del Novecento.
Interessante pero’, che abbia firmato un documednto insieme a Barcellona: i due si erano allontanati vicendevolmnete, a quanto ne so. Vuol dire, come dici tu, che qualcosa si sta muovendo.
Speriamo in bene…
Fabrizio

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Rino 8:06 am - 21st ottobre:

Non può che essere questa:

http://www.nuovitaliani.it/adon.pl?act=doc&doc=2175

Rino

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cesare 9:02 am - 21st ottobre:

Se si vanno a rileggere i “Manoscritti del ’44″ di Marx, possente teoria sulla alienazione umana ovvero su ciò che l’uomo ha e di cui viene espropriato nel processo di produzione capitalistico ( e straordinario inno alla umana liberazione e pienezza), l’indifferenza dell’attuale sinistra sui temi cosiddetti antropologici, ovvero sulla marciante sussunzione della vita biologica e spirituale, non solo della forza- lavoro, alla forma di merce, è un mistero, e un mistero tragico della Storia della Sinistra e non solo: è anche un mistero tragico dell’Occidente. Quel mistero che sempre è connesso ai tradimenti radicali della propria fondazione, origine e identità. Mistero che evoca la categoria del Male assoluto, oggi in disuso, e mascherata spesso sotto la voce diritti, ma non per questo priva di riferimenti terrrificanti ai giorni nostri.

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armando 4:22 pm - 21st ottobre:

E’ quella che cita Rino. Da parte mia l’ho commentata così sul prossimo numero de Il Covile che l’ha pubblicata. Dico fra l’altro, avvertendo che volutamente non entro nel merito delle implicazioni sulla QP e sulla QM:
“Ma oltre ogni interpretazione del concetto, il richiamo forte alla dignità della vita umana dal concepimento alla morte ed alla necessità di difenderla anche come condizione necessaria per politiche di autentica giustizia sociale, sembrano mettere il PD nella condizione di dover fare una scelta secca.”
Ed ancora: “Intendo dire insomma che le questioni antropologiche non consentono mediazioni che possano soddisfare entrambi gli interlocutori, perchè l’una concezione e l’altra non si pongono su una linea retta lungo la quale è possibile l’incontro su un punto più o meno mediano, come potrebbe essere per i fatti sociali ed economici. Le questioni antropologiche, al contrario, dislocano gli interlocutori su due piani diversi e sfalsati, destinati per definizione a non potersi incontrare. Il solo incontro possibile è che uno dei due interlocutori abbandoni il suo piano e scenda (o salga) su quello altrui. Ma chiaramente non si tratterebbe più di una mediazione. ”
Armando

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Rino 9:03 pm - 21st ottobre:

Armando:
>>
…Il solo incontro possibile è che uno dei due interlocutori abbandoni il suo piano e scenda (o salga) su quello altrui.
>>
Posta in questa prospettiva nessuno l’accetterà. L’autodafé, ed è di questo che si tratta, se non ho inteso male, non verrà mai praticato. E se ne capisce il motivo.
Quello indicato da Cesare è il sentiero: il recupero di una intuizione tradita.

RDV

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Fabrizio Marchi 12:48 pm - 22nd ottobre:

L’articolo di Barcellona e anche la lettera da lui firmata insieme a Tronti, Sorbi e Vacca, mi spingono a pensare che l’era del dogmatismo, sia esso di natura religiosa, filosofica -ideologica (si tende purtroppo a sovrapporre i due aspetti, erroneamente, quando le ideologie sono invece derivati e soprattutto interpretazioni se non forzature artificiose delle filosofie) o scientifica (scientista) dovrebbe tramontare definitivamente.
E invece così non è, e come purtroppo siamo costretti a constatare, ogni epoca è caratterizzata dal dominio ora dell’una, ora dell’altra. La nostra è quella del trionfo della tecnica e della scienza (naturalmente del tutto sovrapposte e a loro volta sovrapposte al Capitalismo), erette a verità assoluta. Chiunque osi anche solo avanzare una critica, non al metodo scientifico (di cui non metto assolutamente in discussione la validità e l’utilità) ma alla sua esclusività , cioè come unica forma di conoscenza razionale legittimata a stabilire ciò che è vero e ciò che è falso (con buona pace dell’etica e della filosofia, ridotte di fatto a chiacchiere prive di fondamento), viene di spregiativamente tacciato di essere un seguace della new age o peggio un praticante della magia o dei tarocchi e via discorrendo. Il che è naturalmente ridicolo.
A mio parere questo modo di pensare e interpretare le cose è una degenerazione “modernista” del positivismo che molto probabilmente già in erba conteneva i germi di questo processo, forse inevitabile, che, come abbiamo già detto, si è ulteriormente perfezionato negli ultimi decenni dove il dominio dello scientismo (applicato anche alla sfera sociale ed economica, naturalmente) è diventato pressoché assoluto.
Sia chiaro, a parti invertite, è successa esattamente la stessa cosa in altre epoche per quanto riguarda la religione, che pretendeva di detenere il monopolio assoluto della conoscenza e quindi della verità ultima delle cose . Questa pretesa deve naturalmente essere contestualizzata, storicizzata, nel senso che la religione era di fatto l’ideologia attraverso la quale si legittimava il potere politico che copriva e riproduceva la struttura classista della società. Da questo punto di vista sia Marx che Engels avevano perfettamente ragione ad individuare in “quella” religione (quella dominante per secoli e secoli, diciamocelo pure serenamente) uno strumento fondamentale dell’oppressione di classe .
Ma mi permetto di dire che sbagliavano al contempo (mi tremano i polsi quando devo criticare i “classici”, a prescindere dalla corrente filosofica che rappresentano o di cui sono stati fondatori…), e nella stessa misura, nel momento in cui consideravano la religione come uno degli effetti o concause del processo di alienazione (quindi destinata ad estinguersi nel momento in cui vengono meno le ragioni per cui quella stessa alienazione viene prodotta) e non un invece un aspetto che attiene all’antropologia, cioè alla natura umana, come un suo inestirpabile bisogno essenziale che va oltre la contingenza storica, come io credo che sia e debba essere considerata la religione (che è anch’essa una domanda di senso, la quale appartiene a sua volta alla natura umana, indipendentemente dall’essere o meno credenti).
Io credo che sia anche e soprattutto quest’ultimo aspetto che deve essere recuperato e a cui è necessario restituire piena legittimità (così come alla speculazione filosofica in tutti gli ambiti, fisici, metafisici, etici, sociali). Ripristinare cioè il concetto che conoscenza filosofica, religiosa e scientifica hanno pari dignità nel momento in cui, beninteso, tutte e tre si impegnano a non invadere l’altrui campo e soprattutto a non ergersi a verità assolute, incontrovertibili, atemporali.
Oggi , come sappiamo, il dogma religioso (e la legittimazione che il potere politico da questa derivava) è stato sostituito con quello scientista, che guarda caso si sposa con il cosiddetto “pensiero debole” (debole solo per ciò che gli conviene, ma prono di fronte a tutto ciò che viene partorito in un laboratorio, fosse anche un mostro a tre teste parlanti, in quanto risultato del progresso scientifico…) e con la ragione strumentale, il valore di scambio e l’economia di mercato erette a feticcio e a ideologia (la fine della Storia, il migliore dei mondi possibile). Tutto ciò condito e coperto sotto le (false) spoglie di un “progresso” fondato su presunte basi scientifiche e soprattutto finalmente depurato e “liberato”da istanze filosofiche, etiche, sociali, spirituali (e umane, aggiungo io), considerate come inutile zavorra ai fini della ricerca di una conoscenza certa, cioè di quella “Verità Scientifica” che pretenderebbe di spiegare l‘aspirazione alla giustizia piuttosto che l’afflato spirituale come una relazione fra sinapsi e neurotrasmettitori…
Ecco, credo che anche quei pensatori di cui sopra (mi riferisco soprattutto a Tronti e Barcellona, due marxisti certo non tacciabili di irrazionalismo o di integralismo religioso…),abbiano cominciato ad interrogarsi su questi temi, proprio come noi, anche se più modestamente, per ovvie ragioni.
Bene, non può che farci piacere.
Fabrizio

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armando 6:29 pm - 25th ottobre:

Penso che quando intellettuali di vaglia si pongono questi interrogativi, allora è segno che davvero qualcosa sta cambiando. E chissà se la sinistra, o una parte significativa di essa, ritorni in certo senso alle sue origini, ossia ritrovi la sua profonda ragione d’essere smarrita in questi decenni. Ragion d’essere che, alla fine, era semplice ad esperimersi: stare dalla parte dei “perdenti”veri, di coloro che per diverse ragioni non hanno strumenti e non riescono a rivendicare i “diritti”. E chissà che non si riesca a coniugare di nuovo la ragione intesa in senso alto con l’umanesimo. Perchè ciò che è in favore l’uomo (inteso come umanità) non può essere contro la ragione. E se la ragione mi dice che un feto o un demente sono uomini, persone, l’umanesimo mi impone di difenderli, sia io credente o meno. Eppure quando si iniziò a ragionare di queste cose, negli anni 60/70, si levarono voci in questo senso. Ricordo solo Pier Paolo Pasolini e Norberto Bobbio. Laici, non credenti, di sinistra. Allora furono svillaneggiati o ignorati, ma avevano colto un punto cruciale, senza il quale tutto il castello di rivendicazioni (anche giuste), e tutto il reclamare diritti (anche sacrosanti), crollano. Ogni aspetto della vita umana, se quella crucialità viene ignorata, se giusto o ingiusto non attengono più alla radice dell’essere umano, il suo essere persona in ogni momento della vita, diventa relativo. E a quel punto tutto diventa contrattabile e transeunte. E se lo è la vita, figuriamoci le altre cose che attengono alla società. Non credo, e mi riferisco alle singole persone, che il riconoscerlo costituisca un autodafè. Le organizzazioni politiche viaggiano, vero, su un altro piano, ma può anche accadere che si svuotino dall’interno quando non sanno più offrire una proposta che sia anche proposta di senso. Oggi, ne sono convinto da tempo, le tradizionali categorie socio/economiche sulle quali ci si divideva devono essere rivisitate, non nel senso che non esistono più, ma che possono ritrovare la loro ragione d’essere e il loro slancio a partire da una scelta che le precede e che un tempo non era richiesta condividendo tutti lo stesso patrimonio e concezione antropologica. Scelte che sparigliano il campo, e che alla fine avranno la forza di disaggregare le forze in campo e riaggregarle in modo fino ad ieri inimmaginabile. E non solo, ovvio, in Italia.
Per questo ho una speranza a tutto campo, e quella lettera mi conforta, indipendentemente dalla valutazione sulle prospettive immediate. Credo che la forza delle cose alla fine ne farà emergere il senso profondo.
armando

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Rino 8:08 pm - 25th ottobre:

Condivido i commenti di Fab e Arm.

RDV

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Fabrizio Marchi 7:04 am - 14th giugno:

Ne abbiamo trattato innumerevoli volte. A mio parere la questione dell’aborto è concettualmente simile a quella della prostituzione. E’ possibile abolire per decreto la prostituzione, cioè la forma più spicciola e immediata di mercificazione dei corpi e della sessualità, quella che da sempre viene definita come la professione più antica del mondo? La risposta è: no, è semplicemente impossibile (utopie a parte).
Si tratta allora di capire come affrontare il problema ottimizzando il risultato e limitando i danni. Questo è possibile solamente legalizzando la prostituzione. Ciò porterebbe una serie di benefici per tutti, per le prostitute, per i clienti e per l’intera comunità. Non sto a spiegare quali perché ne abbiamo parlato veramente tante volte.
Allo stesso modo, è possibile abolire la pratica dell’aborto per decreto? La risposta è: no, è semplicemente impossibile. Anzi, se lo si facesse, aumenterebbe quella dell’aborto clandestino, con tutti i “danni” collaterali che ben conosciamo. E allora è giusto che sia legalizzata (come oggi è), al fine, anche in questo caso, di ottimizzare il risultato e limitare i danni. Fermo restando, ovviamente, che a monte deve essere fatto un grande lavoro di educazione sessuale, informazione e prevenzione.
Questa per me è la strada. Tutto il resto, mi dispiace per coloro, abortisti (ideologici) e antiabortisti (ideologici), che da sempre si confrontano e si scontrano su questo tema, è materia di riflessione filosofica; dignitosissima, sia chiaro (non sarò certo io a togliere valore al confronto filosofico…), ma tale rimane. Il tema quindi non può e non deve essere un tabù (come qualsiasi altra questione),e se ne dovrebbe poter discutere liberamente e laicamente (non mi riferisco a noi ma al contesto sociale nel suo complesso) senza scagliarsi reciprocamente anatemi e scomuniche.
Rimane poi la questione, fondamentale, del diritto maschile ad avere piena autonomia e libertà di decisione sulla paternità, oggi invece del tutto inesistente (e quindi disconosciuto), e della conseguente asimmetria che questo disconoscimento genera nella relazione MM/FF.
Ma anche di questo abbiamo parlato più e più volte.
Fabrizio.

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cesare 9:09 am - 14th giugno:

Una prima esigenza a tutela della sanità mentale ( e non solo) è, come ha fatto il Parlamento tedesco ( hanno imparato come popolo che è utile starci attenti), chiamare le cose con il loro nome: “l’aborto è soppressione di un essere umano” ha dichiarato solennemente. Ergo omicido e violenza. OK? Detto questo, poi si può passare alla seconda considerazione: “ma è un male incontenibile perchè sempre presente nella società”. OK, “allora (sempre il parlamento tedesco dice) non lo si sanziona”: l’unico omicidio non sanzionabile. Punto. Ma non è che siccome è un crimine sempre presente, e non sanzionabile, allora non è un crimine. Altrimenti ne deriva quella perversione del rapporto tra ragione/coscienza e realtà dentro cui si infila il delirio di onnipotenza contemporaneo in base al quale, è la legge che definisce il reale. Tipica regola dei matti e delle mattanze di ogni tempo. E appunto siamo alla mattanza dei figli (sono figli o no?), come mai prima d’ora. E, nel delirio di onnipotenza, ci si infila poi di tutto, come sta succedendo. E chi paga più di tutti di questo tradimento della ragione, sono prima di tutti i maschi che, infedeli alla coscienza,senza ragione, diventano foglie esposte ai capricci di ogni brezza.

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Leonardo 12:33 pm - 14th giugno:

A favore dell’aborto.
Se vado con una donna e quella resta incinta e a me non va; per tante ragioni: sia quella pessimistica che economica, io devo poter essere libero di rifiutare il bambino. Certo la donna può far valere la sua in quanto è lei che partorisce, ma poteva pensarci prima?!
Quello che mi da più fastidio è l’essere considerato un farabutto che se ne approfitta e non vuole prendersi le sue responsabilità; ogni uomo ha un carattere, debole o forte che sia, e non solo un pene.
Poi c’è troppa ideologia; consiglio una buona psicoanalisi a tutti. Per capire da dove provengono certe idee fisse. Come dice Schopenhauer: una persona che non ha qualità individuali si attacca al nazionalismo. Cosi credo alle ideologie e religioni preconfezionate.

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Leonardo 5:43 pm - 14th giugno:

cesare:
“l’aborto è soppressione di un essere umano”
—————————————-
Oggi però con i moderni mezzi si può vedere l’embrione nella pancia della mamma e mi sembra che se questo presenta delle anomalie che lo faranno soffrire tutta la vita, la madre può abortire ed interrompere la gravidanza. Non è soppressione della vita anche questa? E se cosi è perché non si possono valutare altre ipotesi su cui si possa abortire?
Poi fate come ve pare…

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Fabrizio Marchi 7:53 pm - 14th giugno:

Intanto va detto, caro Cesare, che il Parlamento tedesco non è il tenutario della Verità Universale.
Fatta questa premessa, il punto è un altro. E cioè decidere una volta per tutte (si fa per dire…) se l’embrione è una vita a tutto tondo oppure no. Su questo punto si dividono e discutono da decenni abortisti e antiabortisti senza (poter) addivenire ad una soluzione condivisa e soprattutto senza spostarsi di un millimetro dalle rispettive posizioni (e anche questo è legittimo). Né probabilmente è possibile. Per cui il discrimen diventa per gli uni: aborto = omicidio, per gli altri: aborto = diritto di libertà inviolabile, inalienabile, indiscutibile e insindacabile.
Se ne discuterà all’infinito, e non in senso metaforico, ma non si arriverà mai a sciogliere il nodo. Il che non significa, come ho già detto in un precedente post, che non se ne debba discutere. Personalmente, non sono fra quelli che cercano a tutti i costi di convincere un uomo di destra a diventare di sinistra o un credente a diventare ateo (o viceversa). Mi limito ad esprimere con convinzione la mia opinione, dopo di che non ho certo il potere di cambiare la testa del mio avversario o interlocutore.
Certo che se il dibattito continua sul binario, “tu abortisci quindi sei un’assassina”, oppure “tu vuoi proibire l’aborto quindi sei un liberticida fascista che vuole decidere del mio corpo e della mia vita”, non si farà un passo in avanti che è uno.
E infatti, secondo me, non si farà, anche perché non credo, date le premesse e dato soprattutto l’argomento, che sia possibile farlo. Da qui, ribadisco ancora una volta, la necessità di una scelta politica, che è quella che ho espresso più volte in numerosi interventi e anche nell’articolo specifico. Che non è una pilatesca lavata di mani, sia chiaro, perché per me le scelte politiche, specie su queste tematiche, hanno un significato che va al di là del mero espediente tattico, proprio perché attribuisco alla Politica un valore alto. E la Politica (con la P maiuscola) ha il compito di decidere anche e soprattutto quando vi è la certezza che le decisioni assunte lasceranno comunque degli scontenti se non addirittura dei morti e dei feriti sul campo (metaforicamente e non). Questo è ciò che spetta alla Politica, questa è l’Etica della Responsabilità che compete, o meglio, dovrebbe competere alla Politica (anche e soprattutto su questioni di ordine etico dove appunto non c’è possibilità di accordo) e a una classe politica degna di questo nome (che ovviamente non è quella che c’è oggi, ma questo già lo sappiamo ed è tutt’altro discorso) che sia veramente rappresentativa della volontà generale.
Fabrizio

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Luigi Corvaglia 10:05 am - 15th giugno:

Si, l’aborto è violenza. Inutile girarci attorno. Ma credo di interloquire con persone ben consce che la violenza è un fattore che accompagna gli uomini, intendo la specie non il sesso, in ogni aspetto della loro vita. Dall’inizio alla fine. E’ la nostra maledizione/benedizione. Solo noi possiamo definirla e percepirla. Per gli altri esseri viventi è solo e semplicemente vita, o almeno cosi ce la raccontiamo.
Ed allora, chiedo a me stesso e chiedo a voi, ha senso cercare, in questo particolare caso (ma anche in generale), di estirparla totalmente, con parole e dogmi (e dove con dogmi non intendo certo riferirmi a quelli di una sola parte), non certo nei fatti? Dove tu credi di averla cacciata dalla porta e ti rientra dalla finestra? A me sembra che sia solo un cercare di nascondere la polvere sotto il tappeto.
Ritengo un approccio che guarda in faccia la realtà, cercando di ridurre al minimo la violenza (in questo caso l’aborto) sia l’unica strada da percorrere. Anche se ho il vago sospetto che questa strada rimarrà deserta o quasi, con la maggior parte delle persone a parteggiare per le proprie idee e i propri dogmi. Facendo oscillare il pendolo ora in una direzione, ora nell’altra. Senza soluzione di continuità.
Ciò non di meno ritengo sia l’unica soluzione che valga la pena perseguire.

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armando 11:57 am - 15th giugno:

Ok per la politica della riduzione del danno.
Ok per tutto ciò che possa mettere in condizione la donna di sciegliere di non abortire.
Ok per l’educazione sessuale e sentimentale.
Ok per la contraccezione.
Ok anche per la non sanazionabilità vista la complessità della materia.

Detto questo, però, rimane che aborto è soppressione di una vita umana. Non lo vogliamo chiamare omicidio perchè non c’è accordo sul fatto che il feto è persona? Ok anche su questo. Non omicidio ma soppressione di una vita umana si. Altrimenti si compie un’operazione, per niente autenticamente laica, di dissimulazione linguistica. Viene fatto continuamente, sui media e nelle leggi. Perchè si ha paura di chiamare le cose col loro nome? perchè questo farebbe, molto probabilmente, pensare e riflettere molto di più sulla decisione, e perchè sarebbe impossibile proclamare, come fanno gli abortisti ideologici, che l’aborto è un “diritto civile.” “sopprimere una vita umana è un diritto della donna” è cosa davvero insostenibile, e allora si tace la verità non dicibile. Quanto sarebbe più laico e operazione di verità invece dire che “sopprimere una vita umana nel grembo materno è illecito, ma non è sanzionabile per tutti quei motivi che sappiamo”.
Aborto e prostituzione sono cose molto diverse. La seconda, giustamente, è regolamentabile trattandosi di un contratto fra due adulti. Il primo, anche se non lo chiamiamo omicidio, è un fenomeno che è pur sempre in quell’ambito concettuale. . E come nessuno può sostenere che poichè l’omicidio esiste da sempre e sempre esisterà, allora tanto vale regolamentarlo con legge dello stato, altrettanto vale per l’aborto. Non si può, concettualmente, regolamentarlo. Si può dire solo che è illecito ma che non viene sanzionato, almeno fino ad una certo limite di tempo convenzionalmente stabilito, cosa che anche questa testimonia di come ci si arrampichi spesso sugli specchi. Perchè 9 settimane e non 12 o 18 o… Cosa cambia in un feto?
armando

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cesare 2:00 pm - 15th giugno:

Quello che io non capisco della sinistra è quanto segue: il marxismo è anche, almeno nelle intenzioni, una delle più compiute strumentazioni critiche finalizzata a togliere l’alienazione umana, ovvero ogni processo che determini il farsi estraneo a sè (non il farsi altro da sè, ma il farsi straniero a se stesso) dell’umano. Possiamo dire che l’estraneità a sè più radicale per l’umano, il farsi straniero a se stesso più radicale che si può concepire per l’umano, è essere ridotto a cosa? ovvero il processo di reificazione? e allora la domanda: ma come è possibile che in ambito marxista si sostenga che il concepito umano, ovvero l’origine stessa di qualunque umano e umanità, è una cosa? come si fa a non cogliere l’immediato e assolutamente coerente passaggio dal porre la “sostanza cosa” a costituzione originaria dell’umano alla legittimazione della sua trasformazione, della sua posizione, in merce? se il valore d’uso del concepito è essere una cosa perchè da adulto non dovrebbe essere merce? e di fatto ovuli, spermatozoi, pance materne, feti, e feti malati, e poi con la stessa argomentazione, vecchi e malati “a bassa e bassissima o nulla consapevolezza”, non sono diventati merce? ma se si accetta che questa dimensione dell’umano sia merce, come si può poi rifiutare che il lavoro sia merce? può reggere una visione del mondo che ha all’interno dei suoi fondamenti etici e teorici una contraddizione radicale come questa?

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Fabrizio Marchi 2:14 pm - 15th giugno:

No, non è come tu dici, Armando. Perché se sei d’accordo nel sostenere, lo affermi tu stesso:” Non lo vogliamo chiamare omicidio perchè non c’è accordo sul fatto che il feto è persona? Ok anche su questo.”, allora vuol dire che non può essere considerato un omicidio.
Tutto il resto deve essere conseguente. E invece tu, subito dopo, aggiungi:” Non omicidio ma soppressione di una vita umana si”.
Soppressione di una vita umana dalle mie parti si chiama omicidio. Allora delle due l’una, ameno di non voler fare delle tautologie: o l’aborto non può essere definito un omicidio perché, come tu stesso hai ammesso, non c’è accordo sul fatto che il feto sia o non sia una vita a tutto tondo, oppure lo è, perché l’embrione è da considerare a tutti gli effetti una vita umana. Ma, allo stato, è indimostrabile, perché per l’80% circa delle persone, fra cui anche scienziati ed esperti, non solo uomini e donne comuni (così come ci sono scienziati ed esperti anche nel versante opposto), non lo è. Non mi sto appellando, sia chiaro, al famoso “vox populi vox Die” in cui non ho mai creduto, sto solo facendo riferimento al tuo stesso modo di procedere che, alla fin fine, è l’unico di fatto percorribile. Io stesso, e come me credo moltissime altre persone di relativo buon senso (cioè abortisti ma non fanatici ideologizzati), ho difficoltà a sciogliere in via definitiva questo nodo. E credo che la stessa difficoltà l’abbiano tante altre persone, anch’esse di buon senso, ma maggiormente schierate sul versante opposto, cioè tendenzialmente antiabortiste senza essere fanatiche ideologizzate.
Ergo, non essendoci accordo nel merito, come ripeto, non solo tra gli “ultras” dell’uno e dell’altro schieramento, ma anche nella gran parte delle persone, indipendentemente, come ben sappiamo, dalla loro collocazione politica o ideologica o di come votarono illo tempore al famoso referendum (dove comunque il si all’aborto vinse a maggioranza schiacciante, il che vuol dire che anche tanti cattolici votarono a favore…) l’aborto non può essere considerato un omicidio. Poi, il fatto che ciascuno di noi possa considerarlo come meglio crede nel proprio foro interiore, è tutt’altro discorso, che fa parte dell’autonomia e della libertà di ognuno di credere o non credere in ciò che preferisce. Ma questo è un altro discorso.
Ciò detto, non ho voluto mettere sullo stesso piano l’aborto con la prostituzione: è ovvio che si tratta di due questioni diverse. Da un certo punto di vista però, sono molto simili.
Infatti, noi siamo nemici giurati della mercificazione sessuale e dell’utilizzo strumentale della sessualità, che consideriamo una forma di violenza grave e intollerabile che la gran parte degli uomini è costretta a subire, un fenomeno che produce effetti devastanti dal punto di vista psichico e sociale. Tuttavia siamo al contempo favorevoli alla legalizzazione e alla liberalizzazione della prostituzione. Apparentemente potrebbe sembrare una contraddizione ma in realtà non lo è affatto, e non credo ci sia bisogno di spiegartene le ragioni, perché sono convinto che le conosc già.
E’ molto più saggio regolamentare un fenomeno, anche se grave, anziché rimuoverlo o illudersi di abolirlo per decreto. Gli effetti benefici sarebbero molteplici. E non parlo solo di quelli più concreti e visibili, come del colpo che subirebbero le organizzazioni criminali e del fatto che lo stato sarebbe in grado di recuperare, fiscalmente parlando, una massa notevolissima di denaro gestita dalle mafie. O ancora ai vantaggi in termini di igiene, prevenzione delle malattie e sicurezza sia delle prostitute che dei clienti.
Mi riferisco soprattutto agli effetti sul piano simbolico e culturale. Legalizzare la prostituzione significherebbe innanzitutto “decriminalizzarla” sul piano sociale, culturale e psicologico, sia per quanto riguarda le prostitute che per i clienti. Significherebbe ammettere che il sesso è un bisogno (e anche un diritto poterlo vivere liberamente), e che non deve essere demonizzato, colpevolizzato o criminalizzato, ma considerato per quello che appunto è . Non solo, significherebbe anche ammettere, implicitamente, che l’asimmetria sessuale fra MM ed FF, che oggi viene negata, non è un’invenzione della nostra mente malata, ma una condizione reale ed oggettiva, perché non credo che ci sarà mai in nessun parte del mondo un quartiere a luci rosse con prostituti maschi…
In altre parole, sdoganare la prostituzione significherebbe fare un passo avanti in direzione di quel processo di effettiva liberazione sessuale, che al momento è solo un orizzonte ideale verso il quale tendere. Ma, come ben sappiamo, ogni processo ha i suoi tempi…
Ciò detto, tornando alla questione dell’aborto, non vi sarà sfuggito che ogniqualvolta tocchiamo questo argomento ci ritroviamo a discutere, io da una parte, te e Cesare dall’altra, che peraltro fate parte di un altro movimento maschile (abortista), nella disattenzione pressochè totale di tutti gli altri. Non può essere casuale. Ciò è dovuto, a mio parere, alle stesse ragioni che cercavo di spiegare poc’anzi. E cioè perché sono tutti consapevoli dell’impossibilità di sciogliere il nodo. Naturalmente, come dicevo, se ne può discutere. Personalmente più di quello che ho detto non potrei dire. Mi sembra però che sia lo stesso per voi (antiabortisti, intendo), perché gira che ti rigira non ci si allontana dal problema principe: può essere l’embrione considerato una vita a 360°? Chi dice no, chi dice sì, chi dice ni, chi dice un più no, chi dice un po’ più sì, chi dice un po’ più ni…Che fare?…
Tu hai proposto una”soluzione” che è sostanzialmente questa (ma non scioglie la contraddizione, sia chiaro…):”Quanto sarebbe più laico e operazione di verità invece dire che “sopprimere una vita umana nel grembo materno è illecito, ma non è sanzionabile per tutti quei motivi che sappiamo”.
Io non so se possa essere considerato illecito sopprimere un embrione nel ventre materno e di conseguenza non credo che farlo possa essere considerato un omicidio (come vedete il cane continua a mordersi la coda, senza fine).
Nondimeno ho proposto la mia. Che è una soluzione politica. Il che non vuol dire che è una mezza soluzione. E’ una soluzione politica. Che non pone fine al dibattito, ovviamente, ma stabilisce dei criteri di ordine politico. Di più per me non è possibile fare.
Fabrizio

.

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Fabrizio Marchi 2:22 pm - 15th giugno:

Cesare, ho appena risposto ad Armando…Hai deciso di farmi “faticare”…smile E va bè, ora però non posso risponderti, lo farò domani o nei prossimi giorni…
Fabrizio

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cesare 4:24 pm - 15th giugno:

Fabrizio@”Cesare hai deciso di farmi faticare..”

Proprio così. Ma credimi Fabrizio, fatica non sprecata: la QM merita il tema e il tema merita la QM.

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Fabrizio Marchi 9:37 pm - 15th giugno:

Sì, Cesare, l’argomento merita, come tutto ciò che riguarda la QM, in un senso o nell’altro, però non possiamo neanche portare avanti una discussione di fatto privata, come è evidente, fra te e Armando da una parte e il sottoscritto dall’altra, sul blog del MUB. Per prima cosa non sarebbe corretto politicamente, secondo poi non avrebbe molto senso, infine il tutto impegnerebbe il sottoscritto in un confronto senza fine che ci avviterebbe in una sorta di circuito vizioso senza possibilità alcuna di uscita.
Se la discussione vivesse di vita propria, personalmente mi chiamerei fuori, non prima di aver espresso ampiamente la mia opinione, cosa che ho fatto in diverse e reiterate occasioni, dopo di che mi farei da parte. Ma così non è, come vedi, e il 99% degli amici e dei frequentatori del sito tendono a disertare questo genere di discussione.
A meno che non si pensi, cosa peraltro vera, che il blog del MUB sia relativamente molto frequentato e rappresenti un luogo adeguato (per una serie di caratteristiche) per poter portare avanti le proprie posizioni, laddove altri spazi sono invece scarsamente frequentati oppure inadeguati per varie e diverse ragioni (non mi riferisco, in quest’ultimo caso, al blog dei MS, sia chiaro).
La cosa in sé può anche farmi piacere però, come capisci tu stesso (perché hai anche una notevole esperienza politica alle spalle), è evidente che il blog del MUB non può diventare l’agorà delle tematiche di un altro movimento maschile, che ha tutto il diritto di portarle avanti pervicacemente, a patto di farlo nel suo spazio o in spazi specifici .
Non è una chiusura al confronto (mi pare che sia l’ultima delle critiche che possono esserci mosse), sia chiaro, ma solo una constatazione oggettiva, a mio parere, corroborata da una valutazione di ordine politico che certamente sei in grado di comprendere.
Fatta questa premessa, entro per l’ennesima volta nel merito, partendo dalle tue argomentazioni.
Personalmente metterei da parte, in tema di aborto, il richiamo al marxismo o anche ad altri impianti filosofici teoretici, intanto perché mi sembra filosoficamente un pò azzardato, e poi perché mi sembra di cogliere in questa oggettiva forzatura (rispetto a quello che è il concetto di alienazione secondo Marx) il tentativo (in buona fede, sia chiaro, in senso dialettico, diciamo così) di trovare un grimaldello con il quale cercare di inserire la contraddizione in casa d’altri (metaforicamente parlando). E’ vero che il marxismo (nonostante i comunisti…), nel senso di pensiero di Marx, è un cantiere volutamente aperto e mai sistematizzato (per lo meno non da Marx…), tant’è che anche il sottoscritto ne ha usato e “abusato” (lo scrivo fra virgolette perché in realtà non credo di averne abusato, per lo meno nel senso proprio del termine, altrimenti sarei in contraddizione con quanto ti sto dicendo), però questa è un’operazione che deve essere fatta in termini “positivi”, cioè come pars construens, e non “negativi” (pars denstruens).
Il concetto di alienazione (Entfremdung), in una dimensione originaria, quindi premarxiana, è concepibile come l’abbandono progressivo, che si svolge nella dimensione storica, di una situazione originaria pura, quindi ancora non alienata. Può essere sintetizzabile in questo modo, a mio parere, il concetto di alienazione secondo una interpretazione di tipo religioso (a prescindere dalle confessioni). A mio modestissimo e umilissimo parere (sapete bene quale sincero pudore ho nel citare i classici…) questa potrebbe essere anche l’interpretazione hegeliana, in qualche modo del concetto di alienazione. Il pensiero religioso, infatti, è per sua natura un pensiero dell’Origine, in quanto Dio è creatore ed è Origine stessa del mondo (tesi) . L’umano si distacca dall’Origine attraverso e all’interno del processo storico (antitesi), e in ultima analisi è all’Origine che deve tornare per poter ritrovare quella purezza originaria perduta (sintesi).
Ora (e mi scuso per l’improbabile e inevitabile “bignamino” a cui sono costretto a sottoporvi, dato il livello delle mie modeste conoscenze e la mia ancor più modesta capacità di sintesi), a mio avviso, non c’è dubbio che questa dimensione teleologica e religiosa (indubbiamente presente nel pensiero hegeliano) abbia influenzato in qualche modo anche Marx. Tuttavia sarebbe profondamente errato inserire Marx in questa narrazione del ritorno a quella condizione di purezza di cui sopra. Marx riteneva infatti che gli uomini fossero alienati non rispetto alla loro origine quanto rispetto alle loro possibilità ontologiche e antropologiche. La nozione centrale del concetto di alienazione in Marx non è quindi quello di “origine”, ma quello della “possibilità” (della fuoriuscita dalla condizione stessa di alienazione).L’uomo si aliena – sostiene Marx – nel momento in cui si trova immerso in una condizione sociale in cui sono alienati il lavoro che svolge, il linguaggio con cui comunica, i rapporti sociali che lo vedono protagonista: in altre parole la totalità della sua esistenza.
Mi pare, ma posso anche sbagliarmi, che la tua concezione di alienazione, anche e soprattutto rispetto a quanto hai scritto in tema di aborto, sia molto più interna all’interpretazione hegeliana piuttosto che a quella marxiana. Il che non significa, né possiamo saperlo, ovviamente, dal momento che nessuno di questi due grandi del Pensiero (che Dio, l’Universo o Chi per Loro li abbia in gloria) , ha affrontato l’argomento, che Hegel sarebbe stato un antiabortista e Marx viceversa un abortista. Anzi, secondo te Marx, in coerenza con il suo filosofare, sarebbe dovuto essere un antiabortista. Possiamo tutt’al più avanzare delle ipotesi, sempre ammesso e non concesso che anche all’epoca fosse stato possibile sciogliere il nodo dell’embrione, rispetto al quale, come ben sappiamo, non si riesce tuttora a trovare un accordo.
Dopo questa brevissima, banalissima e volgarissima sintesi del concetto di alienazione secondo Hegel e Marx (che Dio o Chi per Lui ci perdoni per quello che stiamo scrivendo…) torniamo dunque a bomba. E la “bomba” è, ancora una volta, cosa possa essere concepito come “vita”. Se consideriamo l’embrione come una vita umana a 360° l’ipotesi che tu prospetti (un Marx antiabortista), potrebbe non essere peregrina. Se, viceversa, non consideriamo l’embrione come una vita umana a 360°, la tua ipotesi (Marx antiabortista) viene a cadere.
Potremmo, azzardando, e alla luce di quanto sopra detto, avanzare l’ipotesi di un Hegel antiabortista a prescindere. Ma non è affatto detto neanche questo, anzi. Perché, come ben sappiamo, gli uomini, nella loro dimensione storica e nel loro distacco dall’Ente Originario, DEVONO fare esperienza di questo distacco, e senza sconti, proprio per poter tornare all’Ente Originario e alla sua purezza.
Tutto ciò per dire che forse tirare in ballo questi giganti potrebbe non aiutarci a sciogliere il nodo e addirittura potrebbe anche ulteriormente ingarbugliarlo.
Certo, da un certo punto di vista, se non avessi timore dei fulmini che potrebbero colpirmi dal cielo, volendo divertirsi, il tema potrebbe essere l’oggetto di un seminario universitario dal titolo: “Hegel e Marx, abortisti o antiabortisti?”.
Lascio volutamente aperta la discussione…
Fabrizio

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armando 3:01 pm - 4th dicembre:

L’articolo di Faraci, uno degli antesignani dei movimenti maschili e fondatore di “Pari diritti per gli uomini”, è ineccepibile. Ma proprio perchè ineccepibile mostra quanto sia pericoloso parlare in termini di diritti individuali (femminili e maschili). Se il diritto all’aborto è diritto di sopprimere una vita umana, il diritto di non riconoscimento (e se esiste per le donne deve esistere anche per gli uomini), diventa il diritto incodizionato a generare orfani, bambini che chissà che fine potranno fare. Dalla padella nella brace, viene da dire. E che non ci si accorga di questo pone un enorme problema culturale. Scivoliamo sempre di più verso situazioni in cui al diritto dei grandi corrisponde la noncuranza per i diritti dei più deboli e indifesi, i bambini, espropriati o della vita stessa o del diritto di conoscere le proprie origini e della possibilità di essere cresciuti dai genitori. La sinistra, che dei diritti dei più deboli e della lotta contro le discriminazioni ha sempre fatto una bandiera, cosa ha da dire su questa macroscopica contraddizione?
Le sta bene che i bambini vengano espriopriati dei loro diritti? Le sta bene che gli uomini vengano discriminati? Evidentemente si, le sta bene. Ma, in buona compagnia, non parla il linguaggio della verità. Dissimula, maschera, usa termini atti a nascondere di cosa si sta davvero trattando. Eppure sarebbe un bell’argomento per una sinistra che fosse rigorosa nella difesa dei suoi principi fondanti. Una sinistra, insomma, che fosse ancora sinistra e non quel partito radicale di massa che è diventata. Se non si fosse insomma fatta colonizzare nei suoi fondamenti culturali dall’individualismo nichilista della modernità.
armando

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armando 3:11 pm - 4th dicembre:

PS. Lasciamo pure da parte la questione se il feto sia persona o no. Un bambino certamente lo è. E concentriamo l’attenzione su cosa significa poter essere scaricati tranquillamente.
armando

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Rino DV 7:29 pm - 4th dicembre:

Due gocce di energia per commentare la legge oggetto delle osservazioni di M. Faraci e qui di Armando (il cui intervento condivido).
Quell’emendamento appartiene alla categoria del “deve accadere affinché lo si possa immaginare”
Una delle giustificazioni del disconoscimento di maternità (aborto e parto anonimo) è da sempre la non desiderabilità dell’evento, condito con l’osservazione che “i figli non voluti non possono essere amati” (lascio stare il fatto che la stragrande maggioranza degli umani è venuta al mondo come esito della passione e non di scelte razionali, sulla base delle quali ci saremmo estinti da tempo).
Qui, pur in presenza di figli voluti e stravoluti, si applica però ancora una volta il diritto femminile a “cambiare idea”, fatto che rende ridicola la giustificazione sopra ricordata. Una risibile fandonia, cui però non si osa obiettare nulla.
La contraddizione è smaccata, persino beffarda: “Ho il diritto di non volere persino i figli che voglio, giacché ho il diritto universale di non volere anche ciò che ho giurato di volere”.
Si applica infatti anche qui quel che vale per il coito: il diritto di cambiare idea dopo averlo voluto. Anzi: mentre mostra di volerlo.
Letteralmente: il diritto di avere due volontà opposte nello stesso istante.
Diritto inaudito, folle e criminale pagato dai maschi e – qui – dai figli. Maschi e femmine.
Bisognava nascere per assistere a qualcosa di simile, fatto che in tutti gli universi del possibile non poteva essere immaginato.
Di fronte a questo scandalo parliamo noi, per evitare che parlino le pietre.
Quanto a me, non inorridisco ormai più: sono da tempo al fondo dell’ultimo disinganno.
Femminismo: ideoutopia criminogena.
Rino DV

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Luigi Corvaglia 8:44 pm - 5th dicembre:

Con riferimento all’articolo di Faraci.
Dice Armando: “Scivoliamo sempre di più verso situazioni in cui al diritto dei grandi corrisponde la noncuranza per i diritti dei più deboli e indifesi, i bambini, espropriati o della vita stessa o del diritto di conoscere le proprie origini e della possibilità di essere cresciuti dai genitori. La sinistra, che dei diritti dei più deboli e della lotta contro le discriminazioni ha sempre fatto una bandiera, cosa ha da dire su questa macroscopica contraddizione?“.
Hai ragione. E’ una contraddizione enorme. Ma non penso che a sinistra, sia avvertita come tale. L’ideutopia criminogena (come la chiama Rino) è il verbo parlato, cantato e ballato da quelle parti (anche altrove, ma lì è il sancta sanctorum). E’ non è un caso che nelle loro messe cantate vengano sempre messi insieme “donne” e “minori”.
Dove i minori servono da foglia di fico e da ri-verginatori delle richieste ivi contenute. Anche quando sarebbe chiaro e lampante, solo che lo si voglia vedere, che l’interesse dei minori e l’interesse della controparte adulta femminile sono due cose diverse e non conciliabili.
Detto questo però e condividendo fondamentalmente le tue preoccupazioni, mi domando: cosa fare?
Perché qui il problema, lo intuisco e lo avverto, è grandissimo (ed io totalmente inadeguato). Abbiamo da una parte un sistema di valori e di priorità che si è man mano definito ed affermato non “contro” (questo mi sembra che sia stato l’equivoco iniziale, ormai superato, quantomeno da noi) un sistema economico e sociale, ma “per“. E’ questo mi sembra di una verità accecante e incontrovertibile. Fosse stato diversamente, nemmeno sarebbe nato o comunque avrebbe avuto vita breve. Da qui l’evidente consustanzialità del femminismo (e dei suoi portati) con i valori delle nostre moderne società occidentali e capitaliste.
Per cui, pur in tutta la mia ignoranza (nel senso di non conoscere) avverto, intuisco, che il superamento di quel pensiero (al fondo nichilista e distruttivo) potrà avvenire, se avverrà, solo quando verranno superati anche i paradigmi delle nostre attuali società.
Nemmeno mi imbarco ne proseguimento di questo discorso che non riuscirei a sostenere, però, se ho un briciolo di ragione, due sole mi sembrano le opzioni percorribili, alquanto legate e per la verità, per come la vedo io,consequenziali:
1) Liberare il maschile, da tutti i lacci e laccioli che lo tengono prigioniero e lo identificano con la stessa società. E tra queste le opzioni espresse dal Faraci, che per quanto non mi piacciano per le motivazioni da te espresse, ritengo necessarie, qui ed ora. D’altra parte, signori miei, non può andare avanti cosi, con una parte di umanità progressivamente ghettizzata e marginalizzata, quando non larvatamente criminalizzata ed un’altra che invece può leggiadramente svolazzare senza che nessun rilievo gli possa essere mosso. Ed allora ben venga, come dice Faraci: “un quadro normativo effettivamente ispirato a principi di equità di genere e che allarghi gli spazi di libertà personale per tutti.”. Come dite? Peggiorerà la situazione? provocherà sofferenze (beh … insomma, non è che adesso si stia scherzando)? Lo so. Ma probabilmente è un passaggio obbligato. Per poter arrivare ad altro. Magari all’opzione 2).
2) Lavorare per una nuova idea generale di società in cui anche l’eterno e dialettico incontro-scontro femminile/maschile con le sue conseguenze (famiglia e minori) risulti alquanto più equilibrato dell’attuale.
Come spesso dice Rita, spero di essermi capito! :?

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Rita 10:34 pm - 5th dicembre:

Io t’ho capito credo. Rispondevo su fb in merito all’articolo in questione a un signore che faceva notare come il disconoscimento di paternità avrà la conseguenza di aumentare gli aborti. In sostanza ha le sue ragioni a dire questo: la costrizione a “prendersi le proprie responsabilità” quando si parla di gravidanze indesiderate arriva da lontano ed è di stampo prettamente patriarcale.
In una novella di Pavese c’era una giovane coppia non sposata che si frequentava senza aver propriamente l’approvazione delle rispettive famiglie.
A un certo punto,come prevedibile,succede il fattaccio, lei è incinta.
Lui si sente quasi mancare,non è che una volta fossero marziani,lui è uno normale e un ragazzo di neanche vent’anni che si sente questa cosa detta a bruciapelo,per poco non si sente mancare…
il tempo di riprendere coscienza della situazione,la guarda e le chiede:
”E adesso che facciamo?”
E lei gli risponde:
”Non lo so,L’UOMO SEI TU”.
Lui si prende animo,e va davanti ai genitori di lei,e gli dice:
”E’ incinta,la sposo”
Risultato:non un happy ending americano,ma un violentissimo cazzotto in piena faccia che lo manda a terra col naso sanguinante.
Per i genitori,per le famiglie di allora,se lei rimane incinta, è lui il colpevole, è sua la responsabilità.
Ora, il femminismo che pure ha cambiato il potere di decisione nella coppia della donna, non ha però cambiato questo modo di pensare.

Ecco l’UOMO SEI TU. E’ una cosa interiorizzata dagli stessi uomini, per amore o per forza.

Allora quali strade ci sono da seguire?

una la massa maschile l’ha già iniziata (da “attivo” si fa “passiva” in un certo senso, e così calano i matrimoni, cala il corteggiamento, calano le relazioni), la seconda è quella di reclamare le stesse possibilità di scelta “infinite” che reclama la parte femminile, la terza è quella di tornare ai ruoli naturali, con l’uomo in posizione di guida e responsabilità del nucleo familiare e la donna in posizione di supporto e cura. La posizione patriarcale. Secondo me se si vuole la prova del nove (o si vuole verificare) la reale “naturalità” della scelta patriarcale si dovranno percorrere le prime due strade. Raggiungendo un equilibrio in cui oltre ai diritti vengano posti a carico femminile anche i doveri (e questo accade anche se l’uomo acquisisce i medesimi diritti femminili, per esempio in campo riproduttivo) le forze in gioco torneranno a ridistribuirsi. Un po’ come un muro pericolante. Alle volte è inutile sforzarsi di ripararlo o puntellarlo. Arriva ad uno stadio in cui è molto meglio abbatterne i residui e ritirarlo su nuovo di zecca. Tutto sta a capire se il patriarcato è già a questo punto (e secondo me è possibile). Ok tutti i discorsi sull’uguaglianza che non può essere perchè non siamo uguali ma diversi, ma visto che l’ “uguaglianza” è stata e viene pretesa dietro infinite e mascherate riedizioni de “L’UOMO SEI TU” di pavesiana memoria, non è meglio assecondarla e resistere alla tentazione ma abbattere anche quel residuo? Dite che il mondo finirà perchè nessuno si prenderà più una responsabilità? Non lo so, può pure darsi che di fronte alla responsabilità si torni a contrattare compromessi. Mi sono capita? E’ la stessa cosa che dici tu?

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Rita 10:39 pm - 5th dicembre:

aggiungo che questa novella venne raccontata tempo fa da un utente del forum sulla questione maschile, aggiungendo che la “presa di coscienza” di quell’UOMO SEI TU” lo raggiunse quando aveva 13 o 14 anni. Presa di coscienza che qualunque problema, incidente ci fosse stato, l’uomo era lui e in qualche modo avrebbe dovuto occuparsene.

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Luigi Corvaglia 11:55 am - 6th dicembre:

Si, più o meno il concetto è quello. Con una differenza. Quella che tu chiami la posizione patriarcale. Ora, può essere che quella sia la condizione di natura per quanto ci riguarda. E’ però altrettanto vero che questa è stata “culturizzata” (non so dirlo in altra maniera) nel corso dei secoli. Certamente non per opprimere (femminismo docet) le donne, ma probabilmente perché, nelle condizioni date, era l’unica che, in qualche misura, garantiva la sopravvivenza ed un minimo di sicurezza, sia fisica che sociale. In parole povere, per quelle società, per quanto diverse e multiformi, precedenti alla rivoluzione industriale (e non è un caso che il femminismo nasca quasi contemporaneamente a quest’ultima) quello era il modello economicamente e socialmente più adatto. E su questo penso ci sia poco da discutere. Non sarebbe durato tanto se non fosse stato cosi.
Con la rivoluzione industriale, per quanto mi riguarda tutt’ora in corso, tutto cambia. Perché quel modello non è più funzionale a questo tipo di società. E la nascita, lo sviluppo e l’imporsi del femminismo in ogni ambito, istituzionale compreso, lo dimostra.
Il problema (e la colpa dello stesso per quanto mi riguarda) è però che questo movimento, omogeneo e sistemico al nostro tipo di società quanto altri mai, la “posizione patriarcale”, al di là delle apparenze o delle contingenze, non ha (e secondo me non ha mai avuto) intenzione di abbatterla, ma solo di “trasferirla”: dai singoli allo Stato. Quell’insieme di sicurezze (sempre relative …. ehhh) che in altri tempi era garantito implicitamente dai singoli o dall’organizzazione societaria adesso si pretende che nero su bianco sia garantito dallo Stato (non necessariamente il singolo stato, anzi, altrimenti il lavoro svolto all’Onu dalle femministe non avrebbe senso).
Ma cosi facendo, ha espropriato i singoli (gli uomini) di quei contrappesi, i cosiddetti privilegi patriarcali, lasciandoli sopra le spalle solo gli oneri. Intatti.
Concludo. La posizione patriarcale per me non è (nelle società odierne) ne fruibile, ne funzionale, quindi inutile stare a rimpiangerla. Ma non è giusta ne sostenibile nel lungo periodo neanche la situazione attuale (che si configura sempre più come un “matriarcato statuale”). Per cui si, buttiamo quel muro e poi …. chi vivrà vedrà! :|
ps. Comunque sono convinto che tocchi agli uomini, quelli normali, aprire gli occhi e muoversi di conseguenza. Nessuno verrà in loro soccorso.

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Rita 4:18 pm - 6th dicembre:

sì ho capito. Non a caso parlavo di verificabilità. Che può anche non avvenire, ovviamente. C’è sempre un malinteso latente, secondo me, quando si parla di maschilità e femminilità e ruoli. E’ palese a tutti che non ha più senso “materialmente” l’organizzazione moglie casalinga/marito lavoratore. Non ha un senso naturale stretto e non l’ha mai avuto. Per mia esperienza la struttura cui facciamo riferimento è una struttura che (almeno qui in Italia) è durata non più vent’anni ed ha avuto il suo clou dagli anni ’50 agli anni ’70 come diffusione di massa. Prima la struttura era patriarco/matriarcale, la società era prevalentemente agricola e suppergiù ci si muoveva in un arco di spazio ristretto tra i campi e la casa. Con lo sviluppo della società industriale l’uomo ha cominciato ad allontanarsi per il lavoro, distaccandosi sempre di più dal luogo fisico in cui stava la famiglia, secondo me, (non so se mi spiego). Poi col terziario se n’è staccata anche la donna col carico di propaganda antimaschile che conosciamo.
Quando parlo di posizione patriarcale (detto in malo modo, ma spero di riuscire a farmi comprendere) faccio riferimento a tutta la serie di differenze psico-fisiche che poi portano inevitabilmente a creare differenze di scelte, di competenze, di abilità e di interessi, non so se mi sono spiegata. Quelle stesse differenze che, oltre all’ambiente, ha creato la società come la conosciamo e che oggi chiamiamo patriarcale (va be… dico chiamiamo perchè c’è tutta una serie di considerazioni da fare su quanto questa società fosse in qualche misura anche matriarcale seppure in maniera più sotterranea).

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armando 11:44 pm - 6th dicembre:

Discussione appassionante in cui “precipitano” molti e fondamentali problemi, e tutte mirabili le considerazioni e le analisi che sono emerse. Come scrive Luigi, siamo sicuramente molto al di sotto della possibilità di proporre soluzioni che superino le contraddizioni intrinseche della delicata materia di cui stiamo discutendo, E’ fuori discussione che la soluzione vera potrà esserci, se mai ci sarà, in una società che abbia fondamenta diverse da questa.
Ma intanto?
Intanto comincerei con osservare, come in certo senso fa anche Rita, che il vituperato patriarcato, se oscillava nel considerare la ragazza madre fra vittima del maschio o svergognata, era tutt’altro che tenero nei confronti di lui, il quale era culturalmente bollato come vigliacco. Al disonore femminile , di tipo sessuale, faceva da contrappeso il disonore maschile, di tipo sociale. Naturalmente c’era chi se ne fragava altamente, ma a meno di pensare all’uomo e alla donna perfetti, così sarà sempre, leggi o non leggi. In ogni caso esisteva un certo equilibrio e una certa simmetria, per quanto precari. Prendiamo pure atto che l’epoca patriarcale è tramontata, ma il principio di equilibrio, sia pure in forme aggiornate all’oggi, non può essere abbandonato.
Quel lettore di cui parla Rita, dice una cosa vera. Il disconoscimento paterno può portare ad un aumento degli aborti. Per coloro per i quali l’aborto non è un problema perchè il concepito è “materia organica”, il problema non dovrebbe porsi. Chissenefrega, dovrebbero dire.
Ma per tutti gli altri, per chi pensa che un feto sia comunque una vita umana per quanto allo stato iniziale, il problema c’è, eccome. Solo che non lo si può vedere in modo unilaterale. Il diritto di disconoscimento maschile spingerà alcune donne ad abortire, ma è ipocrita non dire nulla sulle donne che abortiscono per libera scelta, che è poi il maggior numero di casi. Siamo insomma al solito schema della donna innocente per natura, “costretta” a scelte traumatiche dall’uomo o dalle condizioni sociali, e dell’uomo bastardo per natura che va costretto a fare quello che è giusto. Inaccettabile e discriminatorio. Se non si punisce l’una, anzi se le si riconosce un diritto, non si puà costringere l’altro ad un dovere. Però, quì è la contraddizione insolubile per legge, l’ampliamento e il ristabilimento di equilibrio dei diritti degli adulti, si scontra con la diminuzione dei diritti dei bambini. In astratto si divrebbe dire “o gli uni o gli altri”, in astratto. In concreto le cose cambiano e qualsiasi soluzione zoppica. Perà qualcosa si potrebbe intanto fare, credo su due piani.
Il primo, perfino ovvio, è quello di mettere in grado i genitori di poter mantenere i figli, ossia ridurre al minimo le cause economiche degli aborti e/o dei disconoscimenti per madri e padri.
Ma non basta, perchè non tutti gli aborti sono causati dalla povertà.
Allora, la seconda cosa è quella di non girare intorno al problema e di non edulcorare/mistificare il linguaggio. Perchè è quello che sta accadendo quando si evita accuratamente di dire che l’aborto è la soppressione di una vita umana. Dissimulato il nocciolo della questione, fatto passare il concetto che non si tratta di questo, è inevitabile e fatale che diminuisca fino a sparire la percezione di ciò che si sta facendo, almeno sul piano conscio. (su quello inconscio è noto da sempre che l’aborto lascia un lutto nella psiche femminile, ed ora si comincia a capire che lascia un lutto anche in quella maschile.).
Dunque: 1) Ti (vi) insegno ad essere intelligenti quadi scopate 2)Ti (vi) metto nella condizione di crescere il bambino senza drammi economici.
3) Se ciò nonostante continuate a non volere il bambino, poichè siamo in epoca di diritti (malintesi), ti (vi) dico che non vi punisco, ma sappiate che state sopprimendo una vita umana, e che per quanto il vostro atto non sia punibile, tuttavia è moralmente sbagliato. Tanto che abortiate o spingiate verso l’abortom quanto che, dopo, disconosciate il figlio facendone un”orfano sociale che è peggio di un orfano vero.
Non è terrorismo questo, è mettere le persone di fronte alle loro responsabilità e dire loro, senza ipocrisie, cosa stanno facendo. NOn basterà certo a risolvere il problema, ma meglio di una società che vola verso il nichilismo sarà sicuramente.
armando

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cesare 3:04 pm - 2nd maggio:

Non solo un campione, ma un uomo.

Connors, Cris Evert e l’aborto

http://www.corriere.it/sport/13_maggio_02/chris-evert-aborto_8b9799c2-b325-11e2-b198-926b52542ff3.shtml

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cesare 8:27 am - 9th maggio:

Domenica prossima c’è a Roma la marcia per la vita dal concepimento al suo termine dal Colosseo a Castel. S. Angelo. La ricordo ai media che stanno facendo di tutto per evitare che l’invito alla gioia e alla fiducia nella vita non sfiori nemmeno per un istante la mente del popolo italiano: ad oggi non un minuto di tempo a questo evento, non un rigo di articolo. Una censura da tempi di guerra stile: “Taci il nemico ti ascolta”. I nemici sono forse i milioni di italiani concepiti e a cui è stata rifiutato il diritto alla vita e che mancano all’appello e che si affollano alla coscienza collettiva che cerca inutilmente di rimuoverli? o è ciascuno di noi che si è rifiutato alla propria paternità o maternità?
Confido nel buon senso critico di ogni singolo italiano nella capacità di individuare perchè a ridosso di questo raro momento annuale di autentica assunzione di responsabiltà collettiva, c’è un crescendo di casi strumentalizzati su cui costruire campagne isteriche e controproducenti a deviare l’attenzione.
Voglio essere testimonio oggi di due incontri: quindici anni fa un gruppo di famiglie con figli down a Venezia, una compagnia letteralmente esplosiva di allegria e gioia di vivere, con palloncini inneggianti (all’epoca sembravano proprio di un altro mondo!)
alla vita e ai suoi sostenitori, e Mirko e Enrica (nomi di fantasia), che per settimane hanno tenuto sulla propria pancia e parlato e accarezzato in continuazione le loro bimbe nate premature entro la ventitreesima settimana, accompagnandole felicemente fino ai previsti standard di crescita ottimale. A fianco ad essi medici e infermiere di un ospedale americano che ha come motto “Sopra ogni cosa l’uomo e la sua umanità”.
Penso a Mirko come un uomo che tenendosi sulla pancia le sue due bimbe nate di 800 grammi, ha in pieno incarnato sia la propria relazione di paternità con suo padre sia con se stesso, sia la propria promessa di compagno e marito di Enrica affiancando la sua maternità con virile prontezza e dedizione.

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cesare 10:53 am - 27th maggio:

E’ nelle librerie il libro “Lui e l’aborto” di Antonello Vanni. Di seguito la prefazione di Claudio Risè, una pagina di verità che interroga il cuore e la coscienza di tutti maschi.

http://www.maschiselvatici.it/vanniluielabortointroduzione.pdf

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Fabrizio Marchi 4:10 pm - 23rd luglio:

Questo di seguito è un mio breve commento nell’ambito di una discussione in corso su facebook. Ho ritenuto giusto pubblicarlo anche qui perchè mi sembra che questa questione, o meglio, questa contraddizione, non sia mai stata (mi pare…) evidenziata fino ad ora. E in effetti anche io non ci avevo mai riflettutto.
“Oltre a sottoscrivere in toto, come sempre o quasi, l’ultimo commento di Marco Pensante, vorrei segnalare una contraddizione sulla quale non si riflette mai e sulla quale credo proprio che scriverò a breve un articolo su UB.
Si enfatizza questo concetto della donna portatrice di vita. Ora, se la donna è portatrice di vita è altrettanto vero che è contestualmente l’assassina della vita dal momento che ogni anno solo in Italia non so quante decine o addirittura centinaia di migliaia di aborti vengono praticati.
Chiarisco subito, onde evitare equivoci, che chi scrive non è un antiabortista (anche se la questione è estremamente complessa e ha infiniti risvolti che impediscono e impediranno di arrivare ad una soluzione condivisa del problema…). Però, la contraddizione, dal punto di vista concettuale, è evidente.
Si enfatizza la donna come portatrice di vita (alla bisogna…) e (sempre alla bisogna) si occulta il fatto che quella stessa donna distrugge la vita. E’ un fatto.
Ripeto, per quanto mi riguarda, in ultima analisi è la donna che deve decidere sulla maternità, perché molto concretamente il figlio in grembo lo porta lei. Ma questo è un altro discorso. E’ oggettivo il fatto che se è lei a “portare la vita”, è altrettanto oggettivo che è sempre lei a distruggerla. Anche perché gli uomini non hanno nessun diritto nel merito. E’ la donna che decide sulla maternità ma anche sulla paternità (gli uomini sono privati del simmetrico diritto a decidere sulla paternità, sia che la donna decida di tenere un figlio sia che decida di abortire).
Allora non è che una gravidanza (e un feto) può rappresentare a seconda delle circostanze (e dell’ umore del momento…) la vita oppure un peso insopportabile da cui liberarsi il più presto possibile. Una gravidanza (e un feto) è una gravidanza e rimane tale, sia che si decida di portarla avanti, sia che si decida di interromperla.
Quindi questa enfasi sulla donna portatrice di vita, è ancora più ipocrita quando viene portata avanti dai “sinistri” “politicamente corretti” che osservano la realtà a senso unico”.
P.S. è risaputo che chi scrive non è certo un uomo di “destra”…

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mauro recher 4:59 pm - 23rd luglio:

Posso essere cattivo e anche un pochino stronzo laugh?
Allora ,di aborti a dire il vero, è un argomento si importante ma ,che a me ,non fa presa come è per i femminicidi… Ma posso dire comunque una mia opinione …credo che le donne (sto generalizzando ) credono di avere in mezzo alle gambe una sorta di Divinità (l’abbiamo detto molte volte) e , in quanto tale (divinità) possono decidere se dare la vita o meno ..ma non solo ,possono decidere anche della tua vita di uomo, in sostanza giocano a fare Dio …credo che tutto si possa riassumere con questa frase …

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Fabrizio Marchi 5:08 pm - 23rd luglio:

mauro recher,

Assolutamente vero, Mauro, si chiama “volontà di potenza” ed è stata tristemente sperimentata…

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Fabio C. 5:33 pm - 23rd luglio:

>> (Fabrizio M)
Ho ritenuto giusto pubblicarlo anche qui perchè mi sembra che questa questione, o meglio, questa contraddizione, non sia mai stata (mi pare…) evidenziata fino ad ora. E in effetti anche io non ci avevo mai riflettutto.
>>>>>>>>>>>>>>>>
In passato è stata evidenziata su U3000 e anche da qualche maschio selvatico.

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Rino DV 6:38 pm - 23rd luglio:

Recher:
>>
in sostanza giocano a fare Dio …
>>
Hai detto benissimo.

RDV

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Fabrizio Marchi 6:39 pm - 23rd luglio:

Fabio C.,

Si, Fabio, mi riferivo infatti al dibattito su UB in cui abbiamo affrontato molto spesso se è per questo il tema dell’aborto ma non proprio da questo versante…

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Luigi Corvaglia 7:37 pm - 23rd luglio:

Anche se non riguarda solo l’argomento del topic segnalo quest’articolo di Armando su Adiantum:
Aborto, omofobia e femminicidio?

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Luigi Corvaglia 8:21 am - 21st giugno:

Lei è la cronista coraggiosa osannata anche a livello nazionale.
Femminista e direttrice di un fogliastro femminista.
L’argomento è ovviamente controverso e lei lo affronta come da copione.
L’orrore di un albo per i bambini mai nati
Ma non vi sto suggerendo di leggere il suo articolo, abbastanza scontato e prevedibile.
Vi sto suggerendo di leggere i commenti. Assolutamente.
….
ps. Ho appena scoperto (nel primo link) che la “giornalista coraggiosa” dice delle emerite stronzate in merito a fatti successi che mi hanno visto coinvolto come consigliere e come cittadino (l’omicidio Basile). Uhm….. vedrò il da farsi.

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Rino DV 8:54 am - 21st giugno:

Quando si dibatteva dell’aborto (anni 70), prima cioè che la legge venisse approvata, davo assolutamente per scontate alcune cose, di cui nessuno parlava appunto in quanto ovvie e banali.
1) sarebbe stato riconosciuto al padre il simmetrico diritto
2) qualora il padre avesse voluto tenersi il figlio, lei lo avrebbe partorito e consegnato.
3) se entrambi volevano abortire i feti sarebbero stati tumulati insieme a quelli di ogni altra persona.
.
Non ridete della mia ingenuità, fratelli. Vi prego, non ridete della ingenuità di coloro che credettero nella giustizia e nella parità.
Abbiate pietà.
Non ridete.
.
Però capisco che se ne possa sorridere, lo faccio pure io. Un sorriso di compassione su me stesso,
…che anima candida ero…
.
RDV

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cesare 8:03 pm - 21st giugno:

Luisa Mastrogiovanni testimonia con il suo scritto quali pre-giudizi disumani, quale ferocia costituisce il presupposto della cultura abortista e che tipo umano ne sostenga le ragioni, lo consideri un diritto e lo legittimi.
Capito fratelli a quale costellazione di pensieri si finisce per appartenere facendo i comprensivi con l’ombra femminile? Invece di aiutare virilmente la donna ad emanciparsene?
Non serve tirare fuori la polemichetta sui preti, e sui cattolici ecc.: sono scuse e inoltre non è sapone adatto a lavarsene le mani perché l’aborto tira in ballo la dignità che si è disposti a riconoscere all’uomo nel momento in cui di fatto nasce e si apre alla vita. Si tratta della dignità che si è disposti a riconoscere a se stessi.
Diciamocelo: il consenso all’aborto da parte maschile è il più grande successo femminile nel distruggere il nostro amore istintivo per la vita, la paternità. Convinti che poi resti qualcosa di meglio per cui impegnarsi come maschi e come uomini? Compito più sacro?
L’amico Antonello Vanni, ha scritto un libro ” Il maschio e l’aborto” evidenziando dati alla mano a quale sofferenza psichica e morale è condannato il maschio che ha subito l’aborto o l’ha condiviso o ne è stato responsabile. Sono convinto che lasciar la vita in totale disposizione dell’arbitro femminile è la causa principale della rebabisation maschile, la sua infantilizzazione. La più tragica sconfitta oltre che della donna anche e soprattutto dei maschi: loro peccano contro il proprio spirito e non si perdoneranno mai. E qui si parla di questo annientamento del maschile.
Se cosi è fratelli miei, usciamo dagli schieramenti ideologici che ormai ci fregano alla radice, non entriamo nella nuvola dell’astratto, del politichese stracotto, per chiudere gli occhi e siamo liberamente noi stessi davanti alla realtà d un bimbo concepito.
Dismettiamo i vestiti di scena di una pièce ormai indecente, e da padri, da uomini, chiediamoci: ce la sentiamo di farlo a pezzi? Al di là di tutto le chiacchiere è di questo che alla fine si tratta. .

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Luigi Corvaglia 8:48 pm - 21st giugno:

Rino DV,
….
Ti capisco Rino. Ahhh … se ti capisco. Credo che il tuo stato d’animo e le tue convinzioni di allora fossero patrimonio diffuso e comune tra gli uomini di sinistra. Di allora. In ogni caso era il mio stato d’animo e le mie convinzioni.

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cesare 10:45 pm - 21st giugno:

Leggevo sabato scorso su Il Foglio l’elenco delle fondazioni e delle agenzie più attive nel promuovere il ” diritto” all’aborto. Indovinate chi le finanzia? tutta la finanza USA in testa e internazionale a seguire. E state tranquilli: lo considerano “diritto” e si attivano a renderlo efficace su scala globale ma per gli altri. Loro si riservano quello di avere tutti i figli che vogliono. La casta ha i problemi della casta: riprodursi e presidiare il privilegio nel tempo ed evitare in ogni modo ogni situazione che possa mutare i rapporti di forza. Da sempre è questa la soglia per non superare la quale è pronta a uccidere, far uccidere e legittimare l’omicidio e chiamarlo diritto. Questa è la valenza strategico politica dell’aborto.
Oggi il diritto ai figli è dei ricchi e potenti, per gli altri il diritto è all’aborto. È agli schiavi che si negava e si nega il diritto ai figli ed oggi è ai poveracci che si “concede il diritto” a non averli, ormai teorizzato come un dovere, visto che l’aborto è fatto passare per gesto sanitario e la maternità una malattia. Del resto per il 20% che detiene l’80% delle risorse come non imporlo come un dovere?
Ma è mai possibile che non si riesca a capire che è il diritto a non abortire l’unico diritto da rivendicare? L’unica prospettiva di reale cambiamento e liberazione? Masse di anziani schiavi, questo il nostro futuro a fronte di elites giovani e potenti?&
È proprio vero che i ricchi e i potenti nell’opera di spoliazione delle masse di poveri non hanno limiti, non concepiscono la parola fine. E ai poveri tolgono tutto, ma proprio tutto: non sia mai che i poveri abbiano il minimo potere contrattuale a fermare la spoliazione. Per cui ai poveri, e ditemi se non è cosi nei fatti, tolgono il lavoro, una retribuzione decente, in prospettiva la tutela della salute, una cultura che dia loro reale consapevolezza di sè e del mondo, il futuro e adesso perfino la solidarietà e piacevolezza tra uomo e donna e i figli che si desiderano. E li convincono pure che sono diritti! Una cultura del dominio più sofisticata, più pervasiva e più feroce di questa è difficile riscontrarla nella Storia. E siamo solo agli inizi di questi “diritti” elaborati dai gruppi di pensatori e scienziati a busta paga da fondazioni di banche e multinazionali USA e internazionali, come in tanti su questo blog hanno ormai con angoscia intravisto. E l’aborto con la sua teoria base del grumo di cellule ad annientare la sacralità della vita e togliere ogni tabù a sua tutela, è il pilastro teorico pratico su cui questo turbine disumano poggia, si sviluppa e dilagherà.

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cesare 9:38 am - 23rd giugno:

Fratelli miei su ” Liberoquotidiano di oggi” il giornalista cattolico Socci riprende una frase del segretario generale della CEI, monsignor Galantino in merito alla difesa della vita, eccola:
“In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto. Non può essere cosi’. In mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico coi visi inespressivi di chi recita il rosario fuori delle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza.”
Spero che le persone di buona volontà facciano quello sforzo interpretativo grazie al quale queste parole non risultino immediatamente come ahimè per l’incauto monsignore in realtà fanno, una chiara messa in second’ordine, se non liquidazione, della questione, cruciale per tutti, della difesa della vita e della sua sacrale dignità. Come se la cultura abortista contemporanea avesse bisogno del segretario della CEI per essere tutelata da chi difende il valore della vita nascente e come se tale difesa dilagasse incontrollato e prevalente impegno dei cattolici italiani (sai che impegno! la194 fu approvata da un Presidente del consiglio cattolico, ovvero Andreotti e tutti gli altri politici e intellettuali cattolici ufficiali tacciono consenzienti da sempre).
In ogni caso mi viene da dire quanto segue
uomini e donne che non credete, laici, se il segretario della CEI irride, e questo è certo nelle sue parole, a chi prega l’aiuto della Vergine Maria per chi rischia di cedere ed è travolto dalla triplice tragedia dell’aborto che vede in atto la distruzione di un maschio come padre, di una donna come madre e di un concepito come figlio, allora sta accadendo qualcosa di veramente grave che interpella in merito anche la vostra coscienza: la vita al suo nascere se non vi impegnate voi nella sua difesa, allora è per sempre grumo di cellule ed pertanto passibile di essere iscritta immediatamente allo status e al mondo delle merci. Che poi significa consegna del nostro stesso valore e significato alla condizione e al destino di estraniazione umana che viviamo e ci attende sotto il dominio del capitale. Lo sapete molto meglio di me.
Se il segretario della CEI si esprime in questo modo circa l’impegno in difesa della vita, allora pensateci: vuol dire che davvero tocca a voi difenderla.

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cesare 2:48 pm - 25th giugno:

Tutte le elites e le fondazioni che finanziano programmi abortivi e pratiche per la denatalità, diffondono in maniera sistematica, pervasiva ed ossessiva una nuova visione del mondo funzionale al blocco e alla regressione della crescita demografica nel Mondo.
La nuova visione del Mondo imposta tramite ogni mezzo di comunicazione alle masse, è perfettamente funzionale a questo obiettivo. Punti cardine sono le seguenti tesi:
1) concepimento e maternità sono una potenziale malattia, una minaccia alla salute della donna,
2) l’aborto è un diritto non solo di libertà ma di tutela della salute della donna,
3) la riproduzione alias i diritti riproduttivi sono di sua esclusiva competenza,
4) alla donna si devono offrire ogni sorta di percorsi agevolati per legge affinchè escluda dal suo orizzonte la maternità e la percepisca come desiderio del tutto fungibile con altri ben più gratificanti.
Non solo: da un giorno all’altro ogni comunicazione mediatica, sovvertendo quanto fino a ieri era inderogabile giudizio e norma, si fa promotrice del genderismo come approdo non sessuato e quindi infertile della costituzione individuale, assimila la relazione infertile alla relazione fertile, estromette in maniera radicale il maschile dalla riproduzione, delinea col femminismo un mondo unisex dove però l’unico sesso di riferimento è quello femminile.
Alla sedimentazione nella psiche e nella mente delle masse di questo “dispositivo dell’eversione generalizzata” di ogni giudizio valido da sempre fino ai nostri padri ( se aprissero oggi occhi ed orecchie giurerebbero di essere finiti in un reparto di psichiatria), sono impegnate risorse gigantesche, ovvero quella quantità di risorse che vengono messe a disposizione quando si debba combattere una guerra. Fateci caso: davvero solo per una guerra la pressione propagandistica dispone di queste risorse e raggiunge questi livelli di pervasività, violenza e intolleranza.
E proprio di guerra fondazioni ed elites al potere parlano quando si tratta di descrivere l’allarme e la mobilitazione per la sovrappopolazione. E questa guerra la stanno combattendo e vincendo da un bel pò di tempo trovando nel genderismo, nel femminismo e nell’omosessualismo (versione ideologica, intollerante e totalitaria del movimento di liberazione omosessuale) ideologie assolutamente funzionali.
A parte il crollo della natalità in Europa e in Russia, crollo che per alcuni popoli è già la certezza dell’estinzione, le linee di tendenza demografiche mondiali indicano che anche il resto del Mondo seguirà l’Europa e la Russia. Ci aspetta un mondo di anziani in veloce regressione demografica. Allora vedremo che gradimento avranno presso i padroni del Mondo genderismo, femminismo ed omosessualismo.

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cesare 3:02 pm - 25th giugno:

Posto qui questo comunicato che prospetta uno stato dis-”etico” al punto da decidere se la tua malattia ti rende degno di vivere o morire.

Comunicato n° 145 del 25 Giugno 2014

SCIENZA & VITA: VINCENT LAMBERT HA IL DIRITTO DI VIVERE.
NO ALL’EUTANASIA GIUDIZIARIA
“Non è accettabile che sia un giudice a decidere della vita e della morte di un uomo, non è accettabile che l’amore di chi assiste sia bollato come ‘ostinazione irragionevole’, non è accettabile che sia la cultura dello scarto a dominare il sentire comune. Per tutte queste ragioni sosteniamo il diritto di Vincent Lambert a vivere”, commentano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita.

“La sentenza del Consiglio di Stato francese segna un punto di svolta intollerabile sul piano della difesa dei diritti umani, che apre a una deriva nichilista di proporzioni incalcolabili. Chi deciderà quali vite sono degne di essere vissute? L’amore di una famiglia conta meno di un decreto del tribunale? Nel caso Lambert lo strazio è ancora più grande, perché oppone la moglie ai genitori in una drammatica competizione sulla sopravvivenza di un uomo”.

“Ben venga la decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che lascia il tempo alla riflessione e alla speranza, nella consapevolezza che lo Stato ha l’obbligo di tutelare i propri cittadini più fragili. L’alimentazione e l’idratazione di una persona che non può farlo in modo autonomo non è mai terapia, ma sostegno vitale e questo deve rimanere un caposaldo di ogni normativa in discussione”.

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